"Le pagine corsare "
dedicate a Pier Paolo Pasolini
Eretico e Corsaro
Pasolini: Poetica popolare e colta
Ricordo di un poeta molisano: Eugenio Cirese
La Fiera Letteraria
20 marzo 1955
pag. 5
( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )
Eugenio Cirese è indubbiamente come si usa dire una perfetta figura «rappresentativa» del suo tempo: quando alla parola «tempo» i lettori della «Fiera» attribuiscano un significato più complesso e più storicamente circostanziato di quello che solitamente gli si dà parlando di prodotti poetici. Il tempo in cui Cirese ha operato si presenta certamente come marginale e minore rispetto a quello centrale della poesia novecentesca, dalla «Voce» all'ermetismo: non solo per la ragione determinante che il suo mezzo linguistico è il dialetto, ma anche per la poetica che tale uso del dialetto comporta: poetica che ha avuto almeno due o tre fasi, chiaramente catalogabili, e tutte tipiche, quasi da laboratorio: una fase «melica» di tipo digiacomiano, una fase «socialistica» e una fase «squisita», se i cartellini hanno qualche valore, anche in uno schematico contributo commemorativo.
Tempo, dunque, marginale e minore, almeno in apparenza: ma, intanto, vissuto così limpidamente e appassionatamente da implicare a fortiori una complessità: e inoltre: quel suo affondare nell'ultimo ottocento, come tipo di formazione culturale romantico-filologica, e nel primo novecento, come tipo di formazione ideologica popolare e progressista, è forse dato di un tempo «marginale e minore»? E' vero che alla terza fase poetica, che abbiamo detto «squisita», il Cirese perviene con un certo, anzi, con il tipico, ritardo del «dialettale»: ma bisogna tener conto della fossilizzazione della vita nazionale durante il ventennio, e dunque la marginalità coatta del Cirese per tutti quegli anni. Comunque, quanto a un giudizio di valore, quel ritardo non implica deterioramento di qualità: e gli ultimi versi di Cirese, sono forse i più belli: angosciosamente e, ancora, malgrado le punte di decadentismo e ermetismo, romanticamente belli. La ricerca di una poesia «essenziale», come ricerca derivata da un gusto di tipo ermetico e novecentesco, tende a avvalorare in Cirese una già preesistente componente che si suole dire in questi casi «greca»: ma si tratta sempre di una «grecità» melica, vibrante e patetica, mai marmorea o neoclassica: la fisica grecità del meridione. Sicchè la sua tendenza è sempre verso il calore e l'espansione affettiva. Ed è perciò che la contraddizione di Cirese è una contraddizione interiore e necessaria, e quindi costruttiva. Infatti, fin dai primi anni, nei suoi primi volumi (dal 10 al '19) esiste in Cirese un interesse diretto per la realtà intesa come la intenderebbe oggi all'incirca un realista di formazione gramsciana: assume per esempio a argomento dei suoi versi la popolazione del suo paese, durante una cerimonia civile, nell'immediato dopoguerra '15 - '18, in cui si commemorano i caduti («La 'nnaurazione») ma con aperta sfiducia, però, in quei dati attuali, spostandosi la sua simpatia verso il dolore inattuale ma eterno della madre che piange i figli. E dunque, da una realtà naturale e sociale a una realtà religiosa. E questo tono, risultante dalla fusione del quotidiano e l'impegnato con l'assoluto e l'interiore, si accentuerà nelle ultime poesie, dell'ultimo dopo-guerra, dopo la degradazione fascista e la tragedia - senza speranza, almeno per un vecchio poeta, com'era ormai il Cirese. Specie nelle sezioni «Lucecabelle» e «Returnà guaglione» (del volumetto «Lucecabelle» del '51), c'è una coesistenza d'impeto melico, romantico, umanitario, con una pronuncia immobilizzante ch'è senso, disperato, dei fatti più duraturi e eterni. Però nelle ultimissime poesie, quelle ancora inedite, si ricostituisce, nella squisitezza e nell'angoscia, quasi una plastica «reale» delle cose, degli animali, dei paesi: visti, o rivisti, oggettivamente, come per un insorgere, nel poeta afflitto e solo col mondo, di un pre-idealistico senso del mondo come realtà a se, da capirsi non con un atto d'assimilazione ma piuttosto con un eroico e umile atto di dissimilazione.
Come il lettore vede, dunque, in Cirese il dissidio, la contraddizione sono costanti. E quanta psicologia di questi primi con quant'anni del secolo appariranno sotto questa formulazione d'incertezza, di di conscio o inconscio dramma, quando l'omologazione interpretativa del «novecentismo» comincerà a incrinarsi, e il panorama apparirà completo e complesso come in realtà è: nel novecento, e non in una - ch'è stata finora quella ufficiale - delle sue poetiche. La poesia di Cirese, pur non essendo un prodotto della rivoluzione «formale» che ha coinvolto quelli che del resto rimangono i migliori scrittori delle prime generazioni del Novecento, non potrebbe nemmeno esser però definita con una formula che sia in polemica con tale «rivoluzione»: non risponderebbe, per esempio ai requisiti necessari a quella letteratura che Gramsci definiva «nazionale-popolare». Ma questo continuo approssimarsi e retrocedere della poesia di Cirese ad un siffatto modulo di poesia nazionale-popolare era forse quanto di meglio e di più sincero si potesse fare in fondo nei primi decenni di questo secolo: e la sua contraddizione tra una oggettivazione socialistica e un'introversione religiosa è la più autentica e feconda. Anche se guardata dalle nuove generazioni come un dato superato, in quanto superato l'ingenuo e ancora romantico fervore laico di quel socialismo, e la passione tutta irrazionale di questa religiosità.
Complementare alla figura di Ciresè poeta è la figura di Cirese raccoglitore di poesia popolare: e se ci piacessero gli estri della critica professorale, diremmo che il Cirese nel fare poesia è folclorista e nel fare folclore è poeta. Si guardi infatti l'ultima raccolta di poesia popolare, questa recentissima di «Canti popolari del Molise» (Rieti, 1953), ma anche la prece dente «Canti popolari della provincia di Rieti» (ib. 1945). In Cirese «raccoglitore» di ottima tradizione filologica, si dà evidentemente, una concezione, moderna, attuale, anzi, del popolo: una concezione impensabile al di fuori della coscienza sociale che il popolo in quest'ultimo cinquantennio ha acquisito, e che di conseguenza ha acquisito, nell'assumerlo nel proprio mondo culturale, la classe colta, sia attraverso una forma di umanitarismo, sia di populismo, sia infine di vero e proprio marxismo.
Il socialismo di Cirese ha - da quanto si può desumere dalla sua bella raccolta, e come abbiamo già desunto dai suoi versi - accenti prefascisti, è soprattutto calore e simpatia per la classe popolare, che è insieme, per lui, proletariato contadino e gente tout court della sua terra: e quindi i due amori quello socialistico e quello patrio o regionale - si confondono, contraddittoriamente e appassionatamente, in un comune sostrato romantico.
E infatti il più vivo interesse, come propulsione alla raccolta, è ancora in Cirese letterario-filologico, con quel particolare sentimento di «nostalgia» per la propria terra, che è un prodotto, appunto, del romanticismo. Solo che il romanticismo di Cirese non ha nulla di antiquato, di assurdamente fuori moda e squallidamente provinciale, com'è in molti dei superstiti cultori di queste «scienze»: ha assunto anzi gli atteggiamenti più sottili e suggestivi - come si accennava a proposito dei suoi versi - che il raffinato novecento richiedeva.
Nella breve e così felice premessa ai «Canti molisani» (sorprendente, per noi, dell'ultime leve, abituati alla salute un po' rozza e superficiale di molti di coloro che, per dirla con Cirese, sono nati «quando da non molto fiorivano, spesso con esuberanza indisciplinata, gli studi di poesia popolare») il Cirese tocca con elegante e commossa reticenza i motivi che lo hanno sospinto al lavoro e il piano di questo lavoro. C'è qualche lacuna, avverte (e come non poteva esserci? lo sanno coloro che si sono provati con questa tremenda fatica) «malgrado ogni sua più insistente calda e umile sollecitazione» ai collaboratori di tutti i centri del Molise, nel radunare quel canti che tanto lo avevano rapito ai tempi della sua gioventù: «... allora cominciai a raccogliere canti per impararli e cantarli: più tardi per riunirli e per cercare una voce mia nel linguaggio popolare».
Erano felici, naturalmente, quei tempi ormai remoti: «L'urbanesimo non era ancora un fenomeno preoccupante e cominciava appena quello della emigrazione che, se toglieva braccia ai campi, riempiva le casse postali di lire che facevano aggio sull'oro e permetteva il compiersi di una rivoluzione fondamentale nella storia del Mezzogiorno: il passaggio della piccola e media proprietà dal galantuomo al contadino che la conquistava con il risparmio sul lavoro di anni, pesante e avvilente, durato al di là dell'oceano. Ma il fenomeno non turbava ancora i sonni della svagata borghesia di quella fine di secolo, e si cantava ancora molto nei paesi, si beveva anche e si faceva all'amore». Era naturale - come si vede - che una punta di nostalgia minore apparisse in Cirese: non tanto però, da velare e ammorbidire minimamente, la visione di un reale Molise, che si presenta in così completa organicità di superfici interne, storiche (addirittura con qualche sapore medioevale) in questa raccolta a struttura «rapsodica». Ed è con lucidità priva di regressivo rimpianto, che il raccoglitore guarda il popolo che canta: «Avrei voluto pubblicare non solo i canti, ma le biografie del cantori». E' evidente dunque che - ferma restando la finalità estetica, cosciente, scoperta e specifica, della raccolta - in questi canti è inclusa e onnipresente una biografia, anzi, quasi in assoluto, anti-folcloristicamente, una Biografia: quella del Molisano che vi vive, dalla culla - quatrale tra le braccia di una madre infante anch'essa - al carcere, al cataletto; che si perde in superstiziose allegrie, in goffe tradizioni, in ingenue e edificanti credulità; che apposta, giovinotto, le ragazze del paese con deliziosa indecenza; che va in Puglia «come un gigante» e ne torna «come un pezzente»; che invoca fiabescamente Roma e si fa corrompere dal malandrino narcisismo napoletano: figura disegnata con tratti il cui valore assoluto nessun volume di etnologia o sociologia per quanto romanzato o poetizzato potrebbe uguagliare. E Cirese ne è ben cosciente: ed è questa sua coscienza che fa di questa oggettiva raccolta un libro personale, com'era personale la raccolta toscana del Tommaseo o la raccolta piemontese del Nigra.
PIER PAOLO PASOLINI






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