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Biografia, lavori in corso - a breve anche il 1974 e il 1975

mercoledì 23 dicembre 2020

Pasolini Pier Paolo - Testaccio - Fiera letteraria, ottobre 1951

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro





Pasolini Pier Paolo, Testaccio

(Fiera letteraria, ANNO VI/numero 38 - ottobre 1951, pagg. 3-7)

(Trascrizione curata da Bruno Esposito)
*****
(Successivamente inserito nel libro di narrativa "Alì dagli occhi azzurri", 1965)






I



I ragazzi che nelle prime ore del pomeriggio scavalcano il muretto e scendono sulla scarpata, vengono da Piazza Testaccio, lungo una delle larghe vie cimiteriali, perpendicolari alla piazza. Non insieme, o in ordine; se partono uniti, in quei cento metri di strada trovano mille occasioni per dividersi, disperdersi. Uno resta indietro, nascondendo certe sue intenzioni dietro una faccia chiusa, scostante; scompare per una via laterale, o torna verso i giardinetti. Due, ad un tratto, si mettono insieme e chiacchierano fra loro in modo da restare isolati nel loro discorso, anch'essi scostanti, offensivi; poi se ne vanno. Succede però che si ritrovino sulla scarpata. Anche li la loro convivenza pare di continuo per disgregarsi; si spargano qua e là, ognuno con la sua fionda (si sono fatti splendide fionde, foderando il manico con del nastro isolante rosso, giallo e verde); se si radunano è per qualche battifondo (colpire un pezzo di carta appeso a un cespuglio) che li rende come pazzi, incoerenti. Ma in ogni fatto o impresa c'è un fondo di ironia: niente deve essere fatto sul serio, perciò ogni loro passione (quella di uccidere lucertole, pescare) scivola su un fondo ironico; che li rende ambigui, nemici; ciò fa parte della lenzaggine del quartiere, dove è necessario non essere diversi. Essi si oppongono sempre a vicenda la noia, la possibilità di poter fare a meno degli altri, la capacità immediata di cogliere gli altri in fallo di credulità, di fede, di impegno: di ingenuità.
Appena scesi tutti sulla scarpata, si mettono subito ad accendere il fuoco. Franco si china in una zona senza erba, raduna un po di stecchi, di pezzetti di legno sporco della più infetta e nauseante delle polveri; manda gli altri (Carlino, Renato) a prendere dei pezzetti più grossi intorno. Tira fuori il fulminante - il fulminante che esce dalle tasche dei ragazzi, insieme a briciole e spaghi, un fulminante cattivo che sa di gabinetti il fuocherello è acceso. Lì presso era pronta una cocuma trovata tra l'immondezza, di una incredibile vecchiaia, pesta, ridicola; la mettono sul fuoco, e Franco vi getta sbadato i pezzetti di piombo usciti dalle sue tasche col fiammifero; tutti stanno chi ni sul fuocherello, agitati, dispettosi, a vedere il piombo che si fonde; intanto Franco arrotola una cartolina non meno lurida della cocuma, a forma di cono, e ne pianta la punta sul terriccio; quando il piombo è fuso lo versa dentro quella specie di imbuto, perché ne prenda la forma; aspettano che si raffreddi; Carlino va a riempire la cocuma d'acqua, e la versa sulla terra intorno alla cartolina per affrettare il raffreddamento: dopo poco il pezzetto di piombo a forma di cono è pronto e Franco se lo mette in tasca: adesso aspettano che si aprano le botteghe per andare a prendere un amo. Il fuocherello continua ad ardere, sui legni secchi come ossame. Romanino ha presa viva una lucertola; pensa di metterla sul fuoco, e tutti si stringono intorno a lui invasati e allegri: Sergio gliela strappa dalle mani e la lega a uno spago, e tenendola così
sospesa corre verso il fuoco, seguito da tutti gli altri. Le fa sfiorare la fiammella per farla arrostire lentamente; la pelle della lucertola annerisce, ribolle; essa muove davanti al muso le zampe anteriori, come braccia umane, in un atroce spasimo.



II



Su Testaccio si vedrà sempre un cielo caliginoso e allucinato. Tepore primaverile ancora gelido; vernice verde degli alberi macchiati dal viola o dall'indaco di alberelli da frutta, con grazia da paesaggio giapponese. Panoramica iniziale - dall'alto, come in qualche classico del cinema francese, René Clair: Porta Portese, Riformatorio dei minorenni   di uno stinto, solido barocco romano - lungoteveri alti, deserti. Ma questo di scorcio: l'obbiettivo si fermerà subito contro la riva di Testaccio. Ponte Testaccio. Argine verde spelacchiato, velenoso, sul l'acqua del Tevere ancora tumido per la piena invernale. Lungo blocco giallastro di case a cinque, sei piani del primo novecento, balneari, nordiche. Asfalto delle strade intorno al fiume.
Veduta lontana e nebbiosa della zona portuense, del gasometro.
Lotto; strada, muretto, scarpata, fiume. Cinquanta metri a destra, il ponte. Vengono spesso dei pescatori con l'amo, e anche con una piccola rete appesa ad una stanga, come in un posto abbandonato, mentre sul ponte passa con fragore afono la circolare. Lucertole sulla scarpata cotta dal sole; feci, immondizie; erba ancora abbastanza pulita e fresca.
Lungo la scarpata, fino al livello dell'acqua sono scavate delle buche molto lunghe (sei o sette metri; perpendicolari al fiume; forse per lo scolo) e larghe solo poco più di mezzo metro. Lì dentro Soncino e suo fratello hanno rinchiuso i loro tre gattini, costruendo una specie di recinto. Portano ogni giorno un po' di carne e un po' di latte. Li curano. Ma forse il man giare non basta. I tre gattini sono scheletrici, si coprono di croste. La prigionia li ha resi rabbiosi. Il gatto mezzano rode un orecchia e il collo al gatto più piccolo, e a sua volta ha divo rate le zampe dal più grande.



III



Sullo sfondo di Piazza Testaccio, coi giardinetti dalle aiuole tetramente rasate e i pisciatoi disinfettati e fetidi, sparsi qua e là a indurire l'aria povera e provinciale, si dispongono nei vuoti dell'anonimo più fitto e normale le famiglie dei ragazzi. Il padre di Sergio è disoccupato (alto, disossato anche moralmente - abbiezione « naturale » - occhi lucidi come quelli del figlio, non più però come quelli di un animale, di un uccello, ma piuttosto da ubriaco, un poco come lacrimosi, che ridono sempre con viltà agli altri). Il padre di Nando lavora ai Mercati Generali; il padre di Renato è un salernitano che fa il brigadiere; il padre di Carlino è disoccupato - di nascosto dalla famiglia va alla carità per bere - è gonfio, per qualche malattia ghiandolare, o mal di cuore - l'enfiagione del viso rossiccio - pelle lucida, da infezione, da foruncolo, con rada barba bianca e sporca - berretta...
Ma a presentarsi con più disprezzo e violenza saranno le figure dei fratelli maggiori: il fratello di Carlino - di cui si sa tra i ragazzini che è ben noto nei cinema e nei lungoteveri dei peccatori notturni, per le dimensioni del segreto affidato ai suoi minacciosi calzoni di ladro - compare nei vanti di Carlino, che ha una particolare affezione per lui. Benché sprezzantemente lontani, veduti di scorcio, i fratelli grandi, verranno a restare incisi con brutalità. Modelli assoluti di vita del Testaccio, dai Mercati Generali alla stazione di Ostia, dalle officine del lungotevere verso Porta Portese al cinema del rione.


IV




Riflesso di quella vita sui fratelli minori: le scarpe di Franco e di Romano, di moda nelle vetrine rionali, senza lacci, oppure con lacci a fiocchetto; lisce, a punta. Accenno che fa Romano, ogni tanto, sulla scarpata, calzando un vecchio paio di quelle scarpe femminee e insolenti, a un passo di samba: proprio se condo il più nuovo modo di ballare la samba alla sala Brusco-lotti, o in qualche sala da ballo di Partito.




V



In uno studio per quel « passo di samba di Romanino »bisogna anzitutto osservare la sua iniziale distrazione: il mo mento in cui non esprime niente, benché, già inconsciamente cattivo, il pensiero gli corra per la mente senza lasciar tracce nel suo viso tenero di ragazzetto; dal colore bruno, appuntito; c'è qualcosa di tarato in quel viso, di volpino, di moralmente ma cabro, ma nella pura epidermide, nel disegno più superficiale dei lineamenti, nella voce femminile e un po' nasale. Vive dentro di lui una vita « doppia » di lenza, un patrimonio di convenzione rionale: una assoluta mancanza di pietà. L'istinto di difesa ha compiuto in lui, debole, un irrigidimento insolu bile; ormai non può più tornare indietro dalla sua immoralità, dal suo inconscio e tremendo pessimismo. Mentre è proprio un debole; gli altri potrebbero fare spietatamente presa sulla sua natura femminile, sulla sua possibilità di tradire vergognosamente la vita di Testaccio. Egli però ha trovato il modo di resistere ad essi, rendendosi imprendibile, chiudendosi in una provocante impassibilità: librato in uno stato d'animo indefinibile, fatto in fondo di felicità, e di malignità ancora fresca. Scompare sempre dal gruppo: come entrasse nel suo non esistere. Si volgono gli occhi a caso e lo si vede sull'argine a venti o quaranta metri lontano, occupato a scrutare tra l'erba in tiepido fetore con il manico della fionda stretto nella destra e l'elastico, allentato ma pronto a guizzare, nella sinistra. E senza espressione: se non quella sua abituale, volpina, assente. Ci mette un'attenzione fissa quanto priva di interesse.
Ha una testa un po' lunga, il ciuffo nero gli sporge sulla fronte; la pelle molle e nerastra; nella bocca e nell'attaccatura del naso c'è qualcosa di malato, di abbiettamente animalesco. Ha bellissimi occhi, invece, tagliati in modo capriccioso, lunghi e appuntiti, con le palpebre tenuamente ed elegantemente gonfie. Il flusso continuo di informe e naturale felicità che passa per lui - tenendolo sospeso a una gaiezza di gesti che è la sua ossessione - e la sua acutezza maligna, danno alle sue parole una chiarezza particolare, una tensione, una perfezione nel l'aderire ai modi della parlata, di cui i compagni sono dotati ma in modo più solido e meno appariscente. Certe sue frasi ironiche sono brevi e pulite come fucilate.
Nel caos della loro convivenza sulla scarpata egli rimane al margine - solo con improvvise puntate nel cuore della compagnia. Le sei o sette loro figure, scosse come da un vento pazzesco e ingrato, leggero e volgare, mancano di qualsiasi coesione: niente riuscirebbe più falso che comporle, basterebbe un solo attimo di immobilità per falsarle senza rimedio. Sono continua mente esposti all'imprevisto disordine: hanno l'uno per l'altro, l'inimicizia che devono provare i reclusi nella stessa cella, un inimicizia nevrotica. Diffidano senza interruzione, non sanno cosa sia simpatia, affetto e nemmeno omertà. Si deprimono con voltafaccia continui, con tradimenti inaspettati, con sordide esclusioni... Ecco perché il « passo di samba » di Romanino è labile, sfuggente come un'ombra, praticamente nullo.
Se ne viene e se ne va irrichiesto, inosservato e inutile. L'espressione di Romanino non cambia minimamente. E un attimo; in una discussione vivace - magari mentre Franco accende il fuoco per fondere il piombo, se ne sta chino sui pezzetti di legno lurido - Romanino canta una samba e contemporaneamente ne allude il passo; incrocia le gambe con un lieve scatto, mandando successivamente un piede dopo l'altro a colpire con un gesto sprezzante e appena abbozzato l'aria dietro di lui; mentre tutto il corpo sta proteso in avanti. In quel gesto c’è una interna aria di sfida verso gli altri, verso chi lo sta a guardare: l'esibizionismo è minaccioso, provocante, proprio come nel modello ideale dei fratelli grandi del Testaccio. La presunzione non consiste solo nel considerare se stesso fredda mente insuperabile nel modellare quel gesto dell'ultima moda, ma nel sentirsi partecipe di un mondo aggiornato fino all'infiammazione, di condividere con pochi privilegiati un primato irraggiungibile agli altri per definizione, per diritto. D'altra par te l'aria di sfida, necessaria per far tacere negli altri l'istinto a sfottere chi sia pure con l'ironica sufficienza del dritto ceda a una tentazione. « Ecchime, sto a ballà - dice l'espressione (se in lui ci fosse, ma appunto con la sua assenza) di Romanino - che? ve fa rabbia? ma quanto siete micchi. » Tuttavia l'accenno non dura che un attimo, deve essere una delibazione, una primizia, una pallida idea di quanto, in altre circostanze, con al tra gente, in altra atmosfera (nel centro ideale e inimitabile del Testaccio) egli sarebbe in grado di fare. Per ora del resto non è che l'imitazione del modello imposto dai fratelli maggiori, sanguinante di una soggezione che distrugge.



VI




Sarà Romanino, in una delle sue sparizioni, a scovare la buca dove è tenuto prigioniero il gatto.
Carlo sarà invece il primo ad avere l'idea di ucciderlo a fiondate. La buca è piccola: essi si mettono intorno, e tirano con furia, perché ognuno vorrebbe essere il primo a dare al gatto il colpo mortale, e per precedere gli altri, o lasciarsi precedere, è questione di un attimo. Perciò essi sono come impazziti dalla fretta, sbagliano i colpi, non trovano i sassi vicino. Il gatto dentro la buca è spaventevole.




VII



La luce delle quattro del pomeriggio è insana, impura... L'abituale cielo lattiginoso e accecante. Sul Tevere torbido, il ponte - rosso mattone e bianco - isolato nella vastità della luce. Sempre incise scialbamente contro il cielo le figure di Porta Portese, a sinistra, dell'Aventino, a destra in ombra, di un verde acido e marcio. Naturalmente, domina la parte del Tevere più a mare, col gasometro nebbioso, le scarpate miserabili, pie ne di immondizie (i canili, la baracche dei Battaglioni M.).
Cadavere del gatto: i suoi peli sono a mazzetti, per il sangue che li incolla, è pieno di lacerazioni, croste. La bocca rimane aperta, con le enormi gengive di un rosso pallido, e i dentini bianchi; le labbra, tenere e quasi infantili, restano aperte, rattrappite e ingommate sopra le gengive e i denti. La piccola te sta ammaccata e rossa di sangue quasi nero è tutta bocca. La coda è incollata sul fango asciutto.
Al ragazzi tutto questo esce subito di memoria: come un fatto necessitato, dovuto, tanto coesistente con loro da non poter essere colto, tanto incarnato nella loro distrazione da non distinguersene: insomma, non è un fatto ma una creazione della loro coscienza comune, in cui si agitano, corpi nel mondo (nel Testaccio) e ombre dentro di sè... E’ pari a loro, caso nel caso. Non lo vedono nella sua estensione oggettiva. Non possono restarne impressionati: lastre dove nemmeno un minimo del le loro azioni posteriori ritiene un'influenza di quell'azione. Non c'è interruzione. Passano esattamente come le ore. Del gatto si ricorderanno per caso, poco dopo, quando ripasseranno vicino alla sua carogna ancora fresca cacciando lucertole. Ma sarà una fase del tutto nuova. Qualcuno lo prenderà per la coda e lo getterà nel Tevere. Ma anche questa azione resterà alle loro spalle inattiva, casuale e volgare; essi fanno parte del tempo come l'acqua del Tevere fa parte della corrente. Il ricordo si farà immediatamente logico: una vaga nozione rispondente a precise parole.
Quando Soncino e suo fratello piccolo scenderanno, e si renderanno conto del martirio del loro gatto, gli altri avranno già perso coscienza della concretezza della cosa: ne parleranno come di dati di fatto reali solo per il loro aver fatto i dritti con degli altri ragazzini... Non essendoci in essi nessuna ragione per fare dei confronti, degli esami di coscienza ecc. ... finiranno naturalmente per bastonare i maschietti che protestano, a conclusione della lite...
Soncino e il fratello sono già abbastanza incalliti alla vita di Testaccio benché vi abitino ai margini nelle enormi tombe di fa miglia degli impiegati (appena scoperta la manomissione del rifugio del gatto non avevano detto niente; si erano messi in di sparte, intorno alla compagnia degli assassini, guardandoli con aria cupa, con un nodo alla gola. Con sufficiente viltà, però, per non recriminare se non col silenzio carico di risentimento); e la li te nasce un po' alla volta, per provocazione degli stessi colpevoli, più tardi. E’ già l'ora del crepuscolo, l'argine trasuda in una malsana freschezza, una velatura blu inacidisce le prospettive azzurre verso il gasometro, il caos dei baraccamenti lungo le scarpate...



VIII



La sera scende sul Testaccio come un temporale; per le strade squadrate intorno alla piazza dei giardini, si sentono le saracinesche abbassarsi con schianti improvvisi; ombre di ragazzi corrono con le bottiglie del latte, e i garzoni lanciano a tutta forza i loro tricicli in mezzo alla confusione di gente che rincasa svelta, come se, appunto, fuggisse un improvviso scro scio di pioggia; l’aria è più sporca, torbida, che buia, i fanali di una macchina, già accesi, aspri, bruciano a una curva, sul l'asfalto ancora chiaro e diurno: pare che un vento carico di odori e di umidità sbatta le finestre, le porte a vetri, agiti gli alberelli morti dei giardinetti, e metta in allarme tutto il rione; invece è la calmissima ora della cena che sta scendendo.
(1951)



Curatore, Bruno Esposito

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