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giovedì 26 febbraio 2026

Pier Paolo Pasolini: Risposta al Presidente Leone - Tempo, numero 41, 5 ottobre 1968, pag. 14

 "Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Pier Paolo Pasolini
Risposta al Presidente Leone

Tempo

numero 41

5 ottobre 1968

pag. 14


( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Qui la Lettera di Pasolini al Presidente del Consiglio Giovanni Leone 

Qui il Presidente Leone, risponde a Pasolini

Qui Pasolini risponde al presidente Leone


Di solito, per una risposta come la Sua, si esordisce ringraziando. É dunque ringraziando che qui esordisco: ma non formalmente. Anzi, aggiungo subito che la Sua risposta - in un Paese come il nostro, che Lei meglio di me conosce - è straordinaria: perché esce, anzi contraddice alle abitudini malamente democratiche che regolano la nostra vita. É chiaro: conoscendola io di persona, non ne sono molto sorpreso: ma so quanto facilmente in Italia le Persone possono scomparire nelle Istituzioni.

É dunque con uno spirito rallegrato dal Suo atto di democrazia "reale" - che è sempre "personale" - che rispondo alle Sue argomentazioni.

Il punto numero uno è, per me, il più misterioso - tecnicamente misterioso - della Sua lettera. Vede, io non ho una formazione né politica, né giuridica, né burocratica: mi è difficile dunque accettare quanto di necessariamente formale c'è nella discussione e nell'azione politica, giuridica e burocratica. Comprendo solo esteriormente che tale momento formale ci deve essere (è vero: anche sul piano dell'espressione letteraria c'è un momento formale; ma di esso ho diretta esperienza, e mi è divenuto abitudinario).

Il momento formale della Sua prima argomentazione è questo: i due alti funzionari presenti a Venezia erano presenti a Venezia in funzione di componenti il consiglio di amministrazione dell'ente veneziano. Ma perché sono componenti del consiglio di amministrazione veneziano? Lo dice Lei stesso: perché sono direttori generali dei Ministeri del Turismo e della Pubblica Istruzione.

Ecco, vede? Lei riesce ad accettare la natura anfibologica di questi due alti funzionari. A me ciò è difficile. Non riesco a distinguere queste "due entità in una": non posso dimenticare, pensandoli come "componenti il consiglio di amministrazione dell'ente veneziano" che sono anche "direttori generali di due Ministeri romani". Dividerli in due, e vederli o giudicarli separatamente, mi sembra che sia possibile solo su un piano formale.

Un gioco di luce e di ombre

Non potendo dunque distinguere formalmente le due cariche di tali alti funzionari, non posso non pensare che nella loro azione di "amministratori veneziani" non sia interferita, come un tutto unico, anche la loro azione di "direttori romani". Ecco perché, certo rozzamente, ho attribuito al "Governo" la loro presenza a Venezia. Forse ho usato la parola "Governo" con l'ingenuità con cui l'usa l'uomo della strada: quello di cui Le parlavo nella mia prima lettera. Tuttavia, qui, devo ribadire che io non riesco a dirimere l'azione a Venezia dei due alti funzionari da una responsabilità - almeno indiretta - del Governo da Lei presieduto.

Naturalmente, come Lei aveva capito, io non coinvolgevo Lei personalmente: perché so che c'è un gioco, appunto, di distinzioni formali che hanno un senso reale, e che entrano in una persona concreta (Lei) in modo dialettico: un gioco insomma di luci e ombre. La Sua responsabilità solo indiretta viene fuori ben chiara da un altro punto della Sua risposta: che La rappresenta "innocente" in un modo quasi disarmante. Ma di ciò più avanti.

Prima voglio spendere due parole a chiarire il mio atteggiamento nei confronti della Mostra (che Lei, prendendomi un pochino in giro, considera pieno di perplessità). Lo faccio anche in funzione di certa finta distrazione della stampa (per esempio, l'"Espresso", che ha fatto sul problema della Mostra, attraverso la sua inviata, del volgare qualunquismo, ripreso poi anche - cosa che mi ha molto dolorosamente sorpreso - dal mio amico Bocca, sul "Giorno" di domenica).

Ho visto le violenze della polizia

Le linee esterne del mio atteggiamento sono semplici: da principio avevo deciso di mandare il mio film alla Mostra, perché ero convinto che la contestazione non dovesse essere in nessun modo negativa: a) rispetto agli autori delle opere, b) rispetto a Venezia. Avrei mandato il mio film a tre patti: che non ci fosse polizia, che fossero aboliti i premi, che si avesse una riunione assembleare di tutti gli autori per stabilire il regolamento della Mostra futura. Non ho avuto reali assicurazioni su questi punti. Nel frattempo l'Anac si era decisa a rinunciare alla contestazione puramente "negativa", prevedendo non di impedire la Mostra, ma di occuparla. Da questo momento ho agito e lottato (è la parola) con l'Anac. C'è qualcosa di oscuro in tutto questo?

La linea interna della mia azione non si può certo condensare in un riassuntino: ma su questo la mia lettera a Lei indirizzata (se integrata con gli altri miei interventi in questa sede) era, mi pare, abbastanza chiara. Dicevo di una lotta per la democrazia reale o diretta - e il conseguente decentramento del potere statale - come vera azione rivoluzionaria. Dicevo che democrazia reale e socialismo non possono non coincidere; e "saltare" la lotta per la democrazia reale per affrontare direttamente la lotta per il socialismo è stata la fuga in avanti e l'errore (di cui la nostra coscienza è ormai satura) dalla Resistenza in poi. La Cecoslovacchia è un esempio - dicevo - in cui il socialismo si fonda su una esperienza di democrazia reale; l'Urss è invece un esempio in cui il socialismo si fonda su una società arcaica in cui solo una infima minoranza operaia ha vissuto nella lotta un'esperienza di democrazia reale. Da democrazia nasce democrazia - dicevo - ma da ordine non nasce ordine. Ecc. Ecc'. Come negli Stati Uniti, come nella Germania Occidentale, anche in Italia comincia a nascere veramente un'altra Italia: che vuole avere un'esperienza, sia pure attraverso la lotta, di una democrazia reale e decentrata, dove non ci siano più funzionari anfibologici: dei papà, punitori o buoni, potenti o affabili, che stanno, insieme, a Roma e a Venezia.

Non si illuda, perciò, Presidente, che il "disegno di legge" da presentarsi al Parlamento a Roma, dietro indicazioni di un Convegno a Venezia, possa risolvere qualcosa: siamo sempre sul piano formale (che Lei, lo so, assume legalitariamente come sostanziale, in una superiore dialettica dello Stato). Inoltre si tratterebbe di una "riforma" (come del resto per l'Università): ora è certo, ormai indubitabilmente, che l'altra Italia non vuole riforme: il riformismo socialdemocratico non ha nulla a che fare con la nozione di "democrazia reale e diretta" così come una concessione non ha nulla a che fare con un'applicazione di diritti democratici.

Purtroppo, suppongo, gli autori dell'Anac (nel loro circoscritto campo d'azione) non potranno accettare la "riforma" dell'ente veneziano; così come gli studenti (nel loro campo d'azione, per contro, vastissimo, riguardante l'intera vita del Paese) non potranno accettare la riforma dell'Università. Una volta acquisita la coscienza dei propri diritti "democratici", non la si può più dimenticare.

Come vede, sto già rispondendo al Suo 3o punto (saltando il 2o). E, come vede, comprendo benissimo la sua posizione: "Non si può qualificare il dovere del Governo di difendere le istituzioni, le libertà e l'integrità dei cittadini come intervento repressivo". É vero, Lei ha ragione: ma sono certo che Lei stesso non saprebbe in alcun modo dimostrarmi (perché è d'accordo con me) come quelle "istituzioni, libertà e integrità" non siano false o formali. La lotta dell'altra Italia è perché appunto le "istituzioni, le libertà e l'integrità dei cittadini" siano reali e non formali: Lei deve dunque convenire che le forze dell'ordine, intervenendo contro questa esigenza di autenticità, non possono non essere considerate repressive.

Il fascismo di sinistra

 Ed eccoci al 2° punto.

Lei dice che al Lido, da parte della polizia "non vi è stata alcuna brutalità e violenza". Credo assolutamente nella sua buona fede. Ci crederei anche se non La conoscessi, e quindi anche se la Sua buona fede non mi fosse già garantita. Sarebbe per pura diplomazia e prudenza, infatti, che un Capo del Governo non farebbe affermazioni simili, se non ci credesse veramente. Ma anche Lei deve credere alla mia buona fede. Io ero presente, quella notte. E ho visto coi miei occhi le violenze della polizia. L'ho già descritto in questa stessa sede: la polizia prendeva di peso i dimostranti (che, a loro pieno diritto, stavano nella sala Volpi) e li gettava in mezzo alla folla dei teppisti e dei fascisti che li linciavano: letteralmente. Io stesso, sotto la pioggia, al ritorno a Venezia, ho aiutato a trasportare di peso un ragazzo, che poi ha dovuto essere ricoverato all'ospedale, con un principio di commozione cerebrale: tanto per citare un solo esempio. Può darsi che la polizia non abbia colpito nessuno: ma ha fatto colpire dai fascisti: e questo mi sembra anche più grave.

Quante cose di questo genere succederanno nel prossimo anno? Quanti studenti e uomini democratici saranno colpiti perché non sono disposti ad accettare "riforme" ma pretendono finalmente l'applicazione dei loro diritti?

Lo so: la coscienza dei propri diritti - l'ho detto ormai tante volte, e non mi stancherò di ripeterlo - può diventare aggressiva e terroristica. Non tema: non cesserò di lottare, come posso, neanche contro il "fascismo di sinistra". E proprio nell'ultimo pezzo apparso su questa rubrica, a proposito di una Lettera di Paolo VI (pezzo scritto in un momento non sospetto, cioè prima di ricevere la Sua risposta) dicevo: "Quanti cattolici, divenendo comunisti, portano con sé la Fede e la Speranza e trascurano, senza neanche rendersene conto, la Carità. É così che nasce il fascismo di sinistra".

 Ora, per questa lettera a Lei, sarò accusato - è probabile - di debolezza, di compromesso. Ma che me ne importa? Lo so bene quante contraddizioni richieda l'essere veramente coerenti.

Riceva i più cordiali saluti dal Suo

Pier Paolo Pasolini

Curatore, Bruno Esposito

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