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venerdì 6 marzo 2026

Pier Paolo Pasolini: Le critiche del Papa - Tempo, numero 40, 28 settembre 1968, pag. 68

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Pier Paolo Pasolini
Le critiche del Papa

Tempo

numero 40

28 settembre 1968

pag. 68

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Le critiche del Papa

In un giornale di Roma, che oggi è espressione del cattolicesimo pregiovanneo (per usare un eufemismo) è apparso un misterioso articolo (il 15 settembre), che nessun altro giornale, che io sappia, almeno fino al momento in cui scrivo, ha più ripreso. Il titolo di questo articolo, su tre colonne, in prima pagina, era: "Critiche di Paolo VI allo Stato e ai partiti", il sottotitolo: "Il Papa scrive: la Costituzione può e deve essere riformata". L'articolo era accompagnato da un commento: "Stato estraneo".

Di cosa si tratta? Di una lettera di Paolo VI al Cardinale Giuseppe Siri, a proposito della 39a Settimana sociale dei cattolici, che si terrà in questi giorni a Catania. Il giornale romano precisa però: "Il documento reca la firma del Cardinal Segretario di Stato Amleto Giovanni Cicognani, ma i principî, le indicazioni e gli orientamenti che vi sono delineati rispecchiano fedelmente i più recenti sviluppi del pensiero politico-sociale di Paolo VI".

Tale precisazione è dunque contemporaneamente un'illazione. Volgarità questa, che non dipende dal fatto che l'articolista ha mancato di rispetto al Papa (per me, laico, il Papa non è una "Santità", ma un uomo) ma perché, appunto, ha mancato di rispetto a un uomo: col disprezzo terroristico verso di lui, che hanno i servi del potere quando vien dato loro l'ordine di attaccare.

Sentitene un brano: "Il Papa prevede e giustifica addirittura che possa essere modificato l'ordinamento costituzionale del nostro Paese per seguire il ritmo della società in profonda e accelerata trasformazione. Questo principio fu già enunciato a Bogotà e si credeva che il Papa intendesse riferirsi esclusivamente all'arretrata e depressa condizione delle moltitudini dell'America Centrale e Meridionale. Invece sembra che sia tirata in ballo anche l'Italia attuale. L'Italia in cui il sottoproletariato sta per sparire e il lavoro industriale riscatta dalla miseria intere classi di lavoratori. Solo i partiti estremisti adoperano nella loro polemica propagandistica motivi che contrastano in modo evidente con l'attuale realtà italiana; ma, che si sappia, neppure da quella parte era stata finora formulata la richiesta di una immediata riforma costituzionale per sovvertire legalmente l'ordine della democrazia, formale o sostanziale che esso sia. Poiché il Papa ha detto anche questo: che in Italia la democrazia è solo formale".

Necessità di una "democrazia reale"

Questa straordinaria affermazione, "in Italia la democrazia è solo formale", presupposto, come dice l'elegante articolista del giornale romano, di un sovvertimento legale dell'ordine della democrazia, è la proposizione-chiave dell'intera Lettera, stesa dal cardinal Cicognani e ispirata da Paolo VI (almeno quale appare dai brani anticipati dal giornale romano).

Non capisco come questa straordinaria affermazione abbia avuto, almeno finora, così scarsa eco nella stampa e nell'opinione pubblica: essa infatti non importa solo alla storia della Chiesa, ma alla storia dell'Italia e, direi, del mondo.

Il "sovvertimento legale" al posto della rivoluzione è, per esempio, l'idea-guida - ridotta alla massima semplificazione - della Nuova Sinistra americana: che ha portato l'America alle soglie e in un'atmosfera di guerra civile. Forse attraverso la mediazione del modello americano, anche parte del Movimento Studentesco parla di un "sovvertimento legale" piuttosto che di una rivoluzione: anche se tale "sovvertimento legale" richiede azioni illegali e, praticamente, rivoluzionarie (occupazioni, proteste, lotte di ogni tipo). Gli americani parlano di "anticorpi" di democrazia reale da far nascere nel tessuto della democrazia formale; in Italia (cfr. in "Quaderni Piacentini", n. 35: "La politica ridefinita" di C. Donolo) si parla di società che si modifica e si sostituisce dentro se stessa, rivoluzionandosi al di fuori degli schemi (dunque non più fatali) della rivoluzione tecnologica e neocapitalistica.

In tutto il mondo (si veda il recente caso della Cecoslovacchia) sta presentandosi come primaria e urgente alle coscienze la necessità di una lotta per la "democrazia reale". L'"ordine della democrazia", come dice il corsivista clerico-fascista del giornale romano, è una contraddizione in termini; è un eufemismo per "potere".

Alle soglie di uno scisma?

Tutte le altre frasi, citate dalla lettera di Cicognani e Paolo VI, ruotano intorno a questa presa di posizione contro il "potere". É vero, quelle frasi citate, per essere giudicate obiettivamente, devono essere lette nel contesto: ciò mi trattiene dal manifestare con parole più esplicite il mio entusiasmo (e anzi, non voglio escludere che il mio possa essere un abbaglio). Spero di leggere da qualche altra parte quella Lettera per intero. Perché, se il contesto completo di quella Lettera confermasse lo spirito delle frasi riportate, allora si tratterebbe di una Lettera capace di portare la Chiesa alle soglie e nell'atmosfera di uno scisma.

É forse per questo che, per qualche tacito accordo, la stampa ha ignorato (almeno finora: e credo che in seguito se non lo ignorerà certo lo minimizzerà) un documento così incredibile.

Parlo di "scisma" così come due o tre anni fa, quando nessuno usava ancora questa espressione, ho parlato di effettivo stato di "guerra civile" negli Stati Uniti. Purtroppo, e per fortuna, i fatti poi hanno confermato quella mia impressione: lo stato di guerra civile in America è sempre più incombente e sempre più chiaro alle coscienze, in America e nel mondo.

Io credo che dovremo prepararci, nel prossimo futuro, a pensare anche a un possibile stato di scisma per la Chiesa Cattolica, e averlo presente nella nostra coscienza.

Un Papa non può, senza conseguenze, affermare che una democrazia come quella italiana è "formale" e che bisogna lottare, sia pure legalmente (ma lo è possibile, sempre?), perché si trasformi in una democrazia reale. Di fronte ad affermazioni del genere si muovono i carri armati. Il commento che il giornale clerico-fascista ha fatto a proposito di tale affermazione, è infatti uno di quei commenti che preparano l'azione dell'illegalità della legalità: il ripristino violento dell'ordine.

Non posso, mancando di capacità e di documenti, andare molto avanti con questo discorso, sul piano del commento politico. Sono perciò costretto a cambiare registro.

Che formulazione, non strettamente politica o teologica, dare dunque allo scisma, come guerra civile nella Chiesa?

Ricorrerò a San Paolo. Nella Prima Lettera ai Corinti, si legge questa stupenda frase (non tutto in Paolo è stupendo, spesso parla in lui il prete, il fariseo): "Restano fede, speranza e carità, queste tre cose: di tutte la migliore è la carità".

La carità - questa "cosa" misteriosa e trascurata - al contrario della fede e della speranza, tanto chiare e d'uso tanto comune, è indispensabile alla fede e alla speranza stesse. Infatti la carità è pensabile anche di per sé: la fede e la speranza sono impensabili senza la carità: e non solo impensabili, ma mostruose. Quelle del Nazismo (e quindi di un intero popolo) erano fede e speranza senza carità. Lo stesso si dica per la Chiesa clericale.

Insomma il potere - qualunque potere - ha bisogno dell'alibi della fede e della speranza. Non ha affatto bisogno dell'alibi della carità. L'abitudine alla fede e alla speranza senza carità è un'abitudine difficile da perdere. Quanti cattolici, diventando comunisti, portano con sé la fede e la speranza, e trascurano senza neanche porsene il problema, la carità. É così che nasce il fascismo di sinistra.

Lo scisma verrebbe dunque a dividere la Chiesa Cattolica in due tronconi: nel primo resterebbero solo la fede e la speranza, cioè le due informi e cieche forze del potere; nel secondo resterebbero la fede e la speranza con la carità. (Unico modo per accorgersi, per tornare al nostro caso, se una democrazia è formale o reale). Paolo VI è il Papa di questo scisma potenziale e rinviato: che rende fatalmente, chi lo vive, ambiguo.

Ora il Papa si trova disarmato

Paolo VI ha creduto, finora, di combattere questa ambiguità con lo strumento stesso dell'ambiguità, cioè la diplomazia. Ma la diplomazia è un modo "formale", non "reale" di conciliare i contrari. E Paolo VI se n'è accorto. Privo dell'unica arma che egli avesse in mano, data la sua psicologia e la sua formazione, si trova ora letteralmente disarmato. Se mai, nel mondo moderno, si dovesse cercare un'immagine non retorica e convenzionale di un crocefisso, questa immagine potrebbe essere data da Paolo VI: non che egli assomigli a Cristo, neanche per idea. Tuttavia proprio perché il suo volto contraddice a quello di Cristo, egli è nel mondo moderno l'unica immagine metaforica possibile della crocefissione.

Finora Paolo VI è stato dunque vittima di una crisi della Chiesa che, con maggior violenza e rapidità, non poteva esplodere: vittima, ripeto, in quanto diviso in due, lacerato da uno scisma vissuto nella propria persona.

Con quest'ultimo suo documento (che segue l'atto più infelice - ed egli lo sapeva - del suo Pontificato, ossia "Humanae vitae") egli sembra decidersi a non essere più vittima passiva proprio perché fiduciosa in una mediazione diplomatica che si è invece rivelata impossibile e insostenibile. E sembra aver capito di avere davanti a sé soltanto due scelte reali, capaci di risolvere una volta per sempre la sua angosciosa impotenza: cioè o compiere il gran rifiuto, e lasciare il Papato, come Celestino V che è stato forse il più grande dei Papi (ma certamente il più santo); oppure scatenare lo scisma, distinguendo, con sé, dal clerico-fascismo la Chiesa Cattolica: ripristinando cioè, secondo l'insegnamento dell'apostolo di cui ha scelto il nome, la funzione primaria della carità.

Pier Paolo Pasolini


Curatore, Bruno Esposito

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