"Le pagine corsare "
dedicate a Pier Paolo Pasolini
Eretico e Corsaro
Pasolini
Il Vietnam è passato di moda?
Tempo
numero 43
19 ottobre 1968
pag. 30
( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )
Il Vietnam è passato di moda?
Da qualche settimana la parola Vietnam sembra scomparsa dai titoli dei giornali. L'urgenza, l'ostinazione, la ostentazione con cui tale parola "faceva notizia" fino a qualche tempo fa, hanno lasciato il posto a una distratta "routine", o almeno a una sorta di sospensione. Se a qualche pazzo venisse in mente di fare una ricerca filologica sul numero delle volte in cui la parola Vietnam è stata adoperata nella cronaca di questi anni, compilando delle liste sotto le diverse voci: partiti politici, giornali, persone ecc., si troverebbe davanti a una statistica che a suo modo darebbe perfettamente l'idea del clima politico e morale in cui siamo vissuti: e peccato che a tale indagine verrebbe a mancare l'apporto dell'uso orale che si è fatto di questa parola.
Posso dire con assoluta certezza che io sarei l'ultimo nella lista delle persone che hanno usato questa parola (per scritto e anche oralmente: per scritto non l'ho usata certamente più di tre volte). Me ne faccio un vanto. Infatti la parola Vietnam è stata nella maggior parte dei casi usata demagogicamente, ricattatoriamente, per obbligo, per moda, per moralismo, per necessità: al fine di strumentalizzare o di farsi strumentalizzare; con vanità, con superbia, con conformismo. Era un generale cupio dissolvi in un sentimento divenuto comune: insieme indifferenziato e discriminato, maggioritario ed elettivo.
Le false battaglie
Per rabbioso pudore mi son sempre trattenuto dal nominare invano il Vietnam: come nei Comandamenti si dice (invano) di fare con Dio. Ma ora c'è un momento di pausa (ah, certamente non definitivo) nella moda, atroce, del Vietnam; ora che i vietcong, sia pure in una breve mora, sembrano lontani e "separati" (è più funzionale parlare degli studenti messicani, ora), voglio dire tutto il mio amore per quella piccola e sublime gente. Mentre in Europa si combattono false battaglie di avanguardia (false in quanto oggettivamente premature: dappertutto in Europa c'è il fascismo, nelle sue varie forme, salvo che in Inghilterra): laggiù, nel Vietnam, si combatte una guerra di retroguardia: cioè si combatte prima di tutto per quelle cose minime ed elementari che sono la libertà e l'indipendenza. Non voglio essere a mia volta ricattatore. Voglio solo invitare a essere realisti. E dico questo soprattutto agli uomini della mia età: a cui è capitato in sorte, come a me, di dover "adempiersi" in un'epoca diversa da quella in cui la loro vita è cominciata.
Tragica ambiguità
No: per loro è sempre la vecchia epoca, devono combattere le loro vecchie battaglie. Appunto perché essi sono ancora al mondo, molte delle ragioni che hanno condizionato la loro epoca sono ancora reali. La loro ambiguità si è dunque ulteriormente aggravata: fino, certo, a farsi drammatica, o addirittura tragica. Non possono, infatti, non sapere e non vedere che è nata un'epoca nuova: ma essi non possono che "adempiersi" nella vecchia. Non è una questione di generazioni. Anche se i ragazzi delle Università gridano O Ci-min, i vietcong contadini ed "eroi", appartengono alla vecchia epoca. Ho messo tra virgolette la parola "eroi" perché, come mi ha raccontato Basaglia, nel suo manicomio, una ricoverata ha detto che gli eroi sono un prodotto delle società repressive.
Pier Paolo Pasolini
Curatore, Bruno Esposito
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