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venerdì 6 marzo 2026

Pier Paolo Pasolini: Le critiche del Papa - Tempo, numero 40, 28 settembre 1968, pag. 68

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Pier Paolo Pasolini
Le critiche del Papa

Tempo

numero 40

28 settembre 1968

pag. 68

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Le critiche del Papa

In un giornale di Roma, che oggi è espressione del cattolicesimo pregiovanneo (per usare un eufemismo) è apparso un misterioso articolo (il 15 settembre), che nessun altro giornale, che io sappia, almeno fino al momento in cui scrivo, ha più ripreso. Il titolo di questo articolo, su tre colonne, in prima pagina, era: "Critiche di Paolo VI allo Stato e ai partiti", il sottotitolo: "Il Papa scrive: la Costituzione può e deve essere riformata". L'articolo era accompagnato da un commento: "Stato estraneo".

Di cosa si tratta? Di una lettera di Paolo VI al Cardinale Giuseppe Siri, a proposito della 39a Settimana sociale dei cattolici, che si terrà in questi giorni a Catania. Il giornale romano precisa però: "Il documento reca la firma del Cardinal Segretario di Stato Amleto Giovanni Cicognani, ma i principî, le indicazioni e gli orientamenti che vi sono delineati rispecchiano fedelmente i più recenti sviluppi del pensiero politico-sociale di Paolo VI".

Pasolini: Il Vietnam è passato di moda? - Tempo, numero 43, 19 ottobre 1968, pag. 30

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Pasolini
Il Vietnam è passato di moda?

Tempo

numero 43

19 ottobre 1968

pag. 30

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Il Vietnam è passato di moda?

Da qualche settimana la parola Vietnam sembra scomparsa dai titoli dei giornali. L'urgenza, l'ostinazione, la ostentazione con cui tale parola "faceva notizia" fino a qualche tempo fa, hanno lasciato il posto a una distratta "routine", o almeno a una sorta di sospensione. Se a qualche pazzo venisse in mente di fare una ricerca filologica sul numero delle volte in cui la parola Vietnam è stata adoperata nella cronaca di questi anni, compilando delle liste sotto le diverse voci: partiti politici, giornali, persone ecc., si troverebbe davanti a una statistica che a suo modo darebbe perfettamente l'idea del clima politico e morale in cui siamo vissuti: e peccato che a tale indagine verrebbe a mancare l'apporto dell'uso orale che si è fatto di questa parola.

Posso dire con assoluta certezza che io sarei l'ultimo nella lista delle persone che hanno usato questa parola (per scritto e anche oralmente: per scritto non l'ho usata certamente più di tre volte). Me ne faccio un vanto. Infatti la parola Vietnam è stata nella maggior parte dei casi usata demagogicamente, ricattatoriamente, per obbligo, per moda, per moralismo, per necessità: al fine di strumentalizzare o di farsi strumentalizzare; con vanità, con superbia, con conformismo. Era un generale cupio dissolvi in un sentimento divenuto comune: insieme indifferenziato e discriminato, maggioritario ed elettivo.

venerdì 27 febbraio 2026

Pier Paolo Pasolini: Il mondo salvato dai ragazzini - Tempo, numero 35, 27 agosto 1968, pag. 12

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Pier Paolo Pasolini
Il mondo salvato dai ragazzini

Tempo

numero 35

27 agosto 1968

pag. 12

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Si può parlare di ingiustizia a proposito del mancato "grande" successo, di critica e di vendita, del Mondo salvato dai ragazzini di Elsa Morante?

Intendiamoci: successo di vendita e critica c'è stato, ma normale. Mentre il libro della Morante rappresenta un avvenimento eccezionale. É vero che non è un caso raro che un avvenimento poetico eccezionale passi sotto silenzio oppure sia accolto in un clima di normale amministrazione. Ma io ho davanti a me un "caso" particolare, e non ho voglia di generalizzare, e fare pianti greci sulle ingiustizie umane e sulla loro fatalità. La fatalità non esiste, o esiste nella misura in cui un autore (nel caso di un libro) la provochi. La critica italiana, insomma, non è mai brillata per particolare genialità: in questi ultimi anni, poi, si può addirittura dire che è letteralmente "finita". I giovani corrono dietro a stupide chimere, imposte terroristicamente e tutto ciò che non "sa" di queste intimidatorie novità, viene lasciato da parte, addirittura non accepito. Gli anziani, in parte a causa dello stesso terrorismo, un po' seguono i giovani, un po' sono completamente nelle mani dell'industria culturale. Anche la minoranza di spiriti liberi, la cui presenza va pure registrata in Italia, ha un'aria equivoca: cioè non è la "vera" minoranza di spiriti liberi, ma ne ha solo l'aspetto, le caratteristiche, il codice; in realtà è anch'essa automatica, e fa tutto ciò che una minoranza di spiriti liberi deve fare; gli scandali sono tutti, come dire?, preordinati, accadono sotto la benedizione del ghetto, anziché sotto la benedizione del potere; ecco tutto. Il libro della Morante si presenta al di fuori di tutti questi schemi culturali; nessuno è, così, pronto ad accoglierlo; ed esso suscita ammirazioni ovvie, anche adorazioni ovvie.

giovedì 26 febbraio 2026

Pier Paolo Pasolini: Risposta al Presidente Leone - Tempo, numero 41, 5 ottobre 1968, pag. 14

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Pier Paolo Pasolini
Risposta al Presidente Leone

Tempo

numero 41

5 ottobre 1968

pag. 14


( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Qui la Lettera di Pasolini al Presidente del Consiglio Giovanni Leone 

Qui il Presidente Leone, risponde a Pasolini

Qui Pasolini risponde al presidente Leone


Di solito, per una risposta come la Sua, si esordisce ringraziando. É dunque ringraziando che qui esordisco: ma non formalmente. Anzi, aggiungo subito che la Sua risposta - in un Paese come il nostro, che Lei meglio di me conosce - è straordinaria: perché esce, anzi contraddice alle abitudini malamente democratiche che regolano la nostra vita. É chiaro: conoscendola io di persona, non ne sono molto sorpreso: ma so quanto facilmente in Italia le Persone possono scomparire nelle Istituzioni.

É dunque con uno spirito rallegrato dal Suo atto di democrazia "reale" - che è sempre "personale" - che rispondo alle Sue argomentazioni.

Il punto numero uno è, per me, il più misterioso - tecnicamente misterioso - della Sua lettera. Vede, io non ho una formazione né politica, né giuridica, né burocratica: mi è difficile dunque accettare quanto di necessariamente formale c'è nella discussione e nell'azione politica, giuridica e burocratica. Comprendo solo esteriormente che tale momento formale ci deve essere (è vero: anche sul piano dell'espressione letteraria c'è un momento formale; ma di esso ho diretta esperienza, e mi è divenuto abitudinario).

Il momento formale della Sua prima argomentazione è questo: i due alti funzionari presenti a Venezia erano presenti a Venezia in funzione di componenti il consiglio di amministrazione dell'ente veneziano. Ma perché sono componenti del consiglio di amministrazione veneziano? Lo dice Lei stesso: perché sono direttori generali dei Ministeri del Turismo e della Pubblica Istruzione.

mercoledì 25 febbraio 2026

Il Presidente Leone risponde a Pasolini - Tempo, numero 40, 28 settembre 1968, pag, 4

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Il Presidente Leone risponde a Pasolini

Tempo

numero 40

28 settembre 1968

pag, 4

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Qui la Lettera di Pasolini al Presidente del Consiglio Giovanni Leone 

Qui il Presidente Leone, risponde a Pasolini

Qui Pasolini risponde al presidente Leone



Nel numero 39 di Tempo, a pagina 18, Pier Paolo Pasolini, nella rubrica "Il caos", indirizzò una lettera aperta al Presidente del Consiglio. Pubblichiamo ora la risposta del senatore Leone, sulla quale il nostro collaboratore P. P. Pasolini si riserva di tornare nella sua prossima rubrica.

Roma, 18 settembre 1968

Caro Pasolini,

poichè lei mi ricorda - nella sua consueta rubrica pubblicata sul numero 39 di "Tempo" - il nostro incontro in occasione di una visione privata del film "Uccellacci, uccellini" e di essere in grado perciò di rivolgersi a me come amico, è con la stessa franchezza di quell' incontro che rispondo alla sua lettera aperta:

1) In primo luogo devo dirle che il governo non è intervenuto affatto nella vicenda della Mostra del Cinema di Venezia, avendo lasciato - com'era suo dovere - che ogni decisione fosse assunta nella propria autonomia dagli organi responsabili dell'Ente autonomo. Non mi occuperò dello svolgimento dei fatti; mi sarebbe solo facile a tal proposito dirle che non è stato possibile - e non solo a me - comprendere il suo atteggiamento nei confronti della Mostra (può dirsi, senza offenderla, che fu per lo meno contraddittorio o perplesso).

A Venezia non fu inviato alcun rappresentante o portavoce di organi ministeriali. La presenza a Venezia di due alti funzionari era - come lei sa e sanno tutti - in funzione della loro posizione (quali direttori generali dei Ministeri del Turismo e della Pubblica Istruzione) di componenti il consiglio di amministrazione dell'Ente.

Quando ricevetti la delegazione del Consiglio comunale di Venezia accompagnata dal Sindaco, ripetei l'assoluta estraneità del governo alle decisioni relative alla Mostra. In quell'occasione dichiarai - e confermo - che il governo era pronto a presentare un disegno di legge che disciplinasse in maniera nuova e democratica l'Ente. Fui pregato di attendere i risultati del convegno indetto per i primi di ottobre. Non appena saremo in possesso di tali dati, presenteremo al Parlamento l'esame - il disegno di legge, nell'intento di rimuovere per il settembre 1969 le cause della contestazione.

Pier Paolo Pasolini: Lettera al Presidente del Consiglio Giovanni Leone - Tempo numero 39, 21 settembre 1968, pag. 18

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Lettera al Presidente del Consiglio Giovanni Leone 
di Pier Paolo Pasolini 
(Sulla contestazione alla Mostra del Cinema di Venezia e sulla repressione del Movimento Studentesco)
“Tempo”
numero 39
21 settembre 1968
pag. 18

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )

Lettera al Presidente del Consiglio


Ci siamo conosciuti - se lo ricorda onorevole Leone? - a una proiezione privata di "Uccellacci e uccellini" (Lei, come si sono riaccese le luci, mi ha dato sul film il primo giudizio: sospeso ma cordiale); Le posso dunque scrivere non come a un remoto Capo del Governo, ma come a uomo in carne e ossa, come a un amico. 
Vorrei porle una domanda precisa (una "interrogazione"?), seguita da altre domande nascenti da una curiosità puramente intellettuale, non implicanti una risposta.
La prima domanda è: per quale ragione il governo da Lei presieduto, e che, appunto perché provvisorio, rappresenta in modo più funzionale e trasparente il potere statale, ne è emanazione diretta e impretestuale, si è dimostrato violentemente ostile a una richiesta così "squisitamente" democratica, com'era quella delle forze di contestazione contro la Mostra di Venezia (dopo un primo momento, diciamo, eversivo: l'occupazione, del resto solo minacciata)? 

martedì 24 febbraio 2026

Pier Paolo Pasolini: Una lettera sgradevole - Tempo, numero 36, 3 settembre 1968, pag. 68

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Pie Paolo Pasolini
Una lettera sgradevole

Tempo

numero 36

3 settembre 1968

pag. 68

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Naturalmente comincio a ricevere delle lettere dai lettori di "Tempo". Non lo vorrei, perché ogni lettera costituisce un peccato di omissione, cioè una mancata risposta. In genere, devo dire, si tratta di lettere gradevoli: qualcuna di esse mi dà anche una profonda gioia (benché breve come un lampo). A scrivere sono quasi sempre delle persone "ingenue": la categoria di persone che più amo. E talvolta questa ingenuità ha la goffaggine e la chiarezza della grazia.

É una sola la lettera sgradevole che ho ricevuto. Viene da un paese del Napoletano, ed è firmata da un comunista: egli mi rimprovera di essere passato da "Vie nuove" a "Tempo", traendo da questo la conclusione che finirò prima o poi al "Corriere della Sera", secondo il destino di tutti gli scrittori arrivisti (si dice così?). Nella sua amarezza, offensiva e, appunto, sgradevole, tale lettera di per sé è tuttavia "ingenua": quindi non ce l'ho col suo autore. L'essere comunisti non è palingenetico. C'è un destino "italiano" che è inevitabile: esso resta nei sentimenti, nel corpo, nell'essere, anche quando si appartiene a un partito che supera, nelle idee, la nazionalità, in quanto tale nazionalità, come fatto storico, è determinata nei suoi caratteri dalla grande borghesia al potere e dalla piccola borghesia conservatrice.

martedì 9 dicembre 2025

Pasolini - La mia provocatoria indipendenza - Tempo illustrato, numero 2, 11 gennaio 1969,pag.10

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La mia provocatoria indipendenza
Tempo illustrato
numero 2
 11 gennaio 1969
pag.10

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Quando queste pagine usciranno, cioè nella prima settimana del 1969, forse io avrò cambiato umore, e la stessa situazione mi si presenterà sotto un diverso segno. Si tratta della mia situazione, e il segno sotto cui ora mi si presenta è quello del terrore. Scrivo queste righe in uno di quei momenti in cui forse sarebbe

Pier Paolo Pasolini, Festività e consumismo - Tempo, numero 1, 4 gennaio 1969, pag. 10

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Pier Paolo Pasolini, Festività e consumismo

Tempo  numero 1
4 gennaio 1969
pag. 10

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )

Sono tre anni che faccio in modo di non essere in Italia per Natale. Lo faccio di proposito, con accanimento, disperato all'idea di non riuscirci; accettando magari di oberarmi di lavoro, di rinunciare a qualsiasi forma di vacanza, di interruzione, di sollievo.   
Non ho la forza di spiegare esaurientemente al lettore di "Tempo" il perché. Ciò implicherebbe il dare la violenza della novità a vecchi sentimenti. Ossia una prova "stilistica" superabile solo attraverso l'ispirazione poetica. Che non viene quando si vuole. Essa è un genere di realtà che appartiene al vecchio mondo, al mondo dei Natali religiosi: e risponde ancora alla sua vecchia definizione.
Mi rendo ben conto che anche quand'ero bambino io, le feste natalizie erano una cosa idiota: una sfida della Produzione a Dio. Tuttavia, allora, io ero ancora completamente immerso nel mondo "contadino", in qualche misterioso paese tra le Alpi e il mare, o in qualche piccola città di provincia (come Cremona, Scandiano). C'era un filo diretto con Gerusalemme. Il capitalismo non aveva ancora "coperto" del tutto il mondo contadino, da cui derivava il suo moralismo, del resto, e su cui fondava del resto, ancora, il suo ricatto: Dio, Patria, Famiglia. Tale ricatto era possibile perché corrispondeva, negativamente, come cinismo a una realtà: la realtà del mondo religioso sopravvivente.
Ora il nuovo capitalismo, non ha affatto bisogno di quel ricatto - se non ai suoi margini, o in isole sopravviventi, o nell'abitudine (che si va estinguendo). Per il nuovo capitalismo, che si creda in Dio, nella Patria o nella Famiglia, è indifferente. Esso ha infatti creato il suo nuovo mito autonomo: il Benessere. E il suo tipo umano non è l'uomo religioso o il galantuomo, ma il consumatore felice d'esser tale.

lunedì 10 novembre 2025

La verità di Marco: Lettera di Pier Paolo Pasolini a Marco Baldisseri (Caso Lavorini), pubblicata nella Rubrica Il Caos - Tempo, numero 45, 8 novembre 1969, pag.34

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La verità di Marco

Lettera di Pier Paolo Pasolini a Marco Baldisseri (Caso Lavorini)

pubblicata nella Rubrica Il Caos
Tempo
numero 45
8 novembre 1969
pag.34

(Il post si articola in tre parti: 1) contestualizzazione; 2) La lettera di Pasolini; 3) Comento.)

Contestualizzazione della "Lettera"

Il caso Lavorini fu uno dei più sconvolgenti dell’Italia del dopoguerra: il rapimento e omicidio del dodicenne Ermanno Lavorini nel 1969 scatenò un'ondata di indignazione, depistaggi e polemiche politiche. Il 31 gennaio 1969 Ermanno Lavorini, 12 anni, originario di Viareggio fu rapito a scopo di estorsione, il suo corpo fu ritrovato il 9 marzo 1969 sepolto sotto la sabbia a Marina di Vecchiano. Il riscatto richiesto: 15 milioni di lire, richiesto telefonicamente il giorno stesso della scomparsa.

Le indagini iniziali si concentrarono su una presunta pista pedofila, con accuse infondate verso frequentatori omosessuali della pineta di Viareggio. In realtà, il rapimento era stato orchestrato da un gruppo di giovani monarchici di estrema destra, che volevano finanziare la loro associazione eversiva. Per sviare le indagini, fu costruita una falsa pista sessuale, alimentata anche dai media, che portò a linciaggi pubblici e gravi errori giudiziari. Il caso ebbe un impatto devastante sull’opinione pubblica e sulla fiducia nelle istituzioni. Fu il primo rapimento di un bambino nella storia italiana, anticipando l’epoca dell’“Anonima sequestri”. Il processo e le condanne successive furono segnati da forti polemiche, con alcuni colpevoli che scontarono pene brevi e altri che furono assolti.

mercoledì 5 novembre 2025

Pier Paolo Pasolini: Lettera aperta a Silvana Mangano - Tempo, numero 47, 16 novembre 1968, pag. 14

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Eretico e Corsaro

Pier Paolo Pasolini
Lettera aperta a Silvana Mangano

Tempo

numero 47

16 novembre 1968

pag. 14

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )



Cara Silvana, 

è tanto che ti devo una lettera. Una lettera, se non un "mazzo di magnifiche rose". Invece di scrivertela privatamente, te la scrivo pubblicamente. Ciò pone dei limiti alla confidenza e all'affetto; ma le conferisce, forse, un maggior valore.   

É una lettera piena di amarezza. Un'amarezza confusa e imprecisabile - un disgusto leggero e immenso: che però non ti voglio comunicare. Si tratta forse del processo a "Teorema" (12), che la gente crede sia per me un fatto di comune amministrazione, preventivato e giocato come in una specie di scommessa con la vita: e invece è un avvenimento drammatico. Se così non fosse mi sarebbe troppo facile (la mia lotta). Se non ci fosse in me - ineliminabile, coagulato nei giorni infantili - un conformismo che produce drammi, sarebbe troppo facile il mio anti-conformismo. Non ti pare?

Pier Paolo Pasolini: Diario per un condannato a morte (Panagulis) - Tempo, numero 50, 7 dicembre 1968, pag. 17

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Pier Paolo Pasolini
Diario per un condannato a morte
(Panagulis)

Tempo

numero 50

7 dicembre 1968

pag. 17

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Diario per un condannato a morte


Torino, 20 novembre 1968 - Panagulis sta per essere fucilato; e io non riesco a tollerare questa idea.

 Chiuso dentro la camera di un albergo; prigioniero dei miei obblighi, del mio futuro ecc., mi trovo pieno di un curioso sentimento di insofferenza verso il mio essere impotente. É vero, in tutti questi decenni in cui mi è capitato di trovarmi al mondo, e di "decidere", fra grida come queste che, violente e fioche, si alzano nel cielo di Torino, davanti alle tante notizie di condanne a morte come questa, ho sofferto, mi sono sentito torcere le viscere di rabbia e di angoscia: ma non mi è mai successo, tuttavia, di soffrire come oggi.

Cos'ha di "speciale" questa condanna a morte? Non lo so dire. Ho in mente solo una banalità: è la goccia che fa traboccare il vaso. Non capisco però perché il vaso si riveli adesso improvvisamente colmo, fino all'orlo, fino a traboccare. Ho sempre pensato che questo vaso della nostra rassegnazione, avesse una capienza infinita. Mi trovo invece con un vaso colmo; e sono assolutamente privo di quell'esperienza che serve a chi è giunto ai limiti della sopportazione. Non c'è nulla di più semplice del caso di Panagulis. In questa stessa pagina, l'altra settimana, ho scritto una poesia su di lui: probabilmente, anzi certamente, una brutta poesia, come tutte le cose che si scrivono con le lacrime agli occhi: in quella poesia citavo i tanti eroi di Euripide, che, con la meccanicità del deus ex machina, al momento opportuno, sapendo che un oracolo vuole, dalla città, per la sua salvezza, un sacrificio umano, accettano - recitando un solo stereotipo monologo - e subito uscendo di scena - di morire sgozzati. Il caso di Panagulis ha questa semplicità un po' meccanica e disumana. Ricordo ancora, qui, quella frase di una ricoverata nel manicomio di Basaglia: gli eroi sono prodotti delle società repressive. In Grecia ci sono i tiranni; come nella Tebe o nell'Argo di Euripide. Ma, ecco, è questo che furibondo mi chiedo, dov'è Atene? Allora c'era un'Atene, democratica, che, sempre con la meccanicità del deus ex machina, interveniva contro i tiranni delle città vicine, o a salvare o a vendicare gli eroi. Dov'è Teseo, l'eroe dell'ufficialità democratica, che interviene, pur riluttando contro la violenza? Tesei non ne vedo, intorno. Vedo solo dei fiacchi capi di governo, dei prudenti ministri che mandano telegrammi a gente che non è degna di riceverli. Panagulis non chiede la grazia. Egli rifiuta questo rapporto coi tiranni. Poiché i "potenti" delle false città di Atene, che si dicono democratiche, si prendono a cuore la sorte di questo eroe, facciano qualcosa sul serio; e intanto comincino col non considerare degni i colonnelli greci di ricevere posta da loro. Coi colonnelli non si parla, per prima cosa. Ci sono molti modi per far loro paura, per ricattarli, per metterli con le spalle al muro. Ma evidentemente il potere non ha confini nazionali; tutto il potere è dappertutto uguale, e tutti coloro che lo detengono sono legati fra loro, fraternamente: perciò si inviano telegrammi. Restano degli intellettuali, dei buffoni di corte, come me, per esempio, che mi sfogo in queste tristi pagine di impotente, incapace di fare vera esperienza, e capace solo di vegliare sulla sua coscienza.

venerdì 31 ottobre 2025

Pasolini - Egocentrici - Rubo il mestiere - Tempo, 1novembre 1969

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Eretico e Corsaro

Biblioteca nazionale centrale - Roma


Pasolini - Egocentrici
Rubo il mestiere

Il Caos
Tempo
01-11-1969
Biblioteca nazionale centrale - Roma


Signor Direttore,



Biblioteca nazionale centrale - Roma
ho seguito con un certo interesse l’amichevole polemichetta linguistica tra Moravia e Pasolini (a proposito, « caso » o « inter nos »?). Più che interesse mi ha preso molta curiosità. Pasolini mi fa tanto pensare a quei sommi egocentrici, che a forza di parlare di tutto, e di attribuirsi funzioni di specialisti, riescono alla fine a dimostrare una sola cosa. che specialisti non sono.
Il "semiologo” Pasolini, giunto con molto ritardo tra l'altro, riscopre l’America e ci viene a parlare. con grande sufficienza, di "sistema di segni”, liquidando con poche battute il carattere estetico dell’opera d’arte; dimenticando però un piccolo” particolare: il contesto artistico non è un comune contesto, e se ci si vuol riferire alla semiosi dell’opera. occorre parlare non già genericamente di semiologia, bensì di « estetica semiologica ». Il ”sistema di segni” è cioè di natura estetica; in altri termini. il loro significato (dei segni) e sempre collegato all’uso particolare del mezzo che si viene ad assumere. Per capire tale significato, infine, la proprietà estetica del mezzo (del veicolo della comunicazione) è essenziale, prioritaria. Il segno (e meglio ancora, il contesto dei segni) non è un semplice tramite 

Biblioteca nazionale centrale - Roma
strumentale, un pedissequo riferimento alla realtà descritta, ma una realtà ex novo che si autogiustifica e si struttura. Struttura in movimento? Certamente, ma solo perchè l’esteticìtà dei segni supera ogni carattere meramente descrittivo, collegandosi ai mutamenti psicologici e di coscienza.

Cordiali saluti.


Guido Montana
Direttore della rivista "Arte Oggi”

Pier Paolo Pasolini, inizia la rubrica "Il Caos" su "Tempo".

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Tempo, Milano 6 agosto 1968 - anno XXX, numero 32


Dall’agosto del 1968 al gennaio del 1970, Pasolini scrive per il periodico Tempo una rubrica che ha come oggetto tutti temi di attualità: politica, critica cinematografica e letteraria, costume, dialogo con i lettori ecc...

"II Caos è un fronte di piccole battaglie quotidiane"
(Tempo illustrato, 18 ottobre 1969)


Pasolini inizia la rubrica "Il Caos"

Tempo, Milano 6 agosto 1968
anno XXX, numero 32

Pagina 20 e pagina 73  

(Trascrizione curata da Bruno Esposito)



Tempo, Milano 6 agosto 1968 - pag. 20
Perché ho accettato di scrivere per "Tempo" la presente rubrica? 
     É una domanda che faccio a me stesso, più che per rispondere preventivamente a coloro, che con simpatia o con antipatia, me la porranno.
     Ci sono molte ragioni: la prima è il mio bisogno di disobbedire a Budda. Budda insegna il distacco dalle cose (per dirla all'occidentale) e il disimpegno (per continuare con il grigio linguaggio occidentale): due cose che sono nella mia natura. Ma c'è in me, appunto, un irresistibile bisogno di contraddire a questa mia natura.
     Naturalmente, un tale bisogno di contraddirmi, ha bisogno anche di giustificazioni. Queste giustificazioni provvede a dettarmele tutto il mio conformismo, che è molto difficile, del resto, da definire, essendo fenomeno dal carattere maledettamente composito e ambiguo (esso ha forse i suoi punti di contatto più compatibili con un certo conformismo comunista, quale si è presentato nel dopoguerra: una cosa, dunque, quasi lontana come la mia infanzia).