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domenica 11 giugno 2023

Pier Paolo Pasolini, Il calcio «è» un linguaggio con i suoi poeti e prosatori - Il Giorno, 3 gennaio 1971.

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



P.P. Pasolini
Il football è un sistema di segni, cioè un linguaggio

Il Giorno, 3 gennaio 1971
oggi in:
Saggi sulla letteratura e sull’arte
a cura di W.Siti e S. De Laude
vol. II
“Meridiani” Mondadori
Milano 1999
pp. 2545-2551
(le immagini sono prese dal web e non è stato possibile risalire alla fonte) 


«[…] Il football è un sistema di segni, cioè un linguaggio. Esso ha tutte le caratteristiche fondamentali del linguaggio per eccellenza, quello che noi ci poniamo subito come termine di confronto, ossia il linguaggio scritto-parlato.

Infatti le “parole” del linguaggio del calcio si formano esattamente come le parole del linguaggio scritto-parlato. Ora, come si formano queste ultime? Esse si formano attraverso la cosiddetta “doppia articolazione” ossia attraverso le infinite combinazioni dei “fonemi”: che sono, in italiano, le 21 lettere dell’alfabeto.
I “fonemi” sono dunque le “unità minime” della lingua scritto-parlata. Vogliamo divertirci a definire l’unità minima della lingua del calcio? Ecco: “Un uomo che usa i piedi per calciare un pallone è tale unità minima: tale “podema” (se vogliamo continuare a divertirci). Le infinite possibilità di combinazione dei “podemi” formano le “parole calcistiche”: e l’insieme delle “parole calcistiche” forma un discorso, regolato da vere e proprie norme sintattiche.
I “podemi” sono ventidue (circa, dunque, come i fonemi): le “parole calcistiche” sono potenzialmente infinite, perché infinite sono le possibilità di combinazione dei “podemi” (ossia, in pratica, dei passaggi del pallone tra giocatore e giocatore); la sintassi si esprime nella “partita”, che è un vero e proprio discorso drammatico.

sabato 20 marzo 2021

Il calcio di Pasolini

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Marzo ’75: la troupe di “Novecento”, capitano Bernardo Bertolucci,
sfida e batte quella di “Salò o le centoventi giornate di Sodoma”.

Scuro in volto, Pier Paolo Pasolini abbandona il campo.
Perché l’intellettuale più discusso d’Italia al calcio ci tiene parecchio.
Il ritratto di uno scrittore che giocava dovunque, sul set, per strada,
in borgata. E la domenica allo stadio, in prima fila, a tifare Bologna)


Novecento contro Centoventi.


Primavera 1975. Pasolini si è stabilito con la sua troupe all’albergo San Lorenzo di Mantova. In quella provincia, nella villa di Pontemerlano di Roncoferrato, si svolgono le riprese di “Salò o le centoventi giornate di Sodoma“, il suo ultimo film. Un viaggio all’Inferno, al più basso fondo del male, che ogni spettatore si porterà dietro per sempre, niente a che fare con la normale visione di un film,

Quando Pasolini giocava a calcio

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Avete mai visto un gasometro? Dai binari che precedono la stazione di Napoli a Piazza Garibaldi, si può osservare da lontano quel grosso cilindro fatto da una specie di reticolato, che da lontano pare una giostra per adulti, col suo luogo di cerchio chiuso sotto quella enorme struttura di metallo.

Pier Paolo Pasolini, Il calcio e la di-partita finale.

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro






STEFANO CORRADINO (DIRETTORE DI ARTICOLO 21)


"Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo” scriveva Pier Paolo Pasolini, fustigatore del nostro mal di vivere, del malcostume, del potere e delle sue macchinazioni. Il grande scrittore e regista deceduto ad Ostia 37 anni fa scrollerebbe rassegnato (e incazzato) le braccia di fronte agli scandali che stanno imperversando nel mondo del calcio. Lui che se non avesse votato la sua carriera alla poesia, al cinema e alla pittura avrebbe fatto il calciatore.

"Ogni volta che sentivamo il rumore di un pallone ci fermavamo e cominciavamo a giocare"

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



"Ogni volta che sentivamo il rumore
di un pallone ci fermavamo e cominciavamo a giocare"


[...] quando i ragazzini s’erano ormai stufati di giocare, un sabato, alcuni giovanotti più anziani si misero sotto la porta col pallone tra i piedi. Formarono un cerchio e cominciarono a fare del palleggio, colpendo la palla col collo del piede, in modo da farla scorrere raso terra, senza effetto, con dei bei colpetti secchi. Dopo un po’ erano tutti bagnati di sudore, ma non si volevano togliere le giacche della festa o i maglioni di lana azzurra con le strisce nere o gialle, a causa dell’aria tutta casuale e scherzosa con cui s’erano messi a giocare...

[...] Tra i passaggi e gli stop si facevano due chiacchiere. “Ammazzete quanto sei moscio oggi, Alvà!” gridò un moro, coi capelli infracicati di brillantina. “‘E donne”, disse poi, facendo una rovesciata. “Vaffan...”, gli rispose Alvaro, con la sua faccia piena d’ossa.

[...] Cercò di fare una finezza colpendo il pallone di tacco, ma fece un liscio, e il pallone rotolò lontano verso il Riccetto e gli altri che se ne stavano sbragati sull’erba zozza. Allora il Roscetto si alzò e senza fretta rilanciò il pallone verso i giovanotti. [...]

Calcio e letteratura: lo sport di Pasolini

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Senza cinema, senza scrivere, che cosa le sarebbe piaciuto diventare?
Un bravo calciatore. Dopo la letteratura e l'eros, per me il football è uno dei grandi piaceri.

Enzo Biagi intervista Pier Paolo Pasolini,
«La Stampa», 4 gennaio 1973



Il calcio è una metafora della vita. 
Jean-Paul Sartre.

La vita è una metafora del calcio. 
Sergio Givone.

Per Thomas Stearnes Eliot "il calcio è un elemento fondamentale della cultura contemporanea". Per me, che arrivo dal Sudamerica, dal Brasile, il pallone rappresenta un'utopia, un riscatto, una opposizione al potere. Basta leggere Eduardo Galeano: "Per quanto i tecnocrati lo programmino perfino nei minimi dettagli, per quanto i potenti lo manipolino, il calcio continua a voler essere l'arte dell'imprevisto". 
Darwin Pastorin

lunedì 21 dicembre 2020

Pier Paolo Pasolini: Er morto puzzerà tutta la settimana - L'Unità, lunedi 28 ottobre 1957

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Pier Paolo Pasolini: 
Er morto puzzerà tutta la settimana

L'Unità, lunedi 28 ottobre 1957

(Trascrizione dal cartaceo, curata da Bruno Esposito)



Romanista non sono, e neanche laziale. << So der Bologna >>.
Lascio immaginare l'animo con cui scrivo queste righe. Penso ai tifosi bolognesi, miei correligionari. La cosa è tragica: lo vedo qui, nelle. facce dei laziali. Tutti Maramaldi i romanisti, tutti Ferrucci i laziali. Non si può non avere simpatia per i vinti: i vittoriosi me lo concederanno...
Lo spettacolo il solito. I colori più belli erano quelli di Rama: I'azzurro del cielo di ottobre, e il verde dei pini in frotta sulle pendici classiche.
Perchè  quanto allo sport niente azzurro, niente bianco, niente rosso e niente giallo.
Motto grigio, invece, il grigio delta noia, della paura, dell'incertezza. Bah. Come sempre!
Questi giovanotti che giocano ogni domenica sono bombardati da traumi di ogni genere: razionalistici da parte dei critici, passionali da parte della folla, un misto (tanto per poter tirare avanti) da parte degli allenatori. Comunque domenica per domenica vanno II sul campo a dimostrare che il gioco e comechessia, un concetto.
Un concetto umano, storico, terrestre: esposto quindi a ogni rischio e a ogni negazione e, naturalmente, agli improvvisi empiti « inventivi » (com'è stato oggi per l'ultimo quarto d'ora della Roma). II contrario del tifo, che è invece una astrazione, una costellazione fissa, un dogma. Io, per conto mio, sopporto con gran pena il tifo di tipo, diciamo, napoletana, ( s'intende che tutti gli italiani sono un po' napoletani: bolognesi compresi). Per dirla con Benedetto Croce, il tipo e uno  << pseudo-concetto >>. Fonte. quindi di errori, aberrazioni e angosce.
Avete mai osservato le figure delle rèclames? Non so, per esempio, un tipo che corro a tutta velocità (cosi da avere almeno il fiatone) con le sole gambe, mentre la faccia se ne va per conto suo, illuminata dal sorriso radioso dovuto alla coscienza della bontà di un lucido da scarpe. Il tifoso di tipo, diciamo, napoletano, è un poco cosi: sa, è illuminato, beato lui, da una specie di
grazia. A nulla valgano i ragionamenti, e tanto meno le dimostrazioni e le esperienze di ogni domenica davanti al gioco reale.
Egli ha una porzione di cervello (la principale) staccata dal resto; e capace, sotto quell'illuminazione carismatica, di un solo, lisso, immutabile pensiero. Tutto ciò che e fisso e precostituito genera immobilità: genera cioè la maschera, la << macchietta >>. II che umilia l'uomo. lo ho pena quando vedo tifosi, appunto, in maschera, con ciucciarelli, ecc.
Nulla e più angoscioso della aspirazione << panem et circenses >>: pensate a Lauro...
Per fortuna a Roma, i tifosi di questo tipo non sono molto numerosi: le uniche << maschere >> che si vedono in giro, praticamante, sono dei giovincelli con in testa il cappello di carta giallo - rossa o bianco - azzurra, le camicie fuori dai calzoni, la faccetta malandrina particolarmente accesa, e, qualche volta, una bandiera della << squadra del cuore >>. Poi cantano una cantilena molto infantile: << Li avemo imbottigliati, ooh, oh, ooh, oh. E nun ce vonno sta! >>.
Fatto sta che Roma è veramente una grande città: la identificazione del tifoso con la squadra non sublima sentimenti ristretti, provinciali e municipali. E poi nel romano c'è sempre quella dose di scetticismo e distacco che lo preservano sempre dal ridicolo.
Nella propria squadra egli non esalta glorie cittadine, meriti sportivi e altre cose noiose di questo genere: egli esalta la propria << dritteria >>. E un << dritto >> è un << dritto >>.
Tutto questo per quel che riguarda il tifoso popolare: per quel che. riguarda il tifoso borghese... beh è un altro discorso. Riaffiora la provincia. Sono però commoventi, in questo senso, gli immigrati da poco: il loro amore per la Roma strappa le lacrime. L'amano disperatamente, e gridano poco: ingoiano dolori c macinano gioie in silenzio. E non dimenticano facilmente.
II contrario dei romani, specie giovani, che hanno sempre la parola pronta che definisce subito l'idea e, con questa, la supera. Ciò che più fa soffrire o gioire il romano alla sconfitta o alla vittoria della sua squadra è l'idea dei discorsi che dovrà fare al bar o dal barbiere. Certo! Un << dritto >> può forse perdere? E se vince, può forse non fare dell'ironia - magnanima - sui vinti?
Guardate il << Mozzone >>, per esempio, che avendo visto annunciato sull' << Unità >> questo mio articolo, mi ha subito telefonato, da Torpignattara: << A Pà,  nun tazzardà a di male de la Rorna, eh! >>. Poi l'ho visto, coi suoi umici, er << Patata >> e << Giancarlo >>, sotto l'obelisco di Mussolini: già passione e gioa erano scontate. Egli ha definito e sistemato subito tutto con due parole, non appena
fummo in vista di San Pietro: « Scrivi nell'articolo — ha detto — che er morto ancora puzzava, come semo usciti dallo stadio. E puzzerà tutta la settimana >>.

PIER PAOLO PASOLINI

(Trascrizione dal cartaceo, curata da Bruno Esposito)


Curatore, Bruno Esposito

Collaborano alla creazione di queste pagine corsare:

Carlo Picca
Mario Pozzi
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Giovanna Caterina Salice
Simona Zecchi

giovedì 5 febbraio 2015

Pier Paolo Pasolini. El fútbol como prosa y poesía

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Pier Paolo Pasolini. El fútbol como prosa y poesia

 

"Dejando a un lado al cineasta y al escritor, ¿qué le gustaría ser?", le preguntaron a Pier Paolo Pasolini (1922-1975). "Un buen jugador de fútbol. Después de la literatura y el erotismo, para mí el fútbol es uno de los mayores placeres". La entrevista, que apareció en "La Stampa" del 24 de enero de 1973, bien podría complementarse con otra publicada en "L'Europeo" del 31 de diciembre de 1970: "Resumiendo, ¿qué es lo que tiene el fútbol que nos hipnotiza, Pasolini?". El respondió: "El fútbol es la última representación sagrada de nuestro tiempo. En el fondo es un rito, también evasión. Mientras otras representaciones sagradas, inclusive la misa, están en franca decadencia, el fútbol es la única que permanece. El fútbol es el espectáculo que ha sustituido el teatro. El cine no ha podido sustituirlo, el fútbol sí. Porque el teatro es una relación entre un público de carne y hueso y personajes de carne y hueso. En cambio, el cine es una relación entre una platea de carne y hueso y una pantalla, entre sombras. El fútbol es un espectáculo en el cual un mundo real, el de las gradas del estadio, se mide con los protagonistas reales, los deportistas en el campo de juego, que se mueven y se comportan según un ritual preciso. Por esto considero al fútbol el único gran mito que permanece vivo en nuestro tiempo".
El comprometido y controversial realizador de cine, novelista, poeta y ensayista era simpatizante del Bologna, el club de su ciudad natal, y desde niño había practicado con pasión y habilidad el deporte más popular del mundo. Incluso, siendo estudiante universitario, fue capitán del equipo de fútbol de la Facultad de Filosofía y Letras de Bologna con el que ganó en 1941 el Campeonato Interfacultades. Al igual que el filósofo alemán Martin Heidegger (1889-1976), Pasolini fue un jugador avezado, habilidoso con la pierna izquierda. Sus vivencias futboleras quedaron reflejadas en su novela "Ragazzi di vita" (Chicos de la calle) de 1955, en la que reflejaba aquello que afirmaría Albert Camus (1913-1960) tiempo después: "Luego de muchos años durante los cuales el mundo me ha permitido vivir experiencias variadas, lo que sé acerca de la moral y las obligaciones de los hombres se lo debo al fútbol".
Ocho meses antes de su trágica muerte se dio la que, tal vez, haya sido su última participación en un partido de fútbol. El lugar fue el campo de juego de las divisiones inferiores del Parma, cercano al estadio Ennio Tardini. Los participantes fueron los equipos de rodaje de "Novecento" (1900), el film que Bernardo Bertolucci (1941) estaba rodando en Parma, y de "Saló o le 120 giornate di Sodoma" (Saló o los 120 días de Sodoma) que filmaba Pasolini y que sería su última película. La excusa fue restablecer la paz entre ambos directores luego de una crítica realizada por el director de "Uccellacci e uccellini" (Pajaritos y pajarracos) hacia su antiguo ayudante de dirección y que fuera mal acogida por éste. La fecha fue el 16 de marzo de 1975 y el resultado, tal como lo consignó "La Gazzetta di Parma" al día siguiente, fue 5 a 2 a favor de los de Bertolucci. Según se cuenta, aquella tarde Pasolini abandonó enfurecido el campo de juego.
No conforme con la mera práctica del juego, Pasolini se propuso teorizar sobre el fútbol, un fenómeno al que veía como un rito con mecanismos de evasión profundamente arraigado en la cultura del lumpenproletariado italiano. Influído por el estructuralismo lingüístico fundado por el suizo Ferdinand de Saussure (1857-1913) -que serviría de inspiración al movimiento intelectual que desarrollaría en los años '50 Claude Lévi Strauss (1908-2009)-, Pasolini escribió un artículo titulado "Il calcio é un linguaggio con i suoi poeti e prosatori (El fútbol es un lenguaje con sus poetas y prosistas). El mismo fue publicado por "Il Giorno" en su edición del 3 de enero de 1971, cuando estaban frescos aún los recuerdos de la final de la IX Copa Mundial de Fútbol que se había jugado en México y en la que Italia había sido vencida por Brasil por 4 a 1, en un encuentro que es considerado como uno de los mejores en la historia del fútbol. El ensayo formó parte de la obra "Saggi sulla letteratura e sull'arte" (Ensayos sobre literatura y arte) que se publicó en 1999 y que incluía también críticas sobre las obras de Jean Calvino (1509-1564), Michelangelo Caravaggio (1571-1610), Johann Sebastian Bach (1685-1750) y Pietro Longhi (1701-1785) entre muchos otros. El artículo de marras dice así:

En el debate sobre los problemas lingüísticos que artificialmente distancian a literatos de periodistas y a periodistas de futbolistas, fui preguntado por un atento periodista, para el "L'Europeo": pero en la rotativa mis respuestas han resultado un poco reducidas y flojas (¡debido a las exigencias periodísticas!). Como el tema me gusta, desearía retomarlo con un poco de calma y con la plena responsabilidad de lo que digo.
¿Qué es una lengua? Un sistema de signos, responde, de la manera más exacta hoy, un semiólogo. Pero ese "sistema de signos" no es sólo y necesariamente una lengua escrito-hablada (ésta que usamos aquí ahora, yo escribiendo y tú, lector, leyendo). Los "sistemas de signos" pueden ser muchos. Pongamos un caso: yo y tú, lector, nos encontramos en una habitación donde están presentes también Ghirelli y Brera, y tú quieres decirme de Ghirelli algo que Brera no debe escuchar. Entonces no puedes hablarme por medio del sistema de signos verbales, debes adoptar forzosamente otro sistema de signos: por ejemplo, el de la mímica. Entonces empiezas a gesticular con los ojos y la boca, a agitar las manos, a hacer movimientos con los pies, etcétera. Eres el "cifrador" de un discurso "mímico" que yo descifro: eso significa que tenemos en común un código "italiano" de un sistema de signos mímico.
Otro sistema de signos no verbal es el de la pintura; o el del cine; o el de la moda (objeto de estudios de un maestro en este campo, Roland Barthes), etcétera. El juego del fútbol es un "sistema de signos"; es decir, una lengua, aunque no verbal. ¿Por qué hago este discurso -que quiero continuar esquemáticamente después-? Porque la discusión que enfrenta el lenguaje de los literatos con el de los periodistas es falsa. Y el problema es otro. Veamos. Cada lengua (sistema de signos escritos-hablados) posee un código general. Pongamos el italiano: yo y tú, lector, al usar este sistema de signos, nos comprendemos, porque el italiano es nuestro patrimonio común, "una moneda de cambio". Sin embargo, cada lengua está articulada en varias sublenguas, de las que cada una posee un subcódigo: así pues, los italianos médicos se comprenden entre sí -cuando hablan su jerga especializada- porque cada uno de ellos conoce el subcódigo de la lengua médica; los italianos teólogos se comprenden entre ellos porque poseen el subcódigo de la jerga teológica, etcétera. También la lengua literaria es una lengua jergal que posee un subcódigo (en poesía, por ejemplo, en vez de decir "esperanza" se puede decir "espeme", pero ninguno de nosotros se sorprende de esta cosa extraña, porque todos sabemos que el subcódigo de la lengua literaria italiana requiere y admite que en poesía se usen latinismos, arcaísmos, palabras apocopadas, etcétera).
El periodismo no es más una rama menor de la lengua literaria: para comprenderlo nosotros nos valemos de una especie de sub-subcódigo. En pocas palabras, los periodistas no son más que unos escritores que, para vulgarizar y simplificar conceptos y representaciones, se valen de un código literario, digamos -por permanecer en el ámbito deportivo- de serie B. También el lenguaje de Brera es de serie B respecto al lenguaje de Carlo Emilio Gadda y de Gianfranco Contini. Y el de Brera es, quizá, el caso más noblemente cualificado del periodismo deportivo italiano. Por lo tanto, no existe conflicto "real" entre escritura literaria y escritura periodística: es esta segunda la que, siendo servil como ha sido siempre, y enaltecida ahora por su empleo en la cultura de masas (¡que no es popular!), tiene pretensiones un poco soberbias, de advenedizo. Pero pasemos al fútbol.
El fútbol es un sistema de signos, o sea un lenguaje. Tiene todas las características fundamentales del lenguaje por excelencia, el que nosotros nos planteamos en seguida como término de confrontación, o sea el lenguaje escrito-hablado. De hecho, las "palabras" del lenguaje del fútbol se forman exactamente igual que las palabras del lenguaje escrito-hablado. Ahora bien, ¿cómo se forman estas últimas? Se forman a través de la llamada "doble articulación", o sea a través de las infinitas combinaciones de los fonemas que son, en italiano, las veintiún letras del alfabeto. Los fonemas, por tanto, son las "unidades mínimas" de la lengua escrito-hablada. ¿Queremos divertirnos definiendo la unidad mínima de la lengua del fútbol? Veamos: "Un hombre que usa los pies para patear un balón" es tal unidad mínima: tal "podema" (si queremos seguir divirtiéndonos). Las infinitas posibilidades de combinación de los "podemas" forman las "palabras futbolísticas", y el conjunto de las "palabras futbolísticas" forma un discurso, regulado por auténticas normas sintácticas. Los "podemas" son veintidós (casi igual que los fonemas), las "palabras futbolísticas" son potencialmente infinitas, porque infinitas son las posibilidades de combinación de los "podemas" (en la práctica, los pases de balón entre jugador y jugador); la sintaxis se expresa en el "partido", que es un auténtico discurso dramático.
Los cifradores de este lenguaje son los jugadores, nosotros, en las gradas, somos los descifradores: así pues, poseemos en común un código. Quien no conoce el código del fútbol no entiende el significado de sus palabras (los pases) ni el sentido de su discurso (un conjunto de pases). No soy ni Roland Barthes ni Greimas, pero como aficionado, si quisiera, podría escribir un ensayo mucho más convincente que esta mención, sobre la "lengua del fútbol". Pienso, además, que se podría escribir también un bonito ensayo titulado "Propp aplicado al fútbol", porque, naturalmente, como toda lengua, el fútbol tiene su momento puramente "instrumental", rigurosa y abstractamente regulado por el código, y su momento "expresivo".
En efecto, antes he dicho que toda lengua se articula en varias sublenguas, cada una de las cuales posee un subcódigo. Pues bien, en la lengua del fútbol se pueden hacer también distinciones de este tipo: también el fútbol posee unos subcódigos, desde el momento que, de ser puramente instrumental, pasa a convertirse en expresivo. Puede haber un fútbol como lenguaje fundamentalmente prosístico y un fútbol como lenguaje fundamentalmente poético. Para explicarme, pondré -anticipando las conclusiones- algunos ejemplos: Bulgarelli juega un fútbol en prosa: él es un "prosista realista". Riva juega un fútbol en poesía: él es un "poeta realista". Corso juega un fútbol en poesía, pero no es un "poeta realista": es un poeta un poco maldito, extravagante. Rivera juega un fútbol en prosa, pero la suya es una prosa poética, de Elzevir. También Mazzola es un "elzeviriano", que podría escribir en el "Corriere della Sera", pero es más poeta que Rivera: de vez en cuando él interrumpe la prosa e inventa en seguida dos versos fulgurantes.
Quiero aclarar que entre la prosa y la poesía no hacemos distinción de valor; la mía es una distinción puramente técnica. Sin embargo, entendámonos: la literatura italiana, sobre todo la reciente, es la literatura de los Elzevir: ellos son elegantes y extremadamente estetizantes, su fondo es casi siempre conservador y un poco provinciano... en fin, democristiano. Entre todos los lenguajes que se hablan en un país, incluso los más jergales y difíciles, hay un terreno común que es la cultura de ese país: su actualidad histórica. Así, precisamente por razones de cultura y de historia, el fútbol de algunos pueblos es fundamentalmente en prosa; prosa realista o prosa estetizante (este último es el caso de Italia), mientras que el fútbol de otros pueblos es fundamentalmente en poesía.
En el fútbol hay momentos que son exclusivamente poéticos: se trata de los momentos del gol. Cada gol es siempre una invención, es siempre una perturbación del código: todo gol es ineluctabilidad, fulguración, estupor, irreversibilidad. Precisamente como la palabra poética. El máximo goleador de un campeonato es siempre el mejor poeta del año. En este momento lo es Savoldi. El fútbol que expresa más goles es el fútbol más poético. También la gambeta es de por sí poética (aunque no siempre como la acción del gol). De hecho, el sueño de todo jugador (compartido por todo espectador) es salir del centro del campo, gambetear a todos y marcar. Si, dentro de los límites permitidos, se puede imaginar en el fútbol una cosa sublime, es precisamente ésta. Pero no sucede jamás. Es un sueño que he visto realizado sólo en "I due maghi del pallone" (Los dos magos del balón), la película de Franco Franchi que, aunque sea a nivel rústico, ha conseguido ser perfectamente onírico.
¿Quiénes son los mejores gambeteadores del mundo y los mejores goleadores? Los brasileños. Por lo tanto, su fútbol es un fútbol de poesía: de hecho, en él todo está basado en la gambeta y en el gol. El "catenaccio" (encadenado) y la triangulación (que Brera llama geometría) es un fútbol de prosa: en efecto, está basado en la sintaxis, o sea en el juego colectivo y organizado: es decir, en la ejecución razonada del código. Su único momento poético es el contraataque, con el gol añadido (que, como hemos visto, no puede más que ser poético). En definitiva, el momento poético del fútbol parece ser (como siempre) el momento individualista (gambeta y gol; o pase inspirado). El fútbol en prosa es el del llamado sistema (el fútbol europeo). Su esquema es el siguiente:



El gol, en este esquema, está encomendado a la conclusión, a ser posible de un "poeta realista" como Riva, pero debe derivar de una organización de juego colectivo, basado en una serie de pases geométricos ejecutados según las reglas del código (Rivera en esto es perfecto: a Brera no le gusta porque se trata de una perfección un poco estetizante y no realista, como en los centrocampistas ingleses o alemanes).
El fútbol en poesía es el del fútbol latinoamericano. Su esquema es el siguiente:


Esquema que para ser realizado debe requerir una capacidad monstruosa de gambetear (cosa que en Europa es repudiada en nombre de la "prosa colectiva") y el gol puede ser inventado por cualquiera y desde cualquier posición. Si gambeta y gol son los momentos individualistas-poéticos del fútbol, es por eso que el fútbol brasileño es un fútbol de poesía. Sin hacer distinción de valor, sino en sentido puramente técnico, en México la prosa estetizante italiana ha sido vencida por la poesía brasileña.

sabato 17 novembre 2012

Pasolini, "quanto s'infuriava se non gli passavamo la palla"

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Vincenzo Cerami

Pasolini, "quanto s'infuriava
se non gli passavamo la palla" 
di Vincenzo Cerami, "Il Messaggero", 19 marzo 2012

Quello che segue è l'ennesimo articolo-fotocopia che Vincenzo Cerami (nientemeno che "ministro della cultura" nel governo-ombra del Pd di qualche anno fa) riscrive a uso e consumo del "Messaggero" e dei suoi sfortunati lettori.

Ho avuto Pier Paolo Pasolini come insegnante di Lettere alle scuole medie, dalla prima al secondo trimestre della terza, quando venne a sostituirlo il cugino Nico Naldini, anche lui poeta. Siamo nei primi anni Cinquanta, quando la terra italiana ha ancora la faccia di mille anni prima. La scuola, un minuscolo istituto privato, stava a Ciampino, non lontano dalla chiesa ed era intitolata a Francesco Petrarca.

La gestiva una giovane coppia di insegnanti, marito e moglie, Anna e Gennaro Gullotta. Dalle finestre della nostra classe potevamo intravedere, tra le piccole case, alcune in vago stile liberty, la grande costruzione del Sacro Cuore di Gesù, un ex collegio distrutto dai bombardamenti e popolato di sfollati, quasi tutti provenienti da Cassino, dalle zone disastrate dalla guerra e dalla miseria. Nel taglio dei nostri sfilatini, le mamme mettevano la pastasciutta avanzata la domenica, oppure olio e sale.

Malgrado tanti stenti non mancavano l’allegria e la speranza del futuro. L’aeroporto di Ciampino era internazionale e dalle recinzioni in ferro spinato potevamo ammirare i progressi dell’aeronautica. Nel giro di pochi anni ho visto apparire e scomparire i Dakota, i Vampire, i Constellation, fino all’irruzione dei turboelica, degli F84, del Comet (primo aereo di linea a reazione). Tutti segnali che dicevano a noi ragazzini con le scarpe bucate e le magliette tinte, che si poteva guardare avanti con fiducia. Infatti molti dei miei amici di classe non facevano in tempo ad iscriversi alle superiori che venivano chiamati a lavorare dalle aziende o anche dalle compagnie aeree.

Proseguivano gli studi i più sfortunati o i figli dei piccoli borghesi che puntavano a salire la scala sociale in grazia del pezzo di carta. In quell’eremo campagnolo, tra macerie e crateri aperti dalle bombe, a 14 chilometri da Roma, paracadutato dal Friuli, il destino ha fatto arrivare un professore di 29 anni, a insegnare italiano, latino, storia e geografia, povero come noi, malgrado l’obbligo di giacca e cravatta, non importa se sgualcite e consumate. Solo che aveva una voce dolcissima e un sorriso timido, e, al contrario degli altri insegnanti, sapeva dare calci al pallone come un professionista. Era maestro anche nei tiri in porta, sempre di collo pieno.

La prima cosa che abbiamo scoperto è che il Friuli stava in Italia. E poi che a scuola si va per diventare grandi insieme. Conoscersi era per Pasolini il passo necessario alla scoperta del mondo. Quando, in un mio momento difficile, gli chiesi: «Scusi, professore, ma cosa dovrò fare per stare bene nella vita», lui, dopo un attimo, mi rispose: «Basta che non fai quello che fanno tutti!». Fu per me la frase meno ideologica che abbia mai ascoltato. Ogni suo alunno era un portatore di Sapere, è da lì che ci faceva compiere i primi passi nel lungo cammino scolastico: per Pasolini eravamo una somma di individualità diverse e non una semplice somma.

La scuola doveva renderci tutti diversi e non tutti uguali. Nei temi liberi che dava come compito a casa ci chiedeva di parlare della realtà, della nostra realtà. Ci chiedeva di raccontare la nostra vita, perché la vedessimo e, perché no, la correggessimo. Faceva studiare, accanto a Dante e Petrarca, i poeti allora quarantenni, come Attilio Bertolucci, Sandro Penna, Alfonso Gatto, Giuseppe Ungaretti, Giorgio Caproni, e molti altri. Così la parola dei poeti finiva per essere la nostra voce, e la loro lingua la nostra lingua. Non separava troppo le materie, studiando latino scoprivamo l’italiano e con l’italiano la geografia, le regioni d’Italia e la loro storia, la nostra più profonda identità. Per quasi tre anni, insieme con i miei compagni di classe abbiamo avuto un professore che ci stava formando, liberandoci dalla vacuità delle piccole mitologie per proporci una visione più vasta e complessa dell’universo.

Che io ricordi, tutti i suoi allievi hanno avuto un avvenire soddisfacente e sereno, nei limiti delle fatalità del vivere. La generosità del nostro professore è evidente nelle sue scelte d’artista, che hanno tutte in comune quella vocazione pedagogica che gli ha permesso di osservare l’Italia cambiare volto ogni giorno. La osservava con animo appassionato e filologico già prima che ideologico. Non è un caso che fu bistrattato, aggredito e incompreso sia dalla destra che dalla sinistra.

Noi suoi studenti scoprimmo più tardi che il nostro professore, che abbiamo amato così tanto, faceva scelte coraggiose e provocatorie, al limite dello scandalo in un’Italia insieme bacchettona e resa ciecamente euforica dal consumismo. Nessuno voleva vedere l’anomia e l’omologazione che stavano invadendo, fin dentro le anime, il nostro paese. Il popolo semplice, eternamente vivente fuori della storia, si stava imbarbarendo. E ad uccidere il nostro professore è stata proprio la barbarie. La nostra storia è ricca di poeti civili, a cominciare da Sordello, Dante, Petrarca, Guittone d’Arezzo, Leopardi… di artisti che non hanno mai disgiunto il benessere del loro paese da quello dell’individuo: non si può essere felici in una terra infelice. Per questo all’Italia essi hanno dedicato molti versi, come ha fatto Pier Paolo Pasolini e perfino il mite Caproni nella sua opera postuma Res amissa (Da un pezzo me ne sono accorto./ La ragione è sempre/ dalla parte del torto).

Il nostro giovane professore di Lettere, capitato a Campino per le vie oscure del fato, è stato il più grande poeta civile del Novecento. Ma noi lo ricordiamo quando andava su tutte le furie se non gli passavamo la palla nelle partitelle all’aperto durante il quarto d’ora di ricreazione.



@Eretico e Corsaro - Le Pagine Corsare

Curatore, Bruno Esposito

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