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mercoledì 13 agosto 2025

LIED, un racconto di Pier Paolo Pasolini - L'approdo, anno III, numero 2, aprile/giugno 1954 - da pag. 6 a pag. 9

"Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


LIED
un racconto di Pier Paolo Pasolini


L'approdo
anno III
numero 2
aprile/giugno 1954
da pag. 6 a pag. 9

( © trascrizione da cartaceo curata da Bruno Esposito )

Premessa di "Le pagine corsare" 

(di seguito, il racconto)

Se si pensa ormai di conoscere tutto o quasi dell'immensa produzione letteraria di Pasolini, si cade facilmente in errore: ecco un racconto non inedito, perché è già stato pubblicato dalla rivista di lettere ed arti "L'Approdo" nel 1954, ma sconosciuto ai più, considerato che non fa parte di alcun volume dedicato alla narrativa del Poeta, né di alcuna antologia. È un gioiellino incastonato nella realtà contadina friulana con i suoi suoni, colori, sapori, che acquista consistenza in un humus letterario in cui si alimenta uno stile di scrittura perfettamente aderente alle situazioni di vita vissuta, mai avulse dalla storia intima, semplice, cadenzata dai rituali consueti che scandiscono le stagioni naturali come l'esistenza dei protagonisti del racconto.

Il titolo è sicuramente di natura sonora, "Lied", che dal tedesco significa "canzone" : e il racconto è pervaso da un continuo vociare, dai rintocchi delle campane che sembrano richiamarsi da un paese all'altro, dal coro finale cantato in chiesa.
Eppure è un racconto che ha lasciato perplessi me e l'amico Bruno Esposito, perché non emergeva subito il suo contesto, a parte che fosse di argomento friulano, per collegarlo ad una fase della produzione narrativa pasoliniana.
Ne è nato un simpatico "dialoghetto" contemporaneamente ad una ricerca immediata, in seguito a nostre intuizioni, che speriamo abbia sortito dei risultati positivi. I nostri amici lettori possono naturalmente esprimere le loro opinioni a tal proposito:

Maria Vittoria Chiarelli

 

Bruno: "Sai qualcosa del suo racconto Lied"?
Maria Vittoria Chiarelli: "Ho letto qualcosa di simile, non mi è nuovo nuovo il titolo, può darsi che l'ho visto da qualche parte...ora controllo, Bruno!"
( Vedo l'anteprima del post ).
 
Maria Vittoria Chiarelli"Periodo friulano, quindi!
Bruno: "1954"
Maria Vittoria Chiarelli: "Come argomento, intendevo"
Bruno: "Sì. Tra un po' lo posto".
Maria Vittoria Chiarelli: "Allora , Bruno: tra i testi che ho attualmente non ho trovato questo racconto.
La data di pubblicazione è del 1954: non si trova nei volumi dei Romanzi e Racconti curati da Siti, ho controllato.
Può darsi che sia citato in qualche saggio...Volevi notizie per una maggiore contestualizzazione?
Maria Vittoria Chiarelli: " La famiglia dei Faedis è de "Il sogno di una cosa": non è che è un racconto interno al romanzo?"
Bruno: "Vedo".
Bruno: "No"
Maria Vittoria Chiarelli: "C'è la presenza di Nisiuti e potrebbe far parte di Atti Impuri!"
Bruno: "Vedo"
Bruno: "No"
Maria Vittoria Chiarelli: "Bruno, c'è la figlia dei Faedis, Ilde, che è presente in "Il sogno di una cosa"!"
Bruno: "Controllo tutte le parole".
Maria Vittoria Chiarelli: "Se troviamo pure Leonina, allora può darsi che sia un racconto che Pasolini aveva conservato e che per il romanzo ha rimaneggiato. Può darsi che i personaggi siano quelli, ma i racconti diversi: tipico di Pier Paolo fare di questi travasi!"
Bruno: " La parola Lied nel Sogno non c'è".
Maria Vittoria Chiarelli: " Ne "Il sogno di una cosa" compare anche Nisiuti, che si era fatto ormai giovincello!"
Bruno: "Mah, sarà un racconto dimenticato".
Bruno: "Se lui ha dato questo titolo, ( Lied ) significa qualcosa... ma adesso faccio un'analisi di tutte le parole".
Maria Vittoria Chiarelli: Sarebbe il caso di rileggere Il sogno: sono convinta che il periodo è quello della composizione del romanzo. Può darsi che il racconto a sé stante, faccia parte dello stesso materiale del romanzo, ma Pasolini ha ritenuto opportuno non inserirlo. Ma lo stile e i personaggi sono quelli..."
Bruno: "Leonina nel Sogno non c'è".
Bruno: "La località Arzene, non c'è.
Che lo spunto sia simile, sembra evidente..."
Bruno: "Ho un formato digitale un po' speciale del Sogno e con "trova parole", faccio in fretta a fare ricerche".
Maria Vittoria Chiarelli: Infatti...quindi solo Ilde e Nisiuti...Lo stile è quello del romanzo, però. Credo che il racconto sia stato scritto con l'intento di inserirlo nel romanzo, ma poi Pasolini si è accorto che lo scopo comunicativo del romanzo era indirizzato verso un'altra direzione e così non l'ha più considerato. L'ha poi pubblicato come racconto autonomo sull'Approdo".
Bruno: "E pare che nessuno se ne sia accorto".
Maria Vittoria Chiarelli: "Sull'Approdo non c'è nessuna introduzione, vero?"
Bruno: "No, sono tre racconti di tre autori diversi".
Maria Vittoria Chiarelli: " Voglio dire: non c'è alcuna introduzione al racconto di Pasolini?"
Bruno: "No! A mio avviso gli è stato richiesto e lo ha buttato giù in fretta..."
Maria Vittoria Chiarelli: " No, Bruno! Era meticoloso Pier Paolo! Se non era convinto della perfezione formale, non dava nulla! Ne sanno qualcosa gli intervistatori!
Per la questione della parola Lied: è un canto, infatti il racconto termina con un canto corale!"
Bruno: "Non parlo della forma..."
Maria Vittoria Chiarelli: "Del contenuto? È da leggerlo con attenzione, ma io respiro la stessa aria del Sogno!
Possiamo anche porre la questione agli amici lettori : secondo voi a quale periodo può essere ricollegato questo racconto? Rimanda ad altre opere per caratteristiche stilistiche, scelte lessicali...e soprattutto perché Pasolini avrebbe scelto di non inserirlo in un'opera più ampia?
Quale compiutezza esprime, se si può definire qualcosa di compiuto?"
Bruno: "A me viene in mente una poesia che ha lo stesso titolo":

Lied


Sotto i pioppi una vecchina
si muove nell'ultima luce,
lontana dal paese,
a raccogliere sterpi.
Che Domenica tranquilla!

L'alba la vedrà,
piegata con quella fascina,
sul suo sperduto fuocherello:
ultimi giorni incantati
di un vivere sconosciuto.

Bruno: "Lied, una poesia in friulano tratta da "La meglio gioventù" (1954)".
"Quindi, il racconto è ispirato alla poesia".
Maria Vittoria Chiarelli: "Sì, la rileggerò attentamente! Volevo chiarire meglio il significato di Lied! "
Bruno: "Canzone".
Maria Vittoria Chiarelli: "Spesso le vicende contadine sono accompagnate da canti...
C'è anche un suo dipinto Campagna casarsese ,del 1947 , che rimanda moltissimo al racconto, come tutti gli altri paesaggi campestri, e come anche le fotografie di Elio Ciol, che aveva compreso perfettamente l'essenza estetica di Casarsa e il mondo poetico di Pasolini : evocativa la foto che ritrae una vecchina in fondo ad una stradina di campagna, alle prime luci dell'alba o al tramonto...È indefinibile!"
Ecco perché parlo di arte totale in Pasolini: si rileva una fortissima impronta figurativa nei suoi scritti.
È un suono...una lingua...una luce..."
Bruno: "È una parola tedesca, che si diffuse in Friuli a partire dal XV secolo - canzone".
Maria Vittoria Chiarelli: "Perfetto. Anche "Il sogno di una cosa" è pieno di suoni...di canti..."


PIER PAOLO PASOLINI
 
Lied 


   Era stato segato l'ultimo fieno, erano stati raccolti i cartocci di granoturco e arati
i campi. Ormai non restava che tagliare le canne, o fare qualche piccolo lavoro 
per cui c'era tempo. Cosi nell'aria spoglia, ormai gelida in qualche ora, la casa 
risuonava di voci sgolate o scontente, di frasi rimandate dagli stanzoni della cantina ai solai pieni di mucchi arancione di granoturco, di foglie di tabacco appese ai fili di ferrò, di pomi allineati nei graticci dei bachi e uva distesa ad appassire.
 
   Ognuno, nella famiglia, aveva la sua frutta da parte: su cui i giovani esercitavano una sospettosa sorveglianza, contando il numero dei pomi o dei grappoli quasi ogni sera, ma mentre Leonina, la più bella dei Faedis, e soprattutto Ilde, durante il conto, sapevano resistere alla tentazione, magari morendo dalla voglia di mangiare almeno un grappolo d'uva, i maschi ai primi di novembre avevano già finito tutto: ed era molto se per il giorno dei morti avevano avanzato una mela ruggine e gelata. 
   Da allora cominciavano le discussioni setali tra i maschi e le femmine, a cui facevano da sfondo, allegramente, i rimproveri dei vecchi. 

   Leonina e la Ilde tornavano fresche e accaldate dalla latteria, mettevano dietro la nappa con gran fragore i bidoni del latte e correvano su nel solaio, dove le donne sgranocchiavano le pannocchie coi cesti tra le gonne nere, a controllare la frutta. Subito si sentiva il grido della Ilde: « Mari, mari! » (Madre, madre'), e le sue acute rimostranze; i colpevoli stavano giù, nel cortile, a lavarsi dopo aver abbeverato i vitelli, o il puledro, che era il loro favorito. 

   Nesto col petto nudo e con un piede posato sull'orlo della vasca, luccicava tutto di acqua gelida, mentre Nisiuti pompava appoggiandosi con tutte due le mani al manico e saltando sul fango. Poi Nesto entrava in cucina ad asciugarsi e a pettinarsi davanti alla vetrina delle fotografie; cosi sentiva venire dall'alto le grida della Ilde, si faceva sotto la rampa delle scale di legno grezzo, odorose di varecchina e gridava: « Povera stupida », benché però subito lo mettesse a tacere dall'alto la voce della madre, che dava come sempre ragione alle figlie. 

   Per tutta la serata continuava, a tratti, la discussione, lasciata e ripresa, accanita o allegra; vi si aggiungevano i cugini tornati dalla vigna, con le tute azzurre di solfato, mentre si facevano pompare anch'essi l'acqua da Nisiuti, che era il più piccolo. Tutto questo però non toglieva che a Natale, e addirittura a Pasqua, la Leonina, la Ilde e le cugine, scendessero giù dalle scale con un grappolo d'uva in mano, o una mela, facendo invidia ai maschi. 
 
 Mentre d'estate le cene erano calme, poiché, dopo aver ricevuto la sua parte, ognuno se ne andava col piatto sulle ginocchia, chi sulla soglia, chi sulla scala del ballatoio, chi sulla pietra del focolare, ora, coi primi geli di novembre, dovendo stiparsi tutti venti in cucina, alla lunga tavola, con la debole lampada elettrica abbagliata dal riverbero del focolare, cadevano in un aperto e intrattenuto disordine. 

E veniva buio presto: quando suonavano da Arzene le campane dell'Angelus la campagna era ormai deserta e i fuochi delle cene scintillavano sui vecchi gradini delle soglie. Ai colpi isolati, morti e sonori che annunciavano la funzione serale, tutta la casa dei Faedis rintronava, benché fosse lontana più di due chilometri dal paese: ma tra la Bassa, vuota e fresca sotto le prime stelle, e il cerchio delle Prealpi, l'aria era cosi pura che vi si propagavano anche i rintocchi delle campane più lontane: quelle gemelle di Valvasone, quelle, acute e vocianti, di San Lorenzo, quelle già lontanissime e straniere di Casarsa... 

   Nella casa dei Faedis allora si alzavano le solite voci. « Muovetevi che i ragazzi son già andati avanti » gridavano le vecchie dalla cucina. « Si, sì, tacete » rispondevano dalla camera di Leonina le ragazze. 

   Nesto, Nisiuti gli altri infatti si incamminavano sempre per primi verso il borgo, dopo essersi lavati e Pettinati e aver infilato un paio di calzoni, che non erano proprio quelli della festa, benché più puliti dei calzoni che avevano indossato tutta la giornata per lavorare. 

   Anche le ragazze erano a cambiarsi, ma naturalmente ci mettevano di più. Sull'ultimo colpo della campana si era già rinchiuso da un pò il silenzio dei campi, quando finalmente esse uscivano dal cancello in fondo al cortile, sulla strada, tenendosi a braccetto e camminando in fretta. 

   Tacevano saggiamente. Solo in vista delle prime case del borgo, Cesira, la più anziana delle cugine, già fidanzata con un ragazzo di Rauscedo — dalla qual cosa, fonte di riso per le più giovani, si sentiva in fondo accresciuta in dignità e in sapere, e salita al grado di protettrice delle altre — gridò allegramente, vedendo verso la piazza un gruppo di giovani appoggiati alle loro biciclette: « Tacete, bambine, ecco Sigi! » « Che cosa ti importa? » fece subito Leonina, stringendo con maggiore dignità la veletta nera che teneva piegata in mano; ma le altre, senza badare alla sua indifferenza, cominciarono a camminare più impettite, più .strette a braccetto fra loro, benché non sapessero poi trattenere qualche gesto impetuoso che rivelava la loro curiosità, la loro emozione, e insieme la non dimenticata consegna di ignorare qualsiasi cosa che non avesse attinenza con la funzione del Venerdì: per la quale ormai la chiesa, là in fondo al terrapieno, aveva le fessure tutte lucenti del chiarore dei ceri. 

   Esse vi si dirigevano diritte, tanto più che sul prato del terrapieno, attorno al muricciolo, erano radunati con gli altri ragazzi cattolici i loro cugini e fratelli. Ma, alla svolta della strada, davanti al grosso portone tarlato del cinema, dove sul fango luccicante erano raccolti i giovanotti con le loro biciclette, non c'era dubbio che qualcosa doveva accadere. « Ecco quelle dei Faedis! » gridò ironico un giovincello di Sassonia. 

Pier Paolo Pasolini




@Eretico e Corsaro - Le Pagine Corsare


Curatore, Bruno Esposito

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