"Le pagine corsare "
dedicate a Pier Paolo Pasolini
Eretico e Corsaro
Pier Paolo Pasolini
Saluto e augurio
La nuova gioventù
Einaudi
17 maggio 1975"
Saluto e augurio conclude la raccolta "La nuova gioventù" (1975), pubblicata pochi mesi prima della morte di Pasolini, ed è posizionata come testo di commiato, vero testamento poetico e civile. La raccolta fu pensata come rielaborazione e attualizzazione della sua primissima stagione: la Mejô jovuêt (La meglio gioventù, 1954), esordio poetico in dialetto friulano, luogo delle sue radici affettive e linguistiche.
Il titolo riecheggia la canzone alpina “La meglio gioventù che va sot’tera”, evocando insieme la perdita, la sconfitta e la memoria della gioventù sacrificata prima dalla guerra e ora dal neocapitalismo e dall’omologazione sociale.
Saluto e augurio si presenta come una dichiarata “ultima poesia in friulano”, indirizzata, paradossalmente, non ai compagni, ai giovani di sinistra, ma a un “fascista giovane”, scelto come interlocutore del suo discorso testamentario. Il testo si apre con una forte dichiarazione autobiografica ed epigonica: “È quasi sicuro che questa è la mia ultima poesia in friulano; e voglio parlare a un fascista, prima che io, o lui, siamo troppo lontani”.
L’interlocutore è descritto minuziosamente: un giovane borghese di città, alto, con gli occhiali, vestito grigio, capelli corti, appassionato di studi classici, rifiutato dagli studenti contestatori di sinistra. È lui il destinatario di una serie di precetti sulla tradizione, la difesa della memoria contadina, il valore della ritualità e della preghiera, ma anche sull’amore per i poveri, l’esclusione sociale, la resistenza della diversità.
Il discorso è organizzato come una sorta di decalogo, una raccolta di precetti e ammonimenti rivolti a chi, pur avversario irriducibile, rappresenta comunque la gioventù futura.
La tecnica retorica impiegata da Pasolini è quella del discorso-socratico: il poeta si pone come Socrate rivolto a Fedro. La scelta di Fedro, il giovane colto ma ingenuo del dialogo platonico, intensifica la dimensione pedagogica e testamentaria. “Vieni qua, vieni qua, Fedro. Ascolta. Voglio farti un discorso che sembra un testamento…”.
La struttura del dialogo è, però, profondamente problematica: il poeta dichiara di non coltivare illusioni sulla sincerità o la libertà dell’interlocutore, “ma anche se sei morto, io ti parlerò”. Il discorso è così carico di consapevolezza della difficoltà, della quasi impossibilità del dialogo, ma la necessità di consegnare una lezione alle generazioni future, anche a chi non può o non vuole ascoltare, prevale sulla rassegnazione.
I precetti di Pasolini sono orientati dalla nostalgia di una comunità rurale e sacra: “Difendi i paletti di gelso, di ontano, in nome degli Dei, greci o cinesi. Muori d’amore per le vigne. Per i fichi negli orti… La confidenza col sole e con la pioggia, lo sai, è sapienza sacra. Difendi, conserva, prega!”.
Il poeta chiede al giovane di rimanere “nel sonno”, di non svegliarsi alla modernità (“che la tua camicia non sia nera, e neanche bruna. Taci! Che sia una camicia grigia, la camicia del sonno”), identificando la modernità come un processo di perdita e alienazione. Il grigio richiama la neutralità, ma anche uno stato intermedio tra morte e vita, tra sonno e veglia — la condizione necessaria per custodire la memoria.
Nel passaggio dalla campagna alla città, il discorso si trasforma: non basta più la sola devozione, occorre “la Chiesa”, ma che sia moderna, e soprattutto “occorrono i poveri”. La diversità, la resistenza popolare e dialettale, la volontà di restare esclusi dalla parola unificatrice (il “dialetto inventato ogni mattina per non farsi capire”), diventano valori universali.
Alla nuova gioventù viene chiesto di amare la marginalità, la diversità irriducibile di coloro che resistono alla scomparsa nella massa, difendendo i confini e la propria “allegria non spartita”.
Il bilancio finale del poeta è quello di chi si libera del peso del sapere per affidarlo alle nuove generazioni: “Prenditi tu questo peso, ragazzo che mi odi: portalo tu. Risplende nel cuore. E io camminerò leggero, andando avanti, scegliendo per sempre la vita, la gioventù”.
La trasmissione del sapere, il dono della rosa (come già in altre opere pasoliniane), la lezione di Socrate vecchio che affida la conoscenza a un allievo potenzialmente ostile, rappresentano l’ultimo gesto pedagogico, ma anche il compito doloroso di chi deve “stare al gioco a cui non è mai stato”, cioè accettare la legge imprevedibile del presente.
B.E.
Di seguito la poesia in friulano e la traduzione fatta da Pasolini, in italiano.
SALUTO E AUGURIO
A è quasi sigùr che chista
a è la me ultima poesia par furlàn;
e i vuèj parlàighi a un fassista
prima di essi (o ch’al sedi) massa lontàn.
Al è un fassista zòvin,
al varà vincia un, vincia doi àins:
al è nassùt ta un paìs,
e al è zut a scuela in sitàt.
Al è alt, cui ociàj, il vistìt
gris, i ciavièj curs:
quand ch’al scumìnsia a parlàmi
i crot ch’a no’l savedi nuja di politica
e ch’al serci doma di difindi il latìn
e il grec, cuntra di me; no savìnt
se ch’i ami il latin, il grec – e i ciavièj curs.
Lu vuardi, al è alt e gris coma un alpìn.
«Ven cà, ven cà, Fedro.
Scolta. I vuèj fati un discors
ch’al somèa a un testamìnt.
Ma recuàrditi, i no mi fai ilusiòns
su di te: jo i sai ben, i lu sai,
ch’i no ti às, e no ti vòus vèilu,
un còur lìbar, e i no ti pos essi sinsèir:
ma encia si ti sos un muàrt, ti parlarài.
Difìnt i palès di moràr o aunàr,
in nomp dai Dius, grecs o sinèis.
Mòur di amòur par li vignis.
E i fics tai ors. I socs, i stecs.
Il ciaf dai to cunpàins, tosàt.
Difìnt i ciamps tra il paìs
e la campagna, cu li so panolis,
li vas’cis dal ledàn. Difìnt il prat
tra l’ultima ciasa dal paìs e la roja.
I ciasàj a somèjn a Glìsiis:
giolt di chista idea, tènla tal còur.
La confidensa cu’l soreli e cu’ la ploja,
ti lu sas, a è sapiensa santa.
Difìnt, conserva, prea! La Repùblica
a è drenti, tal cuàrp da la mari.
I paris a àn serciàt, e tornàt a sercià
di cà e di là, nassìnt, murìnt,
cambiànt: ma son dutis robis dal passàt.
Vuei: difindi, conservà, preà. Tas:
la to ciamesa ch’a no sedi
nera, e nencia bruna. Tas! Ch’a sedi
’na ciamesa grisa. La ciamesa dal siùn.
Odia chej ch’a volin dismòvisi
e dismintiàssi da li Paschis...
Duncia, fantàt dai cialsìns di muàrt,
i ti ài dita se ch’a volin i Dius
dai ciamps. Là ch’i ti sos nassùt.
Là che da frut i ti às imparàt
i so Comandamìns. Ma in Sitàt?
Scolta. Là Crist a no’l basta.
A coventa la Glìsia: ma ch’a sedi
moderna. E a coventin i puòrs.
Tu difìnt, conserva, prea:
ma ama i puòrs: ama la so diversitàt.
Ama la so voja di vivi bessòj
tal so mond, tra pras e palàs
là ch’a no rivi la peràula
dal nustri mond; ama il cunfìn
ch’a àn segnàt tra nu e lòur;
ama il so dialèt inventàt ogni matina,
par no fassi capì; par no spartì
cun nissùn la so ligrìa.
Ama il soreli di sitàt e la miseria
dai laris; ama la ciar da la mama tal fì.
Drenti dal nustri mond, dis
di no essi borghèis, ma un sant
o un soldàt: un sant sensa ignoransa,
un soldàt sensa violensa.
Puarta cun mans di sant o soldàt
l’intimitàt cu’l Re, Destra divina
ch’a è drenti di nu, tal siùn.
Crot tal borghèis vuàrb di onestàt,
encia s’a è ’na ilusiòn: parsè
che encia i paròns, a àn
i so paròns, a son fis di paris
ch’a stan da qualchi banda dal mond.
Basta che doma il sintimìnt
da la vita al sedi par duciu cunpàin:
il rest a no impuàrta, fantàt cun in man
il Libri sensa la Peràula.
Hic desinit cantus. Ciàpiti
tu, su li spalis, chistu zèit plen.
Jo i no pos, nissun no capirès
il scàndul. Un veciu al à rispièt
dal judissi dal mond; encia
s’a no ghi impuarta nuja. E al à rispièt
di se che lui al è tal mond. A ghi tocia
difindi i so sgnerfs indebulìs,
e stà al zòuc ch’a no’l à mai vulùt.
Ciàpiti su chistu pèis, fantàt ch’i ti mi odiis:
puàrtilu tu. Al lus tal còur. E io i ciaminarai
lizèir, zint avant, sielzìnt par sempri
la vita, la zoventùt.»
Traduzione in italiano, fatta dallo stesso Pasolini
È quasi sicuro che questa è la mia ultima poesia in friulano: e voglio parlare a un fascista, prima che io, o lui, siamo troppo lontani.
È un fascista giovane, avrà ventuno, ventidue anni: è nato in un paese e è andato a scuola in città.
È alto, con gli occhiali, il vestito grigio, i capelli corti: quando comincia a parlarmi, penso che non sappia niente di politica e che cerchi solo di difendere il latino e il greco contro di me; non sapendo quanto io ami il latino, il greco – e i capelli corti. Lo guardo, è alto e grigio come un alpino.
«Vieni qua, vieni qua, Fedro. Ascolta. Voglio farti un discorso che sembra un testamento. Ma ricordati, io non mi faccio illusioni su di te: io so, io so bene, che tu non hai, e non vuoi averlo, un cuore libero, e non puoi essere sincero: ma anche se sei un morto, io ti parlerò.
Difendi i paletti di gelso, di ontano, in nome degli Dei, greci o cinesi. Muori di amore per le vigne. Per i fichi negli orti. I ceppi, gli stecchi.
Per il capo tosato dei tuoi compagni. Difendi i campi tra il paese e la campagna, con le loro pannocchie, [le vasche del letame] abbandonate. Difendi il prato tra l’ultima casa del paese e la roggia. I casali assomigliano a Chiese: godi di questa idea, tienla nel cuore. La confidenza col sole e con la pioggia, lo sai, è sapienza santa. Difendi, conserva, prega! La Repubblica è dentro, nel corpo della madre. I padri hanno cercato e tornato a cercare di qua e di là, nascendo, morendo, cambiando: ma son tutte cose del passato. Oggi: difendere, conservare, pregare. Taci! Che la tua camicia non sia nera, e neanche bruna. Taci! Che sia una camicia grigia. La camicia del sonno. Odia quelli che vogliono svegliarsi, e dimenticarsi delle Pasque...
Dunque, ragazzo dai calzetti di morto, ti ho detto ciò che vogliono gli Dei dei campi. Là dove sei nato. Là dove da bambino hai imparato i loro Comandamenti. Ma in Città? [Ascolta.] Là Cristo non basta. Occorre la Chiesa: ma che sia moderna. E occorrono i poveri.
Tu difendi, conserva, prega: ma ama i poveri: ama la loro diversità. Ama la loro voglia di vivere soli nel loro mondo, tra prati e palazzi dove non arrivi la parola del nostro mondo; ama il confine che hanno segnato tra noi e loro; ama il loro dialetto inventato ogni mattina, per non farsi capire; per non condividere con nessuno la loro allegria. Ama il sole di città e la miseria dei ladri; ama la carne della mamma nel figlio.
Dentro il nostro mondo, dì di non essere borghese, ma un santo o un soldato: un santo senza ignoranza, un soldato senza violenza.
Porta con mani di santo o soldato l’intimità col Re, Destra divina che è dentro di noi, nel sonno. Credi nel borghese cieco di onestà, anche se è un’illusione: perché anche i padroni hanno i loro padroni, e sono figli di padri che stanno da qualche parte nel mondo.
È sufficiente che solo il sentimento della vita sia per tutti uguale: il resto non importa, giovane con in mano il Libro senza la Parola.
Hic desinit cantus. Prenditi tu, sulle spalle, questo fardello. Io non posso: nessuno ne capirebbe lo scandalo. Un vecchio ha rispetto del giudizio del mondo: anche se non gliene importa niente. E ha rispetto di ciò che egli è nel mondo. Deve difendere i suoi nervi, indeboliti, e stare al gioco a cui non è mai stato. Prenditi tu questo peso, ragazzo che mi odii: portalo tu. Risplende nel cuore. E io camminerò leggero, andando avanti, scegliendo per sempre la vita, la gioventù.»


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