Benvenuto/a nel mio blog

Benvenuto nel blog

Questo blog non ha alcuna finalità di "lucro".
Viene aggiornato di frequente e arricchito sempre di nuovi contenuti, anche se non in forma periodica.
Sono certo che navigando al suo interno potrai trovare ciò che cerchi.
Al momento sono presenti oltre 1700 post e molti altri ne verranno aggiunti.
Ti ringrazio per aver visitato il mio blog e di condividere con me la voglia di conoscere uno dei più grandi intellettuali del trascorso secolo.

mercoledì 4 febbraio 2026

Pier Paolo Pasolini, Biografia breve - 1975, Pasolini ultimo atto: Perchè siamo tutti in pericolo"

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Foto Pierre Putelli Eden © www giornaledibrescia it 

Pier Paolo Pasolini
Biografia breve
1975
Pasolini ultimo atto
Perchè siamo tutti in pericolo"


A questo link, trovi la Biografia breve completa: Biografia Breve-Le Pagine Corsare



Il 9 gennaio 1975, Pier Paolo Pasolini rilascia a Luisella Re un’intervista pubblicata su Stampa Sera dal titolo: "Il nudo e la rabbia". Pasolini si trova a Torino per una breve visita, durante la quale incontra i dirigenti della casa editrice Einaudi e partecipa alla proiezione del suo film Accattone.

Pasolini descrive la nudità non come mera provocazione estetica ma come evento simbolico che mette a nudo ipocrisie sociali. La nudità assoluta toglie mediazioni e costringe lo spettatore a confrontarsi con la realtà corporea e con il proprio senso di colpa o di esclusione. L’intervista scorre anche in una più ampia critica alla trasformazione della cultura italiana: omologazione, perdita di vitalità politica e anestetizzazione dei sensi, che per Pasolini sono segnali di decadenza.

L’idea del “nudo” come rivelazione e come atto che rompe artifici sociali. 

L’associazione tra nudità visibile e verità storica, cioè la capacità dell’arte di testimoniare condizioni umane scomode.

La rabbia come sintomo: non solo emozione individuale ma reazione collettiva a una verità che mette in crisi identità e ruoli.

Tono polemico e tagliente, con formule concise e immagini forti.

Uso frequente di contrasti (nudo/velato, verità/ipocrisia, vita/morte) per enfatizzare la frattura tra realtà e rappresentazione.

Il 10 gennaio, rilascia un’intervista  Lorenzo Mondo, su La Stampa, il 10 gennaio 1975, Pasolini parla apertamente del romanzo a cui sta lavorando, Petrolio, definendolo la sua “ultima opera”. Il romanzo, ancora incompiuto, viene presentato come un’opera estrema, sperimentale, e profondamente politica. Inoltre, nel corso della conversazione, Pasolini descrive la profonda crisi culturale e ideologica dell’Italia contemporanea, definendola “un luogo orribile”, specialmente per le nuove generazioni ormai prive di codici espressivi autentici. Annunciava la sua abiura dalla Trilogia della vita, segnando la chiusura di quella fase cinematografica e rilanciando un approccio più critico nei confronti della mercificazione culturale e del vitalismo popolare. Soffermandosi anche sul suo film Accattone, osserva come il dialetto romanesco e il sottoproletariato delle borgate – un tempo cuore pulsante del suo cinema – fossero ormai scomparsi, trasformando ciò che era originariamente una denuncia in un interrogativo storico e tragico. Parla del suo nuovo film: "S’intitolerà Salò e si svolgerà nei luoghi dell’infausta repubblica, tra cui Marzabotto. «L’idea mi è venuta da Le centoventi giornate di Sodoma, questa specie di sacra rappresentazione mostruosa, al limite della leggibilità." 

Il 19 gennaio esce sul «Corriere della Sera» l’articolo Sono contro l’aborto (Il coito, l’aborto, la falsa tolleranza del potere, il conformismo dei progressisti in Scritti corsari) - (uno degli articoli più controversi e intensi di Pier Paolo Pasolini).  Pasolini affronta il tema dell'aborto, con una posizione profondamente personale, che sfida sia la sinistra progressista sia il potere borghese. Definisce l’aborto come un “omicidio legalizzato”, non per motivi religiosi, ma per una visione etica. Secondo lui, la legalizzazione risponde a logiche di comodità e consumo, non a una vera emancipazione. Accusa la sinistra di aver abbandonato i valori autentici per inseguire il consenso. La sua è una denuncia del pensiero unico, della tolleranza apparente che nasconde nuove forme di repressione.

"Sono però traumatizzato dalla legalizzazione dell’aborto, perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio. Nei sogni, e nel comportamento quotidiano – cosa comune a tutti gli uomini – io vivo la mia vita prenatale, la mia felice immersione nelle acque materne: so che là io ero esistente. Mi limito a dir questo, perché, a proposito dell’aborto, ho cose più urgenti da dire. Che la vita sia sacra è ovvio: è un principio più forte ancora che ogni principio della democrazia, ed è inutile ripeterlo."

Ne scaturisce una lunga polemica tra intellettuali e non. Di seguito alcuni articoli:

..."Mi riferisco a un articolo uscito sul suo «Paese Sera», del 21 gennaio 1975, Le ceneri di Solgenitsin, che sarebbero poi le mie: a quanto pare, mi si vuole decisamente incenerito, se si tien conto anche dell’articolo di Eco, sul «Manifesto» dello stesso giorno, Le ceneri di Malthus, anch’esso riferentesi per interposta persona, alle mie ceneri. Son qui per cercar di risorgere ancora una volta, appunto dalle ceneri"...

Le posizioni di Pasolini anticipano quelli che diverranno alcuni dei grandi nodi polemici italiani dell’anno, tra cui il dibattito sull’aborto, l’omologazione e la crisi dell’intellettuale impegnato. La sua figura, già controversa, attira l’attenzione di stampa e opinione pubblica e si colloca subito all’interno dei conflitti più accesi della società civile.

    • Natalia Ginzburg, Aborto: la donna è sola - Corriere della Sera, Il 7 febbraio 1975
    • Lettera di Italo Calvino a Claudio Magris (sull'aborto) - Corriere della sera del 9 febbraio 1975
    • Pier Paolo Pasolini, Cani (Inedito) - Scritti corsari - Febbraio 1975
    • Pasolini, Non aver paura di avere un cuore - Corriere della sera, 10 marzo 1975,in cui ritorna sul dibattito scaturito dalla proposta di depenalizzare l’aborto e ne esplora gli aspetti più profondi legati alla responsabilità individuale.

    • Pasolini sostiene che l’aborto, pur affrontando i problemi concreti del concepimento, scatena forze oscure anteriori al coito stesso, mettendo in discussione il nostro eros e la naturalezza del rapporto sessuale. Denuncia poi l’atteggiamento di molti intellettuali e femministe che presentano l’aborto come dramma personale femminile, senza riconoscerne la dimensione più ampia di coscienza.Lo scrittore critica il fanatismo pro-abortista come semplice “giocattolo gratificante” per la pulsione di sentirsi progressisti e anticonformisti. Secondo lui, chi si arrocca in un abortismo incondizionato si giova di una retorica apocalittica che contraddice la società moderna, consumistica e permissiva.

Il 25 gennaio, per Epoca, pubblica Il distacco degli intellettuali (“L’ignoranza vaticana come paradigma dell’ignoranza della borghesia italiana”), dove attacca la Democrazia Cristiana quale espressione di una piccola borghesia ancora manipolata dalla Chiesa e denuncia il processo di omologazione sociale e culturale innescato dal “nuovo potere” consumistico.

Le posizioni di Pasolini anticipano quelli che diverranno alcuni dei grandi nodi polemici italiani dell’anno, tra cui il dibattito sull’aborto, l’omologazione e la crisi dell’intellettuale impegnato. La sua figura, già controversa, attira l’attenzione di stampa e opinione pubblica e si colloca subito all’interno dei conflitti più accesi della società civile.

L'1 febbraio esce sul Corriere della Sera, viene pubblicato «Il vuoto del potere in Italia» (comunemente chiamato, l’articolo «delle lucciole»).L’articolo è considerato uno dei più intensi e profetici scritti di Pasolini. Non solo denuncia la trasformazione del paesaggio italiano, ma anche quella dell’anima del Paese, con una critica feroce alla modernizzazione e alla perdita di identità culturale.

Pasolini utilizza la scomparsa repentina delle lucciole – effetti dell’inquinamento di aria e acqua iniziato nei primi anni Sessanta – come simbolo di un più vasto cambiamento storico e antropologico. Quella perdita luminosa diventa un’immagine potente

per denunciare il “genocidio” culturale di un Paese in cui si afferma un’omologazione sterile

per mettere in luce il progressivo svuotamento del discorso politico e civile

per rappresentare la dissoluzione dei paesaggi e dei costumi tradizionali italiani.

Il richiamo alle lucciole è il fulcro di un discorso sulla perdita della dignità umana e della memoria collettiva.

Con stile polemico l’autore rifiuta l’idea di un’Italia “nuova” costruita su una modernità che azzera il valore delle radici e delle identità locali.

La critica è rivolta non solo alla politica, ma a un intero modello di sviluppo.

Il 2 febbraio 1975
, Giulio Andreotti replica alle critiche di Pier Paolo Pasolini con un articolo sul Corriere della sera: «Non è mai esistito un regime democristiano». Con queste parole, il leader della Democrazia Cristiana respinge l’idea di un potere monolitico del suo partito, rivendicando invece i cambiamenti positivi avvenuti in Italia nel trentennio repubblicano. Difende l’operato della DC, sottolineando il ruolo svolto nel garantire stabilità politica, crescita economica e progresso sociale, e presentando il partito come forza di governo capace di adattarsi alle trasformazioni del Paese.

Pasolini replica ad Andreotti  il  18 febbraio 1975
con un articolo sul Corriere della sera: Gli insostituibili Nixon italiani.
Pasolini, accusa Andreotti di aver deliberatamente travisato il suo pensiero. Scrive che Andreotti ha risposto a un articolo che lui non ha scritto, fingendo di non capire le sue parole. Di aver ignorato volutamente la “strategia della tensione” e le stragi che hanno insanguinato l’Italia, sostenendo che il potere democristiano ha mantenuto una continuità criminale sotto la facciata del cambiamento. La sua replica è feroce, lucida e profondamente politica: 

"Finché i potenti democristiani taceranno su ciò che invece, in tale cambiamento, costituisce la continuità, cioè la criminalità di Stato, non solo un dialogo con loro è impossibile, ma è inammissibile il loro permanere alla guida del Paese".

Curiosamente, lo stesso giorno, sempre sulle pagine del Corriere della sera, viene pubblicata anche la replica di Andreotti (?). Andreotti usa un tono sarcastico per ridimensionare le accuse di Pasolini, cerca di giustificare l’azione politica della DC, sottolineando la complessità del governo e la necessità di compromessi e critica l’atteggiamento degli intellettuali che, secondo lui, si pongono al di sopra della realtà politica senza proporre soluzioni concrete (elude e non risponde).

Nel febbraio del 1975,
Pier Paolo Pasolini pubblica Il padre selvaggio con Einaudi, nella collana «Nuovi Coralli». Un testo particolare: una racconto-sceneggiatura pensato per un film che non è stato realizzato. La prima edizione è caratterizzata da una copertina illustrata con una xilografia in bianco e nero di Emil Nolde.
Il libro è breve ma intenso — 61 pagine che condensano la visione pasoliniana di un conflitto generazionale e culturale, con il suo stile inconfondibile. È uno dei tanti esempi della sua capacità di unire cinema, letteratura e ideologia.

Il 6 marzo 1975 appare su «Il Mondo» il primo «paragrafo» di un trattatello pedagogico a puntate indirizzato a «Gennariello», immaginario quindicenne napoletano.
Concepito come una lunga lettera ad un adolescente, serve a Pasolini per riflettere — con tono diretto, affettuoso e polemico — su educazione, mutamenti sociali e perdita di identità culturale nell’Italia del boom consumistico.

La trasformazione antropologica dell’Italia nel boom consumistico 

La perdita di autenticità delle culture popolari

Il ruolo dell’educazione come atto critico e non conformista

Napoli come simbolo di resistenza culturale e vitalità popolare

La pubblicazione si sviluppa in 14 uscite consecutive fino al 5 giugno 1975, interrompendosi prima del completamento previsto dal progetto originale dell’autore.

GENNARIELLO
  
«Il Mondo», 6 marzo 1975,  col titolo A un ragazzo borghese venuto da Napoli.

«Il Mondo», 13 marzo 1975, col titolo Non ti fidare, è un rivoluzionario.

«Il Mondo», 20 marzo 1975, col titolo Io sono come un negro, vogliono linciarmi.
 «Il Mondo», 27 marzo 1975, col titolo Sei un realista? Allora sei disonesto.
«Il Mondo», 3 aprile 1975, col titolo Questo  libro lo dedico a De Sade.
 «Il Mondo», 10 aprile 1975, con il titolo La prima educazione nasce dalle cose
 «Il Mondo», 17 aprile 1975, col titolo Povertà e arretratezza non sono i mali peggiori.
(È uno degli articoli più tagliati nella versione a stampa. Mancano  sul «Mondo», nel primo capoverso, il passo da «Esse divengono» a «prevaricazione pedagogica»; nel secondo da «e qua e là» a «piccole viti»; nel terzo, il passo da «E naturalmente» a «radioline.»)
«Il Mondo», 24 aprile 1975Siamo due estranei: lo dicono le tazze da tè
«Il Mondo», 1° maggio 1975, Come è mutato il linguaggio delle cose
«Il Mondo», 8 maggio  1975, Bologna, città consumista e comunista 
«Il Mondo», 15 maggio 1975, I ragazzi sono conformisti due volte 
«Il Mondo», 22 maggio 1975, Vivono ma dovrebbero essere morti 
«Il Mondo», 29 maggio 1975, Siamo belli, dunque deturpiamoci 
«Il Mondo», 5 giugno 1975, Le Madonne oggi non piangono più 


Le riprese di Salò o le 120 giornate di Sodoma iniziarono il 3 marzo 1975
nella campagna mantovana e altre zone rurali, scelte per il loro aspetto austero e senza tempo. Le prime scene le gira a Villa Zani. 
Intorno al 10 marzo, la troupe si trasferisce a Villa Bergamaschi a Pontemerlano di Roncoferraro. Qui Pasolini ambienta la parte centrale e più claustrofobica del film, trasformando gli interni eleganti in un “teatro” di sopraffazione e crudeltà.

Il Duca – potere politico

Il Banchiere – potere economico

Il Presidente di tribunale – potere giudiziario

•  Il Monsignore – potere religioso

Quattro personaggi ispirati al romanzo del Marchese de Sade ma trasposti nell’Italia repubblichina del 1944-45, che incarnano un sistema di dominio totale. La “riduzione a cose” delle vittime, l’essere umano privato di dignità, libertà e identità, fino a diventare puro oggetto di consumo e abuso. La mercificazione dei corpi e l'anarchia del potere è la metafora pasoliniana del film. Negli stessi giorni, nei dintorni di Parma, Bernardo Bertolucci sta girando Novecento.

Il 16 marzo 1975
, la troupe di Novecento di Bernardo Bertolucci e quella di Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini si sfidarono sul campo della Cittadella di Parma, a pochi passi dal Tardini. In campo ci sono attori, tecnici, amici e qualche “rinforzo” di giocatori professionisti della squadra locale (nella squadra di Novecento), in un clima a metà tra il goliardico e il simbolico.
Una partita che diventerà un piccolo mito nella storia del cinema italiano: un incontro di calcio che è anche un incontro poetico, estetico e politico. Un frammento di storia che unisce cinema, sport e amicizia.

•  La partita viene ripresa in Super8 dalla moglie di Bertolucci, Clare Peploe.

•  Alcuni spezzoni verranno poi montati nel documentario Centoventi contro Novecento, presentato a “Milano Calcio City”.

Il film esplora anche il rapporto tra Pasolini e il calcio, che lui definiva “l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo”.

Il 25 marzo 1975,
  sul Corriere della Sera, pubblica un articolo-autointervista: "Il sesso come metafora del potere".
Pasolini sottolinea che nell’epoca contemporanea il sesso non nasce dal desiderio, ma dalla necessità di conformarsi a un modello sociale. Ogni atto sessuale diventa una forma di dominio che definisce gerarchie e sottomissioni. Secondo lui, nell’Italia dei primi anni Settanta il sesso non è più gesto spontaneo ma “soddisfazione di un obbligo sociale”, anziché piacere che infrange le regole esistenti.
Nel film Salò questa trasformazione diventa metafora della nostra condizione: atti sessuali vissuti come ciniche imposizioni, privi di desiderio autentico e svuotati di umanità.
Salò simboleggia la stessa dinamica che Marx definisce “mercificazione dell’uomo”: il corpo umano ridotto a oggetto di sfruttamento. Ogni atto sessuale diventa nel film una forma di dominio che trasforma gli individui in merci, sotto il controllo di un potere che sanziona e applica regole di subordinazione.
Pasolini considera il potere intrinsecamente anarchico: esso si concretizza facilmente in leggi e codici che impongono violenza sistematica. Sottolinea che nel cuore di ogni apparato legislativo vive una “primordiale e cieca violenza dei forti contro i deboli”.

In quella sala spoglia, tra tecnici e giornalisti sbalorditi, Pasolini spiegò i motivi del suo lavoro: voleva rovesciare l’idea stessa di estetica tradizionale per mostrare il degrado morale attraverso immagini disturbanti.
Tre punti fondamentali del suo discorso:

la critica radicale al totalitarismo e all’abuso di potere.

la volontà di smascherare l’ipocrisia borghese attraverso la trasposizione dell’opera di Sade.

l’intento di spingere lo spettatore verso una presa di coscienza attiva, non di semplice voyeurismo.

Nel maggio del 1975
, Pasolini revisiona l'edizione definitiva, per Garzanti, di Scritti corsari Questa fu finita di stampare il 6 novembre 1975, a più di un mese dalla morte di Pasolini.). Una raccolta di interventi (a cura dello stesso autore) su politica, società e cultura – apparsi tra il 1973 e il 1975 in quotidiani e riviste (Corriere della SeraTempoDrammaPaese SeraIl MondoEpoca) – insieme a recensioni, interviste e lettere già pubblicate in altri periodici e libri (con qualche inedito)

Temi centrali del volume:

Critica al conformismo borghese e alla società dei consumi.

Analisi della mutazione antropologica degli italiani.

Denuncia della “rivoluzione conformistica” e del vuoto del potere politico.

Riflessioni su istruzione, televisione, sessualità e questioni civili.

Pasolini utilizza le varie rubriche giornalistiche, dove scrive, come “lancia d’assalto” culturale:
  • Rivolge accuse severe al potere mediatico e politico.
  • Si erge a voce profetica di una classe intellettuale “corsara”, libera da vincoli di partito.
  • Offre analisi tuttora attuali sul ruolo dei media e sulla perdita di spazi di dissenso.
Il 17 maggio 1975
viene pubblicato "La nuova gioventù", opera che riorganizza e riscrive le poesie friulane della sua giovinezza in un doppio sguardo: il passato rivissuto e reinterpretato dal presente, da qui la definizione «libro scritto due volte, vissuto e rivissuto, corpo dentro un corpo».

Il volume raccoglie le poesie friulane de La meglio gioventù (1941–1953), il loro rifacimento del 1974, e una terza sezione intitolata Tetro entusiasmo (1973–1974).

La prima parte riprende le poesie friulane di La meglio gioventù (1941‑1953), la seconda le riscrive trent’anni dopo, con lo sguardo maturo e disincantato dell’uomo ormai consapevole della trasformazione sociale e culturale dell’Italia.

Pasolini usa il friulano come lingua “materna” e lo affianca alla traduzione italiana, creando un doppio livello di lettura e significato.

Il testo nuovo ingloba quello antico, lo commenta, lo contraddice, lo trasforma. È un dialogo tra il sé giovane e il sé adulto, tra il mondo contadino e la modernità industriale.

Il mondo contadino, mitico e arcaico, è ormai scomparso, travolto dalla civiltà dei consumi.

La riscrittura assume toni cupi, segnati dal lutto e dalla consapevolezza della fine di “qualcosa di umano”.

Presenza costante della morte, non più come ritualità poetica giovanile, ma come constatazione fattuale.

Il poeta adulto “nega” e “sfigura” il mito friulano, trasformandolo in un paesaggio di assenza e lutto.

L’ultimo componimento, Saluto e augurio, consegna a un giovane fascista il fardello dei valori perduti. In Saluto e augurio, Pasolini mette in scena un testamento poetico rivolto a un giovane fascista, trasformando l’alterità in interlocutore necessario: un modo per salvare ciò che resta delle radici quando le appartenenze si sono consumate. Pasolini si rivolge al giovane chiamandolo “Fedro”, assumendo un tono didattico insieme affettuoso e diffidente, perché sa che l’interlocutore non possiede un “cuore libero”. Eppure insiste, preferendo parlare al suo avversario prima che la distanza diventi irrimediabile.
Affidare “il fardello dei valori perduti” a un giovane fascista è una mossa tragica e lucida: Pasolini indica che il vero nemico non è l’avversario politico, ma la modernità neocapitalista che omologa e cancella differenze. Il testamento consegna un compito: resistere alla disumanizzazione custodendo terra, lingua, comunità, corpo e memoria.

Il 23 maggio, Pasolini prende parte a un vivace confronto pubblico su Officina, affiancato da Angelo Romanò, Gian Carlo Ferretti, Enrico Ghidetti ed Enzo Golino. L’incontro, ospitato dalla storica libreria Croce di Roma, si inserisce nel clima di discussione critica che accompagna la stagione della rivista.

Il 27 maggio, Pasolini redige il testo introduttivo per la mostra di Nabil Reda Mahaini, artista siriano che aveva collaborato con lui alla realizzazione di Medea e Il fiore delle Mille e una notte. L’esposizione, ospitata dalla libreria‑galleria Godel di Roma, diventa l’occasione per rinnovare un dialogo artistico nato sui set e proseguito nella comune attenzione per la forza simbolica delle immagini.

Il 31 maggio,
alla Galleria Comunale d’Arte Moderna di Bologna, Pasolini è protagonista di una performance di Fabio Mauri dal titolo Intellettuale, in cui l’amico degli anni bolognesi proietta sul corpo del poeta alcuni fotogrammi de Il Vangelo secondo Matteo.




Il 15 giugno 1975
Pier Paolo Pasolini pubblica sul Corriere della Sera uno dei testi più spiazzanti della sua ultima stagione: l’“Abiura dalla Trilogia della vita”. Non è un semplice ripensamento, né un gesto di autocritica tardiva. È un atto politico, quasi un manifesto, con cui Pasolini dichiara che il mondo che aveva ispirato i suoi film “vitalistici” non esiste più.
La Trilogia della vita — Decameron, I racconti di Canterbury, Il fiore delle Mille e una notte — nasceva dall’idea che il corpo popolare fosse ancora un luogo di libertà, di innocenza, di resistenza alla morale borghese. Ma nel 1975 Pasolini vede un’Italia trasformata: la liberalizzazione sessuale, che nei primi anni Settanta sembrava un varco verso l’emancipazione, è stata rapidamente assorbita dal nuovo potere consumistico. Il sesso non è più scandalo né gioia: è merce. La nudità non è più liberazione: è spettacolo.

Il 6 giugno 1975.
Al cinema Jolly, nel cuore del Nomentano, Pasolini interviene a un incontro della FGCI e compie un gesto che ancora oggi conserva una forza quasi imbarazzante: annuncia il suo voto al PCI. Non un atto di appartenenza, ma un gesto di responsabilità civile, pronunciato davanti a quei giovani che considera gli ultimi eredi possibili di una tradizione politica non ancora corrotta dall’omologazione.
Pochi giorni dopo, il 10 giugno, l’Unità pubblica il testo: Il mio voto al PCI. È una dichiarazione breve, tagliente, che restituisce l’immagine di un intellettuale isolato ma lucidissimo. Pasolini non “entra” nel PCI: lo sceglie come argine, come ultimo spazio di resistenza contro la mutazione antropologica che vede avanzare ovunque, nella società dei consumi e nella politica ridotta a spettacolo.
Quel voto, così criticamente motivato, racconta meglio di ogni analisi la crisi dell’Italia di allora — e la radicale onestà del suo sguardo.

Il 18 luglio 1975. Sul Corriere della sera, viene pubblicato l'art. Pannella e il dissenso. In questo articolo: 
1) Pasolini si schiera con Pannella, riconoscendo la sua posizione di dissenso e il coraggio civile che essa rappresenta. 
2) L’autore attacca chi usa l’antifascismo come etichetta vuota, sostenendo che il vero “fascismo” si annida nel potere e nelle pratiche di governo, non solo nei movimenti apertamente autoritari. 
3) Pasolini descrive la DC come priva di un nucleo ideologico autentico, pronta ad adattarsi al potere economico e all’ideologia edonistica del nuovo capitalismo. 
4) Mette in evidenza la trasformazione dei costumi e dei desideri giovanili verso il consumo e l’omologazione è vista come un processo che svuota la soggettività e rende impotente la resistenza politica.
Il 24 Luglio 1975Sul Corriere della sera, viene pubblicato l'art. La droga: una vera tragedia italiana. In questo articolo:

1) Pasolini presenta la diffusione della droga come una tragedia sociale e culturale che va oltre il problema sanitario: è il sintomo di una crisi morale e antropologica della società italiana degli anni Settanta.
2) L’autore collega il fenomeno a vuoti esistenziali prodotti dalla modernizzazione e dal consumismo; gli stupefacenti riempiono un vuoto di senso e sono connessi a un desiderio di autodistruzione che Pasolini interpreta come esito della mutazione dei costumi giovanili.
3) La responsabilità non è solo dei singoli consumatori: Pasolini denuncia il silenzio delle istituzioni e la complicità culturale che normalizza o ignora il problema, trasformando la dipendenza in un effetto collaterale della trasformazione economica e morale del paese.

Il 1 agosto 1975. Pier Paolo Pasolini: Fuori dal Palazzo - «Corriere della Sera»,24 luglio 1975. Pasolini denuncia l’autoreferenzialità del potere: chi governa non vede più la vita reale degli italiani, né le trasformazioni profonde che stanno avvenendo. Il vero potere non è più politico, ma tecnocratico e consumistico. Il Palazzo è cieco davanti alla “mutazione antropologica” che Pasolini vede già compiuta. Il Parlamento e i partiti non rappresentano più la società reale. Il potere vero è altrove: nella produzione, nei media, nella nuova cultura di massa.

Il Mondo il 7 agosto 1975
: "Soggetto per un film su una guardia di P.S." (Soggetto per un film su una guardia di PS) è un testo, o meglio un saggio-articolo, scritto da Pier Paolo Pasolini. Non si tratta di un vero e proprio soggetto cinematografico destinato alla produzione, bensì di un testo polemico e di riflessione sociale pubblicato sul settimanale Il Mondo il 7 agosto 1975. Pasolini prende spunto da un fatto di cronaca: il suicidio di un poliziotto, Vincenzo Rizzi, avvenuto perché un detenuto che doveva sorvegliare era evaso. Questo evento reale funge da pretesto per una profonda riflessione sulla società italiana dell'epoca e sui cambiamenti antropologici. Pasolini analizza la figura della guardia di PS (Pubblica Sicurezza, l'odierna Polizia di Stato) non solo come rappresentante dell'autorità, ma come individuo vulnerabile e sfruttato all'interno di un sistema che ne mina l'identità e i valori tradizionali.
Come suggerisce il titolo, l'idea era quella di un film, ma il testo rimane un "soggetto" letterario/saggistico, uno dei tanti progetti cinematografici non realizzati da Pasolini.

Furto pizze del film Salò: 
Nell’estate 1975 – sono tempi di sequestri di persone – dalle celle frigorifere della Technicolor in via Tiburtina a Roma vengono sottratte quindici bobine del film Salò di Pasolini assieme a nove del Casanova di Federico Fellini e a cinquanta di Un genio, due compari, un pollo di Damiano Damiani, uno “spaghetti-western”. Queste bobine sono tolte dai contenitori metallici e caricate in tutta calma sopra un furgone. La loro restituzione viene in seguito subordinata al versamento di due miliardi di lire ma, Casanova a parte, produttori e autori, d’accordo sulla linea della fermezza, preferiscono potare a buon fine il lavoro avvalendosi di alcune scene di ripiego. Sono così narcotizzate le venalità dei rapitori. 2 maggio 1976: ventiquattro di queste bobine vengono lasciate in un capannone di Cinecittà, ma «di quali film? Non è dato sapere». 

"Perché è appunto negli ultimi dieci anni che un modo di governare non solo tipico ma, direi, naturale, di tutta la storia italiana dall'unità in poi, si è configurato come un reato o come una serie di reati. Non faccio qui, dunque, questione di moralità: la colpevolezza dei potenti democristiani da trascinare sul banco degli imputati non consiste nella loro immoralità (che c'è), ma consiste in un errore di interpretazione politica nel giudicare se stessi e il potere di cui si erano messi al servizio: errore di interpretazione politica che ha avuto appunto conseguenze disastrose nella vita del nostro paese."

Il 28 agosto 1975.
 Pasolini: Bisognerebbe processare i gerarchi DC - [lettera inviata al direttore de Il Mondo, 28 agosto 1975]:  Pasolini sostiene che i dirigenti della DC dovrebbero essere processati non per reati penali specifici, ma per responsabilità storiche, morali e politiche che hanno devastato il Paese. Non è un atto giuridico: è un atto simbolico e politico, un processo “alla storia”:

1. Indegnità e disprezzo per i cittadini
La DC avrebbe governato con arroganza, opacità, paternalismo.
2. Manipolazione del denaro pubblico
Pasolini denuncia sprechi, clientelismo, uso distorto delle risorse statali.
3. Connivenze con poteri economici e criminali
Petrolieri, industriali, banchieri, mafia: un intreccio che Pasolini vede come strutturale.
4. Uso illecito degli apparati dello Stato
Riferimento al SID, ai servizi segreti deviati, alle trame oscure degli anni Settanta.
5. Distruzione del paesaggio e del territorio
La DC è accusata di aver favorito una speculazione edilizia selvaggia.
6. Responsabilità nella “mutazione antropologica”
È il punto più radicale: la DC avrebbe favorito la nascita di un nuovo italiano, consumista, omologato, privo di coscienza critica.
7. Degrado di scuola, ospedali e servizi pubblici
Un fallimento strutturale dello Stato sociale.
8. Esplosione incontrollata della cultura di massa
Televisione, pubblicità, mass media: strumenti di un nuovo potere totalizzante.

Il 24 settembre 1975. Pasolini per Eduardo - La sceneggiatura del film Porno-Teo-Kolossal. Il 24 settembre 1975, poco più di un mese prima della sua morte, Pasolini scrive a Eduardo De Filippo una lettera straordinaria: un invito, un appello, quasi una supplica affettuosa e intellettuale, perché Eduardo accetti di interpretare il ruolo principale nel film Porno‑Teo‑Kolossal, la sua ultima grande utopia cinematografica.


L'8 ottobre 1975
, esce sul Corriere della sera un articolo di Pasolini, con il titolo: Il mio Accattone in Tv dopo il genocidio.  Nel 1961, anno dell’uscita di Accattone, l’Italia era ancora segnata da continuità politiche e culturali con il passato recente; Pasolini interpreta quegli anni come un’epoca di repressione e di segregazione sociale che si protraeva oltre il dopoguerra. Nel 1975, dopo il boom economico e le trasformazioni urbane e culturali, lo scrittore vede il mondo rappresentato in Accattone come ormai cancellato da un processo che definisce «genocidio» del sottoproletariato, inteso come sterminio culturale e antropologico più che fisico. Pasolini non si limita a difendere il valore estetico del film: usa Accattone come documento etnografico di una cultura popolare che stava scomparendo. Il tono è amaro e accusatorio; richiama la segregazione del sottoproletariato e la violenza poliziesca come elementi di continuità tra fascismo e regime democristiano, già evidenti nel film stesso. In più passaggi l’autore sottolinea che il mutamento non è solo economico ma antropologico: la gioventù delle periferie viene sostituita e omologata dal consumismo, perdendo linguaggi, affetti e pratiche sociali originarie.

Nell'ottobre del 1975
Pier Paolo Pasolini accettò di scrivere una breve presentazione per Ladies and Gentlemen. Il testo fu uno degli ultimi scritti di Pasolini e tra le sue prime pubblicazioni postume. Comparve, infatti, nel catalogo di una mostra milanese nel maggio 1976. 
Ladies and gentlemen






Il 
22 ottobre 1975
10 giorni prima di morire, rilascia un'intervista a  Paolo Ceratto, che viene pubblicata su L'Avanti il 9 novembre 1975 con il titolo "Anche il consumismo è un lager".

30 Ottobre 1975 Lettera luterana a Italo Calvino ( Il Mondo ). "...Io sono più di due anni che cerco di spiegarli e volgarizzarli questi perché. E sono finalmente indignato per il silenzio che mi ha sempre circondato. Si è fatto solo il processo a un mio indimostrabile refoulement cattolico. Nessuno è intervenuto ad aiutarmi ad andare avanti ed approfondire i miei tentativi di spiegazione. Ora, è il silenzio, che è cattolico. Per esempio il silenzio di Giuseppe Branca, di Livio Zanetti, di Giorgio Bocca, di Claudio Petruccioli, di Alberto Moravia, che avevo nominalmente invitato a intervenire in una mia proposta di processo contro i colpevoli di questa condizione italiana che tu descrivi con tanta ansia apocalittica: tu, così sobrio. E anche il tuo silenzio a tante mie lettere pubbliche è cattolico..." 

Il 30 ottobre 1975
Pasolini è a Stoccolma per un incontro con un gruppo di critici cinematografici svedesi. "Non fosse stato per la meticolosità con cui Carl Henrik Svenstedt conserva i suoi nastri, la voce di Pasolini non sarebbe mai saltata fuori. Persa per sempre. È invece proprio la cura con cui questo ex giornalista della radio svedese ha catalogato centinaia di registrazioni e interviste raccolte nel corso degli anni che l'intervento (uno degli ultimi, seguito da un'intervista alla tv francese, a una a Furio Colombo), a Stoccolma poco prima di essere ucciso, è tornato alla luce dopo decenni di oblio. Siamo agli ultimi giorni di ottobre 1975. La circostanza che porta il poeta in Svezia è la traduzione de "Le ceneri di Gramsci": il 28 è all'Istituto italiano di cultura per la presentazione del volume, poi a una tavola rotonda allo Svenska Filminstitutet su invito dell'associazione dei critici svedesi..."

Il 31 ottobre del 1975
, d
i ritorno dalla Scandinavia Pasolini è a Parigi per un'intervista a Philippe Bouvard di Dix de Der, Antenne 2Realizzata in occasione della presentazione in Francia dell'ultimo film: "Salò o le 120 giornate di Sodoma". 


Lunedì 3 Novembre 1975
, su Stampa Sera, Furio Colombo pubblica un articolo intitolato "O
ggi sono in molti a credere che c'è bisogno di uccidere". "Sono le quattro e un quarto di sabato pomeriggio. Sopra il citofono della palazzina di via Eufrate, all'Eur, c'è scritto «Dr. P. Pasolini». E' una strana casa, uno strano luogo per vivere, perché ha due facce. [...]  Nella strada deserta incrociano due motociclisti giovani, uno in tuta azzurra e splendore di cerniere lampo, entrambi col casco e la visiera scura davanti alla faccia. I due motociclisti vanno e vengono come se facessero a gara a chi sta più in equilibrio evitando di accelerare. Con la macchina accosto due volte. Per due volte le facce nascoste dal casco non rispondono alla domanda sulla strada e sul numero. Accelerano lievemente, due ragazzi che guidano bene. Quando esco, due ore più tardi, vedo ancora la tuta blu, la moto, le gambe ferme e divaricate, lontano, in mezzo alla strada. Ma ormai è buio, è un frammento d'immagine inquadrata dai fari, mentre faccio marcia indietro..."

1° novembre 1975
, Pasolini rilascia la sua ultima intervista a Furio Colombo che verrà pubblicata l'8 novembre, su Tuttolibri (La Stampa). "
Questa intervista ha avuto luogo sabato 1° novembre, fra le 4 e le 6 del pomeriggio, poche ore prima che Pasolini venisse assassinato. Voglio precisare che il titolo dell’incontro che appare in questa pagina è suo, non mio. Infatti alla fine della conversazione che spesso, come in passato, ci ha trovati con persuasioni e punti di vista diversi, gli ho chiesto se voleva dare un titolo alla sua intervista.
Ci ha pensato un po’, ha detto che non aveva importanza, ha cambiato discorso, poi qualcosa ci ha riportati sull’argomento di fondo che appare continuamente nelle risposte che seguono."

 
«Ecco il seme, il senso di tutto – ha detto – Tu non sai neanche chi adesso sta pensando di ucciderti. Metti questo titolo, se vuoi: 


Il 2 novembre 1975, Pier Paolo Pasolini, fu trovato ucciso all'idroscalo di Ostia.



Per farti un'idea di cosa è accaduto la notte tra l'1 e il 2 novembre 1975, vai a questo link: Omicidio Pasolini.


Bruno Esposito

Curatore, Bruno Esposito

Grazie per aver visitato il mio blog

Nessun commento:

Posta un commento