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mercoledì 9 luglio 2025

ANTONIONI, BERGMAN, PASOLINI - di Leonardo Sciascia - «Cinema Nuovo», XIV, 173, gennaio-febbraio 1965, p. 34

"Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



ANTONIONI, BERGMAN, PASOLINI

di Leonardo Sciascia

«Cinema Nuovo»

gennaio-febbraio 1965

p. 34

 È da un paio d’anni che frequento pochissimo il cinema. E le rare volte che ci capito, quasi mai resisto a vedere un film per intero. Perché sono arrivato ormai alla convinzione che non c’è film, per quanto buono, che valga un libro anche mediocre. E io, a quarantaquattro anni, ho ancora tanti grandi libri da leggere. Nello scorso anno ho visto in tutto tre o quattro film: Il silenzio nei primi dell’anno, Il disco volante alla fine. Il secondo poteva essere un film serio. Il primo, purtroppo, non lo è. 

    Ho molto rispetto per Bergman. E non mi pare, si possa istituire un confronto tra lui e Antonioni. Bergman ha un linguaggio, uno stile: e un’ansia religiosa e morale che soltanto nel Silenzio, mi pare, assume un che di falso, di inattendibile. Antonioni invece non fa che impastare cascami letterari e figurativi, facendo gran confusione tra i mezzi dell’espressione e l’espressione stessa. Ma non ho ancora visto Deserto rosso. Mi pare di capire però, da quello che se ne dice, che questo film dia la giusta misura dei limiti del regista. In quanto alla alienazione, a parte l’inautenticità che il concetto ha assunto nelle interpretazioni letterarie e cinematografiche (in proposito ha scritto un divertente articolo Fortunato Pasqualino), mi pare sensatissima la pretesa che a rappresentare l’alienazione siano i non alienati. 

  Non ho visto Il Vangelo secondo Matteo. Non posso dunque (né forse potrei anche dopo averlo visto) dire quale significato abbia una simile esperienza per Pasolini. Cajumi se ne sbrigherebbe con una battuta. Io credo invece che bisogna stare attenti alle cose che Pasolini fa o dice. È una specie di sismografo. Pasolini fa il Vangelo: ed ecco che comincia il dialogo tra comunisti e cattolici. Il che, confesso, mi dà grande inquietudine. 

   Leonardo Sciascia

@Eretico e Corsaro - Le Pagine Corsare


Curatore, Bruno Esposito

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mercoledì 16 aprile 2025

Leonardo Sciascia, Pasolini e il foglio ingiallito - Tratto da Leonardo Sciascia, Nero su nero.

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Pasolini e il foglio ingiallito

Leonardo Sciascia

Tratto da Leonardo Sciascia, Nero su nero.

Einaudi 1979

Il foglio ingiallito di cui parla Leonardo Sciascia, lo trovi al link qui sotto: 

Pasolini, Dittatura in fiaba


 Ho cercato ieri – e fortunatamente ritrovato nel disordine in cui stanno le mie cose – il foglio ingiallito del giornale «La libertà» in cui Pasolini pubblicò il 9 marzo del 1951 un articolo sul mio primo libretto. Un articolo su tre colonne: come se di quell'esile libretto egli avesse parlato sapendo quello che avrei scritto dopo, fino ad oggi. S'intitola Dittatura in fiaba. E si chiude con questo concetto, che parlando di me aveva poi ribadito in Passione e ideologia e, l'anno scorso, recensendo Todo modo: «Ma anche questi improvvisi bagliori, queste gocce di sangue rappreso, sono assorbiti nel contesto di questo linguaggio, così puro che il lettore si chiede se per caso il suo stesso contenuto, la dittatura, non sia stata una favola». E credo che questo giudizio – e perciò lo riporto – non fosse di entusiasmo ma di limitazione, considerando che lui amava un linguaggio meno puro, più urgente e rovente.

 Comunque, da quel momento siamo stati amici. Ci scrivevamo assiduamente e ogni tanto ci incontravamo, nei dieci anni che seguirono, e specialmente nel periodo in cui lui lavorava all'antologia della poesia dialettale italiana. Poi la nostra corrispondenza si diradò, i nostri incontri divennero rari e casuali (l'ultimo nell'atrio dell'albergo Jolly, qui a Palermo: quando lui era venuto a cercare attori per Le mille e una notte). Ma io mi sentivo sempre un suo amico; e credo che anche lui nei miei riguardi. C'era però come un'ombra tra noi, ed era l'ombra di un malinteso. Credo che mi ritenesse alquanto – come dire? – razzista nei riguardi dell'omosessualità. E forse era vero, e forse è vero: ma non al punto da non stare dalla parte di Gide contro Claudel, dalla parte di Pier Paolo Pasolini contro gli ipocriti, i corrotti e i cretini che gliene facevano accusa. E il fatto di non essere mai riuscito a dirglielo mi è ora di pena, di rimorso. Io ero – e lo dico senza vantarmene, dolorosamente – la sola persona in Italia con cui lui potesse veramente parlare. Negli ultimi anni abbiamo pensato le stesse cose, detto le stesse cose, sofferto e pagato per le stesse cose. Eppure non siamo riusciti a parlarci, a dialogare. Non posso che mettere il torto dalla mia parte, la ragione dalla sua.

Pasolini, Dittatura in fiaba - La libertà d’Italia del 9 marzo 1951

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Pasolini, Dittatura in fiaba

La libertà d’Italia del 9 marzo 1951


( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Pier Paolo Pasolini, nel marzo 1951, recensì “Favole della dittatura”, che rappresenta l’esordio letterario di Leonardo Sciascia.

Al link qui sotto, trovi uno scritto di Leonardo Sciascia, su questa recensione di Pier Paolo Pasolini, al suo libro:



sabato 12 aprile 2025

Pasolini: non dileggiare i cattolici - Leonardo Sciascia, Corriere della sera di domenica 26 gennaio 1975

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Pier Paolo Pasolini e Leonardo Sciascia (dal volume Pasolini e la Calabria)-THR, 2025

Pasolini: non dileggiare i cattolici
Leonardo Sciascia

Corriere della sera

domenica 26 gennaio 1975


Sono, per tante ragioni, favorevole alla legalizzazione dell'aborto. 

Lo sono, come tutti gli uomini che pronunciano un sì o un no sulla questione, da una posizione che direi di illegittimità. Il diritto mi pare si dica che è in difetto di legittimazione colui che si arroga posizione di parte in una causa in cui non ha reali interessi da difendere o da negare. Di fronte al problema della legalizzazione dell'aborto la vera parte in causa è la donna: l'uomo vi assume un ruolo che, appunto, difetta di legittimità, e specialmente quando si dichiara contrario. Perché è come per il divorzio: i voti contrari alla legge venivano a conculcare il bisogno e la libertà di chi voleva divorziare; i voti favorevoli non obbligavano a divorziare chi non ne sentiva il bisogno o voleva continuare a credere nel matrimonio sacramentale, indissolubile. 

Non sono dunque d'accordo con Pasolini.

lunedì 28 dicembre 2020

Leonardo Sciascia, Todo modo - Pasolini in Descrizioni di descrizioni

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro






Leonardo Sciascia, Todo modo


Dopo circa cento, centocinquanta settimane in cui regolarmente ho scritto ogni settimana un «pezzo» su un libro, prendo congedo dal mio lettore, per un periodo di sosta. Per alcuni mesi sarò occupato a fare un film. È vero che mentre ero occupato a girare, a montare e a doppiare Il fiore delle mille e una notte, ho continuato puntualmente a scrivere le mie recensioni. Ma ciò si spiega prima di tutto col fatto che avevo da poco tempo iniziato questo lavoro, e c’era dunque in me uno slancio che non poteva brutalmente essere interrotto. Inoltre il film che stavo facendo, anche se terribilmente faticoso e avventuroso, era molto gradevole, e mi lasciava dunque, la sera, quasi sempre, in un’ottima disposizione di spirito. Infine ero lontano dall’Italia, in luoghi dove, appunto, la sera, o nei giorni di festa, leggere e scrivere era l'unica possibile occupazione. Ora invece mi accingo a girare quando è già il terzo anno del mio lavoro di critico militante: e mi accingo a girare un film estremamente sgradevole (De Sade e la Repubblica Sociale mescolati insieme) che certamente la sera mi lascera sfinito e magari nauseato di lavoro; e lo girerò, oltre tutto, nel cuore dell’Italia, tra Salò e Marzabotto: né sere né giorni di festa saranno per me liberi e beatamente vuoti.
Dico tutto questo per giustificarmi, credo, più di fronte a me stesso che ai miei lettori (i quali non saranno poi tanti e così affezionati). Infatti, dopo quel numero sterminato di settimane in cui ogni settimana dovevo scrivere il mio «pezzo», e leggere dunque almeno tre libri, non sono affatto stanco di «militare». La cosa continua ad apparirmi ancora piacevolmente eccitante, benché faticosa, come le prime volte. Ecco perché sento il bisogno di giustificare a me stesso la mia temporanea diserzione.
Questo del «divertimento», è il primo «dato» che trovo voltandomi indietro e ripensando al mio lavoro. Il secondo «dato» è altrettanto piacevole. In circa tre anni mai, nessuno ha cercato di esercitare su me qualche pressione perché io scrivessi di un libro anziché di un altro. Né gli autori, né gli editori, né il direttore del giornale. Era la cosa che più temevo cominciando questo lavoro. Io, di solito, non sono viziato quanto a elogi, non sono il primo della classe. I segni di stima sono taciti, forse impliciti, e certo mai pubblicamente compromettenti... Il migliore di tali segni a cui potessi aspirare era quello di non essere considerato un uomo a cui poter raccomandarsi o con cui stabilire un rapporto meno che assolutamente corretto.
C’è ancora un terzo «dato»: questo né piacevole né spiacevole, né positivo né negativo, ma semplicemente problematico, e si può riassumere in una domanda: che cos’è e com’è fatta la critica? Naturalmente questo è un problema molto vecchio, benché neanche lontanamente risolto. Tuttavia pensavo che facendo io personalmente della critica e per tanto tempo, questo «mistero» mi si sarebbe almeno un po’ e almeno pragmaticamente chiarito. Invece no. Quanto alla critica ne so meno di Blanchot (il suo bellissimo Lautréamont e Sadey per esempio, va letto molto più per i due saggi che per la prefazione in cui l'autore si pone appunto, ancora una volta, il problema della critica: problema superato poi agnosticamente e in concreto, nei saggi).
Ho fatto delle «descrizioni». Ecco tutto quello che so della mia critica in quanto critica. E «descrizioni» di che cosa? Di altre «descrizioni», che altro i libri non sono.
L’antropologia l’insegna: c’è il «drómenon», il fatto, la cosa occorsa, il mito, e il «legómenon», la sua descrizione parlata.
Nella vita accadono dei fatti; i libri li descrivono: : ma in quanto libri sono anch’essi dei fatti: e quindi possono essere anch’essi descritti: dalla critica. Che è «legómenon» quindi, di secondo grado. S’intende che chi descrive, descrive dal suo angolo visuale. Che non vuol sempre rigidamente dire soggettivo: esso è il punto di incontro di una infinità vorticosa di elementi, che in realtà appartengono ad universi distinti (esistenza e cultura, preistoria e storia, professionismo e dilettantismo, fenomenologia e psicologia: e altre simili coppie più o meno antitetiche, all'infinito). È per questo che la «critica» non è definibile, né, quasi, parlabile.
Certo è che se dovessi infine raccogliere questi miei brevi saggi in un volume, non potrei trovare titolo più pertinente che: Descrizioni di descrizioni...
Altra cosa gradevole. È parlando dell’ultimo libro di Sciascia che prendo congedo dal lettore per la mia sosta filmica. Sciascia non ha mai smesso di essere attuale, fin dal suo primo apparire come autore all’inizio degli anni Cinquanta: e generalmente essere attuale vuol dire, in qualche modo, ricattare. Inoltre Sciascia ha sempre anche avuto quello che si chiama successo: e anche il successo è ricattatorio. Invece Sciascia ha saputo con assoluta eleganza evitare in ogni caso l’ambigua implicazione del ricatto. Si è mantenuto sempre purissimo, come un esordiente. Se, fatalmente, egli non ha potuto non raggiungere una certa forma di autorità, tale autorità è soltanto personale: e cioè legata a quel qualcosa di debole e di fragile che è un uomo solo. Si aggiunga a ciò la sua decisione di restare in Sicilia, centro del mondo per lui, ma periferia ed esilio per gli altri.
Questo ha finito per patinare la sua solitudine, corroderla come la salsedine fa di un tronco. Lo straordinario è poi che Sciascia è un moralista: i suoi romanzi sono guidati da un «sentimento» — del resto indefinito e forse non effabile - derivante da un giudizio sul mondo. Ma il moralismo meridionale — il grande ramo in cui quello di Sciascia si innesta — non è, non può essere moralistico, perché non e cristiano; e se è cattolico, lo è nelle forme esteriori, sinistre, funeree, spagnolesche, assimilate in profondità dove si amalgamano con chissà quali substrati (per dirla a braccio). La cultura storica, cioè non quella coatta delle dominazioni — e generalmente depositata in un popolo totalmente estraneo alle classi dirigenti — non conosce la falsa morale cristiana dell’amore (falsa in quanto cattolica, in quanto appartenente al mondo del potere): si fonda piuttosto su una più arcaica morale dell’onore.

Perciò il moralismo meridionale, e quello di Sciascia, quindi, ha un carattere civico, appunto, piuttosto che moralistico. Il «buono», in Sciascia, è chi non accetta una condizione tradizionale fondata sull’ingiustizia, e l’infinità delle sue abitudini: ma non può manifestare la sua «bontà» se non attraverso una forma conoscitiva di carattere pragmatico (facendosi testimone o detective, per esempio: o, infine, giustiziere). Il suo giudizio è dunque il giudizio di un tribunale finalmente giusto: è un giudizio legale. E tale è appunto il giudizio che Sciascia dà sugli uomini.
Egli non si disperde in giustificazioni, in comprensioni, in odii, in rancori, in falsi amori, in perdoni. Egli consulta un codice ideale: e formula la sua condanna, con le eventuali aggravanti o attenuanti. Ciò implica anche una specie di stima per i «cattivi» giudicati.
I «cattivi», cioè, altri non sono che dei «buoni» a cui non è saltata in mente l’idea che il potere è ingiusto, è diabolico: ma ne hanno accettato innocentemente le regole, affermandosi attraverso le occasioni che esso fornisce all'uomo forte. Ci sono tra i «cattivi», naturalmente, anche coloro che, rispetto al potere, sono gerarchicamente inferiori: e costoro sono quindi visti come miserabili, meschini e soprattutto, sia pur oscenamente, ridicoli. C’è cioè una «nuance» moralistica nel dipingerseli nella fantasia. Ma è tutto. In Todo modo, questa concezione quasi dantesca del mondo ritorna a riproporre la sua forma: la piramide del potere, monolitica all’esterno, estremamente complicata, labirintica, mostruosa all’interno. C’è fuori, di fronte a tale piramide, l’uomo «buono» che giudica senza moralismo. Ma in Todo modo c’è una novità: il giudice, quasi casuale — posto cioè di fronte alla piramide per caso, e per caso condotto all’interno di essa, tra i suoi incomprensibili meccanismi - si fa giustiziere. Decide che alcuni dei componenti di quel «club» del potere debbano morire, a scadenze regolari, da romanzo giallo. La citazione finale di Gide fa supporre a Enzo Siciliano, che il protagonista «giudice» sia anche l’autore materiale dei delitti (che in tal caso non sarebbero gratuiti). È probabile. Certo è che quei «mafiosi» muoiono per volontà dell’autore. Ma non gratuitamente; bensì perché condannati a morte a causa della criminalità con la quale essi detengono e gestiscono il potere. O forse in quanto il potere è di per se stesso un crimine.

Questo romanzo giallo metafisico di Sciascia (scritto tra l’altro magistralmente, come diranno Ì futuri critici letterari ad usum Delphini, perché Todo modo è destinato a entrare nella storia letteraria del Novecento come uno dei migliori libri di Sciascia) è anche, credo, una sottile metafora degli ultimi trent’anni di potere democristiano, fascista e mafioso, con un'aggiunta finale di cosmopolitismo tecnocratico (vissuta però solo dal capo, non dalla turpe greggia alla greppia). Si tratta di una metafora profondamente misteriosa, come ricostituita in un universo che elabora fino alla follia i dati della realtà. I tre delitti sono le stragi di Stato, ma ridotte a immobile simbolo. I meccanismi che spingono ad esse sono a priori preclusi a ogni possibile indagine, restano sepolti nell’impenetrabilità della cosca, e soprattutto nella sua ritualità.


P.P.P., Tempo 24 gennaio 1975





Curatore, Bruno Esposito

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Pasolini - Sciascia, la tragedia che uni due scrittori

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Pasolini - Sciascia, un fratello ucciso un altro suicida.
La tragedia che uni due scrittori
Di Adriano Sofri
L'Unità, martedì 21 giugno 1994 - pag. 11









@Eretico e Corsaro - Le Pagine Corsare


Curatore, Bruno Esposito

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Leonardo Sciascia - Il Salò di Pasolini

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



 
Il rapporto di stima e di amicizia tra Leonardo Sciascia e Pier Paolo Pasolini risale ai primi anni Cinquanta, quando l’uno e l’altro erano parimenti ignoti al grande pubblico. Il poeta friulano recensì su una rivista romana “La libertà” il primo libro del maestro di Racalmuto, le Favole della dittatura.
“Dieci anni fa queste favolette sarebbero servite unicamente a mandare al confino il loro autore. Quanti italiani sarebbero stati in grado di capirle? Adesso, con un fondo di amarezza tutta scontata, Sciascia condanna, nel ricordo, quei tempi di abiezione, e proprio con un gusto della forma chiusa, fissa, quasi ermetica, insomma: che a quei tempi era proprio uno dei rari modi di passiva resistenza”.
P.P.Pasolini 

 … da quel momento siamo stati amici. Ci scrivevamo assiduamente e ogni tanto ci incontravamo, nei dieci anni che seguirono, e specialmente nel periodo in cui lui lavorava all'antologia della poesia dialettale italiana. Poi la nostra corrispondenza si diradò, i nostri incontri divennero rari e casuali (l'ultimo nell'atrio dell'albergo Jolly, qui a Palermo: quando lui era venuto a cercare attori per Le mille e una notte). Ma io mi sentivo sempre un suo amico; e credo che anche lui nei miei riguardi.
C'era però come un'ombra tra noi, ed era l'ombra di un malinteso. Credo che mi ritenesse alquanto -come dire? - razzista nei riguardi dell'omosessualità. E forse era vero, e forse è vero: ma non al punto da non stare dalla parte di Gide contro Claudel, dalla parte di Pier Paolo Pasolini contro gli ipocriti i corrotti e i cretini che gliene facevano accusa. E il fatto di non essere mai riuscito a dirglielo mi è ora di pena, di rimorso. Io ero — e lo dico senza vantarmene, dolorosamente - la sola persona in Italia con cui lui potesse veramente parlare. Negli ultimi anni abbiamo pensato le stesse cose, detto le stesse cose, sofferto e pagato per le stesse cose. Eppure non siamo riusciti a parlarci, a dialogare. Non posso che mettere il torto dalla mia parte, la ragione dalla sua.
E voglio ancora dire una cosa, al di là dell'angoscioso fatto personale: la sua morte - quali che siano i motivi per cui è stato ucciso, quali che siano i sordidi e torbidi particolari che verranno fuori — io la vedo come una tragica testimonianza di verità, di quella verità che egli ha concitatamente dibattuto scrivendo, nell'ultimo numero del «Mondo», una lettera a Italo Calvino.

Da Nero su nero, Einaudi, 1980


*****
 

Leonardo Sciascia
Il Salò di Pasolini

 

[...] Ho visto una volta, per cinque minuti, un film pornografico. A differenza di Catone nell’epigramma di Marziale (tradotto da Concetto Marchesi: “Tu conoscevi il dolce rito della giocosa Flora /e l’allegria della festa e la libertà della gente / E allora perché sei venuto al teatro, o severo Catone? / O sei venuto solo per questo: per uscirne?”), non sapevo quali sarebbero state le mie reazioni di fronte a un simile spettacolo. Presumevo anzi mi sarebbe piaciuto, piacendomi la letteratura erotica e libertina. Mi sono invece trovato davanti a dei corpi umani ridotti a pura e triste meccanica e ho fatto l’immediata constatazione che di pornografico, in un film pornografico, ci sono soltanto gli spettatori. Se fossi rimasto oltre, mi sarei molto annoiato e un po’ vergognato.

Giorni addietro, a Roma, vedendo l’ultimo film di Pasolini mi sono trovato in una condizione del tutto diversa. Questo per dire subito che se sono arrivato a sperare che questo film lo vedano in pochi, ci sono arrivato da ben altra parte. Mentre le immagini scorrevano sullo schermo, non mi sono sentito pornografo ma vittima. Vittima del dovere di vederlo, vittima dell’attenzione con cui ho sempre seguito Pasolini, vittima - perché non dirlo? - del mio cristiano amore per lui, di un amore che forse sfiora il concetto - cristiano e cattolico - della reversibilità. Ho sofferto maledettamente, durante la proiezione. Per quanto mi sforzassi, non riuscivo a non chiudere gli occhi, davanti a certe scene: e nel buio diciamo fisico che si faceva in me, precario conforto a quell’altro, morale e intellettuale, che dilagava dallo schermo, disperatamente e come annaspando, cercavo nella memoria immagini d’amore. Poi venne, da una delle vittime, da una di quelle che anche nelle didascalie iniziali, coi loro nomi anagrafici, sono definite vittime - venne l’invocazione- chiave, l’invocazione che spiegò il senso del film e l’impressione che produceva in me: “Dio, perché ci hai abbandonati?”. Lo stesso grido di Cristo nel Vangelo di Marco: “Eloi, Eloi, lama sabactani?”. A questo punto, a spezzare provvidenzialmente l’effetto del film, mi affiorò il ricordo di una battuta di Jean Paulhan quando testimoniando a favore di Jean-Jacques Pauvert, imputato per la ristampa delle opere di Sade che veniva facedo, alla domanda del giudice: “Dunque lei non crede che le opere di Sade siano pericolose?”, aveva risposto: “Pericolosissime: conosco una ragazza che dopo averle lette si è fatta monaca”. Questa battuta, meno paradossale di quanto sarà parsa al giudice (nella migliore delle ipotesi: che è possibile l’abbia intesa a carico invece che a discarico di Pauvert), veniva a porre la questione del film di Pasolini in rapporto alla censura, e il problema stesso della censura, nei termini più esatti e più giusti. Il film di Pasolini è senza dubbio importante: importante come conclusione della sua autobiografia, importante per chi come me sente il bisogno di ricostruire la sua vita, di spiegarsela, di capirla con umiltà e insieme con pietà; di capire la sua scelta, di capire il suo “suicidio”. Ma a che serve, per la generalità degli spettatori; a che serve per le masse che lo consumeranno? Lasciando da parte i pochissimi che a vederlo possono sentirsi insorgere delle latenti perversioni o trovare una forma di appagamento a quelle coscienti, i più non ne avranno che nausea e dolore: e o sentiranno l’impulso di ripagare con la violenza tanta violenza (magari sfasciando il cinema) o sentiranno tanta disperazione e dannazione da trovarsi ad invocare Dio come nel film la vittima, come la ragazza di cui dice Paulhan che si è fatta monaca dopo aver letto Sade. Ora, decisamente, tanto per stare alla battuta di Paulhan, è appunto questo che non vogliamo: che le ragazze si facciano monache.

Facendo il film che ha fatto, Pasolini ci ha avvertito di questo pericolo. E anche morendo come è morto: di una morte in cui gli elementi “libertari” sono sovrastati e annichiliti dagli elementi “cattolici”. Ma noi dobbiamo difendercene. E non dico noi per questa società, questo Stato, tutto quello che Vittorini chiamerebbe morte e putredine - che hanno se mai non il diritto di difendersi ma il dovere di dissolversi; ma noi che ormai sappiamo quello che siamo e quello che vogliamo: anche se stretti tra le delusioni storiche nuove e le tentazioni metafisiche vecchie.
 
Di Leonardo Sciascia
(Rinascita, n. 49, 12 dicembre 1975)
 


  

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giovedì 8 gennaio 2015

Caro Sciascia, ti scrivo. Firmato Pier Paolo Pasolini

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro






Caro Sciascia, ti scrivo.
Firmato Pier Paolo Pasolini
di Tano Gullo,
"la Repubblica", 11 dicembre 2003


Dai «cordiali saluti dal suo devotissimo», agli «affettuosi abbracci dal tuo», il passo è lungo due anni. Il passaggio dal lei al tu e i saluti sempre più intimi comunque non significano un rapporto eccessivamente confidenziale. Infatti, nelle lettere successive ogni tanto c' è un curioso ritorno al lei.

Pier Paolo Pasolini e Leonardo Sciascia hanno intrattenuto una intensa corrispondenza dal 1951 agli inizi degli anni Sessanta. Si spediscono articoli e saggi, si segnalano scrittori e poeti, si raccontano gli acciacchi, concordano pagamenti per le collaborazioni che si scambiano, organizzano convegni, incontri e viaggi, si comunicano emozioni per letture fatte, per riviste impaginate.

In queste missive scorrono i nomi più significativi della nostra letteratura del dopoguerra: da Caproni a Bertolucci, da Contini a Bassani, da Gadda a Leonetti, da Siciliano a Garboli, dalla Morante alla Ginzburg.

Le 35 lettere inviate da Pasolini sono le prime che la famiglia di Sciascia, in ottemperanza al mandato testamentario, ha consegnato alla Fondazione di Racalmuto intestata all'autore del Contesto. Sono il fiore all' occhiello della biblioteca inaugurata sabato 13 dicembre 2003 con due convegni, uno sul giallo e l' altro sugli archivi.

Nella prima missiva, datata 11 gennaio 1951, Pasolini ringrazia Sciascia per le duemila lire ricevute (a compenso di un suo articolo pubblicato su "Galleria" una rivista letteraria che lo scrittore siciliano dirigeva a Caltanissetta dove ai tempi viveva) e si scusa per il ritardo con cui scrive, raccontando di una caduta che gli ha procurato la frattura di un osso del bacino: «sei giorni in ospedale e un mese a letto». «Spero che le mie disgrazie - aggiunge - mi giustifichino!».

Nella seconda, del 25 gennaio, lo rassicura che sta per accingersi a mettere in bello la «mala copia» di una recensione sulle Favole della dittatura pubblicato da Sciascia con Bardi, in modo che possa spedirla a un giornale. Poi gli segnala il poeta Dell' Arco: «è così audace che temo ci voglia un bel po' di fegato per pubblicarlo. Ho di narrativo altre cose meno violente, che se vuole le manderò in esame appena potrò». Lo scrittore di Racalmuto inserirà i sonetti di Dell'Arco in una antologia Il fiore della poesia romanesca pubblicata dall' editore nisseno Salvatore Sciascia, omonimo ma non parente, lo stesso che finanzia la rivista "Galleria" e che stampa alcuni libri giovanili dello stesso Pasolini. In quegli anni, per merito dei due Sciascia e di altri intellettuali, la piccola Caltanissetta diventa la culla della cultura siciliana che guarda anche al resto d' Italia. È inserita a pieno titolo nel dibattito letterario del primo dopoguerra. Ne sono prova i nomi che spediscono i loro scritti alla casa editrice: Pasolini, Roversi, Romanò, Leonetti, Caproni, Bassani, Contini, Naldini.

"I quaderni di Galleria", allegati alla rivista, vengono dedicati a rotazione, «come in agricoltura», alla poesia, alla narrativa e all' arte. Nove volumetti monografici all'anno. La prima terna: Dal diario di Pasolini, Un giorno d'estate di Angelo Romanò e Poesie per l'amatore di stampe di Roberto Roversi.

Annota nel suo diario Sciascia: «Pasolini mi scrisse: "Deliziosi i libretti! Te ne sono molto grato. Adesso aspetto le trenta copie per spedirle agli amici e ai critici. Finora l'ha visto solo Bassani che è rimasto colpito dalla dignità e dal gusto dell' edizioncina"». «Questi libretti - continua - hanno una storia e fanno piccola storia. Me ne ero quasi scordato, come forse se ne era scordato Pasolini. Rileggendo ora le sue lettere, mi pare di aver vissuto una lunghissima vita e che la felicità di allora sia come il ricordo di un altro me stesso; un lontano e remoto me stesso, non il me stesso di ora. Eravamo davvero così giovani, così poveri, così felici?».

Sullo sfondo delle altre lettere c'è l'Italia degli anni Cinquanta, un paese che con fatica, dopo le devastazioni del fascismo e della guerra rientra nella storia contemporanea e comincia a gettare le basi del boom economico. È un paese ancora di sogni e di buoni sentimenti, di ansie, culturali e per il ritardo di piccoli compensi monetari.

In una lettera del ' 53 Pasolini in una nota su Naldini preannuncia tre righe che avrebbe mandato successivamente. Una recensione sospesa per un paio di settimane, giusto il tempo di trovare la frase giusta. Alla fine arriva la busta con una citazione di Betocchi: «Vita di meravigliosi adolescenti, in cui tutto è nitidamente confessato». Nelle lettere Pasolini chiede chiarimenti per un viaggio in Sicilia in occasione del congresso sulla narrativa organizzato da Sciascia («Chi sarebbero i "noi" che ci ospitano, non vorrei gravare sulle tue spalle»), cerca voti per il suo Teorema candidato al premio Strega («Ho bisogno di voti, non tanto per vincere, quanto per non venire a sapere che sono completamente isolato e abbandonato, a parte pochi amici stretti. Spero che tu sia uno di questi e che ti decida a votare per me»). Gli raccomanda Leonetti, Romanò, Bassani, Marin («se gli pubblichi il libro Biagio Marin si impegna a farne vendere 250 a prezzo di copertina e ad acquistarne 100 copie lui stesso a prezzo di costo»), lo invita a spedirgli articoli, si impegna a scrivergli recensioni, lo rimprovera velatamente perché Sciascia in visita a Roma non lo ha cercato più di tanto.

Negli anni Sessanta la corrispondenza si interrompe. Il perché lo spiega lo stesso Sciascia nel libro Nero su nero.

Fonte:
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2003/12/11/caro-sciascia-ti-scrivo-firmato-pier-paolo.html


Leonardo Sciascia, Nero su nero, Adelphi 1991

Molto si parlò di questo libro, quando apparve nel 1979. Ma allora notando soprattutto ciò che Sciascia vi dice della realtà pubblica che lo circondava: l’Italia come paese «senza verità», dal caso del bandito Giuliano all’affare Moro, la cui ombra si stende sulle ultime pagine di Nero su nero. Leggendolo oggi, affiora però con altrettanta evidenza la sua altra faccia, più segreta: quella del libro dove Sciascia ha consegnato, con scrupolosa precisione, pagine essenziali sul suo modo di intendere lo scrivere e la letteratura, che proprio qui viene mirabilmente definita quale «sistema di "oggetti eterni" ... che variamente, alternativamente, imprevedibilmente splendono, si eclissano, tornano a splendere e ad eclissarsi – e così via – alla luce della verità». (Parole che vanno lette accostandole ad altre, significativamente fra parentesi, dove si dice che la letteratura «è la più assoluta forma che la verità possa assumere»). Si direbbe dunque che, in questo momento, ciò che per Sciascia era più personale e nascosto venisse naturalmente a mescolarsi con i fatti della cronaca. Così nacque Nero su nero, accumulandosi per dieci anni torbidi, fra il 1969 e 1979, ma obbedendo sempre a un imperativo di chiarezza e nettezza – libro indispensabile per capire Sciascia in genere e soprattutto il suo ultimo periodo. E, di fatto, già il titolo risponde parodisticamente alla banale accusa di pessimismo che tanto spesso gli fu rivolta in quel decennio e anche dopo, offrendoci «la nera scrittura sulla nera pagina della realtà».


Fonte:
http://www.adelphi.it/libro/9788845908002





Curatore, Bruno Esposito

Collaborano alla creazione di queste pagine corsare:

Carlo Picca
Mario Pozzi
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Giovanna Caterina Salice
Simona Zecchi

martedì 9 aprile 2013

Pasolini e Sciascia... vite parallele

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Pasolini - Sciascia... vite parallele
di JOLANDA BUFALINI

L'Unità, martedì 21 giugno 1994 - pag. 11



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Curatore, Bruno Esposito

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