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lunedì 15 settembre 2025

Giulio Andreotti, replica a Pier Paolo Pasolini sul suo articolo: «Il vuoto del potere in Italia » - Non è mai esistito un regime democristiano - Corriere della sera, Tribuna aperta del 2 Febbraio 1975

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Giulio Andreotti
replica a Pier Paolo Pasolini sul suo articolo:
«Il vuoto del potere in Italia » 
- Non è mai  esistito  un regime  democristiano - 

Corriere della sera

Tribuna aperta 

del 2 Febbraio 1975

( © Questa trascrizione da cartaceo è stata curata da Bruno Esposito )


di GIULIO ANDREOTTI


Ieri i «Corriere» ha pubblicato un articolo di Pier Paolo Pasolini: «Il vuoto del potere in Italia ». Ad esso replica Giulio Andreotti.


Qui trovi Il vuoto del poter in Italia di P.P.Pasolimi

Qui trovi la risposta di Giulio Andreotti - Andreotti replica a Pasolini

Qui travi la risposta di Pier Paolo Pasolini - Gli insostituibili Nixon italiani - Continua il dibattito tra Pasolini e Andreotti

Qui trovi Le lucciole e i potenti Giulio Andreotti risponde a Pier Paolo Pasolini, sul suo articolo: Gli insostituibili Nixon italiani 

Qui trovi Giulio Andreotti, Caro Pasolini ti chiedo ora le scuse per allora


Rendo omaggio al suggestivo stile letterario di P. P. Pasolini anche se non condivido la sua dura e disperante critica della situazione politica attuale, con l'accento sopra una specifica accusa di << lucciolicidio >> rivolta alla democrazia cristiana.

Mi guardo bene dal considerare pregiudizialmente infondate le censure rivolte al mondo politico e dal sottovalutare la pericolosità dei vuoti di potere che effettivamente esistono, per cause che vanno però analizzate in maggiore profondità.

L'odierna crisi nascerebbe secondo Pasolini dal profondo cambiamento intervenuto nella società italiana, che avrebbe fatto saltare il << regime >> senza  che lo si sia sostituito - o lo si sia potuto sostituire con altro valido sistema di conduzione civile.

Si riconosce, dunque; che il cambiamento c'è stato. Ed in effetti milioni di contadini sono passati al lavoro industriale o a quello autonomo; la popolazione scolastica aumentata vertiginosamente sconfiggendo l'analfabetismo e centuplicando diplomati e laureati: gli italiani che abitano una casa di cui sono proprietari hanno superato il cinquanta per cento; ed inoltre l'Italia si è presentata al mondo con una consistenza economico-produttiva prima sconosciuta. Il presunto regime sarebbe stato quindi artefice di una eccezionale trasformazione.

Ma è esistito un << regime democristiano »? La risposta negativa è per me nettissima.

Anche quando gli elettori avevano dato alla DC la maggioranza assoluta alla Camera, non è mai venuta meno un'ampia collaborazione democratica di governo. Sarebbe arduo declassare al ruolo di portatori d'acqua qualificati esponenti governativi della socialdemocrazia, del partito liberale e di quello repubblicano. Appartengono comunque proprio a questo periodo le leggi postbelliche più caratterizzanti: riforma agraria, riforma tributaria, cassa del mezzogiorno. Non è lecito sorvolare su queste incisive realtà.

Né in quegli stessi anni si trascurarono i grandi inserimenti dell'Italia nelle politiche multinazionali di grande respiro: per la sicurezza della pace (NATO) e per la creazione di solidarietà europee (con la comunità del carbone dell'acciaio, premessa della più vasta comunità europea). Certamente in questa somma di molteplici iniziative non mancarono errori. Ma vorrei che si stesse attenti a non definire tali, fatti che non lo sono se esaminati in una luce di verità.

Un esempio. Il frazionamento dei latifondi con assegnazione a decine di migliaia di coltivatori sembra a taluni tecnici << puri >> uno sbaglio perché sarebbero economiche solo le grandi aziende. Ma a parte la discutibilità dell'asserzione e la sperimentata possibilità di creare cooperative ed altre intese fra gli assegnatari, nessuno può dimenticare che la giustizia sociale aveva pure le sue non differibili esigenze, senza il soddisfacimento delle quali anche gli equilibri economici sarebbero saltati.

Che cosa impedì alla DC e ai partiti alleati di incidere di più nel quinquennio 1948-1953? Direi che giuocarono molti fattori, fra cui la non grande preparazione tecnica della classe politica ed un persistente condizionamento psicologico autarchico della pubblica amministrazione italiana. Ma vi era per di più una sfasatura tra i centri di potere politico e gli altri: non si aveva, cioè, corrispondenza tra la rappresentanza politica e l'influsso in settori determinanti come la stampa, la finanza, l'università ed in generale il mondo delle arti e della cultura. Cominciò inoltre il contrasto tra aspi razioni contrapposte, fra le quali noterò la richiesta di un maggior rigore nella tutela dei costumi e l'intransigenza verso ogni forma di limitazione di libertà. Ma in mille altri settori accadde lo stesso: vi erano spinte per regolare razionalmente l'edilizia e controspinte - sociali o pseudosociali - per non opporre difficoltà al lavoro degli edili: impulsi a portarsi nei luoghi di sperato  lavoro e non alla proporzionata risposta domanda di consumi  pubblici nei centri urbani che crescevano.

Ci si poteva forse arroccare più fermamente nella difesa attuativa della Costituzione, non cedendo tra l'altro a chi pur di non avere una normativa sindacale metteva il silenziatore sulla novità della partecipazione operaia nella gestione delle imprese.

Con la sconfitta dell'ultimo governo De Gasperi nel luglio 1953 cominciò la lunghissima stagione dell'instabilità governativa; e la DC sotto l'assillo della logorante vita quotidiana, perdette via via il vigore programmatico che con tanta efficacia aveva dimostrato di possedere nei tempi dell'assemblea costituente.

E proprio questa perdita di retroterra culturale che provocò il mal sottile degli anni '60, dal quale sarebbe arduo dire che l'Italia sia guarita.

Si ricercarono allora nuove alleanze, ma in uno spirito diverso da quello con cui nell'estate del 1953 De Gasperi e Saragat avevano invano sondato la disponibilità di Nenni. Lo stesso chiamar <<  pulito >> il centrosinistra senza i socialisti al governo dava una curiosa patente di equivoco all'altra ipotesi - poco dopo realizzata che pur si volle accreditare come incontro storico fra cattolici e socialisti.

Molti artefici di questo nuovo corso hanno avuto un atteggiamento singolare, ponendo via via dei punti  fermi e associandosi poi alla critica quando le cose non andavano secondo i piani prestabiliti: vedi le censure postume alla nazionalizzazione dell'energia elettrica e quelle ancor più diffuse sulla programmazione fissata votando alcune centinaia di romantici articoli di legge.

Nel contempo, dovendo fronteggiare una crisi di governabilità per evitare che la contestazione di marca mondiale arrecasse un colpo mortale alla giovane democrazia italiana, le forze alleate non di rado hanno battuto strade contrapposte fino ad un parziale allineamento di governanti (<< lucus a non lucendo >>) sulla tesi di disarmo della polizia e di canonizzazione dell'indisciplina.

Va notato che, mentre i comunisti hanno rapidamente abbandonato queste posizioni, non così è accaduto per alcuni tra i suddetti... governanti, o governativi. (sempre << lucus a non lucendo >>) come oggi più esattamente va detto. Tanto che l'azione di recupero della sinistra extra-parlamentare, mentre è tentata dai comunisti dimostrando ai suoi esponenti che sono in torto, dagli altri la si cerca carezzandone spesso ogni velleità. 

D'altra parte lo Stato si è dimostrato fin qui impari a prevenire l'opera nefasta sia dei neocriminali delle rapine e dei sequestri, sia dei terroristi che hanno seminato spietatamente la morte restando ignoti o impuniti, E dobbiamo alla generale allergia del nostro popolo verso le avventure di reazione, se i tentativi di sovversione involutiva sono finiti ancor prima di consolidarsi. Ma. appunto per questo, cade nell'assurdo l'equiparazione pasoliniana tra fascismo e democrazia cristiana.

Unendo a un tale panorama preoccupante l'onda non ancora domata delle difficoltà economiche e monetarie le cui radici esterne complicano e non facilitano le soluzioni nasce un quadro di tinte purtroppo fosche.

Se vi fossero alternative democratiche in vista, sarebbe naturale un cambio di forze al potere. Quando avviene in Inghilterra o negli Stati Uniti, non è mai traumatico per il partito battuto, che comincia la strada della riconquista attraverso l'opposizione efficace e una revisione interna adeguata. Ma senza la DC nell'Italia di oggi maggioranze in parlamento non si formano.

Occorre pertanto che la DC rinvigorisca, come sta cercando di fare, i suo spirito, chiarisca le sue linee di azione, offra nel rispetto degli istituti costituzionali e delle loro scadenze una efficace immagine di costruttivo coagulo di opinioni democratiche.

Non vogliamo affermare con sicurezza che le difficoltà del 1945 siano state superiori a quelle di oggi. Ma certamente erano tali da scoraggiare chiunque non avesse avuto quella grande fede politica che la DC dimostrò di avere in eccezionale misura e che non può davvero definirsi come una passiva raccolta di....favori vaticani.

Con uno sforzo di volontà e anche - moderatamente - di fantasia non è impossibile riaccendere non solo il piccolo fulgore ingannevole delle lucciole ma autentiche luci di una speranza che ciascuno deve fondare anzitutto sul proprio apporto all'azione di rinascita. Si illude Pasolini di poter vedere qualcosa di buono all'orizzonte se davvero << Chiesa, patria, famiglia, obbedienza, ordine, risparmio e moralità >> non contassero più. Non è sufficiente il << caos >> sviluppatosi anche sul crollo di questi valori, a far riflettere un uomo di cultura sullo scivolamento infrenabile del permissivismo idealizzato?

Concluderò citando Giorgio Ruffolo nel suo rapporto sulla programmazione: << Le forze dalle quali scaturi la rapida disordinata crescita del dopoguerra hanno perso vigore, senza che altri impulsi le abbiano sostituite per orientare il sistema verso un'evoluzione più equilibrata... >>.

Si tratta di dar vita a questi impulsi, perché senza una ripresa della crescita sarebbe vano parlare di sviluppo e di giustizia.

G. A.

@Eretico e Corsaro - Le Pagine Corsare

Curatore, Bruno Esposito

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