"Le pagine corsare "
dedicate a Pier Paolo Pasolini
La verità di Marco
Lettera di Pier Paolo Pasolini a Marco Baldisseri (Caso Lavorini)
Tempo
numero 45
8 novembre 1969
pag.34
Contestualizzazione della "Lettera"
Il caso Lavorini fu uno dei più sconvolgenti dell’Italia del dopoguerra: il rapimento e omicidio del dodicenne Ermanno Lavorini nel 1969 scatenò un'ondata di indignazione, depistaggi e polemiche politiche. Il 31 gennaio 1969 Ermanno Lavorini, 12 anni, originario di Viareggio fu rapito a scopo di estorsione, il suo corpo fu ritrovato il 9 marzo 1969 sepolto sotto la sabbia a Marina di Vecchiano. Il riscatto richiesto: 15 milioni di lire, richiesto telefonicamente il giorno stesso della scomparsa.Le indagini iniziali si concentrarono su una presunta pista pedofila, con accuse infondate verso frequentatori omosessuali della pineta di Viareggio. In realtà, il rapimento era stato orchestrato da un gruppo di giovani monarchici di estrema destra, che volevano finanziare la loro associazione eversiva. Per sviare le indagini, fu costruita una falsa pista sessuale, alimentata anche dai media, che portò a linciaggi pubblici e gravi errori giudiziari. Il caso ebbe un impatto devastante sull’opinione pubblica e sulla fiducia nelle istituzioni. Fu il primo rapimento di un bambino nella storia italiana, anticipando l’epoca dell’“Anonima sequestri”. Il processo e le condanne successive furono segnati da forti polemiche, con alcuni colpevoli che scontarono pene brevi e altri che furono assolti.
Marco Baldisseri fu uno dei condannati per il sequestro e l’omicidio di Ermanno Lavorini. Coinvolto attivamente nel rapimento del piccolo Ermanno Lavorini, insieme ad altri giovani come Mario Sensi, Giovanni Mele, Piero Baldeschi, Rodolfo Della Latta e Pietro Vangioni. Il gruppo mirava a ottenere un riscatto per finanziare attività eversive. Secondo le ricostruzioni giudiziarie, Baldisseri partecipò al sequestro e fu tra i responsabili dell’occultamento del cadavere. Fu condannato insieme agli altri imputati, anche se le pene variarono nel tempo a causa di appelli e revisioni processuali. Il suo nome è spesso citato nei resoconti del processo come uno dei protagonisti minori, ma comunque coinvolto direttamente.
La lettera di Pier Paolo Pasolini a Marco Baldisseri, pubblicata su Tempo, numero 45, 8 novembre 1969, Rubrica Il Caos.
"La verità di Marco"
Caro Marco Baldisseri - ti chiamo "caro" come si usa nelle lettere e forse anche in qualche modo mi sei - anche se ti considero colpevole.
Perchè ti scrivo? Non ho nulla da dirti e nulla da chiederti. Ma, attraverso te, ho qualcosa da dire o da chiedere agli uomini italiani medi. Gli uomini italiani medi, sono quelli che ti hanno educato, ti hanno arrestato, e ora si accaniscono a giudicarti e a rieducarti. I tuoi rapporti con questi uomini italiani medi, sono stati, e sono, a dir poco, tragici.
Ora questi uomini italiani medi cercano da te la verità. E anch'io, sia pure per altri interessi, e per altri fini, la cerco. Sarà molto difficile che i giudici ottengano da te la verità. Ormai sono costretti, dalla notorietà della vicenda in cui sei implicato, a interrogarti solo con le buone. E ciò li costringe ad adottare dei metodi suppongo di comprensività, di logicità, e anche in un certo senso di bonomia e di qualunquismo. Il senso, non detto, dei loro tentativi di strapparti la verità (oltre alla oggettiva minaccia della prigione) è: «Se tu dici la verità, torna tra noi, nel seno della società che ti aspetta a braccia aperte. Confessa per integrarti ».
Vorrebbero insomma che tu leggessi il "Vangelo" come loro lo interpretano; vorrebbero che tu divenissi "morale" per riconfermare la bontà della loro morale. E invece, così, tu non confesserai mai. Appunto perchè essi fanno il tuo gioco. E' proprio facendo leva sulla "loro" morale che tu hai potuto fare quello che presumibilmente hai fatto: tutto basato, comunque, sul ricatto, ossia sul terrorismo morale. E inoltre fa parte della "loro" morale anche il tacere, il non tradire i compagni, l'essere, sia pure per fini aberranti, leale. Infine, è la "loro" moralità che ti ha, come si dice, represso, ha fatto di te un ragazzo anormale, con una vita interiore sbagliata ma coerente (come, ti spiegherebbe un dottore, nei casi di paranoia).
Se tu leggi lo scritto precedente a questo, rivolto a una dirigente comunista, vi puoi leggere la frase: «Io sono soltanto una comunista che avverte la sua impotenza di fronte alla forza primigenia che fa degli sfruttati dei consenzienti involontari... ».
Tu sei uno di quegli uomini che, sfruttati, anzichè ribellarsi, divengono dei consenzienti involontari. Ma poichè, nel tempo stesso, la società che ti sfrutta, ti reprime, sei anche un irrequieto (per usare un eufemismo); ed ecco che ritrasformi il tuo consenso, la tua obbedienza, in una forma aberrante di ribellione: così militi in un partito di destra e fai il teppista.
Tu non sei uno stupido. Non ci vorrebbe niente a convincerti che per un ragazzo figlio di operai essere monarchico o fascista è una follia. E invece di convincerti di questo, ti fanno, immagino, prediche morali, ti allettano attraverso la bellezza del ritorno alla moralità. Evidentemente in carcere è inconcepibile parlare di politica: ma è soltanto facendo con te discorsi politici, e non moralistici, che ti si potrebbe convincere a guardare te stesso e il tuo caso con oggettività; e portarti al desiderio non sentimentale ma ragionato di dire la verità.
PIER PAOLO PASOLINI
Commento
La lettera è un testo pubblico mascherato da indirizzo personale: Pasolini prende come pretesto l’indirizzo a Marco Baldisseri per parlare a un pubblico più vasto — gli “uomini italiani medi” — e trasformare un caso giudiziario in un’analisi sociale e morale dell’Italia del suo tempo. La forma epistolare crea intimità apparente ma serve soprattutto a costruire una critica civile e teorica. Pasolini sostiene che il crimine e il comportamento di Baldisseri non sono spiegabili soltanto come atti individuali: sono prodotti di una specifica formazione morale e sociale. La vera responsabilità, oltre all’imputato, ricade sugli “uomini italiani medi” che hanno educato, represso e poi stigmatizzato il ragazzo. La domanda di verità che la società rivolge a Baldisseri è, nella pratica, una richiesta di reintegrazione morale che non coglie le cause politiche e sociali del gesto. La «loro» morale è mostrata come meccanismo di controllo che produce conformismo, duplicità e devianza; la richiesta di confessione è strumento per riaffermare la validità di quella morale. Baldisseri è letto come esempio di uno sfruttato che interiorizza il consenso al sistema e lo trasforma in una ribellione distorta; il concetto ricongiunge l’atto individuale a dinamiche collettive di potere. La militanza di destra e il teppismo sono interpretati non come mera scelta autonoma ma come metamorfosi del consenso impresso dalla società che reprime. Pasolini richiama la necessità di affrontare il problema con strumenti politici e analitici, non con prediche moralistiche; solo la discussione politica potrebbe condurre a una verità ragionata.
L’apertura con “Caro” e la dichiarazione simultanea “ti considero colpevole” creano uno slittamento emotivo che rende la voce dell’autore empatica senza rinunciare al giudizio. La lettera parla a Baldisseri ma si rivolge soprattutto alla collettività, facendo dell’individuo un caso esemplare. Pasolini capovolge la pretesa moralità dei giudici e del pubblico, mostrando come proprio quella moralità sia complice del male. I rimandi alla «paranoia» e alla «vita interiore sbagliata ma coerente» servono a dare un’apparenza scientifica alla diagnosi sociale, senza però ridurre la questione a mera psicopatologia.
Pasolini coniuga un’analisi culturale con una diagnosi psicologica: Baldisseri è formato da un ambiente che reprime e istruisce secondo categorie moralistiche, e in questa forzatura trova una forma di identità (lealtà, segretezza, militanza) che diventa violenta. La proposta implicita è una diversa strategia di intervento: parlare di politica — esaminare rapporti di classe, manipolazione ideologica, ruoli sociali — piuttosto che insistere sul richiamo alla morale come rimedio. La lettera solleva una responsabilità collettiva: chi giudica dovrebbe interrogarsi sulle condizioni che producono il crimine, non limitarsi a esigere confessioni che ristabiliscono solo l’ordine simbolico. Pasolini rimette in gioco la funzione della giustizia, dell’educazione e del discorso pubblico, chiedendo un approccio che sia comprensione critica e trasformazione politica, non esclusivamente punizione o moralismo consolatorio.
Pasolini non assolve l’imputato né annulla la gravità del delitto; propone però di spostare la lente dall’individuo alla società che lo forma. La lettera è un invito a trasformare la domanda di verità in una pratica di interrogazione politica e sociale: voler “riportare a casa” il colpevole serve solo a confermare una morale che ha contribuito a crearne l’identità deviante.








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