"Le pagine corsare "
dedicate a Pier Paolo Pasolini
Eretico e Corsaro
Pasolini condannato
Inquisizione con moviola
Vie nuove
14 marzo 1963
pagine 19-20-21-22
PER LA PRIMA volta nella storia giudiziaria del nostro Paese, una moviola è stata introdotta nell'aula di un tribunale. E per la prima volta, un regista cinematografico è stato condannato per «vilipendio alla religione di Stato»: quattro mesi di reclusione sono stati infatti comminati a Pier Paolo Pasolini per aver perpetrato il suo « delitto » ideologico nell'episodio «La ricotta » del film « Rogopag».
La moviola lo scriviamo per gli ignari della tecnica cinematografica è lo strumento degli addetti al montaggio dei film: una sorta di macchina da proiezione su piccolo schermo che consente a comando di accelerare, rallentare, fermare e far retrocedere la pellicola, in modo da visionare senza inutili perdite di tempo i brani che più interessano.
Nella scenografia da teatro dell'opera del «Palazzaccio» di Roma, la funzionale carenatura metallica della moviola faceva un curioso effetto; lo stesso, sia detto senza irriverenza, che produce un prete in Lambretta. Ma quando il Pubblico Ministero, dott. Giuseppe Di Gennaro, ha cominciato a manovrare quel congegno con la consumata abilità di un tecnico dell'Istituto Luce, lo scopo di quella messinscena è apparso evidente: sfatare il pregiudizio di una giustizia legata a procedure antiquate, mostrarla invece aperta alle tecniche più moderne, dimostrare la sua spregiudicatezza nella ricerca della verità. Ma nessuno ha abboccato a quell'amo: il processo è rimasto quello che era. L'Inquisizione non avrebbe perso il suo significato se le streghe fossero state bruciate, anzichè sul rogo, entro un forno a raggi infrarossi.
L'ingrata parte del moderno Torquemada se l'è assunta il dott. Di Gennaro, un Pubblico Ministero cui non manca per la verità - un certo physique du role, per quel che di spagnolesco c'è nel suo viso glabro chiazzato di rosso che s'imporpora sotto l'impulso di una violenta passionalità. Nativo di Napoli, egli ha 39 anni, è sposato con tre figli ed è in Magistratura da tredici anni. Deve essere - se l'impressione non è errata - un uomo non privo di interessi per le tecniche ed i mezzi d'espressione più moderni. Si dice che per prepararsi alla clamorosa arringa contro Pasolini egli abbia passato intere serate accanto alle attrezzature cinematografiche della Presidenza del Consiglio, per impratichirsi del funzionamento della moviola, tanto da saperla azionare senza l'ausilio di un tecnico.
Il dott. Giuseppe Di Gennaro, comunque, è stato il vero protagonista del processo contro l'autore della «Ricotta»: senza di lui, il dibattimento giudiziario non sarebbe stato nemmeno immaginabile. Coloro che hanno veduto «Rogopag» sono infatti i più stupiti che Pasolini sia stato accusato e condannato per vilipendio alla religione. Quando il film è stato proiettato ai magistrati per due volte consecutive, durante il procedimento giudiziario, erano presenti i più noti uomini di cultura della capitale.
Al termine della proiezione, Giancarlo Vigorelli (il cui volume su Teilhard De Chardin «Il gesuita proibito» è andato esaurito in pochi giorni) ha detto: «E' un film di una religiosità intensa... totale». Carlo Levi ha addirittura sostenuto con Pasolini: «Se la tua pellicola ha un difetto, è quello di essere troppo cattolica...».
Del resto, i critici cinematografici dei quotidiani legati alla gerarchia ecclesiastica non avevano veduto nella « Ricotta» alcuna offesa alla religione. Il «Quotidiano», organo della Azione Cattolica, aveva scritto addirittura: «Ci sentiamo di scagionare Pasolini dall'accusa di irriverenza».
Persino «Lo Specchio », il settimanale scandalistico che perseguita letteralmente lo scrittore-regista, ha scritto che la scena della morte del protagonista «è stupenda», il «"Quando sarai nel regno dei cieli ricordami al padre tuo" echeggia in tutta la sua grandezza nonostante il luogo e le persone ».
Per il dott. Giuseppe Di Gennaro, invece, il film è una «insultante e lubrica offesa alla religione dello Stato»: il capovolgimento di interpretazione non potrebbe essere più totale.
E' impossibile comprendere che cosa è avvenuto nell'aula della IV sezione del Tribunale di Roma se non si tiene conto di un elemento fondamentale: per la sua stessa dichiarazione, il rappresentante della Pubblica Accusa è sceso nella contesa senza il necessario distacco, ma calandovi anzi tutte le sue passioni personali. «Se voi concederete la libertà a Pasolini - egli ha detto ai giudici sarei io ad essere aspramente condannato, almeno nel mio cuore». Ed ecco allora che il dott. Di Gennaro è partito lancia in resta in difesa della «sua» religione, atrocemente irrisa - e questa sì, senz'ombra di dubbio da Pier Paolo Pasolini.
Al cattolicesimo arcaico di Pasolini, il Pubblico Accusatore ha opposto un integralismo che puzza maledettamente di Medio Evo: un sentimento religioso che esclude qualsiasi fremito di pietà cristiana ed esige anzi - contro gli «infedeli» - la crociata e l'auto - da-fe'. Non per niente l'arringa del dott. Di Gennaro si è conclusa con il rammarico che la massima pena prevista in quel caso dal buon legislatore fascista del 1930 fosse di un anno di reclusione soltanto...
Bisognerebbe analizzare punto per punto le ventitre sequenze che hanno irritato il Pubblico Ministero per scoprire quale sterminata estensione abbia per lui la «religione dello Stato ».
Leso manierismo
Ne fanno parte, ad esempio, due poliziotti che sarebbero beffeggiati dal film; ne fa parte il Sostituto Procuratore della Repubblica di Roma, dott. Pedote, contro il quale egli ha creduto di cogliere nella «Ricotta» una maliziosa allusione. Persino lo estetizzante manierismo dei quadri del Pontorno e del Rosso Fiorentino cui Pasolini si è ispirato, per il dott. Di Gennaro è intoccabile, perchè ad esso si è ispirata certa iconografia cattolica. «Ma allora il reato è di leso manierismo...» ha commentato ironicamente il critico Rino Dal Sasso, che seguiva tra il pubblico la requisitoria.
Non c'è da stupirsi, dunque, se il Pubblico Accusatore ha mostrato di possedere una sensibilità addirittura morbosa verso la sfera sessuale: egli ha creduto addirittura di vedere qualcosa di equivoco nel movimento del protagonista legato sulla croce di fronte allo striptease di una generica, mentre era chiarissimo che si trattava dei singulti di un febbricitante!
La religione del dott. Di Gennaro - c'è da credere - è la religione del conformismo, del quale egli ha tessuto il pubblico elogio, irridendo al «cattolicuccio di sagrestia» che teme d'esserne accusato. E' evidente quindi ch'egli si è sentito direttamente colpito dalle violente accuse rivolte nella « Ricotta» all'uomo medio, (accuse che, nella parte di sceneggiatura incriminata, un personaggio del film, il regista, formula rispondendo alle domande di un giornalista che lo sta intervistando): conformista, schiavista, colonialista, razzista... ed è a questo punto che egli si è rivolto ai giudici chiedendo loro di giudicare come «uomini medi » e perciò stesso come offesi dal film di Pasolini. Nella sua immaginifica oratoria, il breve componimento cinematografico dello scrittore è diventato «...il cavallo di Troia che non deve entrare nella Città di Dio »...
Il "falso profeta"
Pasolini, infatti, secondo il dott. Di Gennaro non è affatto un ateo: egli è anzi il falso profeta di una nuova religione, che vorrebbe scalzare il Cristo dagli altari per sostituirlo con il sottoproletariato.
Dopo un intervento così pesantemente personale, gli sforzi degli avvocati difensori per far dimenticare ai giudici che il P. M. si era posto idealmente sul banco degli imputati ed aveva detto: «Dovete scegliere tra me e Pasolini», non poteva evidentemente avere successo. La Corte la stessa che aveva condannato Franco Citti, il protagonista di «Accattone», per un reato insignificante ha accolto almeno in parte le argomentazioni del dott. Di Gennaro ed ha giudicato colpevole lo scrittore-regista.
Il Centro Cattolico Cinematografico, che è posto, com'è noto, sotto la tutela di tre cardinali ed i cui giudizi sono pubblicati dall'«Osservatore Romano», ha sentenziato che «La ricotta» è un film «sconsigliabile», ma non «escluso». «Escluso», invece, è «Viridiana» di Luis Buñuel. Ora, invece, la Procura della Repubblica di Roma ha scagionato «Viridiana» dalla accusa di vilipendio alla religione, mentre si è scagliata contro «La ricotta», e ne ha ottenuto la condanna da parte del Tribunale.
Due religioni "uniche"
La contraddizione balza agli occhi. E a questo punto, i casi sono due: o i cardinali del Centro Cattolico Cinematografico non possiedono l'acume introspettivo del dott. Di Gennaro e si sono sbagliati, oppure il cattolicesimo difeso dal focoso Pubblico Ministero è diverso da quello che difende la Chiesa stessa. E a questo punto non crediamo di pretendere troppo se chiediamo che qualcuno ci spieghi quale delle due è la sola, vera, unica religione dello Stato italiano.
Cesare Pillon
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