Benvenuto/a nel mio blog

Benvenuto nel blog

Questo blog non ha alcuna finalità di "lucro".
Viene aggiornato di frequente e arricchito sempre di nuovi contenuti, anche se non in forma periodica.
Sono certo che navigando al suo interno potrai trovare ciò che cerchi.
Al momento sono presenti oltre 1700 post e molti altri ne verranno aggiunti.
Ti ringrazio per aver visitato il mio blog e di condividere con me la voglia di conoscere uno dei più grandi intellettuali del trascorso secolo.
Visualizzazione post con etichetta Liliana Madeo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Liliana Madeo. Mostra tutti i post

martedì 13 giugno 2023

Per il «Decamerone» di Pasolini, 80 denunce - LA STAMPA Anno 106 - Numero 34 - Venerdì 11 Febbraio 1972

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Liliana Madeo 
Per il «Decamerone» di Pasolini, 80 denunce.

LA STAMPA Anno 106

Numero 34

Venerdì 11 Febbraio 1972 

Tanti "moralizzatori,, fra il pubblico del cinema.  

L'opera di Pasolini ha ottenuto il record degli incassi e quello delle proteste - Gli italiani che si scandalizzano per i film sono gli spettatori più zelanti: le lettere alla Procura partono il giorno della « prima ». 

(Nostro servizio particolare) 

Roma. 10 febbraio 1972. 



Record degli incassi e delle frequenze, il Decameron di Pasolini detiene fino ad oggi anche il record delle sdegnate proteste. Oltre ottanta sono le denunce sporte contro questo film. Sono ancora in corso un paio di procedimenti giudiziari, che la Procura competente a giudicare — quella di Trento, dove il film era uscito il 25 agosto — aveva già archiviato: a Sulmona si sta preparando un'istruttoria formale e da Ancona sono stati inviati gli atti alla Corte di Cassazione dopo una movimentata altalena di sequestri e dissequestri. In queste denunce c'è un campionario di un possibile «Esercito della salvezza» nostrano. Sono denunce dettate a voce al più vicino commissariato, o consegnate a mano, o inviate per posta. Alcuni usano carta da bollo, altri semplici fogli bianchi o la carta intestata che li qualifica. C'è un medico-chirurgo di Venezia, il comitato romano del fronte monarchico giovanile, il comitato nazionale per la pubblica moralità di Napoli, l'ispettore generale del Corpo forestale di Ancona, ben due suore missionarie del S. Cuore di Milano. 

domenica 9 maggio 2021

Pasolini, da Chaucer alle Mille e una notte - Liliana Madeo, La Stampa, 24 giugno 1972

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Il film liberato in censura 

Pasolini, da Chaucer alle Mille e una


 notte


Vuole completare la trilogia, iniziata con Boccaccio 



(Nostro servizio particolare) 

Roma. 23 giugno. 


Il sollievo di Pier Paolo Pasolini è profondo: I racconti di Canterbury, bocciato in prima istanza dalla censura, ha ottenuto il visto in appello. 

« Questa volta me l'ero vista brutta — confessa —. Avevo temuto che il film non potesse uscire, o che mi fossero chiesti tagli impossibili da accettare. Spesso ho avuto guai con la censura, mai però un rifiuto così reciso. Da anni vengono fatte promesse solenni di abolire questa arcaica istituzione, ma niente cambia. E i censori che un anno fa, anche se turbati, non avrebbero avuto il coraggio di negare ai Racconti il visto, oggi si sono fatti di nuovo aggressivi, imbaldanziti dal clima generale di restaurazione in Italia ». 

Nella sua casa all'Eur le finestre sono spalancate su un terrazzo pieno di piante e le tende sono gonfie di vento. Le carte della corrispondenza e degli appunti, i

lunedì 14 dicembre 2020

Un uomo "diverso", lo scandalo Pasolini

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Un uomo "diverso", lo scandalo Pasolini
LA STAMPA 
Anno 109 - Numero 255
Martedì 4 Novembre 1975

(Trascrizione curata da Bruno Esposito)


Roma, 3 novembre 1975.

   Corruzione di minorenne: è il primo reato che viene contestato a Pierpaolo Pasolini. Siamo nel 1949, a Casarsa nel Friuli, durante la sagra di San Sabino. Pasolini è un giovane professore. Il suo nome viene implicato in un'orgia studentesca. In seguito egli tornerà innumerevoli volte a sedere sul banco degli imputati, accusato di tentata rapina, vilipendio della religione di Stato, ricettazione, oscenità, lesione del comune sentimento del pudore, istigazione alla disobbedienza della disciplina militare, apologia ed esaltazione di fatti contrari alle leggi, disgregazione degli ideali dell'esercito, sovvertimento violento degli ordinamenti costituiti dello Stato, istigazione a commettere delitti.

   Ogni accusa ha portato a un processo, costellato da una sequela di ricorsi e di appelli. Tante vicende giudiziarie appaiono oggi come altrettanti momenti di un unico processo intentato contro (do scandalo Pasolini», lo scandalo che l'artista stesso rappresentava con la sua caparbia ostinazione nel definirsi «diverso» nel manifestare apertamente scelte e comportamenti «irregolari», nel denunciare la violenza del potere, la corruzione della classe dominante, la sordità della Chiesa ufficiale, i tranelli del moralismo gauchista, la continuità fra il ventennio fascista e il trentennio democristiano, il settarismo della cultura ufficiale, gli effetti disgreganti di uno sviluppo che non è progresso, ma consumismo e mercificazione di massa, i falsi miti del nostro tempo, le facili etichette, i luoghi comuni consolanti.

   Per la destra è stato un simbolo, da esecrare senza mezzi termini. «Anomalo sessuale, psicopatico pericoloso» veniva definito abitualmente. Alla prima di «Mamma Roma», nella capitale, lo presero a schiaffi. Alla presentazione di «Accattone», al Lido di Venezia, fu bersagliato da pomodori, uova marce, fischi, invettive. Le provocazioni venivano dai passanti dagli sketches radiofonici. Il linguaggio usato contro di lui era irriducibilmente volgare. Quando gli venne conferito il premio «Città di Crotone», il prefetto di Catanzaro annullò il riconoscimento. La tensione emotiva che egli riusciva ad attizzare — suscitando su di sé collera, violenza, sarcasmo, antipatia, rifiuto, odio — era proporzionale al crescere della sua notorietà e alla sua autorevolezza di artista.

   Lo «scandalo Pasolini» continuamente si ripresentava, sotto diverse facce. Nel '54 fu il suo primo libro di successo, «Ragazzi di vita», che si attirò — insieme con le polemiche letterarie — l'accusa di oscenità: il processo si concluse con un'assoluzione. Poi fu la volta di un epigramma dedicato a Pio XII, morto di recente. I versi dicevano:


«Ma la tua religione non parla di pietà? - Migliaia di uomini sotto il tuo pontificato - davanti ai tuoi occhi - sono vissuti in stabbi e porcili. - Lo sapevi: peccare non significa fare il male. - Non fare il bene, questo significa peccare. Non c'è stato un peccatore più grande di te» 

Valentino Bompiani, che aveva pubblicato la composizione, fu espulso dal Circolo romano della caccia.

   Premio Strega del '60, l'anno della «Ragazza di Bube» di Cassola: alla presentazione dei finalisti, egli lesse una lunga poesia che parafrasava l'orazione funebre di Antonio. Era contro Cassola, denunciava «La morte del realismo». 1968: in versi Pasolini lanciò il suo anatema contro gli studenti figli di papà, e si schierò dalla parte dei poliziotti, figli del proletariato; si ritirò dal Premio Strega e invitò a votare scheda bianca; fu al palazzo del cinema del Lido di Venezia, fra i cineasti contestatori.

   L'irritazione che egli riusciva a seminare intorno a sé, si allargava. Nel '60 fu querelato dai genitori di alcuni ragazzi, che lo accusavano di istigazione alla prostituzione. Nello stesso anno si dovette difendere dall'accusa di favoreggiamento: nella vecchia via Di Panico aveva preso a bordo della sua vettura un giovane che aveva partecipato a una rissa. Fu querelato da un giovane del Tiburtino 111, che si riconobbe nel personaggio di un suo romanzo.

   Nel '61 un distributore di benzina di San Felice Circeo, vittima di una tentata rapina, denunciò lo scrittore. Pasolini respinse ogni accusa. Al processo di primo grado, nel '62, fu condannato a 15 giorni. In appello fu amnistiato. Nel '69 lo querelò il regista Zeffirelli. Nello stesso anno il pretore di Venezia lo assolse per gli incidenti accaduti alla mostra cinematografica. Nel '71 fu di nuovo sul banco degli imputati, dinanzi alla Corte d'appello di Torino, insieme con Pannella e esponenti di «Lotta continua»: gli vennero contestati i reati di disobbedienza alla disciplina militare, disgregazione degli ideali dell'esercito, eccetera.

   Quasi tutta la sua produzione cinematografica è stata contrassegnata da denunce, polemiche, sequestri, processi, conflitti con le commissioni di censura. Divennero «casi» giudiziari e culturali Accattone, Mamma Roma, La ricotta (l'accusa di oscenità e vilipendio alla religione fu sostenuta dal giudice Di Gennaro; la condanna fu di 4 mesi), Teorema, Porcile, I racconti di Canterbury. Ogni volta che la magistratura interveniva, Pasolini era lì, paziente e risentito, pronto a difendere la sua opera. Denunciava «l'oscenità della Tv, la pornografia della produzione cinematografica corrente». Diceva che «la censura è il fatto davvero indecente, perché violenza alla libertà di pensiero e di comunicazione».

Liliana Madeo



Curatore, Bruno Esposito

Grazie per aver visitato il mio blog

mercoledì 7 settembre 2016

Lettera AL DIRETTORE - Pasolini e la televisione

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Lettera AL DIRETTORE
Pasolini e la televisione
STAMPA SERA
Anno 99 • Numero 292


Lunedi 11 - Martedì 12 Dicembre 1967

L'intervista di cui parla Pasolini nella sua lettera, la trovi 
QUI


Signor Direttore,

spero che lei accetti di pubblicare questa mia lettera aperta, a proposito di una intervista che ho rilasciato alla signora Madeo, e pubblicata su « Stampa Sera » del 5 dicembre, Col titolo, pressapoco, La Tv è peggio del Vietnam.

Non è una lettera di ritrattazione, ma di precisazione.
E il caso, inoltre, mi pare di per sé abbastanza interessante: infatti io, proprio nei giorni in cui ho rilasciato questa intervista, mi accingevo a fare un lavoro per la Tv, e precisamente un breve documentario per «Tv 7», sotto forma di sopralluogo per un film da girarsi in India. Ero dunque pronto a prendere l'aereo per Bombay con la mia piccola troupe e con in cuore un grande programma. In seguito alla pubblicazione della mia intervista su « Stampa Sera », sapendo la giusta costernazione che essa aveva portato tra i miei datori di lavoro, ho creduto opportuno scrivere una lettera di rinuncia, per lo stesso lealismo, per cui, se avessi occupato un posto di responsabilità, avrei considerato mio dovere dare le dimissioni.

Il film che avrei dovuto fare per la Tv — in una combinazione, di recente formula, per cui il film sarebbe stato in parte consumato da spettatori normali del cinema e in parte dai telespettatori — era un film sul problema della .fame. La storia di una famiglia indiana i cui membri a uno a uno muoiono di fame. Il momento storico di tale vicenda — per rispetto all'India attuale, che soffre questo problema e lotta con tanta' dignità per risolverlo — sarebbe stato quello degli anni immediatamente antecedenti e immediatamente successivi alla liberazione dell'India. Cioè, il film si sarebbe svolto, in parte, prima della partenza degli inglesi, in parte dopo. Una prima parte preistorica, una seconda storica.

Nella parte preistorica, o introduttiva, si sarebbe vista in realtà un'India ideale: l'India della religione e basta. Il capo della famiglia — che sarebbe divenuta protagonista della mia storia — avrebbe dovuto essere un « maraja » e si sarebbe dato in pasto a dei. tigrotti morenti di fame in una landa coperta dalla neve, per pietà e per sublime disprezzo per la propria carne. Nell'India storica, successiva a questo episodio introduttivo, la famiglia del « maraja », impoverita durante una carestia, appunto, < storica », avrebbe vissuto la tragica vicenda che ho detto, scandita dalla morte per stenti e fame di tutti i suoi componenti.

Perché le ho raccontato la trama di questo mio film? Perchè risultasse chiaro questo: che si trattava del progetto di un film assolutamente non commerciale, assolutamente puro e privo di ogni compromesso. Tale rigore, stabilito in partenza, e condizione del film, mi sarebbe stato reso possibile solo se la « produzione » fosse stata della Tv: l'unica organizzazione in grado di trovare un pubblico per tale film (io non credo che si possa fare un film senza pensare a un pubblico, qualitativamente e numericamente da film) e magari di imporlo.

Ho perduto una grande occasione. Spero di girare ugualmente questa mia storia. Ma mi sarà difficile, perché purtroppo, per mia natura, non sono capace di disprezzare il produttore — in nome della mia poesia! — ed è difficile appunto che io trovi un produttore in grado di sostituire la tv per dare corpo a questo mio progetto.

Vede, dunque, caro Direttore, che cosa è significato per me rilasciare una intervista al suo giornale' e che responsabilità si sono presi il titolista e l'autrice del pezzo. La mia storia di autore e di uomo può risultarne modificata. Certo il dolore che ne ho avuto è di quelli grandi, ma non le scrivo qui per sfogarmi.

Ho detto che non voglio ritrattare, ma solo fare delle precisazioni.

E' vero, poiché io ho sempre avuto molta stima per << La Stampa » (che si è' comportata sempre nei miei riguardi nel modo più corretto, obbedendo, direi con grazia e naturalezza, alle regole del fair-play, anche quando il disaccordo tra le mie idee e quelle da essa rappresentate fosse sostanziale) ho parlato con assoluta sincerità con la signora Madeo. Come si parla con un amico. Quindi senza misurare le parole, senza diplomazia, con totale confidenza. Credo, dunque, di aver detto tutte le frasi, le parole e le espressioni riportate dalla Madeo, ma — ed ecco quello che voglio precisare — in un altro contesto. Un contesto dove lo slogan « La televisione è peggio del Vietnam » è una figura retorica, che sta tra la « boutade » e la « sineddoche »: io parlavo cioè della televisione di Partitissima (ossia, magari dell'80 per cento della televisione).

Ora Partitissima e le mille altre trasmissioni dallo spìrito affine sono effettivamente peggio della guerra del Vietnam, perché distruggono lo spirito di una nazione e non soltanto alcune migliaia o centinaia di migliaia di corpi. Credo che tutti gli uomini di cultura siano d'accordo su questo: se vuole, provi a fare un'inchiesta. Su questo piano massimalistico, radicale, se vogliamo, anche un po' moralistico, la collaborazione di un uomo di cultura con la televisione è effettivamente impossibile.

Resta il venti per cento (sono cifre scherzose!) della televisione: ossia tutta la parte dell'autenticità documentaria (chiamiamolo lo « specifico televisivo»!) e le poche trasmissioni di carattere autenticamente culturale, anche se, naturalmente, divulgativo (ho partecipato recentemente, come intervistatore, a una trasmissione su Ezra Pound, per esempio). Il meglio di questo tipo di trasmissioni è « Tv 7 », è ben noto.

Dunque io credo che, a patto di dire, anche con violenza, e anche auspicando una marcia di protesta, ciò che della televisione è male — ed è il peggiore dei mali perché mortifica e nega lo spirito —, gli uomini di cultura non possano, se non col risultato di rendersi prigionieri di un rigore che maschera l'aridità e una specie di autopunizione, rifiutarsi al tentativo di chi crede in buona fede di migliorare il livello delle trasmissioni televisive. Ecco dunque in cosa consiste la mia precisazione. Collaborare alla televisione cosi come essa è, come « un tutto indistinto», come «idea», è impossibile: collaborare al di là di questa fatalità è possibile, e anzi doveroso.
Cordiali saluti dal suo
Pier Paolo Pasolini

Trascrizione da cartaceo a cura di B.Esposito.




Curatore, Bruno Esposito

Grazie per aver visitato il mio blog

martedì 6 settembre 2016

Pasolini: «La TV è peggio della guerra in Vietnam» - Intervista pressappoco inedita.

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Pasolini: «La TV è peggio della guerra in Vietnam» 

Anno 99 Numero 287 
STAMPA SERA 
Martedì 5 - Mercoledì 6 Dicembre 1967 
Di Liliana Madeo


Lo scrittori espone le sue idee sullo spettacolo 
Il suo prossimo film si intitola « Teorema » E narrerà la storia di un industriale milanese - Per il teatro ha già scritto cinque drammi, un sesto è in cantiere: in essi (egli dice) « non accade assolutamente nulla » - Un suo lavoro lo metterà egli stesso in scena allo Stabile di Torino


Roma, martedì sera.

Come regista cinematografico, in questo momento, Pier Paolo Pasolini ha toccato quotazioni di mercato mai raggiunte prima. Il suo Edipo re, con buoni incassi, regge le programmazioni in prima visione da tre mesi. Nuovi produttori corteggiano il regista. Si è conclusa la sua collaborazione con Alfredo Bini che per primo gli affidò macchina da presa e credito. La parabola evangelica girata quest'estate per Vangelo 70, la sequenza del « flore di carta », è al montaggio. In febbraio avrà inizio la lavorazione di Teorema, storia di una « Visitazione divina » nella famiglia di un industriale milanese. Entro il '68 — il regista ha già firmato un'opzione — verrà girato un altro film, ambientato in India, con una tematica simile al precedente: anche qui c'è una presenza divina, ma la religiosità è quella tipica dalla gente povera, protagonista è una famiglia del terzo mondo i cui membri muoiono ad uno ad uno per la fame e gli stenti. 
Tuttavia Pasolini dichiara: 


« Può sembrare strano, ma in questo momento ciò che più mi interessa sono le tragedie che sto scrivendo o limando: cinque sono pronte, la sesta l'ho appena iniziata. In tre giorni ne ho scritta una, io che ad un testo lavoro anche due, tre anni ». 

Nella sua casa in cima all'Eur, cui si arriva da un viale deserto battuto dal vento, è possibile cogliere i segni di un'attività fervida e molteplice come la sua. Inviti a mostre di pittura, conferenze, dibattiti culturali, movimenti giovanili, sono sparsi ovunque insieme a riviste, libri, i più recenti dei quali recano titoli come  Cattolicesimo e libertà, Dio è morto? Il telefono squilla in continuazione: è il parroco che lo invita ad una proiezione nella sala parrocchiale, il suo produttore, un aspirante scrittore. A tutti egli risponde personalmente, paziente e gentile. 


« Soltanto ora — prosegue — mi sono posto il problema di rappresentare i miei drammi. Scrivendoli, non avevo pensato al loro futuro, per questo credo che alcuni non siano rappresentabili. In tutti c'è una trama, ma è trama di pensiero, conflitto in termini ideologici ». 

Pochi conoscono le sue tragedie. Pilade, la prima che viene pubblicata, uscirà fra quindici giorni sa «Nuovi Argomenti». Bestia da stile doveva essere allestita dallo Stabile di Torino, che però ha rimandato il progetto alla prossima stagione. Pensate e scritte nello stesso tempo, come spiega l'autore, esse offrono versioni diverse di una stessa tematica: sono in versi, costruite secondo lo schema delle tragedie greche: un prologo, un epilogo ed alcuni episodi inframmezzati dal coro. 
Pilade si svolge nel periodo che va dalla caduta del fascismo ad oggi. In un ordine cronologico né rigoroso né lincare, Oreste organizza una rivoluzione che si ricollega ai principi della rivoluzione liberale francese. E fallisce. L'amico Pilade, che crede nella rivoluzione socialista, l'organizza ma fallisce ugualmente. Avrà successo invece la rivoluzione che scaturisce dal seno stesso di Argo, quella del neocapitalismo. Bestia da stile è una trasposizione più poetica ed immaginata di vicende autobiografiche dell'autore. Protagonista è un poeta cecoslovacco che ha vent'anni quando scoppia la guerra. Di educazione cattolica e borghese, egli fa la Resistenza, diventa marxista e raggiunge il massimo delle sue possibilità creative, poi fa l'esperienza amara dello stalinismo ed oggi si trova ad affrontare problemi ancora nuovi.

« Sia questo sia gli altri personaggi — spiega Pasolini — hanno uno spessore, una psicologia, che però non sta in funzione individuale ma serve ad illuminare i problemi dibattuti.Come scrittore non mi interessa il teatro della chiacchiera — proiezione del mondo borghese, espressione allusiva e indiretta della realtà, i cui epigoni sono Cecov alla lontana e Ionesco nella versione più ammodernata — né quello rituale, fisico, mimetico, che il Living Theatre fa in modo insuperabile. Il teatro in cui credo è quello della parola, delle idee. Come nelle tragedie greche, i miei personaggi parlano per spiegare ciò che è accaduto prima o durante gli intervalli, per ripensare le azioni compiute o ricercare le ragioni di quelle che faranno. Sono affermazioni uguali a quelle che fa Moravia, ma io sono ancora più rigoroso. Nel Dio Kurt, ad esempio, ci sono due persone che muoiono. In scena, nei miei drammi, non accade assolutamente nulla ». 

Ora che si accinge a presentare il suo teatro, e dopo le polemiche sollevate da Visconti, Zeffirelli. Moravia, cosa pensa della critica e del pubblico? 


« Io non credo che tutto il torto sia dei critici. In Italia, si sa, non c'è tradizione teatrale. Il teatro è una cerimonia sociale che coinvolge un pubblico ben determinato e differenziato: è un cerimoniale classista. A differenza del cinema, che arriva a spettatori di tutti gli strati sociali, lo spettacolo teatrale si rivolge ai piccoli borghesi. Chi, come i critici, è immerso fino in fondo in questo rapporto teatro-pubblico, non può che sbagliare. Ma la fisionomia dello spettacolo teatrale ha avuto una conseguenza ancora più grave: essa ha contribuito a tenere lontani dal teatro intellettuali e scrittori. Poteva il piccolo borghese — che in letteratura abbiamo ignorato, o aggredito, o maltrattato — essere lo stimolo a scrivere drammi o commedie? ».

Oggi tuttavia c'è almeno la promessa di un pubblico nuovo: ci sono i giovani e borghesi più illuminati che frequentano i cabaret, i teatrini di periferia. Cosa pensa di questo teatro di «irregolari»? 


« In linea di massima tutto il bene possibile. Però, Carmelo Bene è l'unico seriamente impegnato a rinnovarsi e a non scimmiottare nessuno. Tutti gli altri stanno facendo una falsa rottura. Non recitano come gli attori arrivati ma hanno dato vita ad una nuova accademia, ancora più fastidiosa e convenzionale. Invece di ragionare mitizzano. Invece di studiare raccolgono un po' di Artaud e di Sade, qualche suggerimento dal Living e da Grotowski. Continueranno così per chissà quanto tempo. Ma fra un anno saranno insopportabili ». 

Se i teatrini d'avanguardia gli provocano questa « rabbia intellettuale », qual è la sua posizione di fronte al teatro ufficiale? 


« Disturbo fisiologico: non riesco ad assistere ad uno spettacolo intero. Riconosco che registi come Strehler e Visconti hanno dei grandissimi meriti e si deve soprattutto a loro se nel dopoguerra il nostro teatro si è sprovincializzato, ha rimontato una corrente deficitaria raggiungendo livelli di indiscussa dignità. Ma oggi che possiamo specchiarci meglio con gli altri paesi d'Europa, ci accorgiamo che il lavoro fatto è insufficiente. In un momento in cui l'ansia di rinnovamento era cosi forte e generale in Italia, essi hanno istituito il teatro borghese ma non hanno affrontato la questione principale: la lingua. Perché sui nostri palcoscenici si parla un italiano che non è quello degli spettatori, una lingua artificiosa, retorica, accademica? ». 

Dopo queste dichiarazioni, non trova contraddittorio che per il suo debutto come autore e regista di teatro abbia scelto la sede di uno Stabile, e che Moravia si lamenti tanto perché Strehler non ha allestito il suo Dio Kurt? 


« Ho accettato la proposta dello Stabile di Torino perché mi si offriva un palcoscenico e la possibilità di dirigere il mio lavoro. Questo non significa che scenderò a compromessi. Se le strutture esistenti e gli attori disponibili saranno condizionati, me ne andrò. Per quanto riguarda Moravia, trovo giustissima l'osservazione. Penso che lui abbia preso un grosso abbaglio, di cui si è in parte reso conto. Adesso il nostro proposito è lavorare insieme, raccogliere intorno a noi altri giovani che scrivano per il teatro, formare un corpus di testi nuovi e — se Moravia continuerà a scrivere cose belle come Dio Kurt e i miei lavori si dimostreranno validi — fondare un nostro teatro, allargare l'iniziativa del Teatrino di via Belsiana. Io ho cominciato a girare film da cinquanta milioni. Oggi tutti noi, Moravia, la Maraini, Siciliano e gli altri che verranno, dovremmo metterci a lavorare come se avessimo vent'anni ». 

La situazione che lei ha tracciato è pessimistica. Una prospettiva positiva la vede nel lavoro condotto da un gruppo di autori. Non pensa che la tv potrebbe dare un contributo al rinnovamento dello spettacolo in Italia, se ad essa gli intellettuali apporteranno le loro energie? 


« Per carità. Penso impossibile una collaborazione con la tv a livello civile. Invece di fare le marce per la pace, io ne proporrei una per il rinnovamento della tv. Essa è più terribile della guerra nel Vietnam, della bomba atomica. E' pernicioso, ed irriducibile, il suo paternalismo, la falsa democrazia, il moralismo, il voler considerare tutti gli spettatori come piccolo-borghesi, di una misura media ed astratta, ignorando che in Italia ci sono anche i contadini, gli operai, gli intellettuali e, soprattutto, le persone intelligenti». 

Liliana Madeo 

Trascrizione da cartaceo a cura di B.Esposito.

Segue Lettera di precisazione al direttore 





Curatore, Bruno Esposito

Grazie per aver visitato il mio blog