"Le pagine corsare "
dedicate a Pier Paolo Pasolini
Eretico e Corsaro
Pasolini come Giotto
Epoca, 18 ottobre 1970
Numero 1047
( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )
Roma, ottobre
« L'idea di fare un film sul Decamerone mi è proprio piovuta dal cielo », dice Pier Paolo Pasolini, «Stavo volando verso la Turchia per girare alcune scene di Medea con Maria Callas. E lassù, tra le nuvole, mi sentivo allegro, straordinariamente allegro. Sarà che sono invecchiato, e invecchiando si diventa più allegri. Non so. Provavo una specie di rimorso per avere fatto tanti film tristi, e ho sentito il desiderio di fare finalmente un film allegro, con personaggi semplici, realistici, immediati. Un film divertente, per fare ridere la gente. Un film felice, insomma, completamente diverso da Teorema, Porcile o Medea. Così mi è venuto in mente il libro del Boccaccio. Ma giuro che era lontanissima da me l'idea di fare anche l'attore e addirittura di impersonare Giotto. »
Invece, ecco Pier Paolo Pasolini nei panni di Giotto. Arrampicato su una scala, nella celebre abbazia dugentesca di Fossanova, in provincia di Latina, il regista passa e ripassa il pennello su un affresco. Alle sue spalle, dopo i secchi colpi del ciak, la macchina da presa ronza sotto le mani dell'operatore Tonino Delli Colli. Di tanto in tanto, Pasolini salta giù dalla scala, strappa l'arriflex dalle mani dell'operatore, controlla l'inquadratura, modifica la scena, dà disposizioni a destra e a sinistra, e con un salto acrobatico si trasforma nuovamente in Giotto.
« Lo so, molti penseranno: che pallone gonfiato questo Pasolini, adesso pretende di dare la sua faccia a Giotto. E invece non è presunzione, la mia. Ci tengo a dirlo », continua Pasolini. « In un primo tempo avevo affidato la parte a un poeta, Sandro Penna. Poi Sandro ha cambiato idea e ho interpellato lo scrittore Paolo Volponi. Ma anche Volponi si è tirato indietro, e io sono rimasto senza attore la sera prima di cominciare a girare le scene di Giotto. Non potevo rimandare il ciak, e allora mi sono messo davanti allo specchio per vedere se ero abbastanza piccolo e brutto per fare il personaggio di Giotto così come il Boccaccio lo descrive. Ecco, è andata così. »
Nel Decamerone di Pasolini non ci sono attori di grande nome. Accanto a un esiguo gruppetto di attori professionisti (Franco Citti, Ninetto Davoli, la partenopea Angela Luce e pochi altri), c'è una folta schiera di gente presa dalla strada. D'altra parte, i personaggi sono tanti e non c'è posto per nessun protagonista. L'opera del Boccaccio, si sa, è una raccolta di cento novelle. Pasolini ne ha scelte undici, ha cercato di legarle insieme in modo di evitare l'abusato schema del film a episodi, e le ha ambientate a Napoli.
Perché a Napoli?
« Perché », risponde Pasolini, « Napoli è rimasta la sola città in Italia dove si possa trovare un ambiente veramente popolare e, in un certo senso, arcaico. Nel profondo dei vicoli di Napoli sembra che il tempo si sia fermato. Io amo questa povera gente di Napoli perché con la sua violenza e la sua gentilezza rappresenta un modo antico di essere che sta scomparendo ed è ancora abbastanza vicino al mondo del Decamerone. Senza contare, poi, che il Boccaccio si formò proprio a Napoli ».
L'amore pagano
diventa a un certo punto poesia
A parte l'ambientazione e la struttura del racconto, Pasolini assicura di non aver modificato altro. Lo spirito del Decamerone dovrebbe rimanere tale e quale, con l'esaltazione dell'amore carnale che diventa a un certo punto poesia, e l'esaltazione dell'intelligenza umana comunque venga adoperata, a fin di bene o a fin di male. Nessun messaggio politico, nessuna contestazione sociale. Lo scandalo, invece, ci sarà, e tanto.
« Il mio film scandalizzerà », promette Pasolini, « se non altro perché sui banchi di scuola non si leggono certe novelle che io rappresenterò. E soprattutto perché l'ipocrisia della gente che si scandalizzò leggendo il Decamerone seicento anni fa è sopravvissuta fino ai nostri giorni. Ipocrisia non solo verso il mondo del sesso, ma anche di fronte a certe realtà nude e crude del mondo degli umili, del popolo. »
Tra le novelle che non si leggono sui banchi di scuola e che Pasolini ha scelto per il suo film, la più scabrosa è forse l'ultima, quella che chiuderà il racconto cinematografico, in cui il povero mercante Pietro da Tresanti beve le fandonie di un prete, Donno Gianni, e gli affida la moglie Gemmata perché la trasformi con un incantesimo in una cavalla. Ma accanto a novelle che daranno molto da fare alla censura, ce ne sono altre di pura poesia, come quella dell'amore di Girolamo per la Salvestra, che il Boccaccio così sunteggia:
« Girolamo ama la Salvestra; va, costretto da' prieghi della madre, a Parigi; torna, e truovala
maritata; entrale di nascoso in casa, e muorle allato; e portato in una chiesa, muore la Salvestra allato a lui ».
Anche se Girolamo e la Salvestra muoiono d'amore come Romeo e Giulietta, il film sarà « severamente proibito » ai minori di diciotto anni. E probabilmente farà un sacco di soldi, più di Teorema e più di Medea, perché sarà soprattutto un film « commerciale », a dispetto di quanto Pasolini va dicendo e predicando da anni in tutte le occasioni e in tutti i festival:
«Io non mi rivolgo alla massa. La massa si nutre di scemenze, bugie e formaggini televisivi. Io mi vendico della società dei consumi facendo film non consumabili e non commerciali ».
Che cos'è dunque il Decamerone per il « marxista-cristiano» Pier Paolo Pasolini, autore del Vangelo secondo Matteo e Uccellacci e uccellini? Una nuova sensazionale contraddizione, una svolta artistica, oppure un ripiegamento?
«Non so quali siano le ragioni profonde che mi hanno spinto a fare questo Decamerone. Non posso saperlo adesso », dice il regista. « I film sono sempre dei test psicologici: mettono a nudo la condizione di chi li fa proprio nel momento in cui li fa. Potrò capire appieno la mia condizione più avanti, dopo che avrò visto il Decamerone e ci avrò riflettuto sopra. Adesso posso dire tuttavia che in alcune mie opere degli anni cinquanta o dei primissimi anni sessanta ci sono dei precedenti che presuppongono questo film. Il che significa che, in un certo senso, sono ritornato a un genere che da qualche anno non facevo più. »
Gira una scena dopo l'altra
improvvisando e inventando
Se il Boccaccio impiegò almeno un paio d'anni per scrivere e mettere in ordine il suo libro, Pasolini sta realizzando il film nel tempo record di sei settimane. La sua rapidità di lavoro è diventata ormai una favola nel mondo del cinema italiano. Un produttore è felice quando un regista come Fellini o Visconti riesce a realizzare in un giorno 20-25 inquadrature. Pasolini è riuscito a fare 120 inquadrature in un solo giorno. Non si arriva a tanto neppure nei film western più dozzinali, quelli in cui è difficile tenere il conto dei morti.
«La dinamicità e la rapidità creativa di Pier Paolo restano un mistero anche per me»,
commenta il produttore Franco Rossellini, che con Pasolini ha fatto Teorema e Medea e sta facendo il Decamerone.
«Ho prodotto film con registi che lavorano a strappi, quando arriva l'ispirazione. C'è chi alle dieci del mattino ha il cervello addormentato e si sblocca soltanto verso mezzogiorno. C'è chi fa scintille all'alba e crolla dopopranzo. Pier Paolo è diverso. Alle 7 del mattino arriva sul set, gira una scena dopo l'altra improvvisando e inventando di minuto in minuto, salta il pasto, si ferma solo quando il sole è troppo basso sull'orizzonte e non c'è più luce sufficiente per continuare le riprese. Non sopporta ritardi, rallentamenti e pause, per nessuna ragione. A volte bisogna interromperlo con la forza e ricordargli che se lui non ha bisogno di mangiare, gli attori e i tecnici e i macchinisti hanno fame. E poi c'è il problema dei sindacati, degli orari di lavoro, degli straordinari, di alcune regole che bisogna rispettare. Se dipendesse da lui, se potesse disporre di un'intera troupe cinematografica formata da cento Pasolini dotati della sua stessa resistenza alla fatica, farebbe un film in dieci giorni al massimo. »
Alto poco più di un metro e sessantacinque, asciutto come un'acciuga, la faccia scavata, Pier Paolo Pasolini non si ammala mai, a quanto pare. Non beve alcolici. Non fuma. Mangia cibi leggeri. Detesta l'automobile e quando gli è possibile va a piedi, anche di corsa. Sarebbe stato un ottimo maratoneta, perché è in grado di percorrere cinquanta chilometri al giorno senza accusare stanchezza. A differenza di altri registi, non dice mai parolacce agli attori, non grida, non alza mai la voce. Indossa abiti sportivi, calzoni non stretti, camicie senza cravatta. Non porta orologio al polso. Non l'ha mai avuto, e raramente chiede che ora è a chi gli sta intorno. Odia l'orologio per due ragioni: primo, perché è una macchina; secondo, perché misura il tempo senza avere una coscienza del tempo. Ma Pasolini dorme otto-nove ore per notte, e almeno in questo è come tanti altri.
FINE






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