"Le pagine corsare "
dedicate a Pier Paolo Pasolini
Eretico e Corsaro
Pasolini:
Due righe sulla lingua di Gramsci
Vie nuove
numero 9
4 marzo 1965
pag. 32
( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )
Caro Pasolini, ho letto le sue affermazioni sul contenuto di classe della nostra lingua. Mi pare però che anche le classi subalterne abbiano portato un notevole contributo al farsi della lingua colta. Cito tra tutti il contributo di Gramsci nei suoi articoli, nelle sue lettere, nei suoi saggi. Lei che ne pensa?
Pasquale Lenner – Arezzo
Tutte le pagine giovanili di Gramsci sono scritte in un «italiano» impossibile. Non è precoce, come quasi tutti i veri inventori. Egli passa attraverso tutte le fasi aberranti tipiche di un giovane meridionale che si italianizzi a Torino. Gli apporti materni erano quelli strettamente particolaristici della Sardegna, quelli paterni erano una italianizzazione, dal ciociaro, di un padre statale; l’infanzia e la prima adolescenza sono di ambiente contadino, e l’italiano doveva suonare come una lingua estranea ai sardi di Ghilarza non italofoni (e probabilmente in rapporto più con l’America che con l’Italia); il primo italiano, Gramsci, lo avrà sentito risuonare nelle bocche di alcuni «sedicenti» professori di lettere a un ginnasio privato di Santu Lussurgiu. Se l’italiano dei professori medi dei primi anni del secolo doveva essere incredibile quello dei «sedicenti» professori di Santu Lussurgiu, dato che si sentivano tenuti a esibire la loro patente anche se irrichiesti, doveva essere un continuo e caricaturale tentativo di purismo e umanesimo enfatico, da non riuscir a immaginarlo. Gramsci, povero ragazzino segnato, ha vissuto e interiorizzato profondamente ogni evento della sua infanzia; tanto che per tutta la vita ha dovuto subire come un’onta e una difficoltà la sua dedizione; avrà assorbito perciò profondamente anche quel primo italiano ufficiale, che rappresentava la cultura, la liberazione. Infatti tutti i suoi scritti, fino a «Ordine nuovo» in parte compreso, portano come un marchio quella prima acquisizione assurda, quella falsa liberazione. Sembra impossibile che un uomo come Gramsci non sia stato in grado di scuotersi di dosso quella lingua incapace di esprimere altro che dei sentimenti (veri, quand’erano veri, e, naturalmente, lo erano raramente). Ci sembra insomma, che un uomo votato alla razionalità com’era Gramsci, avrebbe dovuto far cadere di colpo l’espressività enfatica dell’italiano letterario, per la presenza stessa della sua vocazione. Ma dal ’14 al ’19, in parte compreso, la sua lingua non è capace di cogliere, delle idee, che il momento sentimentale o appassionato: con qualche pregnanza del tipico irrazionalismo vociano, nei casi migliori, che son molto rari; per il resto, quella lingua è tutta umanistica sul «côté» romantico, probabilmente perché l’umanesimo veniva direttamente e tumultuosamente mutato dall’umanitarismo proto-socialista, che era la più immediata ascendenza linguistica cui Gramsci poteva ragionevolmente guardare (e che non avrebbe mai più dimenticato: perché è probabilmente ad essa, mitizzata ed epurata, che Gramsci forse inconsciamente si riferiva quando pensava a una possibile lingua dell’egemonia comunista; e comunque è a tale lingua dell’umanesimo marxista, rinforzata dallo spirito della Resistenza, che si riferiscono ancora come a una possibile lingua egemonica del comunismo, molti politici di oggi). Bisogna munirsi della pazienza dei filologi, e ricorrere a tutto l’amore che una figura come quella di Gramsci ispira, per poter leggere le sue pagine di quei cinque anni.
Il primo tipo di linguaggio che fa decadere l’enfasi espressivo-umanitaria del Gramsci giovane, è il linguaggio della scienza: cioè un linguaggio (soprattutto in quegli anni) non italiano. Perciò a una prima fase enfatica umanistica (quella di ogni bravo giovanotto meridionale che risalga l’Italia) succede una fase francesizzante. Non per nulla, del resto la città della sua italianizzazione è Torino. E alla fase francesizzante contribuisce la tradizione della cultura torinese, certamente: benché il fatto principale sia la lettura diretta dei «testi» della nuova fase culturale in francese. L’influenza francese, agendo in un corpo linguistico così fragile, inconsistente, vuoto, com’era l’italiano di Gramsci, ha avuto degli effetti ancora una volta estremi e drammatici. Non tanto per la presenza di francesismi diretti, quanto per la insicurezza che il francese comunicativo e scientifico dava all’italiano espressivo e irrazionalistico. In due pagine di Gramsci del ’19 posso sottolineare le parole e le espressioni: «interroriti», «mobilizzati», «escomiato», «devastazioni irrevocabili», «non si è generata per la nostra azione politica» (dove «per» sta per «a causa della»), «sterminate comunità di dolore e di aspettazione», «servigi». Per non parlare di una parola che ritorna eternamente: cioè «officina» invece di «fabbrica» (che comincia a prevalere dal ’19 in poi).
È soltanto con «Ordine Nuovo» (e precisamente con l’«Ordine Nuovo» chiarito dalla polemica con Tasca), cioè col primo maturare di un pensiero gramsciano originale attraverso esperienze vissute come proprie (e la timidità spingeva sempre Gramsci a vivere impersonalmente), che la sua lingua comincia a divenire prima possibile, poi in qualche modo assoluta. (In carcere scriverà lettere di classico).
Tuttavia la primitiva goffaggine di scolaro timido, che fa scherzi e giochi di parole di professore colto, con citazioni latine ecc., riapparirà, sempre meno frequentemente, ogni volta che Gramsci darà «forma scritta» a un sentimento anziché a una idea, oppure all’alone e allo strascico sentimentale dell’idea (quindi, molto spesso, nelle polemiche o nelle invettive).
Gramsci aveva visto l’irrazionalità della lingua letteraria adottata e fatta sua dalla borghesia italiana con l’unità, attraverso un lungo e quasi religioso tirocinio di razionalità: sicché, ogni volta che egli doveva esprimere un pensiero, la lingua spariva e traspariva sul pensiero. Forse, analizzata freddamente, e prescindendo da quello che dice, tale lingua può continuare ad apparire, a un purista, a un linguista sensibile, ancora «brutta»: cioè carica di grigiore manualistico, di gergo politico, di lingua da traduzione, di incancellabili fondi professorali e francesizzanti. Ma tutto ciò è svalorizzato dalla sua funzionalità che la rende sostanzialmente inappuntabile. Quando invece erompe un lacerto dell’antica irrazionalità compressa e dominata, Gramsci – che non si era allenato a dominarla linguisticamente – ne divenne preda, e la sua lingua ricade nell’approssimazione e nell’enfasi delle prime pagine. Solo nelle lettere dal carcere verso la fine della vita, egli riesce a far coincidere irrazionalismo e esercizio della ragione: ma non si tratta però dell’irrazionalismo che alona o segue, come per impeto sentimentale o rabbia polemica, la ragione del pensiero politico. Perché in tal caso, l’irrazionalismo nasconde sempre un’insufficienza ideologica, la mancanza di un nesso nel ragionamento (e infatti, da giovane, Gramsci, nascondeva nella goffaggine espressiva del suo italiano i vuoti della inesperienza politica, o, meglio, i vuoti del socialismo cui egli aderiva). Si tratta, verso la fine della sua vita, di dar voce di racconto o evocazione anche a fatti più umili e casuali della vita, a quel tanto di misterioso e di irrazionale che ogni vita ha in abbondanza, e che è la sua «poeticità naturale». Allora l’abitudine razionalistica che ha dominato la lingua senza tenerne conto, a contatto con quell’elemento irrazionale dominato (non più una mancanza di nessi o un vuoto della ragione, ma per un mistero che la ragione riconosce ed evoca) si colora di una pateticità, che chissà per quale miracolosa osmosi o ricambio inconscio che avviene nelle profondità di una lingua, fa pensare a certi passi patetici ma lucidi, e sempre tenuti bassi, di Umberto Saba.
No, il comunismo
non oscurerà la bellezza e la grazia!
Pier Paolo Pasolini





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