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venerdì 10 aprile 2026

Pier Paolo Pasolini: Una dimostrazione di stupidità - Vie nuove, numero 34, 27 agosto 1960, pag. 6

 "Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Pier Paolo Pasolini
Una dimostrazione di stupidità

Vie nuove

numero 34

27 agosto 1960

pag. 6

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Caro Pasolini, ho letto sui giornali – e credo lo abbia letto anche lei – che dopo una vivace azione dei parlamentari antifascisti, il governo s’è deciso a cancellare le scritte mussoliniane al Foro Italico. Però, dopo le prime cancellazioni, l’azione governativa s’è fermata. La reazione che ne è seguita ha tutta la mia comprensione: anche a me, soprattutto quando vado in provincia, capita sovente di irritarmi per il permanere di scritte sui muri e di fasci littori sui monumenti e sugli edifici. Ciò che mi infastidisce di più è il fatto che non si ritenga opportuno di cancellare finalmente le manifestazioni più ridicole di una demagogia e di una retorica che hanno mostrato tutto il vuoto che c’era dietro e che il tempo ha colmato di tragedia. In un certo senso, questi residui di un costume condannato dalla storia dovrebbero farmi piacere: le scritte rimaste dimostrano così chiaramente la loro stupidità che finiscono per essere controproducenti. 

Ma non è così: oltre al fastidio che arrecano, lasciano sempre la sensazione che siano state lasciate a bella posta da chi rimpiange quei tempi… Mi piacerebbe sapere che cosa ne pensa lei. E la curiosità non credo sia gratuita: lei ha dimostrato di conoscere perfettamente una Roma (che credo sia il frutto della politica fascista) assai diversa da quella imperiale cui si richiamavano i «motti storici» del fu duce. E penso inoltre potrebbe dirmi qualcosa di interessante su quel linguaggio marziale di vuota violenza e di falso patriottismo. Grazie se vorrà accontentarmi. 

Giovanni Marchi

Ho già risposto in parte alla sua lettera, rispondendo alla precedente. Ribadisco il fatto che per me il ridicolo di quelle scritte è enorme, per noi che abbiamo vissuto il periodo fascista, e del tutto incomprensibile, in genere, per i giovani e i ragazzi nati dopo. Per loro deve essere proprio un linguaggio marziano. Vedono scritto «Vincere, vincere, vincere» e sanno benissimo che il fascismo ha perduto, e ingloriosamente; vedono scritto «È l’aratro che traccia il solco e la spada che lo difende», e pensano certo: «Bella scoperta»; vedono scritto «MM» e si dicono senza dubbio: «Boh!»; vedono scritto «Milioni di baionette», e si domandano, beati loro: «Cosa sono queste baionette?». Non le hanno viste mai, come i kriss o i boomerang, armi preistoriche, armi di gente con gli orecchini al naso.

La retorica fascista è la cosa più invecchiata che si possa immaginare: la Patria totalmente inesistente che i fascisti avevano ricostruito facendo un «collage» da Roma alle Signorie al Risorgimento, si è sbriciolata come un biscotto: e le scritte fasciste ne sono la più clamorosa testimonianza.

Ricordo che alcuni anni fa, il mio amico scrittore Giorgio Bassani, a proposito dei cippi, o steli, o monoliti, o non so come diavolo si chiamino, del Foro Italico (bel nome!), ha avuto una idea geniale: stavamo camminando lungo quei cippi, leggendovi scolpita per l’eternità la storia fascista, in stile telegrafico-lapidario: dalla data di nascita, alle principali imprese, la battaglia del grano, la conquista dell’impero, e altre stupidaggini del genere: l’ultimo cippo era in bianco, liscio liscio, immacolato. Evidentemente lì Mussolini ci voleva far scrivere la data della vittoria dell’ultima guerra. Quel cippo bianco, liscio liscio, immacolato, era l’unica cosa espressiva di tutta la fila dei confratelli scolpiti. Stava lì, tragico testimone muto e cieco, del nulla di fatto, del crollo, del fallimento totale e irrimediabile di chi voleva farne la marmorea pagina conclusiva di una marcia vittoriosa. Certo, capisco: occorreva troppa immaginazione per vedere in quella pagina bianca, tanto, e così sublime e tragico significato. E allora era proprio da adottare la geniale idea dello scrittore Bassani: e scrivere su quel cippo, in lettere dorate a sfida del tempo: «1945, fine del fascismo, l’Italia è libera».

Pier Paolo Pasolini


Curatore, Bruno Esposito

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