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sabato 21 febbraio 2026

Dramma sul filo: Pasolini alle Olimpiadi di Roma 1960 - Vie nuove, numero 37, 17 settembre 1960, pag. 20-21

 "Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Dramma sul filo
Pasolini alle Olimpiadi di Roma 1960

Vie nuove

numero 37

17 settembre 1960

pag. 20-21

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Vedi anche:

Dramma sul filo 

Tradisce i pattini per la bicicletta

Un mondo pieno di futuro


Pier Paolo Pasolini ha seguito per Vie Nuove i Giochi Olimpici ed è stato costretto di conseguenza a sospendere per alcuni numeri la sua rubrica "Dialoghi con Pasolini". 


Mi sono accorto di essere un pessimo spettatore di gare atletiche. So che questo può dispiacere. E dispiace anche a me stesso, del resto. Intendo dire che sono un pessimo spettatore di gare di atletica pura, quella ideale, quella per cui si fanno le Olimpiadi vere. Ieri sera, per televisione in una pizzeria della Marranella mi sono veramente divertito, agli incontri di boxe, e alla partita Italia-Jugoslavia: ma divertito fino a saltare sulla sedia e a gridare, come gli altri, intorno a me, ai tavolini unti, giovani operai o disoccupati, rauchi nell'odore di fritto.

Trovavo splendido Musso, i polacchi, lo straripante Cassius Clay: trovavo ottimo l'adolescente attacco della nazionale italiana, Rivera, Rossano... Ero insomma veramente partecipe. Oggi, all'Olimpico, battuto ora dal sole cocente, ora da un freddo che gelava, sono rimasto quasi sempre indifferente.

Ci sarà pure una ragione. Qual è? Io temo che sia poco lusinghiera, per quanto mi riguarda: ma sarà pur necessaria, e quindi al di là di ogni giudizio di valore. Da troppo tempo lo sport è spettacolo: e tutta l'organizzazione sportiva è per lo spettacolo. Il prato erboso degli stadi e il ring sono dei palcoscenici: che hanno addirittura sostituito i palcoscenici veri. E' inutile rimpiangere le cose che passano: bisogna coraggiosamente affrontare quelle che si presentano, nuove, portate da nuove necessità. Ci sono degli sport che, piano piano, hanno finito col non coincidere più con lo spettacolo. Solo per pochi reggerebbe uno spettacolo teatrale composto da letture di liriche: davanti a un pubblico medio, questo non è concepibile. La gara atletica pura è una lirica, più o meno breve: i cento metri un endecasillabo, i duecento un emistichio, i quattrocento una quartina... Già la maratona è spettacolo, perché è come un lungo monologo, disperato, drammatico... Insomma, mentre la corsa e il lancio erano nell'antichità dei fenomeni necessari anche fuori dallo sport, nella vita quotidiana, nella guerra, ecc., la loro purezza era relativa, e la loro bellezza si basava sulla necessità. Oggi, pian piano, nulla di ciò che è fisico è necessario, dato che tutto è stato sostituito dalla macchina: e lo sport è diventato lentamente, quanto a necessità, un puro fatto igienico: e sopravvive soltanto, direi, perché sfoga certi istinti aggressivi e competitivi, di predominio, che nell'uomo moderno non si sono ancora spenti. Ed è quindi divenuto spettacolo, per l'esigenza di masse enormi che senza dubbio non amano la brevità squisita di un endecasillabo...

Non trovo che ci sia da indignarsi: l'indignazione, in questo caso, è una forma come sempre regressiva, di moralismo.

Oggi, allo stadio Olimpico, sotto il sole bruciante e il vento gelido, c'erano come me Moravia e Elsa Morante. Moravia, guardando l'enorme timballo di folla, come lui lo chiama, ammassato tra Monte Mario e il Tevere visione a suo modo non priva di bellezza mi diceva della piccolezza dello stadio di Olimpia, tra i monti brulli e deserti: non trovava parole per descrivere quella piccolezza. Una cosa stupenda. Perfettamente umana. La vera grandezza è sempre unita alla piccolezza. E noi non siamo grandi: la nostra massa non ha la grandezza della grandiosità, come nell'Urss o negli Stati Uniti, le uniche nazioni moderne, per quanto di una modernità così diversa.

Nel grande stadio di Mosca, dove ho avuto occasione di trovarmi, non mi è capitato neanche per un istante, di rimpiangere, sia pure a torto, il piccolissimo, divino stadio di Olimpia. Le sue dimensioni erano veramente proporzionate alle dimensioni di un grande popolo, come lo stadio di Olimpia era proporzionato al grande popolo di quella piccola antica nazione, che le Olimpiadi rievocano così male.

Non lontano da noi tre, sperduti spettatori italiani, tra decine e decine di migliaia di spettatori stranieri, ardeva, liberty e dannunziana, la fiamma sul padellone del tripode: e i tedeschi, in grande quantità lanciavano urla da osteria, scandite, da far raggricciare la pelle, ai tristi ricordi... Elsa Morante, invece, che era alla prima gara sportiva della sua vita, era conquistata. Infatti, a suo modo, senza dramma, pronto per una tela di Paolo Uccello o di Dufy, il prato dell'Olimpico, sotto lo spaventoso anello della folla educata, era una cosa stupenda.

Un verde tenero e acceso, con intorno la fascia mattone della pista, e in mezzo, distribuiti con eleganza suprema, gli oggetti e gli attrezzi, poggiati delicatamente sul verde, come su del vetro. Ai due estremi le piccole piste per il salto in lungo e per il salto con l'asta, dove degli atleti gareggiavano, muti, quasi esclusi dall'attenzione: parevano pure figure di una danza, umile, negletta, silenziosa. Non se ne vedevano le facce, non se ne sentivano i rumori dei piedi, delle aste: e gareggiavano senza sosta, come in un caleidoscopio. E, anch'essi posati sul prato, immobili, oppure in un movimento di sogno, i giudici: vestiti di grigio, coi panama bianchi e le scarpe bianche e nere; o gruppi di atleti, coperti di giacche rosse o arancione, come di lacca. Distribuiti in gruppi disordinati e esigui, sempre tirati con la finezza suprema di un grande pittore allucinato.

Ogni tanto dagli ingressi entrava un manipolo di giudici: signori seri e elegantissimi, che camminavano inquadrati a passo di marcia, con in mano dei seggiolini: e a regolari intervalli, si staccavano dal gruppo, appoggiavano il loro seggiolino su quel verde paradisiaco, e si sedevano immobili.

Più che le antiche gare olimpiche, sotto lo sfolgorare del sole vinto dalle antiche nubi dei primi temporali, lo spettacolo ricordava le corti di Provenza, o il Quattrocento francese...

Le gare? Due istanti sublimi per spettatori delusi, e desiderosi di altra, più leggibile, distesa e drammatica emozione. I quattrocento e i millecinquecento metri, per uomini: la seconda vinta da Elliot, come un levriero in gara con dei bastardi, la prima combattuta fino alla disperazione da un americano, il negro Davis e da un tedesco, il biondo Kauffmann. Pareva, agli ultimi cinquanta metri, che il negro dovesse ormai vincere con due tre metri di distacco: invece il tedesco ha corso come un pazzo, l'ha raggiunto ed è caduto a terra, mezzo morto, quasi che il proprio corpo gli fosse fuggito, o gli fosse fuggita avanti l'anima trascinandosi dietro il corpo come uno straccio, un automa. Una stupenda rabbia. Ma io pensavo ai generali tedeschi e a Erhard, e non ho potuto ammirare quel povero biondo: non l'ho proprio potuto ammirare. Quella sua ostinata passione, quella sua furia disperata, mi hanno fatto paura.

Tornando al discorso di prima: sono uscito dallo stadio, dopo aver assistito a due inni olimpici, a due consegne di medaglie e a due alzabandiera, stanco e indifferente. Devo dire tutta la verità? Mi sono divertito di più alcuni giorni fa, a Ostia, allo stabilimento Ondina. Alcune ragazze si erano date da fare perché un gruppo di italiani - nati stanchi, ragazzi della periferia - si misurasse in alcune gare con un gruppo di ungheresi. Dopo infiniti sforzi organizzativi, nella spiaggia settembrina mezza deserta, coi suoi colori ancora coraggiosamente vividi al sole grigio, le gare sono incominciate. Bisognava vedere il pubblico! Delle donne, le sorelle e le mogli dei bagnini, le serve del ristorante, le ragazze del popolo che ancora erano li, attorno ai capanni già scassati e deserti, parevano come impazzite. La spiaggetta, tra le due file di casotti gialli e rossi, era un vero palcoscenico: e gli urli, le risa, gli incitamenti! Naturalmente vincevano quasi sempre gli ungheresi, colossi selezionati, potenti e meticolosi. Allora le donne italiane, lanciando parolacce in romanesco, hanno sfidato al tiro alla fune le donne ungheresi: e ce l'hanno fatta, hanno vinto, gridando come matte di gioia. E' stata quella una vera riunione sportiva: lo sport ideale ha queste dimensioni.

Non so vergognarmene: in questo campo a me piace ciò che piace alla gente: non sono pedagogico, non mi va di cercar di restaurare necessità e passioni passate, o di modificare le nuove: mi danno fastidio tutte le riesumazioni.

Del resto non è consolante pensare - con Elsa Morante - che venivano più stranieri gli anni passati, al solo scopo di guardare le stanze di Raffaello o le chiese del Bernini? Insieme a tutte le persone dell'intellighentia romana - un po' maligne, a dire il vero - non so rammaricarmi dell'insuccesso turistico delle Olimpiadi: della riesumazione - essa sì autentica e non estetizzante - del panem et circenses.

Pier Paolo Pasolini


Curatore, Bruno Esposito

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