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sabato 21 febbraio 2026

Tradisce i pattini per la bicicletta: Pasolini intervista Kapitonov - Pasolini alle Olimpiadi di Roma 1960 - Vie nuove, numero 36, 10 settembre 1960, pag. 38-39

 "Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Tradisce i pattini per la bicicletta
Pasolini intervista Kapitonov
Pasolini alle Olimpiadi di Roma 1960

Vie nuove

numero 36

10 settembre 1960

pag. 38-39

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Vedi anche:

Dramma sul filo 

Tradisce i pattini per la bicicletta

Un mondo pieno di futuro


Pier Paolo Pasolini ha seguito per Vie Nuove i Giochi Olimpici ed è stato costretto di conseguenza a sospendere per alcuni numeri la sua rubrica "Dialoghi con Pasolini". 


Non ho altro da dire che di una cena. Banale, direi: perché consumata in un locale dove io sono stato mille volte, con gli amici consueti, che non ha nulla di straordinario, di eccitante. Per di più, la conversazione, anziché fluire liberamente e disordinatamente è, per necessità arginata, compressa, incasellata dalla presenza dell'inappuntabile interprete.

Viktor Kapitonov è un giovanotto secco, alto, caldo di energia fisica, timido. Le sue grandi mani ossute toccano con la grazia della goffagine i piatti e i cibi del ristorante romano, e il suo sguardo è quello di un adolescente. Ogni volta che apre bocca mi pare che debba dire una frase friulana. Questa, del resto, è una impressione che avevo sempre a Mosca, benché Mosca sia una enorme capitale, e il Friuli, invece, sia tutto campagne e paesetti. Kapitonov mi pare un mio amico di quando stavo lassù: il biondo dei capelli è quello, e anche come sono pettinati, lisci alle tempie e gonfi al centro in un ciuffo ordinato e allegro. Mi sembra assurdo che per parlare con lui mi debba servire un interprete.

Anche l'allenatore, Leonid Scelesnev, benché abbia una faccia un po' mongola, assomiglia a uno di quei veneti che assomigliano ai mongoli. Di solito questi veneti si vedono nei circhi equestri, dove fanno i cavallerizzi e gli acrobati: o sono stati compagni di scuola alle elementari.

Basta: faccio le prime domande, per ordine. Bisogna accettare questa assurdità. E, contrariamente a quanto pensassi, non faccio altro che parlare di ciclismo. E' umano del resto, che sia così: su tutto cos'è che domina? La vittoria di Kapitonov. Tutto il resto diventa inattuale, scialbo. C'è qualcosa di fisico, nella presenza invisibile di questa vittoria, reso ancora più massiccio dalla modestia vera e totale di Kapitonov. Io, del resto, è la prima volta che avvicino un atleta delle Olimpiadi, e la cosa ha il suo fascino.

Salta fuori una storia d'una semplicità stupefacente. Da quel poco che so, del resto, la vita dei giovani russi ha sempre questa semplicità: è sempre tipica e molto simile alle altre. Lo stupefacente è che ciò non la immiserisca affatto, non la renda grigia e anonima. Al contrario, tutti i giovani russi che ho conosciuti sono ricchissimi di passione ideale, di desiderio di essere. Riconosco sempre in essi i grandi personaggi dei romanzi del loro ottocento, così intensi, originali. Hanno qualcosa dentro che li tiene sempre tesi e emozionati. Solo il disordine rattrappisce e umilia la passione: l'ordine la libera.

Da quando aveva diciassette anni e ha cominciato, a oggi che è un giovane tenente dell'esercito e campione olimpico, la vita di Kapitonov è segnata dall'ordine. Un giorno, a diciassette anni, poiché era campione di pattini, gli hanno regalato una bicicletta: com'è d'uso, poiché, d'estate, quando non c'è il ghiaccio, è con la bicicletta che i pattinatori si tengono in allenamento.

Non era neanche una bicicletta da corsa vera e propria: perchè eravamo nel '50 e solo nel '53 in Russia si sono fabbricate le prime moderne biciclette da corsa. Il ragazzo si affeziona alla bicicletta, e diventa un campione in questo sport. Lavorando seriamente, con la tipica passione tenace, repressa e straripante dei giovani sovietici. Si piazza e poi vince alla «Corsa della Pace» a cui i russi tengono tanto, con quell'orgoglio civile ch'è ormai sconosciuto a noi occidentali: orgoglio che fa esattamente coincidere la patria col partito, che è veramente nazionale-popolare. Anche a Melbourne si fa onore: è una caduta che gli impedisce di piazzarsi dietro a Baldini. Adesso qui a Roma ha vinto. E nei suoi occhi c'è soltanto modestia, quasi umiltà. Non gli spetta niente. « Benemerito» o «Maestro» dello sport (come si è benemeriti e maestri del lavoro) lo è già. In patria lo attende un mazzo di fiori, offerto da una bella ragazza: è tutto.

Ma nell'Urss non esiste nessuna forma di professionismo sportivo? Questa mia domanda è dovuta soltanto a curiosità. Non dubito infatti che non sia così: ma voglio sapere dai sovietici stessi la ragione di questo fatto. Anche perché in parte mi è oscuro. Anche perché, per quanto riguarda le Olimpiadi, esso mi pare problematico, dato che importa dei dislivelli talvolta clamorosi. (Io penso che alle Olimpiadi dovrebbero andarci gli atleti migliori, professionisti o no. In Occidente il professionismo è un fatto, bello o brutto che sia: davanti a cui è inutile chiudere gli occhi. I nostri migliori atleti e tra questi ce n'è anche di moralmente migliori sono professionisti. La regola, dunque, che alle Olimpiadi debbano gareggiare solo i dilettanti, a me, pare assurda: uno dei tanti fatti di idealismo estetizzante che caratterizzano questi giochi, nati dalla mente liberty del De Coubertin. Certo, alle Olimpiadi, non ci dovrebbero essere compensi in denaro. Ma la qualità, la bellezza la passione sportiva, dovrebbero essere superiori anche a questa distinzione tra dilettantismo e professionismo).

Gli amici sovietici mi rispondono subito, con vivace euforica ingenuità: lo sport deve servire solo a migliorare fisicamente, a spronare a una pacifica competizione, non altro.

Prima, ad altre domande, mi avevano risposto con più rigore: per esempio, quando avevo chiesto le ragioni dell'impopolarità del ciclismo in Russia, finora, l'allenatore Scelesnev mi aveva detto che nelle grandi città la bicicletta è poco usata perchè non conveniente; il prezzo dei biglietti dei mezzi pubblici è così basso, e i mezzi pubblici sono così diffusi, che la bicicletta è resa inutile. Essa è molto usata solo nelle campagne. Mi aspettavo dunque una risposta del genere, ugualmente soddisfacente, anche a proposito del professionismo. Perchè capisco che nell'Urss la condizione è totalmente diversa che nell'Occidente: che non esistono società sportive, e che lo sport è statale, come ogni altra cosa, Ma allora, i grandi attori, gli scrittori stessi, non traggono guadagno dalla loro attività? E non è giusto che sia così? Perchè questa discriminazione per gli sportivi? I miei amici credono che io in qualche modo prenda le parti del professionismo, e difendono il dilettantismo con un fervore degno dei personaggi di Dostoiewsky nei loro lunghi conversari notturni. Com'è bello vederli così accesi, così impegnati, così ingenui a difendere un elemento della loro vita civile! Io li osservo: mi piace questo loro argomentare questa loro dialettica infuocata. Ma no, ma no, io non difendo il professionismo... Nei loro occhi torna la serenità e il caldo sorriso adolescente. Mi piace vedere intorno la simpatia dei camerieri del ristorante, che si fanno in quattro, non celano la gioia di avere fra loro gli atleti sovietici: a Roma, in Italia, cose di questo genere sono rare. C'è sempre di mezzo la maledetta ironia cattolica. I sovietici distruggono l'ironia, non si sa con quale potente reagente chimico della loro persona: forse ignorandola totalmente. Le facce dei camerieri, per solito pronte a ogni tipo di sorriso purchè non sia ingenuo, sorridono intorno ingenuamente, come ragazzini.

Ma ora è Scelesnev che chiede qualcosa a me: portarli a vedere qualcosa di Roma. Ne sono ben felice, e montiamo in macchina: istintivamente vado verso la periferia, e piano piano, arriviamo alla Borgata Gordiani, chiacchierando sempre di sport, delle prime vittorie dei russi nell'atletica, delle gare di domani.

«Dormono tutti?» mi chiedono, come passiamo tra le infangate, miserande casette della borgata perse nel livore della notte, mute.

« No! - dico io sorridendo qui c'è una specie di coprifuoco!»> Scendiamo dalla macchina, nel piazzale circondato dalle casette degli sfrattati, chiuse nel loro miserabile orticello. Lontanissime, splendono le luci della Roma olimpica. Non dormono, no, alla borgata: se ne stanno, esclusi dalla città, come rintanati tra le loro casette. Vedendoci, un po' alla volta vengono fuori, si raccolgono intorno, è una piccola folla: sono quasi tutti giovani, e come riconoscono Kapitonov, gli si raccolgono intorno, festosi, nei loro eleganti stracci di malandrini..

Ah, quante cose ci sarebbero da dire...

Pier Paolo Pasolini

Curatore, Bruno Esposito

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