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sabato 21 febbraio 2026

Un mondo pieno di futuro: Pasolini alle Olimpiadi di Roma 1960 - Vie nuove, numero 35, 3 settembre 1960, pag. 8-9

 "Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Un mondo pieno di futuro
Pasolini alle Olimpiadi di Roma 1960

Vie nuove

numero 35

3 settembre 1960

pag. 8-9

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


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Tradisce i pattini per la bicicletta

Un mondo pieno di futuro


Pier Paolo Pasolini ha seguito per Vie Nuove i Giochi Olimpici ed è stato costretto di conseguenza a sospendere per alcuni numeri la sua rubrica "Dialoghi con Pasolini". 

A dire il vero, mi aspettavo, lungo i viali che portano allo Stadio Olimpico, il caos delle partite di calcio, il solito colore delle domeniche calde, con la nota passione, vivace, convenzionale e plebea. Niente, invece intorno a me camminava con calma, e quasi in silenzio, una folla del tutto nuova: i vestiti insieme più vivaci e modesti dei nostri, le facce e i corpi meno belli ma più sani, i sorrisi senza ironia e senza volgarità, ma anche un po' senza vita. Erano quasi tutti stranieri: tra loro galleggiava la testa di qualche romano, sperduto, col sorriso un po' spento tra le labbra, come appunto deve essere un romano all'estero, con il suo estro come fossilizzato e fatto cosciente, e perciò falso, vecchio. I gelatari gridavano «Ice-cream!».

Così, con questa folla ordinata, entro nello stadio: il grande ovale è già tutto pieno, come, appunto, nei derbies, negli inesauribili incontri Roma-Lazio. Ma che pace! Che ordine! Che colore nuovo! Un colore come più secco, anestetizzato, lucido, pulito rossi laccati, marroncini, bianchi di bucato. Sì, l'enorme maggioranza è di stranieri. Intorno a me - punticino sperduto nel babelico ovale - sotto il sole disperato non si sentono che parole straniere, le più inafferrabili: finlandese, israeliano... Sembrano stridi di uccelli di rondini, come dicevano i greci, dei barbari: madri coi figli, gruppi di amici, vecchi signori. Come tutti gli stranieri, sono molto occupati a arrangiarsi, a fare del loro angoletto un piccolo accampamento: qui il cannocchiale, li la macchina da presa, e gli occhiali, e il copricapo, e il pacchetto dei baedeker e il mucchio dei programmi: tutto a posto.

Niente fusti, niente macchiette: sono tutti un po' anonimi, finlandesi, o israeliani, o statunitensi, o tunisini. Hanno un po' le facce dei deportati a Buchenwald o a Dakau: per questo mi sono molto simpatici, e non ho mai assistito a uno spettacolo in così rassicurante e fraterna compagnia.

E la cerimonia comincia. L'inno di Mameli, l'arrivo di Gronchi.

Questa cerimonia si divide in due parti, ben diverse e distinte: la prima bella, e in certi momenti commovente; la seconda brutta, e addirittura quasi spiacevole.

Sotto il sole che già cala, e, nella sua luce rossiccia, stanca e accanita rivela che già si avvicina il torvo settembre romano, comincia la sfilata delle rappresentative. Niente, nella previsione, sembrerebbe più arido e meccanico di una sfilata. Invece no. Ecco, compare là in fondo, all'ingresso della curva a Sud, la prima bandiera, e, dietro, il primo lungo plotone di atleti: è la Grecia. Un attimo, e la seconda bandiera sventola al vento caldo e fiacco, quella dell'Afghanistan. Ordine alfabetico: istituzione meravigliosa! Le Antille, le Antille Olandesi, l'Argentina, l'Australia: tutte le nazioni che cominciano per A, poi tutte quelle che cominciano per B. Già la piccola eccezione che apra la Grecia e chiuda l'Italia, dà un po' fastidio, è un po' retorica. Ma in quel momento non ci si pensa. Le rappresentative, con le loro bandiere in testa, escono una dopo l'altra, e fanno il giro dello stadio sulla pista rossa, senza sosta, incalzanti e tranquille.

Le seguono, man mano che girano, gli applausi: ora più ora meno forti ma sempre amici, cordiali (unica nazione che spanderà intorno un certo disagio, sarà la Spagna): e le ragioni di questi applausi sono le più varie. Intanto, i vestiti: ogni rappresentativa ha un costume diverso: calzoni bianchi e giacca blu, calzoni grigi e giacca scura, calzoni chiari e giacca giallina orlata di rosso: una infinità di combinazioni, che solo il mio amico Arbasino sarebbe in grado di descrivere, col dovuto commento e col dovuto spirito. Ma l'effetto è estremamente piacevole: tanto più che ogni rappresentativa ha una piccola variante, una piccola trovata: le canadesi hanno in mano delle bellissime borsette; i polacchi agitano dei fazzolettini colorati, gli indiani hanno degli altissimi turbanti arancione: il sole fonde tutto, e non c'è un solo costume di cattivo gusto, di solo effetto. Specialmente le donne, sono sensibili a questo fatto: e i loro applausi ne sono influenzati.

Ci sono poi delle ragioni esterne di simpatia: molti applausi hanno seguito la rappresentativa delle Antille, formata da tre giovanotti, e molti quella delle Haiti, formata da un solo, grosso, simpaticissimo negro, tutto sudato.

E come non si poteva applaudire con tutto il cuore il Ghana o la Liberia? O il Giappone? O la Bulgaria, la Romania, la Cecoslovacchia che portavano, con l'Unione Sovietica, l'abitudine di comunicare con la folla, e rispondere all'applauso con l'applauso, al saluto col saluto, al sorriso col sorriso?

Ma c'era qualcosa di più forte e misterioso, che suscitava, ancora, gli applausi, e la simpatia. Quelle piccole rappresentative, con la loro bandiera in testa, e per la maggior parte, incapaci di andare a passo di marcia, e con davanti i dirigenti, spesso pancioni e ansimanti, tutti sudati, man mano che si presentavano e passavano, diventavano qualcosa di enorme e di imprevisto. Erano, veramente tutta la loro nazione. Bastava il nome del cartello che li precedeva, e le loro facce quasi sempre umili, di gente modesta, spesso povera, perchè l'intero loro mondo fosse evocato. Ed erano brani di storia contemporanea, vivi, come brandelli di carne, sorprendenti o strazianti. Giappone, Cuba, parevano portare dentro lo stadio, così puro, così anonimo, la concretezza vivente delle recenti battaglie, delle recenti morti, delle recenti passioni: ma tutto come purificato, diventato esperienza e dolore di ognuno di noi, e, come tale, superato, vinto dall'incalzare del tempo e della storia.

Erano come improvvise ventate, una dopo l'altra: il distaccato, tranquillo riassunto, a passo di marcia, sotto lo sventolare delle bandiere, di tutta la nostra ultima storia. Che deve ancora farsi: e si farà, e richiederà nuove battaglie, nuove morti, nuove passioni. Era presente, in quella parata piena di colori, l'intero mondo. Il mondo nell'ultimo istante del suo essere storico: ancora incandescente, ancora pieno del suo immediato futuro: un mondo che sarà così diverso da quello che ci siamo abituati a considerare nostro perchè gli uomini di colore sono liberi, le loro nazioni hanno la loro bandiera al vento, perchè gli stati più poveri cominciano una loro vita civile, perchè gli stati più ricchi e grandi, gli USA, l'URSS, sono a una svolta decisiva della loro storia, che li porterà a possedere il cosmo: a riordinare in un'altra organizzazione questa terra.

Man mano che le rappresentative sfilano, com'è uso, vanno ad allinearsi in mezzo allo stadio, lo gremiscono: l'Italia conclude la parata.

E qui siamo, - e non posso tacerlo, - alla seconda parte della cerimonia. Il ministro Andreotti fa il discorso del benvenuto: e credo che sia difficile immaginare un discorso più retorico e più provinciale del suo. E interminabile, poi: tanto da finire miseramente tra gli zittii generali. Non parliamo dei rari romani, che cominciavano a fare « Uuuuuh!», «E piantala! », ma degli stranieri stessi, che, benchè educatamente, davano segni di impazienza veramente non riuscivano a concepire il filo conduttore di tanto municipalismo, di tanta povera retorica, di tanto ovvio orgoglio per l'opera svolta, che riduceva Roma (che noi, lo so, abbiamo visto prepararsi con tanto affanno) a un capoluogo di provincia. Forse Rascel potrebbe fare una sublime caricatura di questo discorso. Che ha dato il là a tutta la parte retorica, e, almeno per conto mio, insopportabile, della manifestazione: il canto dell'Inno olimpico, un relitto wagneriano da stringere il cuore, l'ingresso, del resto rimasto invisibile ai più, della bandiera olimpica, le tre salve di artiglieria che hanno fatto gridare di spavento le signore, il volo di piccioni che ha riempito il cielo come un formicaio, e il suono di tutte le campane di Roma. Tutto ciarpame decadente e estetizzante, merce del peggiore neo-classicismo e del peggiore romanticismo. E ciarpame anche la famosa fiaccola, e il famoso fuoco sacro, acceso sul tripode. Meno male che gli atleti, in mezzo al campo, avevano rotto le file, e, armati delle più borghesi macchinette fotografiche, si erano sparpagliati a fotografare il tedoforo, che passava tra loro baldo giovanotto tra baldi giovanotti, nella più simpatica indisciplina.

Ma la parte sgradevole è presto dimenticata: ingoiare e digerire cose del genere è una nostra vecchia abitudine. Resterà la parte bella: questa giovanile, colorita visione del mondo riunito in una pacifica sfida, questa evocazione dei momenti storici, come staccati dal male e dal bene, quasi pronti a far parte di una coscienza più alta e serena, quella che li giudicherà domani.

Pier Paolo Pasolini


Curatore, Bruno Esposito

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