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domenica 20 novembre 2022

Pier Paolo Pasolini: Ho vinto il premio di poesia ma non ho i soldi per il treno - Due lettere inedite - La Stampa, sabato 25 settembre 1982

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Pier Paolo Pasolini
Ho vinto il premio di poesia ma non ho i soldi per il treno


Due lettere inedite

La Stampa
sabato 25 settembre 1982

A Susanna Pasolini
Colleverde – Montecassiano

Roma

28 agosto 1950

Carissima mammetta,

eccoti una bella notizia. Sabato ho ricevuto questo telegramma:

 «Sua poesia Testament Coran ha vinto giuria unanime secondo premio lire cinquantamila concorso nazionale Cattolica. Gradiremmo se possibile sua presenza domenica pomeriggio. Congratulazioni».

Sei contenta? Io ho goduto soprattutto per te, e per le benefiche influenze sul babbo (almeno temporanee). È un bel successo poi, perché, se il vincitore era preordinato, io ho vinto il secondo posto per puro merito come dice l’unanimità della giuria.

lunedì 15 febbraio 2021

Lettera di Pasolini, scritta a Casarsa il 21 settembre 1942, che accompagnava l'invio di Poesie a Casarsa a Francesco Arcangeli

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Lettera di Pasolini, scritta a Casarsa il 21 settembre 1942, 
che accompagnava l'invio di Poesie a Casarsa 
a Francesco Arcangeli

(Un ringraziamento particolare a Maria Vittoria Chiarelli, per la trascrizione) 


L'Archiginnasio ( ARCHIWEBconserva una lettera di Pasolini, scritta a Casarsa il 21 settembre 1942, che accompagnava l'invio di una copia di Poesie a Casarsa a Francesco Arcangeli:

"Insieme a questa lettera vi arriverà anche un libretto, «Poesie a Casarsa», che è il mio primo libretto di poesia".

La lettera è stata pubblicata in Dario Trento, Francesco Arcangeli e Pier Paolo Pasolini tra arte e letteratura nelle riviste bolognesi degli anni Quaranta, «Arte a Bologna», 2 (1992), p. 170.BCABo,Fondo speciale Angelo, Gaetano, Bianca e Francesco Arcangeli, Francesco Arcangeli.

Casarsa, 21 settembre '42

Egregio professore,
( ARCHIWEB)

vi invio, per il prossimo numero di Architrave, questo "Per un vecchio scritto di C. Betocchi", cosa breve e non del tutto approfondita, data la mia serena apatia in grembo al mio paese e ai miei miti.
Colgo l'occasione per dirvi che il prof. Longhi,  non  ha accettato di darmi la tesi di laurea sulla "Gioconda ignuda", però,  ed è meglio per me, me l'ha data sulla pittura contemporanea italiana. Non appena arriverò a Bologna comincerò a lavorare intorno seriamente.
Ho letto con interesse la vostra "Biennale dei respiri" ; e in generale,  condivido le vostre opinioni : forse, mi sarei più ingenuamente sciolto nell'epilogo di Bartolini, e sarei tantomeno severo contro Messina. Ed anche verso Birolli sarei stato meno freddo; in realtà questo pittore ha costituito per me uno dei "respiri" più profondi e liberatori.  Non so se vi ricordate l'orribile sala in cui i cinque quadri di Birolli erano confinati!
Non mi pare che nelle ampie superfici del ritratto di Quasimodo vi sia il pericolo del cartellonesco, che sono superfici lavorate mano a mano lucidamente e con chiari propositi: non voglio dire con questo che Birolli in questi suoi quadri tocchi  l'arte, ma certo la sua è una delle pitture più sofferte, o per lo meno, intelligenti, dell'esposizione.
Non ho presente se avete citato la visita nello studio di V. Guidi : non vi pare che lo meritasse? È uno fra i cinque o sei quadri della Biennale che il visitatore 'realizzasse' subito dentro di sé,  come direbbe il Berenson.
Ad ogni modo spero di avere occasione di parlare di pittura più a lungo con voi, a Bologna.
( ARCHIWEB)

Devo ora chiedervi un favore : cioè di spedirmi, qui, quei fogli protocollo contenenti un mio scritto intitolato "lamento e meditazione", che avevo consegnato per Architrave: è  una cosa che ho gettato giù rapidamente e più rapidamente l'ho consegnata ( dato che il giorno dopo dovevo partire ). Ora non so che volere abbia, se sia irrimediabilmente uno sfogo, o se, corretta e sfrondata, possa divenire passabile.
Insieme a questa lettera vi arriverà anche un libretto, "Poesia a Casarsa", che è il mio primo libretto di poesia.
Ho voluto cominciare modestissimamente, e con poche  possibilità di essere compreso anche nel senso più banale della parola. È un libro di difficile lettura, e spero che avrete la pazienza, voi e vostro fratello, di leggerlo, tenendo conto che io attribuisco validità anche al testo italiano.

                                                                           Vi saluto cordialmente
                                                                               Pier Paolo Pasolini
                                                           Casarsa ( Udine )

( ARCHIWEB)



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venerdì 18 dicembre 2020

Parola Parlata e Parola scritta - Lettera di Pasolini al direttore de Il Dramma- Risposta di Piero Sanavio

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Eretico e Corsaro





P. P. P.
Parola  Parlata   e  Parola  scritta
Lettera di Pasolini (mai ripubblicata altrove) tratta da:
Il Dramma
Anno 45 - numero 14-15 - novembre-dicembre 1969

Indice:

*

Gentile Direttore, leggo l’intervista pubblicata nell’ultimo numero di ≪ Il Dramma ≫, dovuta al registratore e alla penna di Piero Sanavio: il registratore per me, la penna per lui. Ciò e, lo dico subito, molto sleale. Se il Sanavio ha sentito il bisogno di correggere e rifare le sue domande e i suoi interventi, doveva dare a me la stessa possibilità. Egli è arrivato a casa mia con una faccia da scolaro innocente e inquieto, e come a uno scolaro innocente e inquieto ho parlato, cercando di semplificare le cose: basta che il lettore di ≪Il Dramma≫ dia un’occhiata a ≪ Nuovi Argomenti ≫, le due ultime annate, per ricostituire nella loro integrità e complessità i discorsi che ho fatto con questo giovane giornalista: che non sapevo essere un piccolo Gerione.
Insomma: la parola orale non e la parola scritta. La registrazione rende scritta la parola orale illecitamente. Parlando a voce alta si usa infatti un ≪ sistema di segni ≫ diverso dal ≪ sistema di segni ≫ che si usa scrivendo: ci sono in più le intonazioni di voce, i sorrisi, le serietà, i gesti, tutti gli atteggiamenti psicologici della mimica e della presenza fisica, riproducibili attraverso uno strumento audiovisivo, semmai, non unicamente auditivo. Inoltre, parlando, i due interlocutori accettano la convenzione delle frasi sospese, dell’imprecisione dei vocaboli, delle interruzioni allusive, dei cambiamenti di senso dovuti a diverse espressioni, ecc.
Non nego il valore, relativo, di una riproduzione di un discorso al registratore: è un documento puro e semplice, che può comunque servire. Ma il nostro piccolo Gerione (che passera tutta la vita a fare più o meno quello che fa, senza andare ne avanti ne indietro) se ne serve lui. Infatti corregge, amplifica, correda di documenti e citazioni le sue domande e le sue obiezioni: le trasforma cioè da lacerti del sistema di segni orale in lacerti del sistema di segni scritto: vi scompaiono le ingenuità, le rozzezze, e quell’aria indifesa che è l’unico sapore e l’unico valore, in definitiva, del discorso fatto al magnetofono: lascia a me dunque tutti i balbettamenti e i sensi dei segni dimidiati (un segno pronunciato sorridendo ha un senso, pronunciato seriamente o con tono di noia ne ha un altro). Ne è uscita una intervista sgradevole, in cui questo italiano medio e privo di ogni qualità fa la parte del predicatore, e fa fare a me la parte dell'autore incapace o quasi di esprimersi o difendersi. Questo non mi dispiace: so benissimo che parlo male, soprattutto davanti a personaggi come il Sanavio, che non ho voglia di prendere in considerazione, perchè non trovo in essi niente, e il cui moralismo nel tempo stesso mi fa perdere la testa. So benissimo che non ho doti di parlatore, per apprensione, per timidezza, ecc. Perciò non mi lamento di ciò che, con l’oggettività relativa dovuta alla confusione dei sistemi di segni che dicevo, appaio nell'intervista pubblicata su ≪ Il Dramma ≫. O meglio, non mi lamenterei, se ≪ tutto ≫ ciò che il nastrino del registratore conteneva fosse stato trascritto fedelmente nelle pagine della sua rivista: allora si sarebbe trattato di un documento (anche della mia incapacità a parlare con un intervistatore che in cuor suo mi disprezza): mentre cosi mi da l’aria di uno scrittore colto in fallo e redarguito: e questo non è piacevole. La prego perciò di dire fraternamente al suo collaboratore di astenersi in seguito da manipolazioni che mettano lui in una luce santa e giusta e l’intervistato in una luce falsa e magari un po sciocca. 


Mi scusi l’incertezza tra lettera di protesta e soggetto di semiologia, e riceva i cordiali saluti del suo 
Pier Paolo Pasolini


Caro Pasolini, mi dispiace che si sia irritato per l’intervista, che, comunque, riflette fedelmente ciò che lei mi ha detto, al punto che lei stesso non ha potuto obbiettarmi nulla di sostanziale. Lei parla di differenza tra parola parlata e parola scritta: e mi accusa di avere cambiato i miei interventi. L'assicuro che ho solo cambiato la punteggiatura. Se da parte sua lei voleva rivedere il suo testo, non aveva che da chiederlo. Mi meraviglio che, non avendolo chiesto, si lamenti adesso per non averlo fatto.

Piero Sanavio








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giovedì 26 gennaio 2017

Lettera di Pier Paolo Pasolini al Dott. Lucio S. Caruso della Pro Civitate Christiana

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Lettera di Pier Paolo Pasolini 
al Dott. Lucio S. Caruso 
della Pro Civitate Christiana 


Caro Caruso,

vorrei spiegarle meglio per scritto, quello che le ho confusamente confidato a voce. La prima volta che sono venuto da voi a Assisi, mi sono trovato accanto al capezzale il Vangelo: vostro delizioso-diabolico calcolo! E infatti tutto è andato come doveva andare: l’ho riletto - dopo circa vent’anni (era il quaranta, il quarantuno, quando, ragazzo, l’ho letto per la prima volta: e ne è nato L’Usignolo della Chiesa Cattolica, - poi l’ho letto soltanto saltuariamente, un passo in qua, un passo là, come succede…).

Da voi, quel giorno, l’ho letto tutto di seguito, come un romanzo. E, nell’esaltazione della lettura - lei lo sa, è la più esaltante che si possa fare! - mi è venuta, tra l’altro, l’idea di farne un film. Un’idea che da principio mi è sembrata utopistica e sterile, “esaltata”, appunto. E invece no. Col passare dei giorni e poi delle settimane, questa idea si è fatta sempre più prepotente e esclusiva: ha cacciato nell’ombra tutte le altre idee di lavoro che avevo nella testa, le ha debilitate, devitalizzate. Ed è rimasta solo lei, viva e rigogliosa in mezzo a me.

Solo dopo due o tre mesi, quando ormai l’avevo elaborata - e mi era diventata del tutto familiare - l’ho confidata al mio produttore: ed egli ha accettato di fare questo film così difficile e rischioso, per me - e per lui. 
Ora, ho bisogno dell’aiuto vostro: di Don Giovanni, Suo, dei suoi colleghi. Un appoggio tecnico, filologico, ma anche un appoggio ideale. Le chiederei insomma (e, attraverso lei, con cui ho maggiore confidenza, alla “Pro Civitate Christiana”) di aiutarmi nel lavoro di preparazione del film, prima, e poi di assistermi durante la regia. 

La mia idea è questa: seguire punto per punto il “Vangelo secondo San Matteo”, senza farne una sceneggiatura o una riduzione. Tradurlo fedelmente in immagini, seguendone senza una omissione o un’aggiunta il racconto. Anche i dialoghi dovrebbero essere rigorosamente quelli di San Matteo, senza nemmeno una frase di spiegazione o raccordo: perché nessuna immagine o nessuna parola inserita potrà mai essere all’altezza poetica del testo. È questa altezza poetica che così ansiosamente mi ispira. Ed è un’opera di poesia che io voglio fare. Non un’opera religiosa nel senso corrente del termine, né un’opera in qualche modo ideologica. 

In parole molto semplici e povere: io non credo che Cristo sia figlio di Dio, perché non sono credente - almeno nella coscienza. Ma credo che Cristo sia divino: credo cioè che in lui l’umanità sia così alta, rigorosa, ideale da andare al di là dei comuni termini dell’umanità. Per questo dico “poesia”: strumento irrazionale per esprimere questo mio sentimento irrazionale per Cristo.

Vorrei che il mio film potesse essere proiettato nel giorno di Pasqua in tutti i cinema parrocchiali d’Italia e del mondo. Ecco perché ho bisogno della vostra assistenza e del vostro appoggio. Vorrei che le mie esigenze espressive, la mia ispirazione poetica, non contraddicessero mai la vostra sensibilità di credenti. Perché altrimenti non raggiungerei il mio scopo di riproporre a tutti una vita che è modello - sia pure irraggiungibile - per tutti. 

Spero tanto che abbiate fiducia in me. 
Le stringo la mano, affettuosamente, 
suo Pier Paolo Pasolini.

Fonte:
http://www.sanfrancescopatronoditalia.it/notizie/cultura/lettera-di-pier-paolo-pasolini-al-dott-lucio-s-caruso-della-pro-civitate-christiana-31250#.WInludozUdU



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giovedì 6 ottobre 2016

Pasolini 5 ottobre 1975 - Lettera a Gianni Scalia.

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Pasolini 5 ottobre 1975
Lettera a Gianni Scalia.



*****





Fonte:
http://www.municipio.re.it/cinema/catfilm.nsf/PES_PerTitoloRB/6008123AEF2F26D4C1257B1000557E14?opendocument



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mercoledì 7 settembre 2016

Lettera AL DIRETTORE - Pasolini e la televisione

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Lettera AL DIRETTORE
Pasolini e la televisione
STAMPA SERA
Anno 99 • Numero 292


Lunedi 11 - Martedì 12 Dicembre 1967

L'intervista di cui parla Pasolini nella sua lettera, la trovi 
QUI


Signor Direttore,

spero che lei accetti di pubblicare questa mia lettera aperta, a proposito di una intervista che ho rilasciato alla signora Madeo, e pubblicata su « Stampa Sera » del 5 dicembre, Col titolo, pressapoco, La Tv è peggio del Vietnam.

Non è una lettera di ritrattazione, ma di precisazione.
E il caso, inoltre, mi pare di per sé abbastanza interessante: infatti io, proprio nei giorni in cui ho rilasciato questa intervista, mi accingevo a fare un lavoro per la Tv, e precisamente un breve documentario per «Tv 7», sotto forma di sopralluogo per un film da girarsi in India. Ero dunque pronto a prendere l'aereo per Bombay con la mia piccola troupe e con in cuore un grande programma. In seguito alla pubblicazione della mia intervista su « Stampa Sera », sapendo la giusta costernazione che essa aveva portato tra i miei datori di lavoro, ho creduto opportuno scrivere una lettera di rinuncia, per lo stesso lealismo, per cui, se avessi occupato un posto di responsabilità, avrei considerato mio dovere dare le dimissioni.

Il film che avrei dovuto fare per la Tv — in una combinazione, di recente formula, per cui il film sarebbe stato in parte consumato da spettatori normali del cinema e in parte dai telespettatori — era un film sul problema della .fame. La storia di una famiglia indiana i cui membri a uno a uno muoiono di fame. Il momento storico di tale vicenda — per rispetto all'India attuale, che soffre questo problema e lotta con tanta' dignità per risolverlo — sarebbe stato quello degli anni immediatamente antecedenti e immediatamente successivi alla liberazione dell'India. Cioè, il film si sarebbe svolto, in parte, prima della partenza degli inglesi, in parte dopo. Una prima parte preistorica, una seconda storica.

Nella parte preistorica, o introduttiva, si sarebbe vista in realtà un'India ideale: l'India della religione e basta. Il capo della famiglia — che sarebbe divenuta protagonista della mia storia — avrebbe dovuto essere un « maraja » e si sarebbe dato in pasto a dei. tigrotti morenti di fame in una landa coperta dalla neve, per pietà e per sublime disprezzo per la propria carne. Nell'India storica, successiva a questo episodio introduttivo, la famiglia del « maraja », impoverita durante una carestia, appunto, < storica », avrebbe vissuto la tragica vicenda che ho detto, scandita dalla morte per stenti e fame di tutti i suoi componenti.

Perché le ho raccontato la trama di questo mio film? Perchè risultasse chiaro questo: che si trattava del progetto di un film assolutamente non commerciale, assolutamente puro e privo di ogni compromesso. Tale rigore, stabilito in partenza, e condizione del film, mi sarebbe stato reso possibile solo se la « produzione » fosse stata della Tv: l'unica organizzazione in grado di trovare un pubblico per tale film (io non credo che si possa fare un film senza pensare a un pubblico, qualitativamente e numericamente da film) e magari di imporlo.

Ho perduto una grande occasione. Spero di girare ugualmente questa mia storia. Ma mi sarà difficile, perché purtroppo, per mia natura, non sono capace di disprezzare il produttore — in nome della mia poesia! — ed è difficile appunto che io trovi un produttore in grado di sostituire la tv per dare corpo a questo mio progetto.

Vede, dunque, caro Direttore, che cosa è significato per me rilasciare una intervista al suo giornale' e che responsabilità si sono presi il titolista e l'autrice del pezzo. La mia storia di autore e di uomo può risultarne modificata. Certo il dolore che ne ho avuto è di quelli grandi, ma non le scrivo qui per sfogarmi.

Ho detto che non voglio ritrattare, ma solo fare delle precisazioni.

E' vero, poiché io ho sempre avuto molta stima per << La Stampa » (che si è' comportata sempre nei miei riguardi nel modo più corretto, obbedendo, direi con grazia e naturalezza, alle regole del fair-play, anche quando il disaccordo tra le mie idee e quelle da essa rappresentate fosse sostanziale) ho parlato con assoluta sincerità con la signora Madeo. Come si parla con un amico. Quindi senza misurare le parole, senza diplomazia, con totale confidenza. Credo, dunque, di aver detto tutte le frasi, le parole e le espressioni riportate dalla Madeo, ma — ed ecco quello che voglio precisare — in un altro contesto. Un contesto dove lo slogan « La televisione è peggio del Vietnam » è una figura retorica, che sta tra la « boutade » e la « sineddoche »: io parlavo cioè della televisione di Partitissima (ossia, magari dell'80 per cento della televisione).

Ora Partitissima e le mille altre trasmissioni dallo spìrito affine sono effettivamente peggio della guerra del Vietnam, perché distruggono lo spirito di una nazione e non soltanto alcune migliaia o centinaia di migliaia di corpi. Credo che tutti gli uomini di cultura siano d'accordo su questo: se vuole, provi a fare un'inchiesta. Su questo piano massimalistico, radicale, se vogliamo, anche un po' moralistico, la collaborazione di un uomo di cultura con la televisione è effettivamente impossibile.

Resta il venti per cento (sono cifre scherzose!) della televisione: ossia tutta la parte dell'autenticità documentaria (chiamiamolo lo « specifico televisivo»!) e le poche trasmissioni di carattere autenticamente culturale, anche se, naturalmente, divulgativo (ho partecipato recentemente, come intervistatore, a una trasmissione su Ezra Pound, per esempio). Il meglio di questo tipo di trasmissioni è « Tv 7 », è ben noto.

Dunque io credo che, a patto di dire, anche con violenza, e anche auspicando una marcia di protesta, ciò che della televisione è male — ed è il peggiore dei mali perché mortifica e nega lo spirito —, gli uomini di cultura non possano, se non col risultato di rendersi prigionieri di un rigore che maschera l'aridità e una specie di autopunizione, rifiutarsi al tentativo di chi crede in buona fede di migliorare il livello delle trasmissioni televisive. Ecco dunque in cosa consiste la mia precisazione. Collaborare alla televisione cosi come essa è, come « un tutto indistinto», come «idea», è impossibile: collaborare al di là di questa fatalità è possibile, e anzi doveroso.
Cordiali saluti dal suo
Pier Paolo Pasolini

Trascrizione da cartaceo a cura di B.Esposito.




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lunedì 16 novembre 2015

Tuo Pier Paolo Pasolini - A Allen Ginsberg

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A Allen Ginsberg
New York (Milano, 1968) 


Caro, angelico Ginsberg, ieri sera ti ho sentito dire tutto quello che ti veniva in mente su New York e San Francisco, coi loro fiori. Io ti ho detto qualcosa dell' Italia (fiori solo dai fiorai). La tua borghesia è una borghesia di PAZZI, la mia una borghesia di IDIOTI. Tu ti rivolti contro la PAZZIA con la PAZZIA (dando fiori ai poliziotti): ma come rivoltarsi contro l' IDIOZIA? Ecc. ecc.: queste sono state le nostre chiacchiere. Molto, molto più belle le tue, e te l' ho anche detto il perché. Perché tu, che ti rivolti contro i padri borghesi assassini, lo fai restando dentro il loro stesso mondo... classista (sì, in Italia ci esprimiamo così), e quindi sei costretto a inventare di nuovo e completamente giorno per giorno, parola per parola il tuo linguaggio rivoluzionario. Tutti gli uomini della tua America sono costretti, per esprimersi, ad essere degli inventori di parole! Noi qui invece (anche quelli che hanno adesso sedici anni) abbiamo già il nostro linguaggio rivoluzionario bell' e pronto, con dentro la sua morale. Anche i Cinesi parlano come degli statali. E anch' io come vedi. Non riesco a MESCOLARE LA PROSA CON LA POESIA (come fai tu!) e non riesco a dimenticarmi MAI e naturalmente neanche in questo momento che ho dei doveri linguistici. Chi ha fornito a noi anziani e ragazzi il linguaggio ufficiale della protesta? Il marxismo, la cui unica vena poetica è il ricordo della Resistenza, che si rinnovella al pensiero del Vietnam e della Bolivia. E perché mi lamento di questo linguaggio ufficiale della protesta che la classe operaia attraverso i suoi ideologi (borghesi) mi fornisce? Perché è un linguaggio che non prescinde mai dall' idea del potere, ed è quindi sempre pratica e razionale. Ma la Pratica e la Ragione non sono le stesse divinità che hanno reso PAZZI e IDIOTI i nostri padri borghesi? Povero Wagner e povero Nietzsche! Hanno preso tutta loro la colpa. E non parliamo poi di Pound! 

Tuo Pier Paolo 


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Tuo Pier Paolo Pasolini - A Mario Alicata

"

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A Mario Alicata
Roma (Roma, ottobre 1964) 



Caro Alicata, scusa se tormento te con queste continue aggressioni telefoniche e postali, cosa che è assolutamente fuori, del resto, dalle mie abitudini. Fresco di Matteo ti ricordo la frase: Dite sì se è sì, no se è no: tutto il resto viene dal Maligno. Devi dirmi con coraggio se tu e la tua cerchia, a me, dite sì o no. Non perché questo possa contare sulla mia reale e profonda ideologia e fede comunista, ma perché possa aiutarmi nella mia chiarezza e nei miei atteggiamenti pratici. Non c' è niente di più penoso di un ospite non invitato... Per esempio, come avevo promesso più di un anno fa, appena finito il mio film, pochi giorni or sono, ho spedito subito un telegramma a Vie Nuove chiedendo di riprendere, libero da impegni urgenti, la mia collaborazione. Sono anche in questo caso, un ospite non invitato? (malgrado l' immediato consenso di Bracaglia). Questo te lo scrivo data l' ondata di profonda antipatia che nei giornali di sinistra ha suscitato il mio film, da l' Unità al Paese Sera: non tanto per gli articoli sul Vangelo, molto rispettosi e impegnati, anche se fondamentalmente e chiaramente scontenti, quanto per la dichiarazione di voto, così faziosamente aggiunta in calce agli articoli, così brutalmente proclamata nei titoli in favore di Antonioni: questo, data la composizione della giuria, mi ha tolto ogni possibilità di avere il Leone. Potevate fare tutto questo con una maggiore delicatezza, e un maggiore rispetto per le mie speranze. E' stata una specie di linciaggio, una mortificazione che né il mio film né io certo ci meritavamo. Il mancato successo a Venezia è un brutto colpo per Bini, naturalmente, per ragioni elementari: tale da compromettere molte possibilità per il futuro. Ma questo sarebbe nulla, rispetto al mio scoraggiamento, alla mia decisione di abbandonare il cinema. E' stato il mio impegno troppo grande, una fatica troppo disumana, un accumularsi di ansie troppo angosciose, perché tutto possa finire contro le ragioni di una sterile convenienza politica. Convenienza debole, incerta, miope e un po' ipocrita, come tutta la politica culturale dell' Unità, prima e dopo Stalin. Io penso che sia semplicemente sciocco rifiutare per partito preso il Vangelo, e accettare la discussione con la pop-art, o prendere sul serio la fasullaggine sociologica del, del resto, candido e nobile Antonioni. Ma non è tanto questo che volevo dirti. Volevo dirti che, pure essendo fin troppo chiaro che il Vangelo è stato un' opera sincera che ha radici antiche nella mia costituzione psicologica di non credente è stata anche un' opera che mi ha dato la possibilità di fare nel futuro ciò che voglio. Tu sai bene in che condizioni ero ridotto. Rileggiti, ti prego, la mia poesia La persecuzione e tanti altri passi della Poesia in forma di rosa (dove pure tante cose dovevo per pudore e per prudenza tacerle: ed erano in pratica le più terribili). Ero ridotto a un reietto, a cui tutti potevano fare tutto. In preda ai più atroci scherni, esposto a tutte le illazioni possibili. Era insomma disonorante porgermi la mano. Così voi mi avevate vicino. Era mai possibile avere un vicino simile? Nella impossibilità (che io in parte posso anche capire) di difendermi esplicitamente, voi avevate finito con l' accettare quella mia figura pubblica. E' un gioco tremendo, e noi lo accettiamo. Col Vangelo le cose sono cambiate di colpo, da reietto sono d' incanto tornato su posizione almeno di rispetto. E potrei fare il mio film in Africa: il primo film in cui si parli esplicitamente un linguaggio marxista e rivoluzionario, senza mezzi termini, senza sentimentalismi. Oppure potrei realizzare il mio antico sogno di fare una vita di Gramsci (mi pare di avertene parlato, qualche tempo fa). Quando tu vedrai con i tuoi occhi il Vangelo, vedrai come questa opera non mi precluda affatto di fare quelle per cui in pratica l' ho fatta. Perché quello che la domina è un sentimento di segreta poesia, di rimpianto ed evocazione del mito, di ricostruzione fantastica di un' epico-lirica popolare. Ma certo, i giornalisti, non son capaci di guardare che la lettera delle cose. Da qui ogni susseguente brutalità. Sono stato molto sincero con te. Vorrei che tu lo fossi altrettanto con me. Ora, capisco che l' ambiguità dell' Unità e del Paese Sera, se è dettata da ragioni pratiche di condotta, è dettata anche da più profondi motivi magari in parte inconsci, per esempio una inconscia avversione moralistica e piccolo-borghese nei miei riguardi. E' per questo che è più difficile dirmi il sì o il no di cui ti parlavo in principio: ma proprio per questo ti prego di cercare di farlo. 

Un affettuoso saluto dal tuo Pier Paolo Pasolini



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Tuo Pier Paolo Pasolini - A Francesco Leonetti

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Eretico e Corsaro




A Francesco Leonetti 
Milano (Roma, 1958


Caro Francesco, ti ringrazio molto per le bellissime pagine, che nel nuovo corso della tua critica hai scritto sul mio nuovo stile: acute, folgoranti, grondanti ancora della carne vivisezionata. Tuttavia non addolorartene vorrei che tu non le pubblicassi. Io non ho scritto questo libro (Le ceneri di Gramsci, n.d.r.) soffrendo selvaggiamente sui due piani, quello della vita e quello dello stile non ho buttato a mare tutto e ricominciato una carriera non mi sono messo al repentaglio della confessione più narcissicamente brutale e dell' accettazione del più compromettente irrazionalismo, sia pure come tu l' intendi per dare ragione a te. Mi sembra che il tuo vivere e operare e rigirarti sempre nello stesso meschino ambiente letterario, ti abbia dato proporzioni straordinariamente profonde ma, anche meschine. Un pozzo profondo ma stretto. La materia che ci passa va fino in cuore alla terra ma è poca, forzatamente filtrata. Non si può leggere un libro di poesia, ormai, da parte nostra, ambientandolo nel meschino giro d' orizzonte di una situazione letteraria. Se tu facessi un viaggio, o cambiassi professione, ti accorgeresti come tutto questo non conta. Oppure conta, certo, ma su tutta un' altra scala di valori. Ecco, insomma, a me dispiace che tanto mio folle, incondizionato lavoro, sia ridotto, ti ripeto, a dimostrare la presenza di certe nuove esigenze che si vedono anche altrove, oltre che nel mio libro. E ciò non mi dispiacerebbe affatto se si vedessero nei tuoi libri, o in quelli di Fortini, o in quelli della Rosselli. Ma chiamare in causa quel gruppetto di sciocchi che tu stimi, mi sembra pazzesco. O è una viltà da parte tua. Tu sai benissimo che quelle esigenze aggiuntive sono comuni, a me e a loro, in modo puramente formale, o casuale. In essi ci sono solo quelle, nascono e si esauriscono in quelle, vengono, per partenogenesi, da quelle: in noi sono un vero e proprio dramma, coesistono e si misurano con tutt' altre cose ecc. ecc. ecc. ecc. Spero che tu mi abbia capito, e non frainteso. 

Ti abbraccio col solito affetto, tuo Pier Paolo 



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