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martedì 2 settembre 2025

Pier Paolo Pasolini, Lettere inedite a Silvana Mauri - LINEA D'OMBRA, anno II, numero 8, febbraio 1985, da pag. 14 a pag. 19

"Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Pier Paolo Pasolini
Lettere a Silvana Mauri

LINEA D'OMBRA

anno II

numero 8

febbraio 1985

da pag. 14 a pag. 19

( © Questa trascrizione da cartaceo è stata curata da Bruno Esposito )


Casarsa 1948)

Carissima Silvana,

tu hai detto a Lerici che ormai noi due abbiamo meno bisogno di parlare. Sì, indubbiamente hai ragione, ma perché ammetterlo? Ho provato molto spesso che quando non ho più un sentimento o un bisogno, posso fingerlo: e non è ipocrisia, ma abilità. Si tratta di una specie di interregno in cui io, come reggente, prendo il potere; poi quel sentimento o quel bisogno ridiviene adulto e allora ricomincia a regnare lui. S’intende che abilità simili non si applicano se non ne vale la pena; e credi che la nostra amicizia non ne valga la pena? Io credo di sì; per quel che riguarda il passato tu rappresenti per me alcune delle ore più limpide della mia vita, e, soprattutto, la mia unica confidenza; per quel che riguarda il futuro... Non facciamo delle previsioni e non sfruttiamo la nostra «esperienza», è sempre possibile che un po’ di pazzia ci sia restata. Quando ci siamo incontrati, abbiamo parlato poco, con tutto quel Lerici intorno; del resto non potevamo pretendere di costituire artificialmente il calore necessario, e siamo vissuti di rendita. Però che cosa stupenda quel mare e quegli odiosi narcisi!

Sono quasi due mesi dacché ci siamo visti, ma ti assicuro che mi sembra un’eternità. Forse per quel leggero cambiamento che ho visto in te e nella tua famiglia (il figlio di Ornella, Luciano divenuto «grande» e deluso).

Qual è il tuo cambiamento? Forse assomiglia al mio; sai, quell’esperienza di cui parlavamo, ma non ne sono molto sicuro, perché malgrado tutto noi due siamo molto diversi. La mia malattia consiste nel non mutare, mi capisci, vero? E allora se c’è in me qualche cambiamento è puramente superficiale, e si tratta di uno scadimento morale (ma allora dovremmo fare un altro discorso)... ma no, neanche in tal caso potrei giurare su una essenziale importanza di tale scadimento. Ho perso molti scrupoli e molte timidezze; ho imparato per esempio a fare l’amore senza amore e senza rimorsi. (Ecco, infine confessato, il mio cambiamento.) «Divenire felici è un dovere» (Gide), questo è stato l’unico dovere della mia vita, e l’ho compiuto con accanimento, lo strazio e la malavoglia che il «dovere» comporta. Che miserabile questo tuo amico, eh Silvana? Tu invece sei effettivamente un poco mutata, e sapessi come ti invidio! È ormai quasi un decennio che tu rappresenti per me una specie di Modello di purezza tanto più autentica quanto più abitudinaria e congenita. Ora ti vedo allontanarti per una strada pervasa da una specie di luminosità accorata, dove io mi perderei, timido e sacrilego. No, non c’entra più il complesso d’inferiorità o il mio eros maniaco, sono cose scontate e divenute humus, sottobosco, dati senza più valore diretto; è l’individuo che io ci ho costruito sopra, e che in fondo avrebbe anche potuto essere un capolavoro, che non mi accontenta. Possibile che il trovarsi fuori dalla pura funzionalità della natura non provochi, alla fine dei conti, che una nostalgia per la natura? Bah, non parliamo di ciò, ti annoi.

Tornato a Casarsa la mia vita solita mi ha ingoiato. Come un sasso caduto nell’acqua ho sollevato qualche onda concentrica, poi la superficie si è completamente distesa. Sotto l’acqua vivo di deliziosi sotterfugi, perfettamente felice di essere nascosto.

Faccio scuola, ho grandi programmi (un teatro e un’infinità di faccende para-scolastiche: il Provveditore ha deciso di fare della scuola di Valvasone una specie di scuola sperimentale).

Lavoro molto anche in campo politico; come sai sono segretario della Sez. di San Giovanni, e ciò mi impegna molto, con conferenze, riunioni, giornali murali, congressi e polemiche coi preti della zona che mi calunniano dagli altari. Per me il credere nel comunismo è una gran cosa.

Quanto alla mia vocazione letteraria, la mia vena è fin troppo abbondante; i soliti versi in friulano e in italiano, un po’ di critica e il romanzo che continua a tenermi occupato non so dirti con che batticuori e che altissime ore di impegno.

La domenica mi diverto; ora il tempo è bello, tutta una piaga azzurra. Domenica tornerò a Malafiesta. Trepidazione e ghigni.

Ora, cara Silvana, attendo una tua lettera. Bada, mi bastano anche due righe: cosa fai tu, che ne è di Fabio, come stanno i tuoi. Con tutto il male che ti ho detto di me, puoi accettare ora questo piccolo elogio: io, l’incostante, il politeista, il nomade, il libertino, sono molto fedele ai miei affetti. (Un elogio? a parte il tono ridicolo con cui me lo sono fatto – «Io non sono mai stato fascista, signore» – , mi accorgo che non è altro che un dato della mia malattia.)

Comunque rispondimi anche solo con due righe all’affetto paleozoico del tuo aff.mo

Pier Paolo


(Casarsa 1948)

Cara Silvana,

scusami se torno a scriverti, ma la mia ultima lettera era per me troppo importante. Era l’ultimo filo di speranza: assurdo, è vero? Intanto le mie condizioni sono tremendamente peggiorate, per quanto un peggioramento non fosse nemmeno immaginabile. Mio padre, preso da una delle sue solite crisi, di malvagità o di pazzia, ormai non lo so, ci ha per l’ennesima volta minacciati di lasciarci e ha preso accordi per vendere tutti i mobili. Tu non sai a cosa si è ridotta mia madre. Io non posso più sopportare di vederla soffrire in questo modo disumano e indicibile. Ho deciso di portarla domani stesso a Roma, all’insaputa di mio padre, per affidarla a mio zio; io non potrò stare a Roma, perché mio zio mi ha fatto capire che non può tenermici, ma spero che per mia madre la cosa sarà diversa. Da Roma non so dove andrò, forse a Firenze; come vedi sono in ben tristi frangenti (tieni conto del processo e delle condizioni di mio padre quando si troverà solo), e una voce amica può essere il filo che mi lega a qualche ragione di vivere. Perché non mi rispondi? Posso avere agito male – lo dico perché non riesco a pensare a qualche altra scusa plausibile del tuo silenzio –, e in tal caso perdonami; è molto difficile comportarsi bene, essere ragionevoli, quando ci si trova nelle mie condizioni. Se dunque vorrai scrivermi qualcosa, il mio indirizzo per qualche giorno almeno, sarà: presso Gino Colussi, via Porta Pinciana, 34 Roma. Poi non so dove andrò e cosa farò; la mia vita è a una svolta più che

decisiva. Spero che in qualche parte del mondo ci sarà un po’ di lavoro, anche il più umile, per me; dicono che non si muore di fame. Così alla vigilia della mia avventura, ti mando i miei saluti più affettuosi, anche per la tua famiglia.

Pier Paolo

(Roma 10 febbraio 1950) 

Carissima Silvana,

avevo deciso di riscriverti questa mattina, perché mi ero pentito della mia ultima lettera, un po’ troppo piena di disperazione; spero che tu me l’abbia perdonata. Oggi, senza una ragione, ero meno oppresso, avevo qualche linea di meno di sconforto. Adesso è già sera, e sono qui con la tua lettera davanti agli occhi. Sai, abito vicino al ghetto, a due passi dalla chiesa di Cola di Rienzo: ti ricordi? Ho rifatto ormai due o tre volte quel nostro giro del ’47, e anche se non ho più ritrovato quel cielo e quell’aria – dal tremendo grigio del ghetto al bianco di San Pietro in Montorio; l’ebrea seduta vicina a una catena contro la porta scura; il temporale con l’odore di resina, e poi Via Giulia e palazzo Farnese, quel palazzo Farnese che non si ripeterà più, come se la luce dopo il temporale lo avesse scolpito in un velo – mi sono stordito e consolato.

Anche adesso ho la testa ronzante dei gridi di Campo dei Fiori, mentre spioveva. Ma questo calore che mi invade come un riposo, lo devo alla tua lettera: è qui sporca di rossetto e di crema, del carnevale di Versuta e dei fiori di Piazza di Spagna. A quei tempi, nel ’47 è cominciata la mia discesa, che è divenuta precipizio dopo Lerici: giudicarmi ancora non mi riesce, neanche, come sarebbe facile, giudicarmi male, ma penso che fosse inevitabile. Mi chiedi di parlarti con verità e con pudore: lo farò, Silvana, ma a voce, se è possibile parlare con pudore di un caso come il mio: forse l’ho fatto in parte nelle mie poesie. Ora da quando sono a Roma, basta che mi metta alla macchina da scrivere perché tremi e non sappia più nemmeno pensare: le parole hanno come perso il loro senso. Posso solo dirti che la vita ambigua – come tu dici bene – che io conducevo a Casarsa, continuerò a condurla qui a Roma. E se pensi all’etimologia di ambiguo vedrai che non può essere che ambiguo uno che viva una doppia esistenza.

Per questo io qualche volta – e in questi ultimi tempi spesso – sono gelido, «cattivo», le mie parole «fanno male». Non è un atteggiamento «maudit», ma l’ossessionante bisogno di non ingannare gli altri, di sputar fuori ciò che anche sono. Non ho avuto un’educazione o un passato religioso e moralistico, in apparenza: ma per lunghi anni io sono stato quello che si dice la consolazione dei genitori, un figlio modello, uno scolaro ideale... Questa mia tradizione di onestà e di rettezza – che non aveva un nome o una fede, ma che era radicata in me con la profondità anonima di una cosa naturale – mi ha impedito di accettare per molto tempo il verdetto. Devi immaginare il mio caso un po’ come quello di Fabio, senza psichiatri, sacerdoti, cure e sintomi e crisi, ma che, com’è di Fabio, mi ha allontanato, assentato. Non so se esistano più misure comuni per giudicarmi, o se non si deve piuttosto ricorrere a quelle eccezionali che si usano per i malati. La mia apparente salute, il mio equilibrio, la mia innaturale resistenza, possono trarre in inganno... Ma vedo che sto cercando giustificazioni, ancora una volta... Scusami – volevo solo dire che non mi è né mi sarà sempre possibile parlare con pudore di me: e mi sarà invece necessario spesso mettermi alla gogna, perché non voglio più ingannare nessuno – come in fondo ho ingannato te, e anche altri amici che ora parlano di un vecchio Pier Paolo, o di un Pier Paolo da rinnovarsi.

Io non so di preciso che cosa intendere per ipocrisia, ma ormai ne sono terrorizzato. Basta con le mezze parole, bisogna affrontare lo scandalo, mi pare dicesse San Paolo... Io credo – a questo proposito – di desiderare di vivere a Roma, proprio perché qui non ci sarà né un vecchio né un nuovo Pier Paolo. Coloro che come me hanno avuto il destino di non amare secondo la norma, finiscono per sopravalutare la questione dell’amore. Uno normale può rassegnarsi – la terribile parola – alla castità, alle occasioni perdute: ma in me la difficoltà dell’amare ha reso ossessionante il bisogno di amare: la funzione ha reso ipertrofico l’organo, quando, adolescente, l’amore mi pareva una chimera irraggiungibile: poi quando con l’esperienza la funzione ha ripreso le sue giuste proporzioni e la chimera è stata sconsacrata fino alla più miserabile quotidianità, il male era ormai inoculato, cronico e inguaribile. Mi trovavo con un organo mentale enorme per una funzione ormai trascurabile: tanto che è di ieri – con tutte le mie disgrazie e i miei rimorsi – una incontenibile disperazione per un ragazzo seduto su un muretto e lasciato indietro per sempre e per ogni luogo dal tram in corsa. Come vedi ti parlo con estrema sincerità e non so con quanto poco pudore. Qui a Roma posso trovare meglio che altrove il modo di vivere ambiguamente, mi capisci?, e, nel tempo stesso, il modo di essere compiutamente sincero, di non ingannare nessuno, come finirebbe col succedermi a Milano: forse ti dico questo perché sono sfiduciato, e colloco te sola nel piedestallo di chi sa capire e compatire: ma è che finora non ho trovato nessuno che fosse sincero come io vorrei. La vita sessuale degli altri mi ha fatto sempre vergognare della mia: il male è dunque tutto dalla mia parte? Mi sembra impossibile. Comprendimi, Silvana, ciò che adesso mi sta più a cuore è essere chiaro per me e per gli altri: di una chiarezza senza mezzi termini, feroce. È l’unico modo per farmi perdonare da quel ragazzo spaventosamente onesto e buono che qualcuno in me continua a essere. Ma di tutto questo – che continuerà a rimanerti un po’ oscuro, perché detto troppo confusamente e rapidamente – potremo parlarne con più agio. Credo dunque che resterò a Roma – questa nuova Casarsa – tanto più che non ho intenzione non solo di conoscere, ma neanche di vedere i letterati, persone che mi hanno sempre atterrito perché richiedono sempre delle opinioni, mentre io non ce n’ho. Ho intenzione di lavorare e di amare, l’una cosa e l’altra disperatamente. Ma, allora, mi chiederai se quello che mi è successo – punizione, come tu dici giustamente – non mi è servito a nulla. Sì, mi è servito, ma non a cambiarmi o tanto meno a redimermi: mi è servito a capire che avevo toccato il fondo, che l’esperienza era esaurita e che potevo ricominciare daccapo ma senza ripetere gli stessi errori; mi sono liberato dalla mia riserva di perversione malvagia e fossile, ora mi sento più leggero e la libidine è una croce, non più un peso che mi trascina verso il fondo.

Ho riletto quello che ti ho scritto finora e ne sono molto scontento: forse lo troverai ancora un po’ agghiacciante, come la lettera dopo Lerici, ma tieni presente che allora cominciavo la mia discesa verso la sfiducia, l’incredulità, il disgusto, mentre ora ne sto risalendo, o almeno spero. Tu potrai individuare quanto di patologico e febbrile sussista nelle mie parole, che tracce vi lasci la mia disperazione di questi giorni. Altre frasi non dovrai prenderle alla lettera. Per es. «Roma, questa nuova Casarsa» è una frase che non deve farti cadere le braccia, anche se è un po’ odiosa: c’è stata anche una Casarsa buona, ed è questa che voglio riacquistare. Quest’ultima crisi della mia vita, crisi esteriore, che è il grafico di quella interiore che io rimandavo di giorno in giorno, ha ristabilito, spero, un certo equilibrio. Ci sono dei momenti in cui la vita è aperta come un ventaglio, vi si vede tutto, e allora è fragile, insicura e troppo vasta. Nelle mie affermazioni e nelle mie confessioni cerca di intravedere questa totalità. La mia vita futura non sarà certo quella di un professore universitario: ormai su di me c’è il segno di Rimbaud o di Campana o anche di Wilde, ch’io lo voglia o no, che gli altri lo accettino o no. È una cosa scomoda, urtante e inammissibile, ma è così: e io, come te, non mi rassegno. Da certe tue parole («... tra cose che ti sono costate dolore, se veramente ti sono costate dolore») mi par di capire che anche tu, come molti altri, sospetti dell’estetismo o del compiacimento nel mio caso. Invece ti sbagli, in questo ti sbagli assolutamente. Io ho sofferto il soffribile, non ho mai accettato il mio peccato, non sono mai venuto a patti con la mia natura e non mi ci sono neanche abituato. Io ero nato per essere sereno, equilibrato e naturale: la mia omosessualità era in più, era fuori, non c’entrava con me. Me la sono sempre vista accanto come un nemico, non me la sono mai sentita dentro. Solo in quest’ultimo anno mi sono lasciato un po’ andare: ma ero affranto, le mie condizioni famigliari erano disastrose, mio padre infuriava ed era malvagio fino alla nausea, il mio povero comunismo mi aveva fatto odiare, come si odia un mostro, da tutta una comunità, si profilava ormai anche un fallimento letterario: e allora la ricerca di una gioia immediata, una gioia da morirci dentro era l’unico scampo. Ne sono stato punito senza pietà. Ma anche di questo parleremo, oppure te ne scriverò con più calma, ora ho troppe cose da dirti. Aggiungerò ancora subito su questo argomento un particolare: fu a Belluno, quando avevo tre anni e mezzo (mio fratello doveva ancora nascere) che io provai per la prima volta quell’attrazione dolcissima e violentissima che poi mi è rimasta dentro sempre uguale, cieca e tetra come un fossile.

Non aveva un nome allora, ma era così forte e irresistibile che dovetti inventarglielo io: fu «teta veleta», e te lo scrivo tremando tanto mi fa paura questo terribile nome inventato da un bambino di tre anni innamorato di un ragazzo di tredici, questo nome da feticcio, primordiale, disgustoso e carezzevole. Da allora tutta una storia che ti lascio immaginare, se lo puoi. Verso i diciannove anni, poco prima che noi due ci conoscessimo, ho avuto una crisi che è stata a un pelo di essere identica a quella di Fabio: si è risolta invece in una non gravissima nevrosi, in un esaurimento, in un ossessivo pensiero di suicidio (che spesso mi riprende ancora) e poi nella guarigione. Nel ’42 a Bologna, ti ricordi?, ero sano come un pesce, ormai, e completo come un albero. Ma era una floridezza che non doveva durare.

Tu sei stata per me qualcosa di speciale e di diverso da tutto il resto: così eccezionale che non vi trovo nessuna spiegazione, neanche una di quelle spiegazioni larvali e così concrete che noi afferriamo nel nostro monologo interiore: nelle nostre astute manovre del pensiero. Da quando mi hai aperto la porta a Bologna, pochi giorni dopo che io avevo conosciuto Fabio, e mi sei apparsa sotto la figura di una «madonna del duecento» (credo di avertelo detto), alla Malga Troi, a Milano, dopo la guerra, da Bompiani, a Versuta, a Roma, tu sei stata sempre per me la donna che avrei potuto amare, l’unica che mi ha fatto capire che cosa sia la donna, e l’unica che fino a un certo limite ho amato. Tu capisci cos’è quel limite: ma ora devo dirti che qualche volta, non so né come né quando l’ho varcato, timidamente, pazzescamente, ma l’ho varcato. Se vuoi pensare a una situazione simile, pensa alla «Porta stretta»: ma io non ti ho mai detto niente della mia tenerezza, perché non mi fidavo di me. Non farmi aggiungere altro, capiscimi. Nel mio ultimo biglietto ti ho scritto che tu eri l’unica, fra tutti i miei amici, con cui mi riusciva di confidarmi: e questo semplicemente perché sei l’unica che io ami veramente, fino al sacrificio. Per te, per esserti d’aiuto o di conforto, farei qualsiasi cosa senza la minima ombra d’indecisione o di egoismo.

Ora qui la tua lettera, se la guardo, mi commuove ferocemente, mi sento le lacrime agli occhi: penso a quello che ho perduto, allo spreco della mia vita nella quale non ho saputo accogliere te.

Non posso più continuare questa lettera: le altre cose che dovevo dirti te le scriverò domani. Potrei continuare solo se potessi abbandonarmi, ma non posso, deve sciogliersi in me ancora tanto gelo. Perdonami se ti ho scritto un’altra lettera odiosa, ma se potessi scrivere con bontà, con tutta la bontà di una volta, allora questa lettera non sarebbe stata necessaria. Sono furioso contro di me e la mia impotenza, mentre vorrei dirti tutta la mia tenerezza e il mio affetto.

Ti abbraccio

Pier Paolo

(Roma 11 febbraio 1950)

Cara Silvana,

continuo la mia lettera di ieri, sempre più stranamente tranquillo. Il distacco improvviso dal mio mondo, mi ha isolato in un altro mondo che mi sembra vuoto e irreale. Del resto, dalla mancanza assoluta di rimpianto, capisco quanto Casarsa fosse superata. In fondo, ora, quelli che mi preoccupano di più sono i problemi pratici: e dalla pesantezza e la difficoltà della mia lettera di ieri avrai compreso come in questo momento i problemi essenziali mi si spezzino tra le dita, o nella gola, come un «mea culpa» ripetuto meccanicamente.

Mi sembra che tutto sia rimasto in Friuli, come il paesaggio. Roma si distende intorno a me, come anch’essa fosse disegnata nel vuoto, ma tuttavia ha un forte potere consolatorio: e io mi immergo nei suoi rumori senza così sentire le mie note stonate.

Ieri mi ha scritto Sereni, incitandomi anche lui a sperare: in questi ultimi due giorni ha riacquistato le sue giuste proporzioni l’importanza di essere pubblicato da Mondadori: ci spero tanto ardentemente e disperatamente che non oso dirmelo. Poi bisogna che cominci a dare delle lezioni private: siccome per i primi mesi sarò ospite di mio zio, non è proprio urgente che trovi un impiego fisso: certo, però, che più breve è questo periodo di anticamera, pieno di angosce, meglio è per tutti. Dicevi nella tua ultima lettera di mandarmi degli indirizzi: se le persone di cui parli possono procurarmi delle ripetizioni, allora ti prego di indicarmele presto: non posso più resistere all’ozio, perché, come ti ho detto non riesco fisicamente a scrivere. Conosci Angioletti? Caproni mi ha detto che Angioletti è alla radio, e può procurare del lavoro (notizie culturali, di varietà, per le trasmissioni) ben pagato, pare che non gli sia molto agevole trovare di tali collaborazioni (infatti anche Caproni si è subito stancato) ma per me in questi giorni sarebbe un lavoro ideale. Se hai modo di mettermi in contatto con Angioletti, fallo, ti prego. Nell’altra lettera ti ho detto che non volevo aver nulla a che fare con i letterati romani: esageravo. Mi metterò in rapporto solo con coloro che mi sembrano «buoni», mi capisci, coloro che prendono le cose di petto. Caproni e Angioletti mi sembrano due di questi. Mia madre, forse, si sistemerà presso una signora di Ferrara, molto simpatica: la sistemazione sarebbe ottima: ma se la cosa non dovesse andar bene, allora mi rivolgerei senz’altro a quella tua amica. Come ringraziarti, Silvana? Non ti sarò mai abbastanza grato. Oltre a tutto ora devo chiederti dei consigli, perché mi fido molto del tuo istinto e della tua esperienza.

I romanzi che sto scrivendo sono tre. Non spaventarti. In questi ultimi mesi non ho fatto altro che scrivere, anche dieci ore al giorno. Ricordi i quadernetti rossi che sporgevano dalla mia tasca quella notte in cui hai perso il treno? Erano i diari del mio amore per Tonuti. Li ho cominciati nel ’46, quando già ne ero alla fine, e ho continuato a scrivere, saltuariamente fino al ’48: c’era già un volumetto di un centinaio di pagine.

Ma non ne ero contento. Cronologicamente io sono passato dalla poesia alla prosa, e quelli, in prosa, erano i miei balbettamenti. In questi ultimi mesi ho ripreso il libro, ho alternato il diario alla narrazione in terza persona: insomma, ho oggettivato (nel senso minore di questa parola, non so se anche nel senso maggiore) il fatto, cambiando i nomi dei protagonisti e dei luoghi, ricostruendo tutto con minore impegno di confessione e maggiore libertà d’invenzione. Ma il libro, che dovrebbe venire di 200-250 pagine, manca ancora di due o tre capitoli. Il titolo è «Atti impuri».

Il secondo libro è intitolato «Amado mio»: è un po’ il seguito di Atti impuri, ma ancor più liberato fantasticamente dalla biografia. Il protagonista mi assomiglia ancor meno di quello di Atti impuri: anzi, è molto diverso da me come carattere. Per lui è implicita una condanna: comunque il suo amore per un giovinetto è narrato come una leggenda, proprio nella durata di un breve racconto: anche se la sua lunghezza tipografica sarà di un duecento pagine. È il mio libro «cattivo», quello che fa male. L’azione si svolge un po’ in Friuli (ricordi quello che ti ho detto di Malafiesta?) e un po’ a Roma, la Roma dei cinematografi rionali, del Trastevere, delle aree da costruzione e anche di Via del Tritone. Io penso che questo sia il mio libro minore, ma, nei suoi limiti, il più riuscito. Ma anche per questo mi mancano i tre ultimi capitoli.

Infine c’è il romanzo su cui punto tutto: «La meglio gioventù», che è molto diverso dagli altri due, è molto complesso: tanto per darti un’idea devi pensare a uno stranissimo incrocio – nel versante narrativo dostoiewskiano – tra Proust e Verga, non senza qualche elemento di quel linguaggio babilonico, eccentrico e composito che in Italia ha come magnifico esemplare C.E. Gadda. La vicenda è molto complessa e molto quotidiana. Hai presente «Cronache di poveri amanti»? È un po’ simile, ma con la presenza del tempo, che nell’arazzo di Pratolini manca. I fatti mi pare di averteli narrati a Lerici, ma in questi mesi si sono ancora arricchiti e completati. Ai protagonisti si aggiungono anche tre giovani del popolo (uno emigra clandestinamente in Jugoslavia, un altro in Svizzera, un altro lavora in una cava: e finirà col morire: gli altri due ritornano più sfiduciati e affamati. Questi son fatti veri, anche se li ho congeniati liberamente) così che la vicenda amorosa di Don Paolo (che ama un ragazzo, Cere, che se ne va in America col padre, e allora Don Paolo, durante uno sciopero, fa scudo col suo corpo a Nello, fratello di Cere, e muore) la vicenda spirituale di Renata (che ama Don Paolo) – ma tieni presente che sia l’amore di Don Paolo che quello di Renata non sono detti, e il lettore li deve completamente immaginare – e infine, perché comunista, viene cacciata dal Friuli dove insegna e prima di andarsene organizza una festa il cui incasso è per il processo di Nello, un amorale, bugiardo e fanatico e la vicenda religiosa di Aspreno (in cui adombrerò Fabio, semplicemente per l’esperienza che ne ho avuto, perché Aspreno, come caso, è molto diverso da quello di Fabio) sono immerse nelle vicende di tutta la gioventù contadina del Friuli (la classe del ’27, «la classe innamorata», come era scritto nei muri di S. Giovanni).

Ti ho appena adombrato delle vicende, che sono come puoi immaginare, molto più complesse e circostanziate.

Ho già scritto più di metà del libro: contavo di finirlo prima di venir via da Casarsa. Invece eccomi qua, incapace di scrivere un periodo chiaro. Ma spero che la mia astenia sia passeggera. Nel caso che la capacità a scrivere mi torni, che libro mi consigli di portare a termine? Ormai solo l’incarico di un editore può darmi la forza di lavorare e finire quello che faccio. Non avrei mai creduto che le cose andassero a finire così: d’altra parte in questo scopro una dignità impensata.

Vorrei dirti e chiederti molte cose di Fabio: ma ho paura, la stessa paura, come genere, di quella che provo pensando a Mondadori: il cervello che non risponde e si avvolge nell’oscurità per scaramanzia. Ti confesso che non riesco a immaginare il nuovo Fabio, e che il pensiero di lui in quello straordinario villaggio mi dà più inquietudine che gioia. Comunque sono contento per voi, per il vostro sollievo, che è anche il mio. Il tempo darà a Fabio un futuro, come lo darà a me. Speriamo.

Ti abbraccio con grande affetto

Pier Paolo


(Roma 1952 o 1953)

Cara Silvana,

ti devo chiedere un consiglio: cioè vorrei sapere da te se ti sembra o no il caso che io scriva a Fabio di occuparsi per accogliere nel suo villaggio un nuovo ragazzo. Ecco come stanno le cose: ho incontrato questo ragazzo a Villa Borghese, la sera del Premio Strega, e ho subito saputo, chiacchierando, la sua situazione. Gli è morto il padre (credo in guerra), poi nel ’48 la madre (a cui, pare, voleva molto bene), che però si era risposata: il patrigno aveva altri figli, e ha completamente ignorato questo intruso. Che adesso non ha né famiglia né casa: ogni tanto lavora da elettricista, e nei periodi in cui guadagna, dorme da una signora, che lo caccia quando non ha più soldi. Passa così più di tre quarti dell’anno all’aperto, nel senso che non ha un tetto, e dorme e mangia a Villa Borghese o sotto qualche ponte del Tevere. Tu capisci a cosa può costringere la miseria: so per esempio che ha rubato una volta una valigia a un pellegrino svizzero, il che gli ha permesso di vivere per cinque o sei mesi senza più rubare. Ma ti assicuro che non è un ladro. È un vaso di coccio tra i vasi di ferro, lì a Villa Borghese tra i veri ladri, i veri delinquenti. Ha in sé qualcosa di terribilmente serio, di «moralistico»: potrebbe diventare un tipo come quello biondo di Frosinone (ricordi?), e già tutto «educato» dentro di sé, nel senso che dentro di sé ha sua madre e il ricordo di una vita normale. Questo gli toglie la possibilità di diventare uno della schiuma romana, un ladro, un ricattatore: ma gli toglie anche la libertà. Conosco molti ladri, ecc., che sono felici, anche quando stanno tre giorni senza mangiare, e poi, per mangiare, vanno a farsi riempire un barattolo di minestra in qualche caserma; essi sono liberi, non hanno ricordi, oppure hanno quella vaga felicità «solare» di cui parlavamo. Conosco si può dire centinaia di poveri di questa specie: ma non mi è venuto mai in mente di rivolgermi a Fabio perché avessero dove dormire e di che sfamarsi o perché, soprattutto, fossero rifatti. O non ne avevano bisogno o ne avevano troppo, non so. Questo (si chiama Cristoforo, poveretto) mi sta a cuore. Figurati per esempio che mi ha fatto capire che il suo tormento maggiore (in quel pomeriggio, caldissimo, del premio Strega) era di non avere sapone per lavarsi. (Pensa al suo guardaroba, Silvana, una maglietta, un paio di calzoni e un paio di scarpe: è tutto quello che ha. Si fa il bucato da solo sul Tevere, aspettando, nudo, che i panni si asciughino). Alla notte dorme in una panchina di Villa Borghese; vestito, naturalmente, e pensa che una mattina, mentre ancora dormiva, uno come lui (ma dell’altra razza) gli ha rubato le scarpe sfilandogliele nel sonno. Potrei raccontarti mille altri episodi o situazioni della sua esistenza: ma penso che tu non ne abbia bisogno, che tu abbia afferrato quello che volevo dirti, che è in fondo complicatissimo, perché a uno che viva in piena vita borghese mancano i dati necessari a cogliere la verità di certe situazioni che egli conosce solo attraverso la cronaca, attraverso nozioni spaventosamente convenzionali, dove si è perso ogni sapore di verità. Tu hai abbastanza fantasia per intuire nella loro verità queste cose, anche se non le conosci da vicino: hai insomma i mezzi per renderle umane, anche mancando di alcuni dati. Quello che mi preme aggiungere, è invece che io non amo (scusa se ti parlo così chiaramente) questo ragazzo; sensualmente non mi interessa: mi interessa il suo caso, e non so cosa farei per toglierlo dal suo stato spaventoso, quello di uno che quando si sveglia, alle prime luci di Villa Borghese, si dice: «Oggi se non rubo o non trovo qualche invertito, non mangio».

Ti ripeto, questo discorso lo fanno centinaia di ragazzi, ma Cristoforo lo fa pieno di angoscia, come lo faremmo noi. Adesso aspetto una tua pronta risposta, Silvana: ma tu non prendertela troppo, non affannarti: pensa con tutta semplicità se ospitare questo ragazzo nel villaggio di Fabio è possibile o no. Se non è possibile, pazienza; riabbandoneremo Cristoforo al suo destino, io sono abbastanza incallito per accettare anche questo...

Di me non ho nuove da darti: ho cominciato da due giorni le vacanze, e adesso aspetto di consumare questi mesi rossi e squallidi come un animale squartato, in giro per le periferie, sul fango del Tevere. Spero anche di lavorare un po’ sul mio romanzo. E tu? e Ottiero?

Tanti affettuosi saluti dal tuo

Pier Paolo


@Eretico e Corsaro - Le Pagine Corsare


Curatore, Bruno Esposito


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