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Visualizzazione post con etichetta saggi sulla politica e sulla società. Mostra tutti i post
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mercoledì 26 luglio 2023

“Tetis” di Pier Paolo Pasolini, da “Erotismo, eversione, merce” - Cappelli, Bologna 1973

"Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Tetis
di Pier Paolo Pasolini


in Erotismo, eversione, merce

Cappelli, Bologna 1973

ora in Saggi sulla politica e sulla società
(Saggi sparsi)

a cura di W. Siti e S. De Laude

“Meridiani” Mondadori, Milano 1999

da pp. 257-264



Le forme di un racconto letterario non sono solo tecni­co-linguistiche: ci sono anche delle forme non verbali e quindi non visibili nella pagina: per esempio, l’arco del­lo sviluppo di un personaggio, i tratti in evoluzione della sua psicologia. La critica strutturale, attraverso spec­chietti e grafici, è in grado di rendere visibili anche que­sti dati interni: ma si tratta di una visibilità astratta, stati­stica.
Per il racconto cinematografico vale lo stesso discor­so, perché l’autore di un film sceglie e rappresenta alcu­ni momenti della vita di un personaggio, il resto lo lascia all’interno del film, dentro le giunte.
Tra un personaggio che appare ridendo nella prima sequenza del film, e poi scompare, per riapparire, pian­gendo, nella terza sequenza, c’è un passaggio psicologi­co che non è una forma audiovisiva, pur essendo co­munque una forma del film.

sabato 2 aprile 2022

Pier Paolo Pasolini: una discussione del ’64 - Cinema e letteratura nell'opera di Pier Paolo Pasolini

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro





Una discussione del ’64 

Cinema e letteratura nell'opera di Pier Paolo Pasolini

   Trascrizione del dibattito Cinema e letteratura nell'opera di Pier Paolo Pasolini, organizzato dal Circolo del Cinema ad Alessandria (21 novembre 1964), in Atti del Convegno Pasolini nel dibattito culturale contemporaneo (Alessandria, 19-20 febbraio 1977), Amministrazione provinciale di Pavia - Comune di Alessandria, 1977.
Oggi in Saggi sulla politica e sulla società, Meridiani Mondadori, a cura di Walter Siti

(Una nota redazionale informa che le domande poste dai partecipanti sono state sintetizzate; le risposte di Pasolini, riportate integralmente, senza raddrizzarne l'aspetto parlato.)

venerdì 18 marzo 2022

Pier Paolo Pasolini - Che fare col "buon selvaggio"?

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro





Che fare col "buon selvaggio"? 
di Pier Paolo Pasolini

 Scritto nel 1970 e pubblicato postumo su “L’Illustrazione Italiana”, febbraio-marzo 1982 
ora in Saggi sulla Politica e sulla società, Meridiani Mondadori, Milano 1999. 


Noi borghesi abbiamo sempre saputo benissimo «che fare» col «buon selvaggio». Prima ne abbiamo negato l'esistenza, deridendo l'inventore della formula.
Un sacrificio in campo romantico trovava risarcimen­to in campo prima illuminista e poi positivista.
In seguito, dal momento in cui non è stato più possibile sostenere la rimozione, abbiamo adottato altre due misu­re: da una parte l'integrazione reciproca tra la cultura per eccellenza (la nostra) e la cultura (ammessa) del «buon selvaggio»; dall'altra parte il riconoscimento oggettivo di quest'ultima cultura come un «insieme» esaustivo una volta per sempre della totalità, in strutture immodificabili (Lévy-Strauss). Il trionfalismo della Negritudine (con Senghor che ne sventolava il vessillo) era il centro della prima soluzione; nella

lunedì 17 gennaio 2022

Pier Paolo Pasolini, "I diseredati sono il nostro «Terzo Mondo»" - «Paese Sera», 23 marzo 1966

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Paese sera marzo 1966


P. P. Pasolini

I diseredati sono il nostro «Terzo Mondo»

   «Paese Sera», 23 marzo 1966
oggi in Saggi sulla politica e sulla società

  
 Gentile Direttore,

   chiedo ospitalità su «Libri-Paese Sera» per queste due mie pagine, che dovevano essere introduttive al volume Alì dagli Occhi Azzurri e che all’ultimo momento ho soppresso. Il pretesto per la pubblicazione di queste due note, è un articolo di Salinari, uscito sull’«Unità» (12 marzo 1966), sul mio libro. Esso definisce molto bene Alì; solo alla fine Salinari annota: «... diremo sì al coraggio con cui Pasolini, in un momento in cui sembra che ci si debba interessare solo del neocapitalismo e dell’alienazione nei centri industriali, ci ricorda l’esistenza di tanta parte dell’umanità assillata da problemi diversi; diremo no al suo voler considerare proprio le zone sottosviluppate come i centri motori della rivoluzione, e così via...». Ma io non ho mai fatto affermazioni di questo genere (ho detto qualcosa di simile solo nell’eccesso stilistico di qualche verso, che non va dunque preso alla lettera). Le due seguenti paginette serviranno, penso, a chiarire abbastanza esattamente la mia posizione sia davanti al «sì» che davanti al «no».

domenica 16 gennaio 2022

Pasolini "Contro la televisione" - Inedito, 1966

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Contro la televisione
Inedito, 1966

Oggi in "Saggi sulla politica e sulla società"
I Meridiani, Mondadori, a cura di Walter Siti.


Il San Francesco della Cavani: l’ho guardato, naturalmente, con l’interesse di uno che ha girato un film simile. Ho capito: che un cattolico moderno non può avere il sentimento del sacro e il suo ritmo: egli ha famigliarizzato la religione, che ha preso il senso e il ritmo della sua vita. I personaggi sono stati scelti dalla Cavani nel suo ambiente famigliare e di lavoro, essa pare non poter conoscerne altri: la sua «invenzione di facce» non va oltre il realismo piccolo-borghese. Le «facce» sono tutte di impiegati, professionisti, studenti, operai imborghesiti ecc. Il sudore e la meschinità delle loro stempiature, l’espressione degli occhi (con l’idea che un sia pur nobile impiegato di banca si fa della religione come di un «luogo» finalmente ideale della sua stravaganza, della sua interpretazione poetica e

sabato 3 aprile 2021

A proposito di Feile di Pier Paolo Pasolini - Inedito 1961

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

 
 
 
A proposito di Feile
di Pier Paolo Pasolini
Inedito 1961
Pier Paolo Pasolini. Saggi sulla politica e sulla società, Mondadori, Milano 1999
 

Gentile direttore,
se ciò che ha fatto il Feile corrisponde a ciò che dicono i giornali - cioè se ha avuto rapporti con ragazzi inferiori ai dodici anni, e, soprattutto, li ha sfruttati, guadagnandoci sopra - si tratta sicuramente di un reato: non solo di fronte alla legge, ma anche di fronte a quel fatto molto più fluttuante e impreciso che è il nostro senso morale. Ma non è ancora dimostrato che il Feile ha fatto quello che si dice abbia fatto: il tribunale non si è ancora pronunciato, e, in un’altra nazione, più civile della nostra, infinitamente più civile della nostra - l’Inghilterra, che in

sabato 9 gennaio 2021

Pasolini: "Non rinuncerò mai a nulla per la reputazione" - I fatti del Circeo - Bernardino, fratello di Benedetto, Vie Nuove 28 dicembre 1961

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro





BERNARDINO, FRATELLO DI BENEDETTO

I fatti del Circeo
Vie Nuove 28 dicembre 1961  



Caro Pasolini ho saputo delle sue ultime traversie, ho letto le cronache riportate dalla stampa, compreso il servizio di F. Calderoni sul rotocalco «Tempo», compresi i reportages tutti intrisi di insinuazioni e sottintesi dei giornali scandalistici e alla fine io, che sono un suo sincero ammiratore, devo muoverle un rimprovero: la sua posizione autodifensiva è inopportuna e inadeguata. Secondo me lei non avrebbe dovuto arroccarsi in difesa, e per giunta con un tono così rassegnato e dimesso. In questo modo l'impressione che ne è derivata è che lei si senta disarmato, quasi preda di un complesso di inferiorità. Il caustico e mordace Pasolini che con quattro concise e serrate argomentazioni ti demolisce D'Annunzio, che con una indagine spietata (e calda di umanità) mette a nudo brutture e assurdità storiche, smaschera ipocrisia e conformismo, ondeggia e tentenna ora di fronte a un qualunque Bernardino, fratello di Benedetto? Anche le sue dichiarazioni parigine, pervase di spirito evangelico, non mi sono piaciute.
Nell' intervista concessa al Calderoni lei si mostra perfino dubitoso se si tratti di un episodio da inquadrare nella campagna orchestrata contro di lei! Ma sicuro che lo è! Lei sa bene che è una delle persone più odiate in Italia, da certi gruppi di opinione: lei è odiato in primis da quegli scrittori falliti che non possono rassegnarsi al suo successo; lei è odiato dalla passionalità bruta e irrazionale dei fascisti, dal grigiore servile dei cosiddetti benpensanti. Cerchi tra costoro i suoi persecutori e li inchiodi al muro: i mezzi non le mancano.
Io capisco la sua amarezza e il suo disarmo polemico, al cospetto di tanta perfidia, ma si renda conto che qui si tratta di lotta per sopravvivere. Questa gente non le darà tregua, finché non l'avrà distrutta. I più indulgenti di loro tirano in ballo il Villon, l'Angiolieri, il Cellini, Verlaine, Rimbaud. Non so se questi accostamenti le piacciono: per me, possono essere edificanti dopo la morte, ma non quando si gode ancora «il dolce lome».
Prof. Decio Buzzetti - Conselice (Ravenna)

@FONDO VINCENZO VICARI
ARCHIVIO DI LUGANO
FOTOTECA RSI
Sì, caro e vero amico: io ondeggio e tentenno davanti a un qualunque Bernardino, fratello di Benedetto. Cosa dovrei fare contro di lui? Odiarlo? Non c'è alcuna proporzione tra quella misera creatura e l'odio. Proprio non ci riesco. I miei avvocati, come lei, tendono a supporre che sia un «comprato»: e ci sono degli elementi per sostenerlo. Per esempio, le dirò una cosa - un piccolo particolare- che finora non mi è mai venuto in mente di dire, nelle dichiarazioni che mi son state richieste. Il giorno dopo il mio arrivo al Circeo, mi ero fermato davanti al famoso spaccio-trattoria: ancora non avevo individuato i ristoranti del posto (al Circeo, ero a lavorare in una villetta privata, dove naturalmente, non potevo farmi da mangiare da solo ... ), e credevo che lì si mangiasse.
Al solicello, oziava, col suo grembiulone, il Benedetto (almeno suppongo fosse lui). A lui chiesi se si mangiava, nel suo localetto assolato. Mi guardò e negò. Vi si mangiava solo la domenica, all'inverno. Me ne andai, salutandolo: cercai altrove il pasto, per l'antipatica-splendida Baia d'Argento. Ero stato visto, dunque. E del resto, lì davanti, per circa due settimane, ci sono passato almeno due volte al giorno, sempre prima e dopo i pasti, con la mia infelice Giulietta. Quel pomeriggio (ero solo, il mio collaboratore, Sergio Citti, qualche volta se ne andava a fare, come dicono a Roma, la pennichella), mi fermai a bere una coca -cola.
Tutto dunque si può sostenere. Ma la mia prima reazione, appena ho saputo della denuncia (era il giorno della prima a Roma del mio Accattone} è che Bernardino fratello di Benedetto, sia semplicemente una povera creatura in preda a una nevrosi: uso nevrosi per indicare con un termine clinico generico una forma comunque patologica della psicologia del giovane. I termini con cui egli ha dettato ai carabinieri il verbale hanno tutte le caratteristiche dell'allucinazione. Sembrano scritti per un manuale. Pensi: sarei stato tutto vestito di scuro (mentre indossavo un giubbotto di renna chiaro), avrei avuto un cappello in testa (in tutta la mia vita non mi sono messo mai un cappello in testa neanche per provarlo, eccettuate due o tre settimane nel 1938 a Bologna ... ), mi sarei infilato dei guanti neri, e avrei estratto una pistola cercando di avvicinarmi al cassetto. Ci sarà a Conselice qualcuno che ne sappia un po' di psicologia. Gli chieda che ne pensa .. . Le sembra possibile che qualche fascista abbia suggerito a quella povera creatura una simile follia?
Tuttavia, nel dubbio - o comprato o allucinato - per me è la stessa cosa. Provo dei momenti di esasperazione (che le lascio immaginare) contro di lui: ma arrabbiarmi sul serio, non posso. Le ripeto, non c'è proporzione. L'oggetto della mia eventuale ira o protesta è un misero Bernardino che non esiste: non è che un ringhio, una ecolalia, una incontrollata sete di chissà che rivalse ...
Un giorno camminavo per una cittadina dell'India: era una terribile periferia, inabissata nelle ultime luci del tramonto. Chi chiacchierava, chi dormiva già per terra, sui sassi fetidi, chi aveva la forza di scherzare, avvolto nei suoi stracci bianchi. Io tornavo verso l'albergo, tutto perduto, fuori, in quell'ora atrocemente leopardiana ai margini di Agra, e tutto perduto, dentro, a cercare di fissare poeticamente quelle immagini. La cosa accadde improvvisa. Qualcosa mi afferrò al tallone, e subito allentò la stretta: feci appena in tempo a voltarmi, coi capelli dritti in testa: era un cane, un piccolo nero cane, malato, folle, disperato, digiuno, furente. Mi morse, per fortuna sul cuoio della scarpa, e scappò. E scappando, continuava a abbaiarmi contro, con furia ostinata, imposseduta. Perché mi aveva morso? Mi si era avvicinato piano piano, non visto: non avevo fatto un gesto, un passo, non avevo detto una parola. Mi aveva morso proditoriamente, senza neanche un perché di specie canina ... Nessuno intorno si mosse: erano abituati, gli abitanti di Agra, ai loro cani... Il terrore rende cattivi. La debolezza feroci. La privazione malvagi. I cani indiani, dico. Ma anche i cristiani, qualche volta: quando il terrore atavico (millenni di malaria, per esempio, e di banditi armati, e di rapine - anche recenti), la debolezza e la privazione coincidono.
Non ho mai scritto un epigramma contro il cane indiano, e non ne scriverò mai uno contro Bernardino De Santis e i suoi famigliari.
Ma scriverò contro i veri responsabili di questo caso: i redattori e i giornalisti del «Tempo» e degli altri giornali fascisti. Scriverò, e ho già scritto. Dei versi, naturalmente. Scrivere dei versi non è così facile come scrivere un articolo. Per tante ragioni ... Una di queste è che gli articoli scritti sul fatto del Circeo sono totalmente basati sul nulla, e quindi scritti in completa e cosciente malafede: mentre i versi in risposta hanno dovuto (e dovranno) basarsi sulla mia totale presenza, sulla fisica concretezza di un atto di angoscia, di sdegno e di ira, e sono stati scritti (e saranno scritti) in assoluta e imprescindibile buonafede.
Questi versi lei li potrà leggere o in qualche rivista letteraria (per esempio, «Paragone»), o in volume: nel mio prossimo volume, che ha già un titolo: La persecuzione (titolo che del resto risale a quest'estate: il Circeo ancora non c'entrava). Spero che allora si ricrederà sulla mia reazione che lei chiama «rassegnata e dimessa». È questione di metodo, no?
O vorrebbe che mi mettessi al loro livello? Chi dice di difendere la famiglia, e fa il calunniatore, chi dice di amare la Patria e fa il ricattatore, chi dice di credere in Dio e fa la spia, non merita che gli venga rivolta la parola, neanche attraverso gli avvocati.- - -
Ah, il dolce lome! Si, si, lei ha ragione: finché si gode ancora il dolce lome è bene avere una buona reputazione, ma è proprio il dolce lome che fa vivere secondo ragione e secondo passione... Ha capito la litania?
Non rinuncerò mai a nulla per la reputazione. Io spero che coloro che mi sono amici, o personali, o in quanto lettori, o come compagni di lotta {e nei cui occhi, lo so, cala un'ombra, ogni volta che la mia reputazione è in gioco: un'ombra che mi dà un dolore terribile) siano così critici, così rigorosi, così puri, da non lasciarsi intaccare dal contagio scandalistico: se così fosse, gli sconfitti sarebbero loro: se solo cedessero per un attimo e dessero un minino valore alla campagna dei nemici, essi farebbero il gioco dei nemici. Non si lotta solo nelle piazze, nelle strade, nelle officine, o con i discorsi, con gli scritti, con i versi: la lotta più dura è quella che si svolge nell'intimo delle coscienze, nelle suture più delicate dei sentimenti. lo non ho nulla a che fare, né psicologicamente, né biograficamente, né stilisticamente con i poeti, pur grandi, che lei ha citato: solo il mostro fascista può suggerire simili ipotesi. E le suggerirà. Ma, ad ascoltarle, non si fa altro che perdere tempo e dignità.
Vie Nuove n. 5 1 , 28 dicembre 1961  

@Eretico e Corsaro - Le Pagine Corsare

Curatore, Bruno Esposito

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giovedì 7 gennaio 2021

Pasolini - Come sono le persone serie?

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Scena film Porcile 


Porcile o no, tiriamo le somme su Pasolini
di PIERO SANAVÌO

(SEGUE INTERVISTA  "INEDITA")


La prima cosa che lessi mai di Pier Paolo Pasolini fu "Le ceneri di Gramsci". Gli echi del successo critico m’erano giunti anche negli Stati Uniti, dove ormai abitavo da anni: su riviste e giornali nazionali. Il libro arrivò più tardi, per posta normale, impigliandosi tra i colli più eterogenei che una nave può trasportare tra due continenti, non per via aerea come i quotidiani o magari via radio come le notizie. Me lo depositò il postino al numero 10 di Linnaean Street, e tornando da un seminario mattutino su Sceve e i petrovchisti me lo portai in biblioteca. Quando non insegnavo, vi passavo i pomeriggi a leggere i Puritani. Quelli veri, non l’opera: quelli che impiccarono le streghe a Salem, pacifica cittadina costiera dove un secolo dopo, due anzi, Hawthorne doveva mangiarsi il cuore, salvando (loro: gli assassini) la legittimità dello Stato e preparando l’indipendenza delle Colonie. Gente tutta d’un pezzo, lungimiranti. Con quei tragici nasi romani che neppure l’accademismo degli incisori riusci a raddolcire sui risguardi dei libri. Riapparivano in carne e ossa tra le strade di Boston, quelle che strisciano giù dalla collina, camuffati da vecchi rentiers o banchieri o più semplicemente pensionati (ex capitani di marina, ex mercanti, ex qualsiasi cosa: in attesa del sole, a Louisville Square, che sul loro volto pareva coincidere con l’approssimarsi della morte), e in realtà non erano ne banchieri ne rentiers ne pensionati: solo un’altra generazione, vecchi yankees stolidi, bellissimi e un po sospettosi, sopravvissuti all’ondata di irlandesi abbattutasi sulla Nuova Inghilterra l’anno della carestia delle patate e alle invasioni successive. Guardavano nel vuoto e i loro occhi, tra le rughe del viso, esprimevano un misto d’orgoglio, indifferenza e stanchezza. Ombre d’un altro clima.
Non aspettavano la morte : aspettavano qualcosa. Qualsiasi cosa? una causa, nella quale giustificarsi. J.F.K. passo loro sul capo come un fenomeno della corruzione dei tempi : un irlandese nuovo-ricco, cattolico per di più, e d’una famiglia che loro non avevano mai frequentato. Si mossero poco prima della sua morte, alle esplosioni dei negri. La madre del governatore del Massachusetts, una Peabody (come dire, in Inghilterra, una cugina della regina), fini in galera nel Sud, a ottant’anni, nel corso d’una marcia con Luther King, in favore della integrazione.
Una volta al mese, da Cambridge di gusto falso-inglese, scendevo a Washington per visitare un vecchio, rinchiuso in manicomio. Ezra Pound, dal quale ho imparato quel poco che so,  tolta la politica (ma questa e un’altra storia), almeno nel senso d’un certo gusto e interessi specifici, dalla letteratura all’economia e viceversa, sparava i suoi tic verbali da sotto la visiera di celluloide, verde come d’un telegrafista del vecchio West: caustico e buffonesco e con la capacita di toccar giusto pur partendo da presupposti che talvolta erano tanto sbagliati da parere impossibili. In ogni caso, offrendo l’esempio umano più assoluto del rifiuto d’ogni compromissione, anche nell’errore.
Pagato fino in fondo, questo, e nel modo più spietato : e di cui, dietro il paravento in fondo al corridoio, dove riceveva, o sdraiato su una chaise longue in giardino, più tardi, tra le urla dei pazzi, non raccontava mai. Parlava dell’Italia, di Londra, di Parigi. Di tanto in tanto mi dava dei consigli su ciò che dovevo leggere. In una lettera, per esempio, mi esortava a lasciar perdere la ≪ STEW-pi-DI-taaaaaa dei puritani ≫ e concentrarmi invece su un certo Matt Quay, ≪ che leggeva i classici greci nell’originale e nascondeva il fatto ai suoi elettori, per paura di perderne i voti ≫.
Doveva essere un novembre. Il cielo era grigio, dietro i vetri della Widener Library, e l’umidità che veniva dal Charles, dal Mystic, dalla baia o chissadove, s’estendeva più definitiva d’una macchia d’olio in un bicchier d’acqua. Dalla finestra contro cui Increase Mather, John Cotton, Governor Winthrop, John Hooker, Cotton Mather, che credeva nelle streghe, e il fedelissimo Cartesio (cioè : i loro libri), spalla a spalla, appoggiavano il peso dei propri dubbi, rigidi del pari che i minutemen di Lexington quel giorno famoso (che permise a Emerson di inventare una frase e a John Reed di migliorarla), vedevo i soliti camini di Cambridge, e il Main Street di Cambridge, Mass Ave, e l’intrico di fili elettrici che marcava l’inizio di Harvard Square. Sudavo, nel mio cubicolo in biblioteca, per l’umido: e imprecavo contro gli obblighi universitari, ma a pensarci adesso dall’ignobile piazza di Spagna, quegli anni sembrano straordinari. Mitologici, addirittura. Perché erano la libertà.
Ognuno, da dovunque venisse, era non chi conosceva o ciò che era stato : piuttosto, quanto poteva dare. Molto spesso il ≪ dare ≫ si riduceva a una specifica curiosità : un fatto abbastanza piacevole che implicava molta onesta, anzitutto l’ammissione della propria ignoranza. Forse era per questo che quegli anni avevo persino l’impressione che servisse qualcosa parlare. 
Fu pensando al vecchio nella casa dei pazzi, dal quale avevo appena ricevuto una lettera irritata e irritante, ma che pareva una poesia, che cominciai a leggere Pasolini. Avevo allora, bisogna dirlo, delle idee abbastanza precise sul come scrivere certe cose : anche sulla politica. Quanto a Gramsci, m’ero già accorto che ciò che si pubblicava in Italia su di lui nasceva da presupposti idealistici, per non dire ottocenteschi, uscissero le glosse al classico dalla penna di irreprensibili membri del Partito che, magari, in Spagna, s’erano imboscati dalla parte di Franco. Sicché, nell’edizione Einaudi, me l’ero riletto tutto con pazienza. Per quanto importante possa essere stato per me, non me n’ero fatto un dio: ne un padre o una madre o un fratello maggiore cui chiedere la risposta a problemi che non riuscissi a risolvere da solo. Il dogma, o l’attaccamento sentimentale a un’ideologia, m’hanno sempre fatto paura. 
Non che a questo non creda anche adesso, incluso ciò che si riferisce al modo di scrivere certe cose : tutte. So pero, adesso, che parlarne serve poco. E che scrivere rimane un atto privato, come lo e ogni tipo di scoperta artistica e, per noi occidentali perlomeno (da Vladivostok ad Anchorage, passando per l’Europa), ogni forma di ≪ cultura ≫ : privato, ovviamente, nel senso che la ricerca e strettamente personale e non implica, ne richiede, nessun ≪riconoscimento≫ : hegeliano o meno, questo. E un'attività sotterranea, simile allo scavar gallerie due centimetri più giù del livello dell’asfalto o dell’erba. Un bel giorno si avrà scavato tanto, ognuno per conto suo, che i due centimetri di spessore cederanno e molte cose che ancora esistono in superficie andranno in fumo. L’arte e il solo nemico naturale dello Stato. 
Dunque leggevo Pasolini. Lessi un bel pezzo prima di alzare gli occhi e guardar fuori, le luci nel buio, adesso : e prima di confessarmi il mio stupore e una certa ilarità. Non provavo nient’altro. Pareva assurdo, tutto qui. Qualcuno dal nome attraente, siglabile all’americana, nascondeva la propria ignoranza di periferico maestro di scuola in una scrittura pseudoautomatica, da poveracci, mediata attraverso uno squallido sentimentalismo piccolo borghese. Con qualche bel verso : e molto gesticolare e cattivo gusto e autoamore. Non capivo davvero cosa avessero inteso, o vi avessero visto, i critici. Vi pensai per un po’. Non con la dovuta attenzione. L’avessi fatto, forse mi sarei accorto che la pubblicazione e il successo di quel libro segnavano una data importante nella cultura italiana del dopoguerra: l’inizio di certa politica culturale, mediata attraverso una compromissione dell’intelligentia con l'industria del libro (e non solo del libro). Che il paese, insomma, entrava in un conformismo di tipo New Deal: con qualche ritardo sugli Stati Uniti. 
Mi illudo. Anche se v’avessi pensato per mesi, v’erano cose che non avrei capito, della penisola. Ero assente da troppo tempo. E non potevo sospettare che dopo avere esitato tra America e Russia, e aver subito la dittatura di quell’idealista staliniano che, fino all’entrata in Bucarest dei carri armati khruscioviani, fu Lukacs - un Croce dei paesi d’oltrecortina - il paese scopriva la tecnologia, e nell’euforia del boom dei frigoriferi gli uomini di cultura mescolavano tutto, Hegel e Heidegger, Lukacs e Merleau-Ponty, Goldmann e Sartre, l’800 romantico e Gramsci, vivendo per citazioni e riducendo il discorso  critico al solipsismo d’un pendolare moderatamente bibliofago, in moto perpetuo tra Roma, Milano, Palermo e Forte dei Marmi. Ne potevo immaginare, e qui pero la colpa era  mia, la storia d’Italia la conoscevo, che sotto la patina di populismo, neorealismo, libertarismo e mammistico ingaggio politico (tutte tendenze che dovevano presto sfociare nel recupero del gusto liberty, in loro logica morte e trasfigurazione: in attesa d’una prossima riproposta del gusto dannunziano, per il ritorno emblematico delle immagini del poeta-eroe come nostra realtà quotidiana: magari sulla pubblicità d’un detersivo), la scrittura in Italia fosse rimasta ≪ufficiale≫. Avrei dovuto saperlo. Dante che sogna l’incoronazione con fronde d’alloro e Petrarca che l’ottiene, non sono degli esempi isolati d’epoche di barbarie. Hanno come corrispettivi tutti quegli artisti che tra le due guerre accettarono il ≪ regime ≫ per un posto all’Accademia, e questi altri, più recenti, vivi adesso, che alla spada e alla feluca (peraltro abolite) han preferito più remunerate compromissioni. Sicché diventava ridicolo, non aveva neppure la venatura d’un calcolo prestabilito, parlare (come molti inseriti già facevano, negli anni Cinquanta) di tradimento della Resistenza e simili cose. Era perdita di fiato. Tutto non poteva non essere come era sempre stato. Non si può trasformare una cultura senza far piazza pulita di molte situazioni. Non basta far ritoccare la fotografia dell’avo, sottufficiale piemontese, nascondendo collo duro, bottoni e medaglie sotto un fazzoletto d’ispirazione garibaldina: fidandosi, per mascherare il falso, che sia soldati regi che truppe irregolari amavano le lunghe barbe.
Credo che il nostro sia il solo paese dove anche i discorsi programmatici dell’avanguardia posseggono ormai il tono pedante di tesi di laurea e l’ambiguità filologica delle dichiarazioni di un politico in cerca di voti. Per contrasto, uno tende a pensar con affetto, direi con tenerezza, all’umorismo, alle ingenuità, alla freschezza e alla fondamentale serietà dei primi futuristi.
Stiano comunque quieti i turisti stranieri in viaggio di nozze a Posillipo o a Venezia: nella terra del sole, dove tutto si muove solo nell’ombra, nessuno si sognerà mai d’uccidere il chiaro di luna. 
Ma ritorniamo a Pasolini : anche se ho l’impressione di non aver parlato che di lui. Dopo Le ceneri lessi gli altri libri, vidi anche i film: in Europa, questi. A poco a poco cominciai a nutrire verso di lui una sincera ammirazione. Per il suo genio del luogo comune, l’impudicizia di elevare presunzione e provincialismo a canoni estetici nazionali, la capacita di sfoderare la più piatta banalità al momento giusto (chi altri avrebbe pensato di rispolverare negli anni Sessanta la vieta immagine d’un Cristo populista?), come un figlio unico viziato, che in una prima elementare frequentata solo da bambine voglia imporre la propria virilità alzando il tono di voce. Son qualità abbastanza tipiche di quell’artista fatto in casa che egli e, in definitiva : pronto a vendere sentimentalismo per indignazione sociale e imprecisione stilistica per intenti rivoluzionari; una specie d’acqua piovana mescolata a polvere Idriz, offerta in bottigliette di gazzosa (con la pallina al posto del tappo) agli ignari indigeni. Per far tutto questo, ce ne vuole di immaginazione. 
Anche mi divertiva. Con quella scrittura cachettica e per il suo narcisismo entusiasta, da chierico dèfroquè, sempre esitante tra la bestemmia e l’autopunizione e che pero richiedeva la medaglia di finecorso ad attestato ufficiale che in ogni caso s’era comportato bene. Pensavo ai miei Puritani, per i quali l’entusiasmo, anche in materia di religione, era condannabile con il confino a vita o l’impiccagione, o al vecchio nella casa dei pazzi, adesso in esilio a casa nostra, e al suo rigore, la sua assoluta dignità d’artista. Pasolini non ha tutto questo, e naturale. Ma d’altra parte, siamo in another country, un altro paese : and besides the wench is dead. Marlowe non ci pensava ma possiamo farlo noi : interpretare arbitrariamente wench (ragazza) come sinonimo di ≪ coerenza ≫. La coerenza e morta. E pero, nel paese degli artisti ≪ ufficiali ≫, serviva proprio? Mi si dirà che con questo atteggiamento ero forse la persona meno indicata per intervistare Pasolini, ed e possibile. Seppure, quando lo feci, lo feci con molta discrezione, tentando di dimenticare ciò che pensavo di lui. Fu abbastanza facile perché ero in Italia da un mese e mi sentivo un po’ sconvolto dalla realtà della penisola, un po’ depresso. Mi chiedevo se non fossi io ad aver sbagliato tutto. In definitiva, forse chi aveva ragione era proprio Pasolini. 
Fu all’EUR, casa sua, un bel giorno ventoso di fine marzo. Nel soggiorno campeggiava un elmo rinascimentale, un elemento decorativo mi figuro. Lui stava seduto, rispondendo a domande che qualcun altro, un giovane tedesco che parlava italiano, incideva su un registratore identico al mio. Era tutto molto comico : l’uno dopo l’altro, il tedesco e io, a confessare una terza persona e portarne via la voce. Come se la testa non ci servisse più. Dopo un poco fu il mio turno. Pasolini stava in profilo, come Antonito el Camborio quando mori. Parlava in tono molto serio, decisamente professorale, mi istruiva. Aveva ragione, ce n’era bisogno : ad ascoltarmi adesso, nel registratore, non sembro tanto brillante. Non lo sono mai stato.



PIERO SANAVÌO

SEGUE INTERVISTA  "INEDITA"


@Eretico e Corsaro - Le Pagine Corsare

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domenica 27 dicembre 2020

Pier Paolo Pasolini, «Gli italiani non sono più quelli» - Studio sulla rivoluzione antropologica in Italia

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Corriere della sera - 10 giugno 1974

Quest'articolo di Pasolini innesca una polemica a distanza con Maurizio Ferrara, giornalista e dirigente PCI, che culmina in una puntata televisiva, Controcampo del 19 ottobre 1974,  di cui,  pare che la RAI, ha perso traccia del video.


Studio sulla rivoluzione antropologica in Italia
Sul «Corriere della sera» col titolo «Gli italiani non sono più quelli»
10 giugno 1974.
(Oggi in Scritti Corsari)
L'Unità,2 giugno 1974

L'Unità,2 giugno 1974
Il 2 giugno: sull’«Unità» in prima pagina c’è il titolo delle grandi occasioni e suona: «Viva la repubblica antifascista.»
Certo, viva la repubblica antifascista. Ma che senso reale ha questa frase? Cerchiamo di analizzarlo.
Essa in concreto nasce da due fatti, che la giustificano del resto pienamente: 1) La vittoria schiacciante del «no» il 12 maggio, 2) la strage fascista di Brescia del 28 dello stesso mese.
La vittoria del «no» è in realtà una sconfitta non solo di Fanfani e del Vaticano, ma, in certo senso, anche di Berlinguer e del partito comunista. Perché? Fanfani e il Vaticano hanno dimostrato di non aver capito niente di ciò che è successo nel nostro paese in questi ultimi dieci anni: il popolo italiano è risultato – in modo oggettivo e lampante – infinitamente più «progredito» di quanto essi pensassero, puntando ancora sul vecchio sanfedismo contadino e paleoindustriale.
Ma bisogna avere il coraggio intellettuale di dire che anche Berlinguer e il partito comunista italiano hanno dimostrato di non aver capito bene cos’è successo nel nostro paese negli ultimi dieci anni. Essi infatti non volevano il referendum; non volevano la «guerra di religione» ed erano estremamente timorosi sull’esito positivo delle votazioni. Anzi, su questo punto erano decisamente pessimisti. La «guerra di religione» è risultata invece poi un’astrusa, arcaica, superstiziosa previsione senza alcun fondamento.
Gli italiani si sono mostrati infinitamente più moderni di quanto il più ottimista dei comunisti fosse capace di immaginare. Sia il Vaticano che il Partito comunista hanno sbagliato la loro analisi sulla situazione «reale» dell’Italia.
Sia il Vaticano che il partito comunista hanno dimostrato di aver osservato male gli italiani e di non aver creduto alla loro possibilità di evolversi anche molto rapidamente, al di là di ogni calcolo possibile.
Ora il Vaticano piange sul proprio errore. Il PCI invece, finge di non averlo commesso ed esulta per l’insperato trionfo.
Ma è stato proprio un vero trionfo?
Io ho delle buone ragioni per dubitarne. Ormai è passato quasi un mese da quel felice 12 maggio e posso perciò permettermi di esercitare la mia critica senza temere di fare del disfattismo inopportuno.
Corriere della sera - 10 giugno 1974
La mia opinione è che il cinquantanove per cento dei «no», non sta a dimostrare, miracolisticamente, una vittoria del laicismo, del progresso e della democrazia: niente affatto: esso sta a dimostrare invece due cose:

1) che i «ceti medi» sono radicalmente – direi antropologicamente – cambiati: i loro valori positivi non sono più i valori sanfedisti e clericali ma sono i valori (ancora vissuti solo esistenzialmente e non «nominati») dell’ideologia edonistica del consumo e della conseguente tolleranza modernistica di tipo americano. E’ stato lo stesso Potere – attraverso lo «sviluppo» della produzione di beni superflui, l’imposizione della smania del consumo, la moda, l’informazione (soprattutto, in maniera imponente, la televisione) – a creare tali valori, gettando a mare cinicamente i valori tradizionali e la Chiesa stessa, che ne era il simbolo.
2) che l’Italia contadina e paleoindustriale è crollata, si è disfatta, non c’è più, e al suo posto c’è un vuoto che aspetta probabilmente di essere colmato da una completa borghesizzazione, del tipo che ho accennato qui sopra (modernizzante, falsamente tollerante, americaneggiante ecc.).
Il «no» è stato una vittoria, indubbiamente. Ma la reale indicazione che esso dà è quella di una «mutazione» della cultura italiana: che si allontana tanto dal fascismo tradizionale che dal progressismo socialista.

Frontoni Angelo -Internet culturale
Se così stanno le cose, allora, che senso ha la «strage di Brescia» (come già quella di Milano)? Si tratta di una strage fascista, che implica dunque una indignazione antifascista? Se son le parole che contano, allora bisogna rispondere positivamente. Se sono i fatti allora la risposta non può essere che negativa; o per lo meno tale da rinnovare i vecchi termini del problema.
L’Italia non è mai stata capace di esprimere una grande Destra. E’ questo, probabilmente, il fatto determinante di tutta la sua storia recente. Ma non si tratta di una causa, bensì di un effetto. L’Italia non ha avuto una grande Destra perché non ha avuto una cultura capace di esprimerla. Essa ha potuto esprimere solo quella rozza, ridicola, feroce destra che è il fascismo. In tal senso il neo-fascismo parlamentare è la fedele continuazione del fascismo tradizionale. Senonché, nel frattempo, ogni forma di continuità storica si è spezzata. Lo «sviluppo», pragmaticamente voluto dal Potere, si è istituito storicamente in una specie di epoché, che ha radicalmente «trasformato», in pochi anni, il mondo italiano.
Tale salto «qualitativo» riguarda dunque sia i fascisti che gli antifascisti: si tratta infatti del passaggio di una cultura, fatta di analfabetismo (il popolo) e di umanesimo cencioso (i ceti medi) da un’organizzazione culturale arcaica, all’organizzazione moderna della «cultura di massa». La cosa, in realtà, è enorme: è un fenomeno, insisto, di «mutazione» antropologica. Soprattutto forse perché ciò ha mutato i caratteri necessari del Potere. La «cultura di massa», per esempio, non può essere una cultura ecclesiastica, moralistica e patriottica: essa è infatti direttamente legata al consumo, che ha delle sue leggi interne e una sua autosufficienza ideologica, tali da creare automaticamente un Potere che non sa più che farsene di Chiesa, Patria, Famiglia e altre ubbìe affini.
L’omologazione «culturale» che ne è derivata riguarda tutti: popolo e borghesia, operai e sottoproletari. Il contesto sociale è mutato nel senso che si è estremamente unificato. La matrice che genera tutti gli italiani è ormai la stessa. Non c’è più dunque differenza apprezzabile – al di fuori di una scelta politica come schema morto da riempire gesticolando – tra un qualsiasi cittadino italiano fascista e un qualsiasi cittadino italiano antifascista. Essi sono culturalmente, psicologicamente e, quel che è più impressionante, fisicamente, interscambiabili. Nel comportamento quotidiano, mimico, somatico non c’è niente che distingua – ripeto, al di fuori di un comizio o di un’azione politica – un fascista da un

antifascista (di mezza età o giovane: i vecchi, in tal senso possono ancora esser distinti tra loro). Questo per quel che riguarda i fascisti e gli antifascisti medi. Per quel che riguarda gli estremisti, l’omologazione è ancor più radicale.
A compiere l’orrenda strage di Brescia sono stati dei fascisti. Ma approfondiamo questo loro fascismo. E’ un fascismo che si fonda su Dio? Sulla Patria? Sulla Famiglia? Sul perbenismo tradizionale, sulla moralità intollerante, sull’ordine militaresco portato nella vita civile? O, se tale fascismo si autodefinisce ancora, pervicacemente, come fondato su tutte queste cose, si tratta di un’autodefinizione sincera? Il criminale Esposti – per fare un esempio – nel caso che in Italia fosse stato restaurato, a suon di bombe, il fascismo, sarebbe stato disposto ad accettare l’Italia della sua falsa e retorica nostalgia? L’Italia non consumistica, economa e eroica (come lui la credeva)? L’Italia scomoda e rustica? L’Italia senza televisione e senza benessere? L’Italia senza motociclette e giubbotti di cuoio? L’Italia con le donne chiuse in casa e semi-velate? No: è evidente che anche il più fanatico dei fascisti considererebbe anacronistico rinunciare a tutte queste conquiste dello «sviluppo». Conquiste che vanificano, attraverso nient’altro che la loro letterale presenza –divenuta totale e totalizzante – ogni misticismo e ogni moralismo del fascismo tradizionale.
Dunque il fascismo non è più il fascismo tradizionale. Che cos’è, allora?
I giovani dei campi fascisti, i giovani delle SAM, i giovani che sequestrano persone e mettono bombe sui treni, si chiamano e vengono chiamati «fascisti»: ma si tratta di una definizione puramente nominalistica. Infatti essi sono in tutto e per tutto identici all’enorme maggioranza dei loro coetanei. Culturalmente, psicologicamente, somaticamente – ripeto – non c’è niente che li distingua. Li distingue solo una «decisione» astratta e aprioristica che, per essere conosciuta, deve essere detta. Si può parlare casualmente per ore con un giovane fascista dinamitardo e non accorgersi che è un fascista. Mentre solo fino a dieci anni fa bastava non dico una parola, ma uno sguardo, per distinguerlo e riconoscerlo.
Il contesto culturale da cui questi fascisti vengono fuori è enormemente diverso da quello tradizionale. Questi dieci anni di storia italiana che hanno portato gli italiani a votare «no» al referendum, hanno prodotto – attraverso lo stesso meccanismo profondo – questi nuovi fascisti la cui cultura è identica a quella di coloro che hanno votato «no» al referendum.

Essi sono del resto poche centinaia o migliaia: e, se il governo e la polizia l’avessero voluto, essi sarebbero scomparsi totalmente dalla scena già dal 1969.
Il fascismo delle stragi è dunque un fascismo nominale, senza un’ideologia propria (perché vanificata dalla qualità di vita reale vissuta da quei fascisti), e, inoltre, artificiale: esso è cioè voluto da quel Potere, che dopo aver liquidato, sempre pragmaticamente, il fascismo tradizionale e la Chiesa (il clerico-fascismo che era effettivamente una realtà culturale italiana) ha poi deciso di mantenere in vita delle forze da opporre – secondo una strategia mafiosa e da Commissariato di Pubblica Sicurezza – all’eversione comunista. I veri responsabili delle stragi di Milano e di Brescia non sono i giovani mostri che hanno messo le bombe, né i loro sinistri mandanti e finanziatori. Quindi è inutile e retorico fingere di attribuire qualche reale responsabilità a questi giovani e al loro fascismo nominale e artificiale. La cultura a cui essi appartengono e che contiene gli elementi per la loro follia pragmatica è, lo ripeto ancora una volta, la stessa dell’enorme maggioranza dei loro coetanei. Non procura solo a loro condizioni intollerabili di conformismo e di nevrosi, e quindi di estremismo (che è appunto la conflagrazione dovuta alla miscela di conformismo e nevrosi).
Se il loro fascismo dovesse prevalere, sarebbe il fascismo di Spinola, non quello di Caetano: cioè sarebbe un fascismo ancora peggiore di quello tradizionale, ma non sarebbe più precisamente fascismo. Sarebbe qualcosa che già in realtà viviamo, e che i fascisti vivono in modo esasperato e mostruoso: ma non senza ragione.
P.P.Pasolini, Corriere della sera
10 giugno 1974

Vedi anche:

Indice dei post – Politica, società e rivoluzione antropologica secondo Pasolini

 

Titolo del post (cliccabile) Descrizione breve
Pier Paolo Pasolini, «Gli italiani non sono più quelli» – Studio sulla rivoluzione antropologica in Italia Analisi della trasformazione antropologica dell’Italia del boom economico e della mutazione dei comportamenti collettivi secondo Pasolini.
Politica e società secondo Pasolini – I pasticci dell’esteta, di Maurizio Ferrara Commento critico di Ferrara sulle posizioni politiche di Pasolini, tra estetismo, polemica civile e lettura dei mutamenti sociali.
Pier Paolo Pasolini – Il potere senza volto Riflessione sul nuovo potere impersonale e tecnocratico denunciato da Pasolini negli anni ’70, privo di identità e più pervasivo dei poteri tradizionali.
Ancora sulle recenti prese di posizione di Pier Paolo Pasolini – di Maurizio Ferrara Ferrara risponde alle ultime dichiarazioni pubbliche di Pasolini, analizzandone implicazioni politiche e culturali.
Pasolini, gli Italiani oggi – Controcampo, trasmissione del 19 ottobre 1974 Sintesi dell’intervento televisivo di Pasolini a Controcampo, dove discute la crisi morale, la mutazione antropologica e il nuovo conformismo italiano.


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giovedì 24 dicembre 2020

Io So, perchè sono un intellettuale... Cos'è questo golpe.

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro





Cos'è questo golpe? Io so
di Pier Paolo Pasolini 
Corriere della Sera, 14 novembre 1974



Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato "golpe" (e che in realtà è una serie di "golpe" istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di "golpe", sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli "ignoti" autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l'aiuto della Cia (e in second'ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il '68, e in seguito, sempre con l'aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del "referendum".
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l'altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l'organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.

Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio "progetto di romanzo", sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il '68 non è poi così difficile.
Tale verità - lo si sente con assoluta precisione - sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all'editoriale del "Corriere della Sera", del 1° novembre 1974.
Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi.

Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.
A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale.
Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.
Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi - proprio per il modo in cui è fatto - dalla possibilità di avere prove ed indizi.
Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi.
Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi.
Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.
All'intellettuale - profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana - si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici.
Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al "tradimento dei chierici" è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere.
Ma non esiste solo il potere: esiste anche un'opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano.

È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all'opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell'Italia e delle sue povere istituzioni democratiche.
Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico. In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario - in un compatto "insieme" di dirigenti, base e votanti - e il resto dell'Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un "Paese separato", un'isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel "compromesso", realistico, che forse salverebbe l'Italia dal completo sfacelo: "compromesso" che sarebbe però in realtà una "alleanza" tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell'altro.
Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo.
La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l'altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività.

Inoltre, concepita così come io l'ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l'opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere. Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch'essi come uomini di potere. Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch'essi hanno deferito all'intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l'intellettuale viene meno a questo mandato - puramente morale e ideologico - ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore. Ora, perché neanche gli uomini politici dell'opposizione, se hanno - come probabilmente hanno - prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono - a differenza di quanto farebbe un intellettuale - verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch'essi mettono al corrente di prove e indizi l'intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com'è del resto normale, data l'oggettiva situazione di fatto. L'intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento. Lo so bene che non è il caso - in questo particolare momento della storia italiana - di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l'intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella che - quando può e come può - l'impotente intellettuale è tenuto a servire.

Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l'intera classe politica italiana.
E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi "formali" della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista.
Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico - non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento - deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi.
Probabi
lmente - se il potere americano lo consentirà - magari decidendo "diplomaticamente" di concedere a un'altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon - questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato. 










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