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mercoledì 3 settembre 2025

Pier Paolo Pasolini: IL TEATRO: UN RITO CULTURALE - Estratto da intervista RAI, Sbobinamento, 1968

"Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Pier Paolo Pasolini
IL TEATRO: UN RITO CULTURALE

Roma, 1968. 
Estratto da intervista RAI. 
Sbobinamento. 
Titolo redazionale.

( © Questo post è stato realizzato da Bruno Esposito )

(I versi da Pilade sono detti da Pasolini con varianti rispetto alla relativa pubblicazione in Affabulazione. Pilade Milano, Garzanti, 1977)

Io ho odiato per tutta la mia vita il teatro, perché sono vissuto in Italia e il teatro italiano non è bello, per tante ragioni che forse sarebbe lungo elencare qui. Quindi non ho mai amato il teatro, anzi, il mio non-more (...) è diventato una specie di odio. Senonché, due anni fa, ho avuto una malattia, un'ulcera, che m'ha costretto a letto un mese. Alla fine di questo mese è cominciata la convalescenza. E i primi tre giorni in cui ho potuto prendere la penna in mano e scrivere qualcosa, non so nemmeno io il perché, ho scritto una specie di tragedia, o di dialogo tragico, in tre quattro episodi. Forse perché a letto, mentre ero malato, ho riletto tutti i tragici greci, molto probabilmente per questo. Infatti lo schema del mio teatro è preso dallo schema greco. E da allora, come in una specie di raptus che non mi è mai più capitato in vita mia, ho scritto addirittura sei opere teatrali in versi.

lunedì 6 giugno 2022

Pier Paolo Pasolini, Pilade

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro





Pier Paolo Pasolini
Il teatro
Pilade
1973


"Pilade non è tanto un dramma 'dialettico' contro il potere, quanto epico-lirico sul potere. Non ne metaforizza il contrasto con l'individuo quanto ne descrive l'inarrestabile ascesa. A dispetto dell'infittirsi degli episodi, dell'accrescersi dei personaggi (ma anche questi, in Pasolini, così avverso al plot, sono segnali; per negativo, molto parlanti), Pilade è di una estrema linearità: non ha più novità strutturale (non la struttura ad eclisse, d'improvviso tronca, di Orgia: non quella a cerchi concentrici di Calderón; non quella a politico di Affabulazione), è una sorta di (rassegnata?) appendice dell'Orestiade eschilea (tradotta da Pasolini nel 1960); ma il timbro e il ritmo stesso della scrittura sono piuttosto quelli di un'aspra e pessimistica epitome: e, per di più, epitome (cioè, compendio) del già accaduto, che si contempla a ritrovo con l'amara consapevolezza che il "tempo" ci "ha lasciati indietro". Atena, la Ragione-Potere "non ha ricordi - sa soltanto la realtà. - Ciò che essa sa, il mondo è..." Sotto la sua luce imperiosa le Furie si sono mutate in Eumenidi, le quali ora "sanno - dar grazia con la parola a quei sogni - che ci facevano solo urlare" (giacché ormai "il Passato noi dobbiamo soltanto sognarlo"). Certo Pilade ("l'obbediente, - il silenzioso, il discreto, - il timido, Pilade, nato per essere amico") è ancora figura di "diverso" ("uno di noi", ma "dotato di una misteriosa grazia"): ma Atena "non conosce il ventre-materno, né le perversioni che nascono dalla nostalgia". La "cieca irragionevole voglia di distruzione" dell'uno, l'"abbietto e intransigente - desiderio di capire e di negare" non sanno risolversi altrimenti che nel gesto, splendido ma gratuito, di un "poeta", non sanno produrre altro che "un terribile, - sanguinario, puro, disperato amore". Pilade rincorre "come un santo una luce" che lo distrae: è la luce, purtroppo "consolatrice", della Ragione-Potere, che, dopo averlo abbagliato, sorride di lui ("Tutto dunque finisce - in una elegia notturna?") e lo abbandona all'atroce tortura di "una pura e semplice incertezza". "Usare la Non Ragione contro la Ragione" (come hanno fatto, per l'appunto, nel recente passato, "poeti" e "assassini") non muta in nulla il futuro della "vecchia città", che s'appresta impavida alla sua "nuova storia", sotto "la prima luce" di un'immutabile aurora".

Di Pilade sono degne di nota due edizioni teatrali successive: la prima, nella Cavea del Teatro Greco di Taormina, il 29 agosto 1969, per la regia di Giovanni Cutrufelli, interpreti, tra gli altri: Annibale e Arnaldo Ninchi, Claudia Giannotti e Lombardo Fornara; la seconda, per la regia di Melo Freni, nel giugno 1981, intrepreti Luigi Mezzanotte, Ida Di Benedetto, Franco Interlenghi, Mario Maranzana. Nel 1982, in sede di ripresa, gli attori furono Michele Placido, Barbara Valmorin, Franco Interlenghi, Guido Leontini.


Fonte: dalla Prefazione di Guido Davico Bonino a Pier Paolo Pasolini. Il teatro, Garzanti, Milano 1973.

@Eretico e Corsaro - Le Pagine Corsare

Curatore, Bruno Esposito

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lunedì 7 marzo 2022

Pilade di Pier Paolo Pasolini a Taormina - Il Dramma, 13 ottobre 1969

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Pilade di Pasolini a Taormina - 1969

(Trascrizione curata da Bruno Esposito)

Proprio mentre tra Grado e Venezia si sviluppava il discorso sul nuovo film di Pier Paolo Pasolini, e il poeta spiegava - venendo meno a qualche cautela logica - che le complicazioni espressive e le conseguenti difficoltà di comprensione, unanimemente riconosciute a Porcile, andavano messe nel conto di una sua precisa intenzione di costruire prodotti fruibili dal minor numero possibile di persone (estrema difesa dell’intellettuale dalla massificazione del suo lavoro); mentre, dunque, tra Grado e Venezia, Pasolini portava cosi la sua gioia e la sua angoscia, la nativa ritrosia friulana e la acquisita sfrontatezza romana, a Taormina, una specie di genius loci quale e il regista Cutrufelli, metteva in scena una tragedia di Pier Paolo Pasolini, Pilade, vecchia di qualche anno, già pubblicata su ≪ Nuovi Argomenti ≫.

mercoledì 31 marzo 2021

La lettura pasoliniana del mondo antico

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



L’enigma e il mistero
La lettura pasoliniana del mondo antico
di Giulia Regoliosi Morani
(da Zetesis 1995/2-3)



Nella formazione di Pasolini la cultura classica gioca un ruolo fondamentale: ne forma l’ordito culturale, con cui s’intreccia la trama fornita da diverse suggestioni novecentesche; presenta generi letterari, miti attraverso cui leggere la realtà, personaggi in cui identificarsi o attraverso cui purificarsi, un passato in cui tutto è già avvenuto. Fornisce soprattutto una tradizione, a cui l’autore dalle molte patrie (Bologna, il Friuli, Roma) sente essenziale ancorarsi, e ancorare una società dispersa, al di là di ideologie che dividono soltanto. È importante in questo senso Saluto e augurio, la poesia che chiude l’ultima raccolta poetica, La nuova gioventù. Pasolini si rivolge ad un giovane fascista, a cui dà il nome del

martedì 23 marzo 2021

PASOLINI TRA CINEMA E TEATRO - Stefano Casi

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro





PASOLINI TRA CINEMA E TEATRO
 Stefano Casi



   A proposito del film che stiamo per vedere (Edipo re) si potrebbero dire molte cose, ma vorrei approfittare di questa proiezione, che rievoca una delle opere teatrali più famose della storia, per parlare del teatro di Pasolini. O meglio, della storia che lega Pasolini al teatro.
Orestiade-locandina
   Anzitutto, sgombriamo il campo da possibili equivoci: non è vero che Pasolini fosse digiuno di teatro, che fosse un poeta che di volta in volta ‘provava’ a espandere il suo interesse in altri campi ma sempre da poeta. Addirittura è falso considerare che Pasolini fosse un poeta come lo intendiamo noi. Pasolini era prima di tutto un intellettuale che sceglieva il codice con cui esprimersi, e quindi di volta in volta poteva diventare poeta o regista cinematografico, scrittore o autore teatrale
   Fin da giovanissimo il teatro era molto ben presente nel campo delle sue possibilità. Negli anni 40, prima a Bologna dove era nato e poi in Friuli, dove era sfollato per la guerra, Pasolini aveva scritto testi teatrali, fatto regie, recitato sul palcoscenico. E non si era mai trattato di divertissement ma di una raffinata e consapevole scelta di natura artistica e –per così dire– politica. Ma questa è un’altra storia. Certo, negli anni ‘50, all’arrivo a Roma, l’impegno sul teatro si era raffreddato, ma del resto erano le condizioni sue esistenziali e le generali condizioni sociali a portarlo altrove, verso la scrittura e il cinema prima di tutto. Eppure il teatro stava sempre lì, come una vocazione irrisolta.
Affabulazione - Luca Ronconi
Ed ecco il primo tassello della storia che vi voglio raccontare stasera. Siamo alla fine del 1959. Vittorio Gassman e il regista Luciano Lucignani chiedono a Pasolini di tradurre l’Orestiade di Eschilo per un’importante rappresentazione al Teatro Greco di Siracusa, compito che Pasolini accetta, riservando alla traduzione pochi mesi di lavoro. Per Pasolini questo coinvolgimento è l’occasione per confrontarsi finalmente con l’istituzione teatrale ufficiale, al centro dell’attenzione del mondo del teatro, che evidentemente gli interessava. Ma non è solo questo: c’è anche la possibilità di accedere direttamente al linguaggio della tragedia greca. Pasolini intuisce che da qui può riprendere, con maggiore sicurezza, un impegno non occasionale nel teatro, nel cuore del linguaggio originario della scena.

   Il primo problema, trattandosi di una tragedia antica, è la scelta del testo da cui partire. E su questo vorrei attirare la vostra attenzione. Pasolini dichiara di volersi basare non solo sul testo greco ma anche su tre precedenti e illustri versioni, una francese, una inglese e una italiana. E dice: “Nei casi di sconcordanza, sia nei testi, sia nelle interpretazioni, ho fatto quello che l’istinto mi diceva: sceglievo il testo e l’interpretazione che mi piaceva di più. Peggio di così non potevo comportarmi”. Quindi, da una parte, varie traduzioni e l’istinto da cui farsi guidare, cosa altamente scorretta dal punto di vista filologico; e dall’altra l’italiano, che è il vero nodo per Pasolini. Punto di partenza per la traduzione, infatti, non è la lingua greca ma la propria lingua poetica, alla quale intende adeguare la lingua di Eschilo: Pasolini non si chiede quale lingua abbia usato Eschilo ma quale lingua sia efficace nel tempo odierno. E infatti scrive: “per quel che riguarda la dizione, basta che Gassman legga nelle Ceneri di Gramsci, mettiamo, ‘Il pianto della scavatrice’, il mio italiano, il mio dettato, è quello”.
Affabulazione di Pier Paolo Pasolini.
Regia di Vittorio Gassman, 1977
   Così, il traduttore procede modificando i “toni sublimi in toni civili”, evitando la “tentazione” classicista e avvicinandosi “alla prosa, all’allocuzione bassa, ragionante” – queste sono sue dichiarazioni. Infatti, all’opera di Eschilo viene negato un “ragionamento (…) mitico e per definizione poetico” perché il significato della trilogia è “solo, esclusivamente, politico”; e cioè la descrizione del passaggio da una società primitiva, a una società moderna, in cui nascono l’assemblea e il suffragio. Ecco allora, per esempio, l’utilizzo del termine “dio” al posto di “Zeus”, del personaggio della Religiosa al posto della Sacerdotessa che non sta nel tempio ma nella “chiesa”, mentre il Coro grida “osanna”. Scelte di attualizzazione che furono davvero clamorose e che tuttora ci fanno leggere con stupore questa versione.
   Dunque il metodo traduttivo così impudentemente spiattellato dallo stesso Pasolini, di cui dicevo prima, e cioè il metodo di tradurre le traduzioni altrui andando a occhio, è sì poco ortodosso ma inaspettatamente funzionale ed efficace. Evitando la filologia Pasolini è paradossalmente fedele nella sua conclamata infedeltà alla trilogia di Eschilo. Di questo Pasolini è consapevole, e infatti non esita a confessare quel che non starebbe bene confessare, usando espressioni come “ciò che mi piaceva di più”, “suggestioni”, “profondo, avido, vorace istinto”.

Orestea di Eschilo, Gassman - Siracusa
   Ma che bisogno c’è di sottolineare l’istintività della traduzione nello stesso luogo dove si spiegano i motivi razionali e logici che lo conducono alla versione italiana dell’opera?
   La chiave di questa contraddizione sta in una frase in cui dice che l’allusività politica della trilogia di Eschilo “era quanto di più suggestivo si potesse dare in un testo classico, per un autore come io vorrei essere”. In altre parole, con l’Orestiade Pasolini intuisce la possibilità di una propria strada autonoma nella drammaturgia contemporanea, tracciata con i suggerimenti raccolti dallo studio del teatro greco. Eschilo gli permette il confronto diretto con una lingua che aveva espresso un teatro politico e poetico al tempo stesso. Esattamente ciò che aveva cercato negli anni bolognesi e friulani e ciò che oggi può tornare a dargli nuovi stimoli per impegnarsi di nuovo nel teatro. E per farlo, Pasolini diventa Eschilo, “un autore come io vorrei essere”. Ne consegue, allora, che il solo “istinto” possa correttamente bastare nell’approccio alla traduzione, perché se un traduttore deve basarsi sul rigore, un autore deve invece muoversi d’istinto, e qui Pasolini sente di compiere una scrittura propria, non una traduzione. Riferendosi più volte alle Ceneri di Gramsci per spiegare la lingua usata nella traduzione dal greco, egli presenta la sua Orestiade non come tragedia dell’Atene del V secolo avanti Cristo, ma come tappa di un proprio percorso linguistico e intellettuale nell’anno 1960.

Calderòn di Pasolini nella versione di Ronconi a Prato (1978)
   Subito dopo, Pasolini inizia a corteggiare con maggior interesse il teatro, anche se nel giro di pochi mesi viene ‘travolto’ dal cinema con Accattone. Ma c’è un momento in cui le parti si capovolgono: è il teatro che inizia a corteggiare lui! Infatti nel 1965 in Italia accade qualcosa di strano. I fermenti del teatro di ricerca, che allora si chiamava “nuovo teatro” o “neoavanguardia”, si moltiplicano, portando alla luce una profonda crisi del teatro di prosa, o meglio la sua profonda lontananza dalla società civile. Sentendosi in una crisi senza sbocchi, il mondo del teatro si mette a cercare un capro espiatorio per i propri problemi e un salvatore: lo scrittore. Si tratta di un corteggiamento fra teatro italiano e letterati che si protrae almeno fino al 1967: tre anni in cui non a caso molti scrittori affrontano programmaticamente l’esperienza drammaturgica, anche perché dall’altro lato esisteva una profonda crisi parallela della letteratura e dello scrittore stesso, che sente il bisogno di sbloccare il proprio impasse di ruolo cercando nuove forme di rapporto con il pubblico, più immediate e dirette rispetto alla pagina scritta. Iniziano così inchieste e dibattiti sugli scrittori e il teatro, a cui partecipa anche Pasolini. Con esiti burrascosi. In un’inchiesta clamorosa del 1965, che dà il via a tutto questo dibattito, dalle pagine della rivista “Sipario”, accusa attori e registi di non essersi mai interrogati sul loro strumento principale, la lingua, accettando un accademismo falso, che nessun italiano parla davvero. Sono accuse pesanti, che per mesi rimbalzano su tutte le riviste italiane e sui quotidiani con reazioni forti: Pasolini dice che il teatro fa schifo? Ma perché non scrive lui qualcosa? Perché non si impegna?
Calderòn di Pasolini nella versione di Ronconi a Prato (1978)
   Pasolini partecipa pure a un dibattito in una delle cantine romane alternative, in cui ribadisce la necessità di una responsabilità degli attori rispetto alla pronuncia, cioè rispetto a un italiano davvero parlato: e come capite qui, oltre la lingua, è in ballo ben altro, cioè Pasolini chiede all’attore di essere aderente alla società di fronte a cui si mette in scena. Le cronache di quel dibattito ci dicono che gli attori e i registi presenti quasi si buttarono addosso a Pasolini, apparentemente per aggredirlo, in realtà per supplicarlo: “Allora scrivi, scrivi! Che cosa aspetti a scrivere di nuovo per il teatro?”, gli dissero.
   Siamo verso la fine del ’65: sì, Pasolini ha proprio capito che è ora di impegnarsi davvero, di lasciare il segno anche qui, nel teatro, dopo averlo lasciato nella letteratura, nella poesia, nel cinema… Ma da dove partire?

   Esatto, proprio da lì, proprio da dove partono tutti, ma lui a maggior ragione: dalla tragedia greca. E dunque, oltre cinque anni dopo aver incontrato Eschilo, anzi dopo essere diventato Eschilo per tradurre istintivamente l’Orestiade, occorrerà rileggere le tragedie per trarre nuova ispirazione. Ad aiutarlo in questo è una malattia, che agli inizi del ’66 lo tiene bloccato a letto a lungo. Finalmente è l’occasione per leggere tanto, e quindi infilare nelle letture anche i classici greci, e per scrivere tanto. Per esempio alcune sceneggiature come San Paolo e quella che sarà Porno-Teo-Kolossal, ma anche alcune opere teatrali. Le sue tragedie, nelle quali potrà essere per l’Italia degli anni ‘60 quell’Eschilo che aveva incarnato per la traduzione dell’Orestiade.
Orgia (1968-69) - Teatro Stabile Torino
  Ma ecco il paradosso: perché Pasolini sceglie proprio la forma della tragedia, cioè il linguaggio drammaturgico più apparentemente involutivo e forse più lontano da quel nuovo teatro nel quale vuole essere protagonista? Una tragedia in versi, una tragedia greca? In realtà, la forma tragica si rivela la più attuale proprio in virtù della sua assoluta inattualità: la scelta della tragedia è quella che gli consente di definire meglio il linguaggio della coscienza della diversità dell’intellettuale ed è la forma più adatta per descrivere il suo attacco (eroico-vittimista) contro il potere borghese. E così Pasolini recupera scandalosamente proprio quella forma tragica il cui ultimo rappresentante è stato un D’Annunzio assolutamente impronunciabile e irrecuperabile per la moderna cultura italiana, tanto più per la cultura di sinistra.
   Pasolini in realtà non intende scrivere tragedie ‘greche’, ma opere in cui l’adozione di forme greche costituisca un segnale di contrapposizione rispetto al dramma borghese: quindi, una sorta di tragedie borghesi forma personale di un teatro politico dichiaratamente antiborghese. Il teatro diventa infatti lo strumento per addentrarsi nel terreno nemico della borghesia, l’arma fisica scagliata dal suo autore contro il pubblico stesso.
   Pasolini dichiara di aver concepito un teatro di presa di coscienza e dibattito, come se il teatro potesse portare a una qualche consapevolezza culturale e politica. Ma è un depistaggio. Ci sono infatti due elementi contro i quali si infrange la dichiarazione che lo stesso Pasolini fa, in cui dice che le sue tragedie sono appunto una base di discussione razionale fra borghesi illuminati. La prima è proprio che il nuovo teatro di Pasolini ha paradossalmente come suo fulcro privilegiato una classe antagonista. Dice esattamente: “Il destinatario è il mio nemico, è la borghesia che va a teatro”. La teoria pasoliniana del destinatario teatrale è dunque sbalorditiva e davvero unica nella storia del teatro: è un teatro scritto per i nemici, dunque un teatro dove non ci può essere incontro razionale ma solo scontro.

Orgia (1968-69) - Teatro Stabile Torino
   Il secondo elemento di messa in crisi del teatro come spazio di dibattito razionale fra borghesi illuminati è interno alle tragedie stesse che non si presentano affatto come esempio di questo teatro razionale e politico. C’è infatti una contraddizione di fondo tra il livello puramente intellettuale dichiarato e il livello sacrale del mistero impostato sull’asse cruento e sessuale che costituisce la colonna vertebrale del teatro pasoliniano. Le tragedie di Pasolini parlano di “storie aberranti” come lui dice: un padre che vuol vedere il sesso del figlio; una coppia intenta a una relazione sadomaso; un ragazzo che ama i maiali; e così via… E sono tutte storie che portano sul limite del precipizio, sopra il mistero della realtà per rivelare alla borghesia nemica le aberrazioni della sua realtà. Con uno scarto sottile e sotterraneo, Pasolini destituisce di senso quel dibattito che aveva dichiaratamente invocato, imponendo un altro meccanismo, quello in cui il pubblico non può far altro che assistere alla dichiarazione apocalittica di Pasolini o, detta in altri termini, alla propria stessa apocalisse-rivelazione, cioè alla realtà della propria condizione di borghesia, che nel teatro trova rappresentazione in forma di visione, nella vertigine del mistero e del sacro, descritti attraverso il sangue e il sesso.
Edipo Re
   In mezzo alle tragedie greche rilette per potersi ispirare per le sue tragedie, che sono Affabulazione, Pilade, Orgia, Bestia da stile, Porcile, Calderon, ma che è anche Teorema che a un certo punto decide di trasformare in film e in romanzo, c’è anche Edipo re. Ed eccoci arrivati al film di stasera. Per Pasolini questa è l’occasione di far incrociare il suo teatro e il suo cinema. Ed è da questa prospettiva che vorrei leggerlo, tralasciando, come dicevo all’inizio, le tante altre impostazioni possibili.
   Dunque nel 1966, proprio mentre sta scrivendo le sue prime tragedie borghesi e antiborghesi, Pasolini affronta l’Edipo re di Sofocle attraverso una traduzione che lui dice esplicitamente “fedele”. Il concetto di fedeltà riprende l’idea di traduzione di un “autore come io vorrei essere” espressa, come abbiamo visto, a proposito di Eschilo per l’Orestiade: versione fedele ma nel senso di una ricreazione dell’opera. Infatti, ecco subito la controprova: nella stessa intervista in cui dichiara la sua fedeltà Pasolini dice anche di essersi mantenuto “molto libero, dando retta solo ai miei impulsi e alle mie aspirazioni. Non mi negai una sola libertà”.
   Quindi, dopo aver voluto essere come Eschilo, Pasolini vuole essere un nuovo Sofocle, e coerentemente ne assume la parte ideale impersonando nel film la figura del Corifeo. Se nella prima parte del film all’azione non corrisponde l’uso della parola, se non in pochissime battute funzionali al procedere del racconto, nella seconda parte è proprio il Corifeo-Pasolini a dare il via alla trasposizione vera e propria della tragedia di Sofocle. Lui stesso spiega: “mi piaceva introdurre io stesso, in qualità di autore, Sofocle all’interno del mio film”, e così quando vedrete, a metà film, avanzare i tebani in forma di coro, e quando vedrete il capo del coro interrogare Edipo con i primi versi della tragedia di Sofocle, non vi stupirete nel riconoscere – sia pure con una voce doppiata, non sua – lo stesso Pasolini. Perché in questo momento, cioè nel momento in cui si passa dal mito alla tragedia, Pasolini vuole essere riconoscibile come l’autore stesso della tragedia. Nuovo Sofocle, appunto.

Edipo Re
   A differenza dei precedenti film, da Accattone a Uccellacci e uccellini, il protagonista di Edipo re non è un sottoproletario, ma un eroe tragico, un mito simbolico che tuttavia è relegato all’interno di un sogno incorniciato da un prologo e da un epilogo attuali. L’Edipo mitico rappresenta le fondamenta del moderno poeta e intellettuale, alla base del quale sta un peccato originale di indicibile portata che lo porta a vivere con scandalo: io sono poeta-intellettuale in quanto porto su di me una colpa antica che mi porta a essere un diverso, in questo caso, nel caso di Edipo, ho ucciso mio padre e amato mia madre. E come Edipo, ci dice Pasolini, così sono i poeti e gli intellettuali: persone che portano in sé il mistero di un peccato di una “storia aberrante”, che li porta a essere diversi, e perciò contemporaneamente più consapevoli e più inconsapevoli, più veggenti e più ciechi.
   La vera storia del film, insomma, è quella narrata nella cornice e non dentro al quadro: è la storia di un poeta del ventesimo secolo, le cui scelte ideologiche scaturiscono dalle vicende personali dell’infanzia, dall’ “amare troppo da bambini la propria madre”, secondo la semplicistica spiegazione dell’omosessualità espressa nella tragedia Calderón. Sta qui il senso più profondo del film di Pasolini: la definizione del poeta intellettuale come unicità di sapienza e scandalo, in un’esplicita dimensione autobiografistica. La necessità di una giustificazione ‘privata’ dell’identità dell’intellettuale può così trovare la migliore rappresentazione nella tragedia di Sofocle, nel teatro! Non a caso, insieme a due mostri sacri del nuovo teatro: Julian Beck, leader del Living Theatre, qui nelle vesti di Tiresia, e Carmelo Bene nelle vesti di Creonte, anch’essi doppiati.
   Le sequenze iniziali del film mostrano il conflitto tra Laio e il piccolo Edipo sullo sfondo dell’Italia degli anni Venti. Il presagio del padre innesca il “sogno del mito”, sogno che rivela ed esorcizza lo scandalo “contro natura” del protagonista. La storia di Edipo viene mostrata da Pasolini per intero, dunque non limitandosi alla sola fase narrata nella tragedia di Sofocle. Grazie a questa dilatazione in un territorio mitologico poco frequentato come quello della giovinezza di Edipo, Pasolini ha l’opportunità di mostrare anche altro: i dettagli della formazione adolescenziale di Edipo e la psicologia dell’abbandono e della casualità nel viaggio, che assimila Edipo ai personaggi di Uccellacci e uccellini vaganti per le strade del mondo. In questo modo viene anche ridimensionata percentualmente rispetto al racconto la presenza delle altre figure della tragedia, come Giocasta o Creonte, a tutto vantaggio del personaggio di Edipo di cui viene esplorato invece ogni atto.
   Concluso il sogno che ci mostra dapprima il mito di Edipo fino all’entrata in Tebe e poi la rappresentazione della tragedia classica, Pasolini evita di riprendere anche la seconda tragedia di Sofocle (Edipo a Colono) per ritornare all’attualità. Edipo è ormai maturo e consapevole della qualità mitica dei propri conflitti personali e “suona il flauto, il che significa, per metafora, che è un poeta”. La prima tappa di Edipo poeta è la civile e borghese Bologna. Rifiutato questo luogo e ciò che significa, Edipo viene condotto da Angelo nella periferia di una città industriale, proletaria o forse sottoproletaria. Ma neanche questa ambientazione è più possibile: l’unico luogo di pacificazione per Edipo può essere solo quello della nascita, come nella tragedia Bestia da stile, lungo il Livenza sulle cui rive Edipo può finalmente ricomporre, nell’unità dell’origine e della fine, la sua dissociazione esistenziale.

   A questo punto avrei finito, ma rimane un dubbio. I tragici greci sono tre. Vuoi vedere che Pasolini, dopo essere stato il nuovo Eschilo traducendo d’istinto l’Orestiade e dopo essere stato il nuovo Sofocle rappresentando d’impulso l’Edipo re, ha cercato di essere anche il nuovo Euripide? E allora andiamo a vedere. Superiamo questo film di due anni e vediamo che succede. Anzitutto, in questo salto qualcosa è successo al suo teatro: le tragedie sono state scritte, e una anche pubblicata senza alcun successo. Pasolini stesso ha diretto Orgia con Laura Betti al Teatro Stabile di Torino incassando un insuccesso clamoroso. E allora ha deciso che non vuol più sentir parlare di teatro. Anzi, quasi per dispetto, decide di cambiare completamente atteggiamento: mentre negli anni di Edipo re diceva in continuazione che voleva fare teatro, dopo il fiasco di Orgia dice che lui non ha mai pensato al teatro, che voleva fare solo poesia dialogata, che gli era uscita così perché era ammalato, non sapeva che fare, ha letto i dialoghi di Platone e ha deciso di farli pure lui: giustificazioni chiaramente ridicole, che fanno capire solo una grande amarezza.
   Ecco, consumato il divorzio dal teatro, succede a un certo punto qualcosa. Se la traduzione dell’Orestiade di Eschilo nel ’60 corrispondeva a un periodo di impegno civile che collegava la trilogia classica alle Ceneri di Gramsci; e se l’Edipo re di Sofocle cercava una risposta autobiografistica all’interrogativo sull’impegno dell’intellettuale; la scelta di Medea, girato nel 1969, emerge da altri orizzonti concettuali. Questa volta il mito teatralizzato da Euripide viene riletto come critica totale al mondo occidentale, senza possibilità di soluzione. Simbolo dell’empirismo scientifico, del razionalismo pragmatico della civiltà occidentale, è il nuovo centauro illuminista che si manifesta nella Pisa di Galileo. Al “centro”, al “sacro” di Medea si sostituisce la visione galileiana eccentrica della terra rispetto all’universo, cioè l’ortodossia della ragione empirica.




   E Euripide? Il terzo tragico greco è qui solo una vaga fonte d’ispirazione. Pasolini, nuovo Eschilo nel tradurre l’Orestiade, nuovo Sofocle nel realizzare Edipo re, ora non può vestire i panni anche di Euripide. Lo dice chiaramente: “Quanto alla pièce di Euripide, mi sono semplicemente limitato a trarne qualche citazione”. Curioso davvero: Medea è una semplice “citazione” di Euripide, i cui brani compaiono come pretesto in brevi stralci nella sceneggiatura. Al contrario di Edipo re, Medea non ha più nulla a che vedere non solo con la tragedia di Euripide in sé ma anche con una sia pur lontana idea di teatro. Si infrange la sequenza temporale, si adottano trucchi cinematografici, ma soprattutto si passa dalla tragedia e dalle sue radici più ancestrali come vedremo qui, alla storia e alla sua fenomenologia: Edipo è l’abisso della colpa non voluta che genera consapevolezza e sofferenza, poesia e diversità (quindi il tema dell’unità intesa come identità unica del diverso); Medea è invece l’espressione di una dialettica dello sviluppo storico, specchio del conflitto fra due opposti (tema della dualità intesa come scontro di culture). Alla tragedia si avvicenda quindi il dramma storico, sia pure in forma allegorica. Al posto di Julian Beck e Carmelo Bene, tracce evidenti di una curiosità teatrale in piena attività, si sostituisce ora una cantante lirica, Maria Callas. Che Pasolini non usa per le sue caratteristiche canore, ma come pura icona. Medea segna insomma per Pasolini il punto di non ritorno nel suo confronto con il teatro greco. Di cui Edipo re è probabilmente uno degli esiti più geniali e originali, con i quali modifica per sempre cinematograficamente l’immagine stessa della Grecia, proiettata dall’immaginario neoclassico degli ultimi due secoli in un nuovo immaginario, barbaro e misterico, sulla scorta degli studi di antropologia.



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martedì 2 marzo 2021

Temi arcaici nel teatro di Pasolini - di Fabien S. Gerard

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Temi arcaici
nel teatro di Pasolini

di Fabien S. Gerard
Già in “Teatro contemporaneo”, Rivista quadrimestrale di studi sul teatro contemporaneo diretta da Mario Verdone, 
Anno III n. 7, giugno-settembre 1984
e
 già nel blog di Angela Molteni,  pasolinipuntonet.blogspot.com/



(Ringrazio Fabien S. Gerard per la cortese concessione alla pubblicazione in queste pagine)


PARTE PRIMA


Andrò a pregare sulla tomba del mio povero padre. 
Non l'ho dimenticato, egli è ora nei miei sogni, 
e nei miei sogni mi parla con parole di grazia.
Oreste (Pilade)

Davetti Vitaliano - Teatro stabile Torino
Anche se rapido, uno sguardo sul corpus teatrale di Pier Paolo Pasolini offre l'opportunità di una riflessione originale sul ruolo di questa irreprimibile «forza del Passato» che, da capo a capo, sottende l'opera proteiforme dello scrittore-ci­neasta. Forza del Passato in senso largo, s'intende, che fonden­do in modo magmatico i rinvii all'antichità classica con quelli al terzo mondo o alla millenaria civiltà contadina, partecipa di questo poetico concetto di «barbarie», così congeniale a Pasolini, sulla definizione del quale abbiamo già avuto occa­sione di soffermarci in altra sede [1]. Ma forza del Passato in senso arcaico, innanzitutto, nella misura in cui l'amore «solo nella tradizione», ossessivamente rivendicato dal poeta, defi­nisce con precisione l'attaccamento crescente di Pasolini al­l'insieme dei valori culturali delle comunità preindustriali - o semmai paleoindustriali -, che assume ben presto l'aspetto di un'autentica sfida ideologica nei confronti del potere «infer­nale» del Neocapitalismo e del consumismo trionfante che, di quei valori, intende oggi liberarsi [2].

lunedì 5 settembre 2016

Pilade, l’orrore del potere

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Pilade, l’orrore del potere 


«In questo mondo colpevole, 
che solo compra e disprezza, 
il più colpevole son io, 
inaridito dall’amarezza.»
(“A me” in “Epigrammi”, in “La religione del mio tempo”)


Il Pasolini di Ragazzi di vita, degli Scritti corsari, il regista di Salò o di Teorema, è senza dubbio quello più noto, più scomodo e più impegnato a indagare le piaghe della sua Italia, un intellettuale unico, in grado di saper individuare, con gli occhi disperati di chi ama, il regresso verso cui la società correva, uno sviluppo che Pasolini vede solo come un’accumulazione di beni non necessari.
Un intellettuale che ha diviso l’opinione pubblica e continua a farlo anche oggi, quaranta anni dopo la sua morte, perché ciò che ci ha lasciato è troppo immenso, troppo vero e troppo scottante.
Pasolini non si interessa alla scrittura teatrale almeno fino al ’66, anno in cui, costretto a letto per qualche mese, darà vita alle sue opere teatrali, prima fra tutte Pilade, nata dallo studio dell’Orestea di Eschilo, infatti lo scrittore friulano traduce l’opera greca per il teatro di Vittorio Gassman e immagina poi un’ideale continuazione. È in grado di trasportare la storia dell’Italia del dopoguerra e dei suoi giorni nella tragedia, in cui sopravvivono i personaggi dell’antichità greca.
Pilade è un capolavoro di metafore, di richiami, di echi nei quali bisogna immergersi per poterne trarre gli stimoli di riflessioni sulla contemporaneità; il punto di partenza è il terzo momento della tragedia eschilea, ovvero le Eumenidi, ritenuta la tragedia più politica in cui Eschilo sembra abbozzare quel tipo di governo che più tardi, con Pericle, raggiungerà il suo momento più maturo ovvero la democrazia. Al centro della tragedia c’è l’accusa mossa dalle Erinni ad Oreste per aver ucciso sua madre Clitemnestra e suo marito Egisto, e la difesa da parte di Apollo ed Atena, l’accusa è da parte di divinità ancestrali legate al culto della dea madre e dunque sostenitrici di una tradizione per cui il delitto consanguineo va punito, quello di Clitemnestra verso Agamennone non è punibile perché «non perpetrò strage di sangue uguale». Eschilo mette in scena un’istituzione civile che giudica Oreste, l’Areopago, dando vita a un tribunale di uomini presieduto da Atena. Quest’ultima istituisce un nuovo ordine «né anarchia né dispotismo: questo consiglio affido all’ossequio dei cittadini […] Se rispetterete questa istituzione, come merita, disporrete di un baluardo di salvezza per lo stato e per la città, quale alcuna umane gente non possiede.» L’affermazione di Atena, rappresenta il cuore di questa tragedia e forse anche lo spunto per Pasolini, qui la nuova forma di giudizio viene presentata come qualcosa di positivo e democratico, quasi commuove se si pensa a quando è stata scritta, Pasolini è probabile che rifletta su quanto l’antica Grecia, non ancora pienamente democratica, porti già con sé il seme della futura e matura democrazia periclea e quanto, invece, la sua Italia si proclami democratica senza esserlo affatto. Un’Italia che non lascia spazio al diverso, che è appannaggio solo della borghesia e di un partito politico, la Democrazia Cristiana che di cristiano non ha assolutamente nulla per Pasolini, un’Italia che non dà voce agli esclusi, ai vari Pilade dei suoi anni e non è un caso se il protagonista di questa tragedia novecentesca sia proprio lui, l’amico fedele di Oreste che nell’Orestea ha soltanto una battuta e per tutto il resto è soltanto un’ombra.
Oreste viene salvato ma le Erinni non accolgono questo cambiamento né, tanto meno, l’oltraggio a un tipo di sistema che voleva vedere punito chi si macchiava di un delitto consanguineo, si sentono umiliate e deposte ma Atena propone loro di diventare signore di una città che sempre le onorerà, trasformate prenderanno il nome di Eumenidi.
Al centro del Pilade c’è sia la neonata Repubblica italiana, sia la memoria della Resistenza partigiana, sia la drammaticità del boom economico che ha distrutto, per Pasolini, l’autenticità anche delle classi inferiori, ormai lontane da quella “Umile Italia” descritta ne Le ceneri di Gramsci.
La cosa che più colpisce è l’evoluzione del personaggio di Oreste, che riparte laddove Eschilo lo aveva lasciato, quindi da una posizione, se vogliamo, rivoluzionaria, perché ha sconvolto le regole nella sua città e nell’incipit pasoliniano è il fondatore della democrazia, rinunciando al suo potere legittimo e monarchico. Nel momento in cui la rivoluzione diventa sistema, inevitabilmente viene meno la dimensione eroica e diventa un uomo politico, perdendo così quella purezza di idee e di atteggiamenti avuti precedentemente. Egli finirà per incarnare a pieno la borghesia, sarà in grado anche di “vendersi” accettando il compromesso con Elettra, sua sorella, assolutamente legata, invece, alle forze del passato e, in quanto tale, molto distante dalle idee democratiche di partenza del fratello. In questo sembra che Pasolini voglia suggerire come gli ideali rivoluzionari, finché rimangono tali, sono positivi ma diventando istituzione si macchiano con la meschinità del potere, è emblematica a tal proposito la battuta di Pilade a Oreste, nel III episodio «Tu guardi con gli occhi miopi di chi ha il potere allora il tuo mutamento è regresso.»
Il prologo ha come protagonista il coro, il popolo appena uscito dalla tirannide, costituito da poveri in attesa di un cambiamento, Oreste è atteso perché è visto come colui in grado di spezzare questa ciclicità, c’è una chiara denuncia, già nell’incipit della tragedia, a una religione totalizzante per mezzo della quale l’uomo è stato in grado di giustificare tutto, anche l’orrore di ciò che è stato come frutto di una volontà superiore, ciò suggerisce un riferimento all’atteggiamento del popolo italiano dopo la guerra e probabilmente del popolo tedesco, non accettare la responsabilità ma aggrapparsi alla giustificazione di una guerra mai voluta né tantomeno sostenuta. («Ecco cosa significa aver attribuito tutto agli Dei! Ecco cosa significa aver considerato prima i signori che ci governavano paternamente e poi coloro che sono stati tiranni feroci– come il frutto di un’antica volontà più forte di noi, semplici uomini!»)
Il ritorno di Oreste ad Argo, insieme a Pilade, che ancora a quest’altezza del testo non parla, rallegra il popolo che si convince ad abbandonare la vecchia istituzione e a trasformarsi in democrazia, «Io sono qui a cambiare insieme a voi le istituzioni che mi vogliono Re», in questo progetto Oreste è illuminato da Atena, la dea nata dalla testa del padre che ha trasformato le Furie in divinità dei sogni per cui ora il passato si può soltanto sognare. Il progetto però non è accolto da Elettra, schiava del passato che vuole custodire la memoria, essa rappresenta il fascismo, una trasposizione all’attualità di quegli anni fa si che la si possa identificare con le frange di estrema destra, responsabile del tentativo di golpe Borghese.
Il popolo di Oreste quindi diventa un popolo benestante, assolutamente borghese, è chiaro il riferimento al boom economico, scrive infatti «ognuno di noi è partecipe di questa furia di crescere», un’affermazione drammatica quella che esce dalla penna di Pasolini e che riecheggia quanto lo scrittore afferma, in quegli anni, a proposito dello sviluppo ben diverso dal progresso, il primo lo vuole la destra economica e comporta la produzione di beni superflui, il secondo consiste nella creazione di beni necessari, dunque Oreste e il suo popolo diventano il sinonimo di una società capitalistica e benestante. Le Eumenidi da dee dell’irrazionalità selvaggia sono diventate dee dell’irrazionalità che sopravvive come capacità di sogno, sono sui monti ma metà di queste sono degenerate, tornate Furie e rientrate in città, nel cuore della democrazia liberale, le altre sono sui monti a ispirare la rivoluzione socialista di Pilade.
Pilade finalmente parla ed esprime il suo disappunto nei confronti del progetto di Oreste, la sua presa di posizione genera scalpore perché ha rotto gli schemi dell’abitudine a cui tutti si erano adeguati, il coro lo denigra, è una scena toccante quella creata da Pasolini, in cui a fare da protagonista è il mito del diverso, qui Pilade è lo stesso scrittore, d’altronde il rifiuto dei benpensanti borghesi è la sintesi dell’atroce esistenza pasoliniana. Pilade è «diversità fatta carne», il popolo aveva accettato la diversità di Pilade perché la sua diversità era ciò che avevano stabilito che fosse, un uomo dotato di grazia, ora invece è solo «diversità che dà scandalo». Questo passaggio non può che richiamare alla memoria quanto Pasolini scrive sul Corriere della Sera, che poi confluirà nelle Lettere luterane (1976), quando lo scrittore si rivolge al suo Gennariello affrontando il discorso sulla tolleranza (Paragrafo terzo: ancora sul tuo pedagogo) e definendola non reale, perché il fatto che si tolleri qualcuno significa già condannarlo, scrive: «fin che il diverso vive la sua diversità in silenzio chiuso nel ghetto mentale che gli viene assegnato tutto va bene: e tutti si sentono gratificati dalla tolleranza che gli concedono. Ma se appena egli dice una parola sulla propria esperienza di diverso […] si scatena il linciaggio […] l’incomprensione più feroce lo getta nella degradazione e nella vergogna.» e poi ancora dirà negli “Scritti corsari” che la diversità, in un periodo di tolleranza, è la più grande colpa.
È da questo momento in poi che emerge come Pasolini scinde in due Pilade e Oreste, a volte coincidono, altre volte si allontanano, inserendo anche, tra le righe, un’altra coppia che fa da contraltare ovvero se stesso e suo fratello. Pilade dunque si stacca da Oreste e diventa il rivoluzionario, l’oppositore, militerà sulle montagne richiamando l’eco della resistenza partigiana e quindi di suo fratello Guido Alberto, Pilade è il socialista, è Pasolini controcorrente, egli non ha un vero e proprio progetto tanto da non riuscire a trovare un “ubi consistam”, dirà che sono le Furie ad avergli dato «questa irragionevole voglia di distruzione.»
C’è un passaggio che colpisce molto, volto a stigmatizzare l’enorme distanza del potere di Oreste e quindi dello Stato italiano, che si professa democratico, e il vero concetto di democrazia, che viene tradito nelle parole di Oreste che sempre più diventa uomo politico becero e meschino, Pilade domanda se i folli e i miserabili non siano cittadini e Oreste risponde «Non sono quelli che contano» perché per il potere il diverso non conta, colui che non si uniforma alla moltitudine e non si perde in essa, la voce fuori dal coro non ha validità soprattutto se queste sono le voci dei poveri, ad avere importanza e considerazione è la massa indistinta e manipolabile, inetta, la stessa che poi, più avanti nel testo dirà: «Noi non siamo uomini ispirati, come lui […] abbiamo bisogno di una virile forma di soggezione e obbedienza, che ci consenta di vivere come non possiamo che vivere: una nostra umile e attiva vita senza pretese, e con un solo forte ideale comprensibile a noi.»
È assolutamente una dichiarazione di mediocrità, di piccolezza di questi che sono i figli di ciò che Pasolini definisce “nuovo fascismo” ovvero il consumismo, è il popolo alienato dalla tv “ipocrita e imbecille”.
Pilade da ombra di Oreste diventa avversario, senza un vero progetto ma con la voglia di distruzione «nell’irragionevole desiderio di non essere», la città è destinata a perdersi «non ci sono parole di salvezza». Alla condanna di Pilade da parte del coro risponde Oreste con il suo dolore, che si manifesta e si fa carne, il che mette bene in luce la duplice unicità che i due costituivano («Ah, io non sono Oreste che vede ma Pilade che se ne va, che ci abbandona per sempre…»). La disperazione per l’abbandono è figlia dell’amore viscerale che univa i due, da intendere come “fratellanza cristiana”, la stessa che Pasolini fa risaltare ne “Il Vangelo secondo Matteo”.
La militanza di Pilade sulle montagne lo mette di fronte a una realtà per lui scomoda e dolorosa, che si concretizza nell’assenza di un vero progetto da parte sua «Odio l’irrealtà dei luoghi dove per diritto dovrei vivere; ma insieme non conosco la realtà in cui vorrei vivere rinunciando a quel diritto. Sono un’anima in pena.» Pilade è molto pasoliniano in questi aspetti, appartiene a una classe che lui stesso disprezza, esalta il mito della semplicità campestre, lo stesso amato da neorealisti quali Vittorini e Pavese, si sente inadeguato ed estraneo alla sua classe tanto da affermare «Per me, è la prima volta nella storia: UN UOMO RICCO SOGNA DI ESSERE UN UOMO POVERO.»
Qui è il Pasolini che vede nel mondo contadino il vero depositario dei valori positivi, è il più vicino al primo romanzo “Il sogno di una cosa” dove amicizia, amore e solidarietà guidano i protagonisti, sentimenti destinanti a morire con il “nuovo fascismo”, il consumismo, e che sono assenti nel popolo di Oreste.
Quest’ultimo ignora completamente il mondo rurale, lui «felice democratico» indifferente alla miseria; più si va avanti nel testo più appare la complessità del personaggio di Pilade e l’autobiografismo, un uomo a cui è stato dato «l’abbietto e intransigente desiderio di capire e negare», quindi destinato alla sofferenza, al senso di non appartenenza, l’espressione usata da Pilade è quella che meglio sintetizza l’esistenza stessa del poeta: un’intelligenza lucida nel giudicare e spietata nel presagire.
Pasolini non può rinunciare al tema della Resistenza, a quel capitolo della storia che vede protagonista suo fratello, affida alla Furie il compito di annunciare a Pilade quanto accadrà, un evento che il poeta guarda con occhi pieni di dolore ma al tempo stesso come uno dei momenti più lirici della nostra storia che oltretutto ha permesso la caduta di barriere sociali di ogni sorta, «Negli occhi degli operai ci sarà la sapienza, negli occhi degli intellettuali l’innocenza», tutti con un solo obiettivo, un momento quasi epico agli occhi di un uomo che non ha partecipato in prima persona ma che ben conosce la nobiltà delle idee di chi è partito, primo fra tutti suo fratello. «[…]Ho dolorosa e accesa,/ nel sorriso, la luce con cui vide,/ oscuro partigiano non ventenne/ ancora, come era da decidere/ con vera dignità, con furia indenne/ d’odio, la nuova nostra storia: e un’ombra,/ in quei poveri occhi, umiliante e solenne…» (da “Comizio” in “Le ceneri di Gramsci”). In maniera poeticamente solenne Pasolini non risparmia il suo senso di colpa per non aver partecipato, è molto vicino qui al finale de ”La casa in collina”, e tramite le Eumenidi definisce gli occhi dei sopravvissuti «lucidi di stupida e stupenda vita».
Nella lotta destinata al fallimento Pilade è insieme a contadini, operai, disoccupati, immigrati dalle campagne, l’esercito di Oreste invece si vende, alleandosi con quello di Elettra perché in grado di combattere fino alla morte, d’altronde gli eserciti dei due fratelli finiscono per coincidere, sono borghesi «siamo i professionisti della città, dietro a loro, come dietro a noi, c’è chi lavora e non possiede nulla amando in noi un ideale non suo; perché innocentemente teme di perdere il lavoro che gli diamo […] Noi tuoi compagni e i compagni di Elettra siamo le stesse persone: nulla di reale ci divide.»
È l’affermazione raccapricciante di una borghesia assolutamente capitalistica, consapevole di reggere un manipolo di uomini che da essa dipende, l’esercito di Oreste diventa «corpo senza nervi, senza più riflessi» come dice lo scrittore parlando dell’Italia in un’ intervista rilasciata a Luisella Re su “Stampa-Sera” il 1 gennaio 1975, ha bisogno di alleanze per poter sopravvivere e in questo si può leggere tanta storia d’Italia, dal camaleontismo di Depretis alla situazione politica di oggi, alleanze imprevedibili che prendono il posto della solidità dei principi in cui credere e quindi anche qui diventa impossibile fare vere distinzioni, non c’è più quella netta distanza tra Elettra e Oreste, incontrata all’inizio quando l’uomo incarnava ancora istanze innovative, è la stessa impossibilità di fronte alla quale si trova Pasolini quando, a partire dalla fine degli anni ’60, scrive di non poter più distinguere la destra e la sinistra («Una decina di anni fa, pensavo, tra noi della generazione precedente, un provocatore era quasi inconcepibile[…] infatti la sua sottocultura si sarebbe distinta, anche fisicamente, dalla nostra cultura! L’avremmo riconosciuto dagli occhi, dal naso, dai capelli! […] ora questo non è più possibile[…] Destra e Sinistra si sono fisicamente fuse» 7 gennaio 1973. Il «Discorso» sui capelli in Scritti corsari).
Persino Atena, apparsa a Oreste a profetizzare il fallimento del progetto di Pilade, “rimprovera” questa nuova alleanza generatrice di morte e di sangue, il beneficio può essere solo passeggero, e predice anche una NUOVA RIVOLUZIONE, che molto probabilmente corrisponde alla rivoluzione economica, antropologica e sociale a cui va incontro l’Italia di quegli anni, quella rivoluzione che Pasolini tanto detesta e in cui vede le fondamenta della distruzione e dell’annichilimento e autoannientamento che raggiunge le punte massime dell’espressività pasoliniana in “Salò o le 120 giornate di Sodoma”. Probabilmente il riferimento qui è anche alla rivolta studentesca del ’68, disprezzata dallo scrittore con tutte le sue forze perché portata avanti dai figli borghesi di quella classe tanto detestata, «essi sono in realtà andati più indietro dei loro padri, risuscitando nella loro anima terrori e conformismi, e, nel loro aspetto fisico, convenzionalità e miserie che parevano superate per sempre» (7 gennaio 1973:il «Discorso» dei capelli in Scritti corsari).
Pilade dai monti guarda la sua città con «immedicabile amore», un saluto dolce e disperato che rievoca “Addio monti” di Manzoni, carico di struggente dolore per l’allontanamento dal proprio paese che in Pilade corrisponde anche alla perdita delle sue stesse ideologie rivoluzionarie e controcorrenti. La fratellanza tra Oreste e Pilade ancora una volta corrisponde alla coppia Pier Paolo- Guido Alberto, l’ammirazione del primo verso il secondo che ha il coraggio di andare è quindi un tributo al coraggio partigiano del fratello «io di te non avevo pietà ma ammirazione. Uomo giovane che te ne andavi!» La presa di coscienza da parte di Pilade del suo fallimento raggiunge punte alte nelle parole di Oreste («sia io che la nostra città NON SIAMO PIÙ QUELLO CHE CREDI») e segna il disincanto e in un certo senso, la delusione dello stesso autore quando si rende conto che anche il suo amato mondo rurale incontaminato si muove verso la macchina infernale dello sviluppo e della modernità.
La città è oramai progredita e l’esercito di Pilade è sfasciato, è solo nel bosco, egli non è riuscito a essere un capo rivoluzionario, assurge a simbolo assoluto dell’uomo individuale perché è la sua complessità a renderlo diverso, dopo il dialogo finale con Atena in cui Pilade vorrebbe abiurare alla Ragione, la tragedia si conclude con la maledizione di Pilade contro la Ragione e ogni Dio.
Ancora una volta Pasolini è capace di esprimere l’amarezza dei suoi tempi, quella di Pilade è la parabola della società italiana dal dopoguerra fino ai suoi giorni, il periodo che, sulla bocca di tutti, prendeva il nome di progresso, boom economico ma per l’intelligenza critica del poeta non poteva che chiamarsi “nuovo fascismo”, un’epoca di volgarità, da Pasolini intesa come sinonimo di inautentico, posticcio, contaminato e quindi di conseguenza fragile, violento, feroce.
Immensa è la sua capacità nel riprendere una tragedia greca, i suoi personaggi anche i più complessi come quelli delle Eumenidi, e adattarli alla realtà del suo tempo, queste ultime, obbedendo sul finale tutte quante ad Atena, diventano dee del benessere e della nuova era opulenta, tanto che Pilade/Pasolini non ha più nulla davanti a sé e gli resta una sola verità: l’orrore del potere.
Per concludere questo commento aperto con la citazione sull’amarezza da “A me ” in “La religione del mio tempo”, vengono in soccorso le parole strazianti del poeta, sempre nella stessa raccolta nella sezione omonima:

[…]
Così la mia nazione è ritornata al punto
di partenza, nel ricorso dell'empietà.
E, chi non crede in nulla, ne ha coscienza,

e la governa. Non ha certo rimorso,
chi non crede in nulla, ed è cattolico,
a saper d'essere spietatamente in torto.

Usando nei ricatti e i disonori
quotidiani sicari provinciali,
volgari fin nel più profondo del cuore,

vuole uccidere ogni forma di religione,
nell'irreligioso pretesto di difenderla:
vuole, in nome d'un Dio morto, essere padrone.

Qui, tra le case, le piazze, le strade piene
di bassezza, della città in cui domina
ormai questo nuovo spirito che offende

l'anima ad ogni istante, - con i duomi,
le chiese, i monumenti muti nel disuso
angoscioso che è l'uso d'uomini

che non credono - io mi ricuso
ormai a vivere. Non c'è più niente
oltre la natura - in cui del resto è diffuso

solo il fascino della morte - niente
di questo mondo umano che io ami.
Tutto mi dà dolore: questa gente

che segue supina ogni richiamo
da cui i suoi padroni la vogliono chiamata,
adottando, sbadata, le più infami

abitudini di vittima predestinata;
il grigio dei suoi vestiti per le grigie strade;
i suoi grigi gesti in cui sembra stampata

l'omertà del male che l'invade;
il suo brulicare intorno a un benessere
illusorio, come un gregge intorno a poche biade;
[…]
nei loro lineamenti quasi umani
di grigio mattone o smunto cotto:
tutto distrugge la volgare fiumana

dei pii possessori di lotti:
questi cuori di cani, questi occhi profanatori,
questi turpi alunni di un Gesù corrotto

nei salotti vaticani, negli oratori,
nelle anticamere dei ministri, nei pulpiti:
forti di un popolo di servitori.


Diletta Maurizi



@Eretico e Corsaro - Le Pagine Corsare

Curatore, Bruno Esposito

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