"Le pagine corsare "
dedicate a Pier Paolo Pasolini
Pier Paolo Pasolini
IL TEATRO: UN RITO CULTURALE
Io ho odiato per tutta la mia vita il teatro, perché sono vissuto in Italia e il teatro italiano non è bello, per tante ragioni che forse sarebbe lungo elencare qui. Quindi non ho mai amato il teatro, anzi, il mio non-more (...) è diventato una specie di odio. Senonché, due anni fa, ho avuto una malattia, un'ulcera, che m'ha costretto a letto un mese. Alla fine di questo mese è cominciata la convalescenza. E i primi tre giorni in cui ho potuto prendere la penna in mano e scrivere qualcosa, non so nemmeno io il perché, ho scritto una specie di tragedia, o di dialogo tragico, in tre quattro episodi. Forse perché a letto, mentre ero malato, ho riletto tutti i tragici greci, molto probabilmente per questo. Infatti lo schema del mio teatro è preso dallo schema greco. E da allora, come in una specie di raptus che non mi è mai più capitato in vita mia, ho scritto addirittura sei opere teatrali in versi.
In un mese?
No, non in un mese. In un mese ho buttato giù le prime stesure, ma da allora, cioè da due anni fa ad oggi, a varie riprese... Ecco Orgia, che era la prima che ho scritto; Pilade, ecco, di cui leggerò un brano, Affabulazione, Calderon, Bestia da stile, e poi altri ... una decina di progetti.
Pilade è la seconda rivoluzione: dopo la rivoluzione democratica, la rivoluzione socialista, rivoluzione che però, in qualche modo, fallisce. Il brano che le leggo è il momento in cui Pilade torna sotto la sua città, a capo di un esercito di rivoluzionari e sta per vincere. Sta per conquistare la città. Direbbe un marxista che sta per rivoluzionare le strutture della sua città. E questo è il dialogo che dice sotto le mura':
"... Mia grande, mia piccola città!/
Vennero giorni di neve: tutto stette /
riverso a godere il canto dei passeri/
Le madri avevano voci come suoni di corni/
soffici e corrose, nelle piazzette/che erano liete tombe del sole./
E venne l'estate: i preti gemevano/sudati come ragazzi, col loro lutto/
nel cuore. Ma tu, città, vivevi la tua/
religione, da un sole a un altro sole./
Dietro gli ultimi viali della periferia/
coi tigli, sugli argini alzati contro il sole/
in riva al fiume, gli insetti erano righe/
di pace nel furore./
E vennero primavere/
sempre le stesse nel torace pieno di seme/
dei ragazzi che non le contavano.../
Prima diceva che lei avrebbe rappresentato questo dramma in un modo tutto particolare. In che modo?
Nel senso che intenderei rappresentare questi drammi facendone la regia io stesso. Cosa che non è molto particolare, come idea: è già successo altre volte che degli autori abbiano fatto la regia dei propri drammi.
Ma quello che mi sembra interessante, e che qui posso anticipare solo in minima parte, è che vorrei proprio fondare, organizzare, costruire, inventare, una specie di Centro di studi teatrali, chiamiamolo così, ancora non ha un nome, in cui la recitazione, la messa in scena, il modo di concepire lo spettacolo sia assolutamente - almeno così credo - nuovo.
Cioè, tanto per esprimermi, molto elementarmente, lei sa che ci sono, in questo momento, due tipi di teatro. Uno è quello tipicamente borghese, che Moravia chiama splendidamente «il teatro della chiacchiera»: da Cechov a Beckett, a Ionesco... cioè, un teatro dove, invece di dire «ti ammazzo», si dice «buongiorno», ecco. E dall'altra parte, invece, c'è un teatro il cui maggiore esemplare, mettiamo, è il Living Theater, cioè un teatro tutto di gesti, tutto della crudeltà, insomma. Ora, tutti e due questi teatri hanno come destinataria la borghesia. Il primo le serve come specchio, dove la borghesia vede le proprie cerimonie, vede se stessa rappresentata, così come crede di essere. Il secondo, invece, la scandalizza, la fa saltare sulla seggiola, le fa venir voglia di strappare le seggiole e sfogarsi contro qualcuno. Ma praticamente, uno positivamente, l'altro negativamente, hanno... hanno... non possono prescindere dall'idea che il destinatario di questo teatro sia la borghesia, sia il grosso pubblico borghese. Ora. io invece vorrei inventare un'altra specie di pubblico. Vorrei scavalcare (...) questo pubblico borghese che finora ha impedito al teatro italiano di nascere. Cioè mentre praticamente nei tempi antichissimi, il teatro era un teatro che era praticamente un rito religioso, e certo il teatro moderno lo rievoca, per esempio il Living Theatre rievoca il teatro primitivo. E è pian piano diventato soltanto un rito sociale, cioè la ricca borghesia va nel teatro coi suoi visoni, coi suoi vestiti da sera a celebrare un rito, in cui si celebra poi se stessa. Ora, né rito religioso, né rito sociale: vorrei che fosse un rito culturale (...)




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