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domenica 27 aprile 2025

«Noi di Lotta continua e il nemico-amico Pasolini» - Adele Cambria, L'Unità del 31 ottobre 2005

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Pier Paolo Pasolini - Imagoeconomica


«Noi di Lotta continua e il nemico-amico Pasolini» 

Adele Cambria

L'Unità

31 ottobre 2005

pag.1 e pag. 21

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


ADRIANO SOFRI, a trent’anni dalla morte, parla del suo rapporto con l’artista e con l’uomo. «Fu lui, nel ’68 a Venezia, che volle conoscerci. Aveva scritto quella poesia su Valle Giulia. Ma poi col nostro movimento fu enormemente generoso»


ADELE CAMBRIA


Sete e fame di Pasolini? Del suo «corpo mistico», distribuito, a trent’anni dal suo assassinio, in frammenti, quasi particule eucaristiche? Lo chiedo ad Adriano Sofri, nel suo studiolo della Normale di Pisa, una stanzuccia affollata di carte, con un vaso di azalee rosse fragranti sul davanzale della finestra.

Nella mia prima domanda, per l’intervista da realizzare come «contributo» alla tavola rotonda del prossimo 3 novembre ad Arezzo, avevo accennato all’incipit dei versi de Le ceneri di Gramsci: 

«Lo scandalo del contraddirmi/

dell’essere con te e contro te/

con te nel cuore/

in luce, contro te nelle buie viscere…».

segue a pagina 21

Segue dalla prima

Era per parlare della contraddizione in Pier Paolo Pasolini: «Un dato perenne» osserva Sofri «della sua personalità».

«Pasolini» continua «è stato un grande mitologo. Io penso che abbia inventato, da par suo, una mitologia dell’Italia perduta, l’umile Italia, circostanziandola in tutti i dettagli: l’anno, il mese, il giorno, l’ora, in cui la sua Italia, amabile e amata, era scomparsa…» 

sabato 9 gennaio 2021

Adele Cambria, Diario di Accattone - La Palatina: rivista di Lettere e Arti», n.18, aprile-giugno 1961

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

La Palatina: rivista di Lettere e Arti», n.18, aprile-giugno 1961



Adele Cambria, Diario di Accattone
La Palatina: rivista di Lettere e Arti», n.18, aprile-giugno 1961


La vestaglia, lavata, rilavata, uno straccio: ma la sporcizia dura, è ormai intessuta dentro. Sotto il petto, una spilla di sicurezza. La sarta, bonacciona, con preoccupazioni igieniche, mi dice che ha bollito ogni cosa… Sarebbe facile, dunque, l’ironia su questa miseria ricostruita con accanimento, con dolcezza, e Pasolini che fa addobbare di altri stracci i bambinetti che le madri gli hanno portato, qui, in via Tiburtina, mirabilmente vestiti a festa. Lui, inesorabile, gentile, condanna le sottovesti piccolissime di nylon, le sottane di panno blu coi pupazzi, le giacchette a uomo, dei maschi, con la cravatta a farfalla della Prima Comunione. Si stanno girando alcune scene del primo film diretto dallo scrittore: Accattone (o Stella, come piace di più al produttore). Io sono Nannina. Pasolini, una volta che ero andata a chiedergli un’intervista, mi ha detto che ero Nannina: dunque, se volevo lavorare nel film. Diceva: “Lei ha la faccia di Nannina”. Ora, come è normale, mi incuriosiva quest’altra mia faccia che non sospettavo di avere. Ho letto la sceneggiatura: “…Nella stanza c’è anche un’altra donna, piccola come una gatta, Nannina la Napoletana, con i suoi cinque figli, il più piccolo le sta attaccato al petto…”. Ed ancora: “…Nannina, spaventata dal fatto che qualcuno la chiami, come se non avesse il diritto di essere chiamata, ecc.”. Poi le battute che il Napoletano mi dice: “Beh, Nannì! Vuje site ‘na femmina oro dieciotto! Voi siete una femmina intrepida!”. Esattamente il tipo di donna che mi ha fatto, da sempre, compassione e rabbia: che ho odiato, nella sua soggezione meridionale (schiavitù devota, animalesca, verso i figli, verso un marito almeno irriconoscente, e fatica, botte, tradimenti, ogni cosa accettata come naturale).
Questa Nannina del film è una sposata forse a quattordici-quindici anni, e da allora, un figlio dietro l’altro, con il marito fuori e dentro dal carcere, che sfrutta un paio di prostitute eccetera.
E lei, salda, con questa cintura di figli intorno, che la divorano, a faticare, ad aspettare. Chi sa mai perché sono io che ho la faccia di Nannina, pensavo, certamente, puerilmente offesa: si vede che il Sud – poiché sono meridionale – rimane attaccato alle ossa. Allora ho detto di sì: e soprattutto mi incuriosiva quest’esperienza, di vedere girare un film dall’interno: e mi divertiva, proprio nel senso di distrarmi, per l’assoluta irresponsabilità del mio compito, il non rischiare nulla – poiché faccio un altro mestiere – interamente affidata ad altri.
Negli stabilimenti cinematografici della De Paolis, sulla Tiburtina, si girano le scene della baracca. Mi tirano i capelli lisci dietro, con molte rozze forcine, niente trucco, ed i cinque bambini che non ne vogliono sapere di starsene attaccati a me.
Anche il piccolo, di otto mesi, che devo tenere sulle braccia, piange e sbava con gargarismi allucinanti; e mi sembra una specie di buffa, dispettosa rivincita sull’idea che il regista ha della mia faccia: madre inesausta intorno alla quale i bambini vengono come mosche al miele…
Il più piccolo ha la testa che gli scotta come ferro da stiro.
Dico alla madre: “Ma ha la febbre”. Lei prima dice che non è vero, poi mi supplica di non parlarne a Pasolini, se no ne prendono un altro. “Ma la pagano lo stesso”, dico. Inutile, vuole restare. Mi sento colpevole. Pasolini ha la pazienza – e la crudeltà – di un santo. Con tutti questi bambini che strillano (ce n’è uno, Roberto, di tre anni, che mi annuncia: “Mo’ io te meno”, e subito incomincia una giostra di calci e pugni): con le madri, che li riempiono di baci e sberle, perché siano buoni e si lascino fare la fotografia: “che gliela mandiamo allo zio in Australia…”, dice una.
[…] Franco Citti ‒ Accattone ‒ sta qui ora a recitare, “ tutto bello e malandro”, come lo descrive Pasolini nella sceneggiatura: con un cuore d’oro appeso al collo, che gliel’ha fatto Maddalena, ed anche gli anelli, che gli incrostano d’oro la mano, e il bracciale, il maglione bianco e tutto. Maddalena (Silvana Corsini) sta distesa su un lettone putrido, con la gamba fasciata, i capelli neri, come serpi, sulle spalle magre: io, Nannina, sto da un canto, nella baracca, con i quattro bambini che alla fine si sono decisi a farsi la fotografia, ed il più piccolo in braccio, che strilla, ossessivo. Ciak, azione, si gira: l’operatore Delli Colli sistema la macchina da presa, una ‘bandiera’ (cioè un tendone nero stinto) è messo fuori della porta, perché non venga dentro troppa luce: un solo ‘gruppo’ da ottomila, poche carrellate. Accattone traversa la stanza con passo indolente: sembra un ragazzetto, smilzo e impavido, ma è già sui ventisei anni: scarpe a doppia suola, abbronzatura, e le rughe che gli bruciano improvvise la pelle, intorno agli occhi, alla bocca piccola, quando parla. Pasolini gli suggerisce le battute […].
La scena, per girarla, si divide in due parti. Prima, la macchina da presa punta Accattone, poi si sposta su Maddalena, vestita di giallo, in mezzo al gran letto, spaventata e becera, e giovane.
È lei, per ora, la donna di Accattone: quella che va “a produce”, la notte, sul viale delle Mura Ardeatine: quella che lo ricopre di povero oro, come usano le prostitute col magnaccia, e gli permette di tenere la “mille e quattro” di seconda mano. Ma oggi Maddalena non può andare a lavorare, perché una motocicletta l’ha investita e buttata per terra. […]
Un altro giorno, che giriamo, la baracca è uguale, mezza vuota, con solo il lettone e la cucina economica e il quadro della Vergine, stile novecento, col Bambino piccolo sproporzionato, che pare un sandwich che lei si stia ad imboccare. Ma oggi la donna di Accattone è un’altra: è Stella.
Io, Nannina, ci sono sempre, faccio parte dell’arredamento, coi cinque figli intorno; Accattone, dopo che m’ha fatto andare in galera il marito, m’ha portato qua a casa sua; Maddalena guadagnava abbastanza per tutti (cioè da mangiare una volta al giorno anche per me e i bambini…). Ed ora, Stella? Stella è d’altra razza. Una che lavora: tutto il giorno a ‘capare’ le bottiglie vuote della Coca -Cola e del Chinotto, ammucchiate a montagnola nei depositi della borgata. Le danno ottocento lire. […]
E questa è la scena, come l’ho vista dirigere da Pasolini, con gentilezza, con pazienza: io a calar giù i materassi, sul letto, e Stella davanti a una pentola, dove i macchinisti hanno buttato il ghiaccio secco ‒ nell’acqua calda bollente ‒ perché ne esca il vapore, come della pasta che cuoce.
Le prime cure del regista sono per Stella. Pasolini e l’aiuto ‒ Bernardo Bertolucci ‒ si preoccupano di come la ragazza debba essere vestita, qui in casa. Un grembiule nero lucido, ma bisogna tagliarli via le maniche perché è estate: un’appiccicosa estate romana, “ … in quel mondo ‒ di borgate tristi, beduine ‒ di gialle praterie sfregate ‒ da un vento sempre senza pace…”.
In testa, Stella porta un fazzoletto, ma annodato basso sulla fronte per proteggere i capelli dalla polvere, ora che sta facendo le pulizie. E il timore ‒ quasi infantile ‒ di Pasolini è che la ragazza ‒ Franca Pasut ‒ non si dia troppo cerone sul viso. Anzi al principio aveva detto nulla, né segni di lapis intorno agli occhi, né palpebre blu: e si sforza di spiegare, alla Franca, come il suo modo di camminare deve essere sciatto, proprio senza nessuna civetteria. Gli occhi di questa ragazza sono celesti trasparenti, il corpo ampio e placido, il viso appena sbozzato e d’una naturale allegria: e forse l’aiuta a sorridere, con tanta ovina dolcezza — come direbbe Moravia — il fatto di essere friulana…
‒ Ah Vittò, e che t’hanno fatto?
È la prima battuta di Stella, in questa scena. (Lei, Accattone lo chiama col suo nome vero: Vittorio). Poi la ragazza attraversa la stanza: “Più sciatta le dice Pasolini ‒ non come Marilyn in Niagara, devi essere magari un po’ buffa…”. Va ad accendere la luce, che è già sera. L’operatore Delli Colli prepara il primo piano. (Dreyer, e la sua Giovanna d’Arco, sono i modelli citati più di frequente, da Pasolini).
[…] È sabato sera, incomincia l’estate, sul mare di Ostia ‒ buio come un dirupo ‒ sì riaprono le terrazze del Calypso; Sergio, Franco, sono in grana: finite le riprese, il mille e quattro ansimante raspa la ghiaia dei cortile, tra le baracche della De Paolis, e si parte. Er Mohicano, Bachino, appoggiati a un muro, sono rimasti a guardare: i giovani non li hanno voluti insieme, per la notte. Anche Pasolini torna a casa, a Monteverdevecchio: la sua faccia è consumata, più di sempre, è difficile parlare, è goffa la domanda: fino a che punto sia legittimo ad uno scrittore sfruttare impietosamente la realtà, derubare gli altri di se stessi…
“Non so” dice Pasolini “a me sembra di avere sempre pagato abbastanza…”
Allora, le domande ai poeti sono inutili.
.
© Adele Cambria in «La Palatina: rivista di Lettere e Arti», n.18, aprile-giugno 1961. Rivista fondata a Parma nel 1957 e chiusa nel 1966. Trascrizione a cura di Laura Arconti pubblicata su «Notizie Radicali»:

https://poetarumsilva.com/2018/07/14/prosabato-adele-cambria-diario-di-accattone/#more-64039



@Eretico e Corsaro - Le Pagine Corsare

Curatore, Bruno Esposito

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venerdì 18 dicembre 2020

Sofri, «Noi di Lotta continua e il nemico-amico Pasolini» - Di ADELE CAMBRIA

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



SOFRI, PASOLINI E LOTTA CONTINUA
ADELE CAMBRIA
L'Unità, lunedì31 ottobre 2005


Sete e fame di Pasolini? Del suo «corpo mistico», distribuito, a trent’anni dal suo assassinio, in frammenti, quasi particule eucaristiche? Lo chiedo ad Adriano Sofri, nel suo studiolo della Normale di Pisa, una stanzuccia affollata di carte, con un vaso di azalee rosse fragranti sul davanzale della finestra.
Nella mia prima domanda, per l’intervista da realizzare come «contributo» alla tavola rotonda del prossimo 3 novembre ad Arezzo, avevo accennato all’incipit dei versi de Le ceneri di Gramsci: 

«Lo scandalo del contraddirmi/
dell’essere con te e
contro te/con te nel cuore/in luce,
contro te nelle buie viscere…».

Era per parlare della contraddizione in Pier Paolo Pasolini: «Un dato perenne» osserva Sofri «della sua personalità».
«Pasolini» continua «è stato un grande mitologo.
Io penso che abbia inventato, da par suo, una mitologia dell’Italia perduta, l’umile Italia, circostanziandola in tutti i dettagli: l’anno, il mese, il giorno, l’ora, in cui la sua Italia, amabile e amata, era scomparsa…» E poi, transitando dal Pasolini «mitologo» al mito (sacro) di Pasolini, che gli propongo, Sofri puntualizza:

«Per creare un mito, bisogna esserne all'altezza…

Pasolini è una personalità molto presente ed ingombrante, e questo è un bene. È diventato una specie di idolo, è avvenuta, anche per lui, una transustanziazione da maglietta per adolescenti, dal Che a Pier Paolo… Ma questa commemorazione come dici tu “eucaristica”, ha una sua ragione ineliminabile: l’incarnazione di un pensiero-poetico, letterario, profetico e così via- in una persona capace di usare il proprio corpo come forma di espressione. Pasolini ha fatto del suo stesso corpo l’elemento cruciale del suo linguaggio».
«E siccome il suo corpo è stato precocemente martirizzato, in una specie di sacrificio finale che non a caso piace alla gente,fino a dare credito a teorie ridicole di complotti, che non stanno in piedi… La teoria del complotto» ribadisce Sofri «è falsa e da respingere,specie se combinata con quella che Pier Paolo sia andato deliberatamente incontro alla morte. È un oltraggio che gli si fa: lui non è andato a farsi ammazzare ma a fare l’amore,come in tante altre notti della sua vita». «Detto questo» e qui il tono della voce di Adriano si fa più incisivo «resta il dato reale di una società che oggi fa di Pasolini
un feticcio sacro, ma l’aveva perseguitato in tutta la sua esistenza, perché era un omosessuale».

Ed un intellettuale scomodo… Anche trent’anni fa si poteva essere omosessuali, ma non un omosessuale ribelle…
«Attenzione! Pier Paolo, negli ultimi anni, come saggista e polemista, scriveva sul Corriere della Sera, la vetrina più prestigiosa del giornalismo italiano, dove avevano scritto o scrivevano Moravia, Montale, Calvino.
Ma la sua firma, su quel giornale, era tutta un'altra cosa. Non solo per le cose che scriveva, ma perché era uno che poteva rivendicare, in qualunque discussione con gli altri:

“Voi scrivete, io vivo le cose che voi scrivete”.

Che ci fosse, sul Corriere della Sera, qualcuno come Pier Paolo che, secondo me, con una grandissima efficacia, (sono imparagonabili i suoi articoli sul Corriere con i suoi romanzi romani), scriveva quello che scriveva… è stato qualcosa che eccede qualunque tradizione italiana, prima e dopo di lui. Quegli articoli erano firmati da una persona conosciuta da tutti come omosessuale, con un passato addirittura giudiziario, vicende con i ragazzi, espulsione e riammissione in un grande partito, notti randagie…
Eppure lui scriveva non solo di essere contro l’aborto, pur ammettendo che una legge fosse indispensabile, ma anche che bisogna mettere in discussione il coito eterosessuale… E ,sia pure con l’alibi di prevenire la catastrofe del pianeta per eccesso di popolazione, in pratica lanciava un appello che esprimeva il nucleo essenziale della sua vita: nessun Padre, solo madri e figli disperati, e solo figli disperati che amano altri uomini…»

Adriano- gli chiedo - che cosa pensavi di Pasolini, quando, tanti anni fa, facevi i blocchi stradali davanti alla Fiat?

«Non posso dirti che non avevo mai pensato a Pasolini… Certo che quando facevamo i blocchi stradali, e ne ho fatti molti prima del ‘68… c’era in noi un'alterigia, una voglia di prendere il mondo per il bavero senza curarci di tutto ciò che era venuto prima… Insomma era difficile per noi prendere sul serio non dico Pasolini, ma chiunque. Poi a Venezia, a fine estate del ‘68, lui è venuto a cercarci. C’era la Mostra del Cinema, contestata dai registi e dagli autori, e lui e gli altri vennero a Ca’ Foscari dove era in corso una assemblea come se ne facevano in quegli anni, di tutto il movimento studentesco. Per Pasolini non era certo un buon momento per venire in mezzo a noi, dopo la famosa brutta poesia che aveva deliberatamente scritto sull’occupazione a Valle Giulia, contro gli studenti figli di-papà …Naturalmente, quando lo videro arrivare tutti si misero a sghignazzare, ad insultare i registi contestatori, ma il bersaglio era lui… Uscii nel cortile, perché non volevo partecipare alla canea, e Pasolini mi fermò e guardandomi mi disse:

”Tu erò mi ami”.

A me veniva da ridere, ma lui era serio, e così, scherzando, replicai:”

Amarti proprio no!”.

Dopo ci siamo frequentati, e, da parte di lui, con la passione di capire, di capirci… Era enormemente generoso con Lotta Continua, ha assunto la direzione del quindicinale, ha in parte realizzato per noi il documentario 12 dicembre, ci aiutava quando avevamo l'acqua alla gola per i soldi, ed allora io glieli chiedevo. In quanto al discorso politico, lui ci rimproverava di dilapidare la nostra intelligenza, noi gli rinfacciavamo che quello era il momento di fuoco, che bisognava lanciarsi nella mischia. Poi i nostri rapporti si sono diradati, per ragioni pratiche, come succede, ma anche politiche. Lui dava- precocemente, secondo me- per esaurita la nostra “buona ragione” di militanti, e conservava un rapporto molto stretto, ed a volte di fedeltà eccessiva, con il Pci. E poi le sue analisi sul primo e sul secondo fascismo italiano, quello del dopoguerra, che Pasolini riteneva fosse stato il vero corruttore del popolo italiano “innocente”, coincidevano con le analisi dei radicali, di Pannella. Io ad ogni modo sono lusingatissimo perché all’epoca Marco Pannella mi faceva addirittura erede di Parri, parlando dell’antifascismo obsoleto, o qualcosa del genere, della linea Parri-Sofri!»




Curatore, Bruno Esposito

Collaborano alla creazione di queste pagine corsare:

Carlo Picca
Mario Pozzi
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Giovanna Caterina Salice
Simona Zecchi

lunedì 14 dicembre 2020

Cialtronata di fascisti contro il Vangelo di Pasolini

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


(Trascrizione curata da Bruno Esposito)

I premi OCIC e Cineforum al « Vangelo » di Pasolini 

VENEZIA LIDO, 9 settembre.  

Il premio dell'Ufficio cattolico internazionale del cinema è stato assegnato al film « Il Vangelo secondo Matteo -, di Pier Paolo Pasolini, con la seguente motivazione: 

« per aver espresso in immagini d'una autentica dignità estetica le parti essenziali del testo sacro. L'autore — senza rinunciare alla propria ideologia — ha tradotto fedelmente, con una semplicità ed una densità umana, talvolta assai commoventi, il messaggio sociale del Vangelo — in particolare l'amore per I poveri e gli oppressi — rispettando sufficientemente la dimensione divina di Cristo ». 

Al film di Pasolini è stato inoltre assegnato il Premio Cineforum.

L'Unità 10 settembre 1964

(L'Unità 5 settembre 1964)

(La Stampa 5 settembre 1964)


*****

Un «bravo» del cardinale Urbani al giovane interprete di Cristo
« Un po' duro a volte, ma ai bimbi ha saputo sorridere »,
ha detto il Patriarca di Venezia allo studente spagnolo Irazoqui, durante il tradizionale incontro con la gente del cinema -
Poi, rivolto a Pasolini:
«Sua madre nella parte della Madonna, mi ha ricordato la mia, che ha 87 anni »



(La Stampa Sabato 6 settembre 1964)




(Nostro servizio particolare)
Lido di Venezia, 5 settembre.

« Quando poi un regista cerca ben alto il suo modello, in un libro sacro e in una storia umana e divina insieme, l'impresa riveste un impegno tutto speciale, esige un rispetto assoluto alle convinzioni religiose, impone una scrupolosa serietà di intenzione e una consapevole fedeltà di interpretazione. Negli anni della mia giovinezza ricordo l'impressione enorme che fece nel pubblico, colto e non colto, la storia di Cristo scritta da Giovanni Papini. Essa segnava, dopo «L'uomo finito», l'approdo di un'intelligenza superiore al lido della fede cattolica ». 

Queste le parole del cardinale patriarca di Venezia, Giovanni Urbani, rivolte alla gente del Festival del Cinema, invitata all'incontro tradizionale, dai tempi di Angelo Roncalli — Papa Giovanni XXIII — nella Sala dei banchetti del Palazzo patriarcale. C'erano il presidente della Biennale veneziana Mario Marcazzan, c'era il direttore della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica, Luigi Chiarini. E c'era il regista Pier Paolo Pasolini, con l'interprete del suo film « Il Vangelo secondo Matteo », lo spagnolo Enrique Irazoqui. A Pasolini erano evidentemente rivolte le parole del cardinale Urbani che abbiamo riportate.
Il patriarca ha continuato citando le conversioni di Paolo di Tarso e Agostino di  Tagaste :


« La nostra fiducia nella potenza divina è senza limiti: Paolo di Tarso, Agostino di Tagaste ne sono i capolavori da tutti ammirati... Nell'uno e nell'altro vi fu però un distacco pieno e completo con la vita di ieri ».

Finito il discorso, il cardinale — che aveva parlato in piedi — ha disceso i pochi gradini del trono di velluto rosso ed ha attraversato la sala alto e dritto. Gli è stato presentato anche Pasolini. Il cardinale gli ha detto:


« Ho visto ieri il suo film. Mi è piaciuta molto sua madre. Una vera artista. Ho pensato a mia madre che ha ottantasette anni. Ho pensato che lei deve avere molto amore e molto rispetto per la mamma. Per sceglierla a fare la madre del Cristo ». 

Poi, rivolto a Irazoqui:


« E lei ha interpretato il Cristo, non è vero? Un po' duro a volte, un po' brusco, ma ai bambini ha saputo sorridere. Bravo, bravo! ». 
Adele Cambria
La Stampa
Sabato 6 settembre 1964





Curatore, Bruno Esposito

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Pasolini: < ...Dare scandalo di mitezza >. Di Adele Cambria, La Stampa, 5 settembre 1964

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




< ...Dare scandalo di mitezza >. 
«Non ho cambiato una parola del testo sacro» 
Un incontro con Pasolini dopo il successo del film 
Venezia. 4 settembre.

(Trascrizione curata da Bruno Esposito)

 (Nostro servizio particolare)

< ...Dare scandalo di mitezza >. 

Queste parole sono in una bella poesia di Pasolini dal libro La religione del mio tempo — e paiono adatte i descrivere il punto in cui s'è trovato il regista, oggi, dopo che s'era visto il suo film, Il Vangelo secondo Matteo: a doversi difendere cioè dall'accusa di mitezza, di avere fatto un film, secondo alcuni, puramente religioso. E a Questo proposito si citava, contro Pasolini, la dichiarazione del direttore dell'ufficio cinema della «Pro Civitate Christiana»: 


«...Un film assolutamente positivo per contenuto di fede, per limpidità morale e fedeltà al sacro testo ». 

«Come può un marxista — è stato domandato a Pasolini fare un film cattolico?». 

Di primo impeto, il regista ha domandato, a sua volta: 


«Perché un marxista non può essere religioso? ». 

La risposta dello scrittore provoca un'altra citazione delle sue poesie: Le ceneri di Gramsci, dove dice: 


«....Lo scandalo del contraddirmi, dell'essere — con te e contro di te... ». 

« Questo conflitto — gli è stato domandato — è ancora vivo in lei, e potrebbe essere una giustificazione del suo film? ». 


«Molte cose sono cambiate negli ultimi anni — ha risposto Pasolini — ma come schema questa poesia può valere anche per il film... » 

S'è continuato dopo a parlare, con il regista, con l'interprete de II Vangelo, lo spagnolo Enrique Irazoqui, sulla spiaggia del Lido. Altre domande polemiche a Pasolini:

«Nel film manca tutta la parte rivoluzionaria che lei dice vi sia nelle parole di Cristo... ». 


«Allora avrei dovuto fare un altro film: inventare situazioni, linguaggio, tentare di raffigurarmi la società del tempo, e le cose che vi accadevano. Io non ho voluto fare un film storico: ho voluto semplicemente trasporre sullo schermo un testo poetico, letterario, che è il " Vangelo secondo Matteo " Il tema del mio film è il mito di Cristo, non la storia di Gesù Cristo ». 

Non è un film storico: anzi non c'è nessuno sforzo di ricostruzione cronologica, nel film. 

« Non avete visto — interroga Pasolini — che le bambine di Gerusalemme hanno gli orecchini della prima comunione delle bambine di Matera? » 

perché tutte le scene di Gerusalemme sono state girate a Matera, e Betlemme invece è un villaggio della Lucania, Barile, e il tempio — da cui vengono scacciati i sacerdoti dal Cristo — è un castello normanno delle Puglie. 

«Ciò che mi interessava — dice Pasolini — era di creare un equivalente dello strato popolare, della gente semplice, in mezzo alla quale ha vissuto Cristo. E mi è sembrato che i meridionali, pugliesi, calabresi, lucani, fossero i più adatti »

E' anche la ragione per cui, nel film, il popolo che segue Cristo parla con le cadenze dialettali del Sud. E la vergine giovinetta, ricciuta, bruna e seria, è una ragazza di 16 anni. 

Sono stati cinque mesi di fatica e di felicità, per Pasolini, dirigere questo film era contento, anche, perché lavorava tra amici: il poeta Alfonso Gatto è l'apostolo Andrea, lo scrittore Enzo Siciliano è Simone, Natalia Ginzburg l'autrice di Lessico famigliare è Maria di Betania e poi, nel film, lavorano altri letterati da Mario Socrate a Francesco Leonetti (un molle Erode), a Giorgio Agamben, e la madre del Cristo in croce è la madre del regista: Susanna Pasolini. 


«La casa è piena — ha scritto il figlio, per lei — delle sue magre membra di bambina, della sua fatica... è una povera donna, mite, fine — che non ha quasi il coraggio di essere — e se ne sta nell'ombra... con i suoi radi capelli, le sue vesti dimesse...». 


Il Cristo, Pasolini l'ha scelto, dopo mesi che lo cercava in questo ragazzo spagnolo Enrique Iraaoqui, venuto da Barcellona, dove studiava (e studia) economia politica e storia all'Università, a Roma in vacanza. Aveva potuto leggere in Spagna, dove sono proibiti, un libro dello scrittore. Voleva conoscerlo, e una mattina andò a bussare a casa sua, a Monteverde vecchio, come fanno in tanti. 
Enrique ha vent'anni, una faccia che pare dipinta da El Greco, olivigna tra densi capelli neri, e la nuova passione per la tecnica, le scienze esatte, gli studi scientifici, che caratterizza i giovani spagnoli, oggi: i quali pensano di ritrovare, nella scienza, la salute privata e pubblica. 


«Non farò nessun altro film — dice Enrique — a me piace vivere per conto mio, non per conto degli altri, non all'aria aperta... Si, mi è piaciuto farlo, soprattutto perché ho potuto conoscere un uomo come Pasolini. e anche altri suoi amici. Ma credo che dovrò tornare a vivere a Barcellona ». 

Adele Cambria
La Stampa
Sabato 5 settembre 1964




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