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giovedì 1 novembre 2012

Salò, Sade e Pasolini

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Salò, Sade e Pasolini


Nel 1922 con la stesura della Waste Land T.S. Eliot configurava il proprio quadro della crisi, prospettando un’apocalissi imminente; durante la seconda guerra mondiale scriveva poi i Four Quartets (’36-’42) che «con l’apocalissi evocavano un’ipotesi di salvezza e di redenzione». A ricordarlo era Silvio Ramat in un saggio del 1970 dedicato alla memoria di Dante nel Novecento. In esso a una “funzione Eliot”, come esperienza fondativa rispetto alla negatività della storia, si opponeva una “funzione Pound”, da intendersi come piena aderenza all’inquietudine negativa e totale abbandono alla «ratio apocalittica» del poema dantesco.
Con la citazione del 99° dei Cantos si chiude, significativamente, l’ultima opera compiuta in vita da Pasolini, Salò o le 120 giornate di Sodoma. Ultima opera compiuta in vita, ma al pari delle Lettere luterane e di Petrolio opera postuma, in dialogo con i fruitori solo dopo la morte dell’autore. Una delle prime impressioni suscitate dal film (proiettato in anteprima al Festival Internazionale di Parigi il 22 novembre del 1975), riferita dai critici di Le Monde, fu quella di uno «choc derivante dalla sensazione di aver assistito alla fine del mondo».


Il potere come degradazione e l’apocalissi come soluzione: Pasolini da Salò a Petrolio
Gilda Policastro
La poetica del Pasolini regista si distingue infatti per l’esplicito riferimento alla poesia, intesa come percezione dei significati veri, essenziali, di una realtà resa banale dalla superficialità dell’industria culturale e dal carattere riduttivo dei linguaggi specialistici: come rileva Erminia Passannanti, "Pasolini dichiarava di volere continuare a portare avanti un discorso sulla ‘realtà’, ma nei termini di un ricorso radicale alla metafora da realizzarsi attraverso il medium cinematografico, per consentire alla verità di venire alla luce mediante la forza espressiva dell’immagine, fuori e oltre le barriere dei linguaggi specialistici.
Nel trattamento cinematografico dei suoi soggetti, mirava, pertanto, ad un’immagine allo stato puro, come linguaggio poetico dotato di potenza evocatrice. La lingua-cultura a disposizione del regista, come organismo vivo che ingerisce, assimila e reinventa incessantemente tanto i dati della realtà, quanto le sue forme di coscienza e le sue funzioni, riconducendo a un discorso organico la contraddittorietà della visione artistica e del pensiero filosofico, doveva potersi basare sulla figura del poeta quale fautore della funzione creativa dei mezzi espressivi e tecnici impiegati. Il cinema, secondo Pasolini, doveva poter svolgere una funzione non strumentale, diversamente da altri linguaggi, volti all’estrinsecazione di funzioni comunicative pragmatiche. Il proposito era, dunque, portare il linguaggio cinematografico a stretto contatto con la poesia per conferire al cinema le stesse specificità espressive"

Il corpo & il potere. Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini di Erminia Passannanti
Diego Lucci

Il sadismo in Pasolini, come in Sade, ha la capacità di descrive gli stati d’animo che governarono loro in quei determinati periodi storici: per Pasolini, il malessere vissuto nel periodo fascista e nella società consumistica; per Sade è metafora delle ventimila vittime di Saint-Fond e, inoltre, sostituisce un’esperienza negata dalla morale e dal sentimento.
Il sadismo di Pasolini è visibilmente parodistico, grottesco e irreale. I sadici del film non hanno l’energia del vizio, le loro parole non hanno la vita e la malevola trasgressività dei carnefici delle opere di De Sade: nessun corpo può materialmente esercitare tutte le prestazioni descritte dalle opere di De Sade e ciò che nella scrittura del Marchese si trasformava nella irrealtà della letteratura, in Pasolini fa i conti con lo squallore del realismo.
Sade immaginò l’unica strage di stato concepibile secondo moduli settecenteschi e aristocratici ed è così che costituì la divisione sociale fra massa da consumare al banchetto dell’orgia e il predominio di una orrenda oligarchia. Nel divino Marchese non è reperibile l’idea di una statolatria, ma il salto al genocidio che si ha quando una società non è considerata portatrice di diritto bensì oggetto di potere. Il sistema del Marchese è il compimento di un metodo che porta alla nascita dell’individuo integrale sovrastante una folla affascinata. Tentò di utilizzare privilegi che aveva ottenuto dal regime feudale a beneficio delle proprie passioni ma il regime, già da allora, era già moderato dalla ragione per opporsi agli abusi che un grande signore avrebbe potuto commettere.
Da privilegiato divenne vittima dell’arbitrio imperiale. Nella sua solitudine, causata dalla reclusione nella Bastiglia per aver resistito al Terrore e dove solo le visioni di un mondo immaginario lo legavano alla vita, concepì quel modo di pensare al solo piacere, e soprattutto al pensiero che gli altri cessassero di contare: "il più grande dolore altrui conta sempre meno del mio piacere". 


Il corpo & il potere. Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini
Dania Margiotta



La principale critica di Pasolini è stata quella contro la condizione sociale sotto uno Stato democratico stragista, con dei servizi segreti deviati e un nulla ideologico che impiega, distorcendola, la religione, a tutto vantaggio del dominio del Potere economico mondiale, con lo sterminio di tutte le culture popolari, di tutte le differenze, con l’annientamento della naturalità dei corpi, in nome di modelli di comportamento in larga parte importati dagli Stati Uniti, con quella ideologia antipauperistica, edonista falsamente libertaria che deturpa gli uomini nel corpo e nella mente. Un Potere atroce, cieco, di stampo apocalittico (alla D.H. Lawrence), come quello mostrato in Salò.

Quest’opera tanto discussa, più che una ricostruzione storica delle forme concentrazionistiche del fascismo, come credono certe anime candide, tra cui Barthes, è una problematizzazione, un Pensiero, un Teorema, come dice Deleuze, di tipo visivo sui poteri contemporanei dominanti, in particolare rispetto alla questione del corpo e del sesso. Ha detto Ferrero, il più grande critico cinematografico pasoliniano: «Salò si presenta come una fosca lettura-profezia del presente, piuttosto che come rappresentazione di un passato transitorio e concluso».
Una «lettura-profezia» che nasce in Pasolini con il trauma del ritorno alla realtà occidentale, dopo l’immersione nello splendore, pur se drammatico, della «Trilogia della vita» (Il Decameron, I racconti di Canterbury, Il fiore delle Mille e una notte). L’autore nota come il Potere abbia tanto rapidamente determinato l’eliminazione della bellezza naturale dei corpi, con un sempre più forte annullamento della differenza essenziale tra il maschile e il femminile, in nome una presunta emancipazione progressista che determina in realtà una serie di comportamenti omologati e funzionali ai poteri della società mondialista dei consumi.
Un film come Accattone, dopo quello che Pasolini non esita a definire un genocidio, di grado analogo a quello nazista, può ora essere osservato, secondo Pasolini «in laboratorio, come il prelievo di un modo di vita, cioè di una cultura», che «lasciata per secoli a se stessa, cioè alla propria immobilità, quella cultura aveva elaborato valori e modelli di comportamento assoluti. Niente poteva metterla in discussione. (…) La tradizione era la vita stessa. Valori e modelli passavano immutabili dai padri ai figli. Eppure c’era continua rigenerazione.» Ora, «qualcosa di essenziale è cambiato: si è avuto un genocidio». «Se io oggi volessi rigirare Accattone, non potrei farlo. Non troverei più un solo giovane che fosse nel suo corpo neanche lontanamente simile ai giovani che hanno rappresentato se stessi in Accattone. Non troverei più un solo giovane che sapesse dire, con quella voce, quelle battute».
Se la «Trilogia della vita» era il massimo ottimismo, espresso per immagini, del pensiero di Pasolini, Salò sarà allora il suo massimo pessimismo, che s’esprimerà non più in una ricerca del reale, pur formalizzato per icone (Accattone, Mamma Roma), né per metafore trasognate (Uccellacci e uccellini, Che cosa sono le nuvole?), quanto in una materialità teorizzata nella composizione, con un corpo ridotto a cosa, per necessità meramente economiche, come secondo il Potere contemporaneo.
Tale Potere, dice Pasolini, non è certo più quello del fascismo del passato, assai più rispettoso, né quello della D.C., della religione cattolica o della grande industria o delle forze armate, ma il Potere finanziario e culturale transnazionale che impone un sistema di sviluppo devastatore, quello della produzione e del consumo, con un edonismo falso e una falsa tolleranza, una falsa libertà. Il più imponente modello totalitario che il pianeta abbia mai visto («Perché il vecchio fascismo (…) distingueva: mentre il nuovo fascismo (…) non distingue più: non è umanisticamente retorico, è americanamente pragmatico. Il suo fine è la riorganizzazione e l’omologazione brutalmente totalitaria del mondo.»). Un genocidio che in Salò s’esprime nella ripetitività del rito sodomita omosessuale e della merda. Dice Ferrero: «La distorsione maniacale della sessualità è il risvolto della tolleranza regressiva, come la merda lo è del consumo, e il sangue e la strage sono la verità ultima del potere.»

Salò, o le 120 giornate di Sodoma. Sguardi sul lager contemporaneo – appunti di ricerca –
Marco Settimini
La prospettiva apocalittica in senso finale domina la produzione dell’ultimo Pasolini nella coscienza dell’autore e nella riflessione della critica, entrambe alle prese con l’ultimo film, con l’ultimo libro. Apocalittico è categoria abusata per questa fase della poetica pasoliniana ed è termine di largo e frequente impiego nelle Luterane, dove secondo Asor Rosa marcherebbe la regressione di Pasolini dall’impegno all’«impoliticità», intesa, quest’ultima, come rifiuto dello stato di cose esistente, disincanto, senso di sconfitta. L’opzione artistica per un’osservazione-registrazione, sia pur espressa nei consueti toni pamphlettistici da autentica militanza, avrebbe svincolato poi la parola pasoliniana dall’illusione di un dialogo reale e dall’aspettativa di un riscontro/scontro polemico. Al «senso di una catastrofe incombente» si sarebbe affiancata infine la consapevolezza di una «totale impotenza, sia individuale sia collettiva». 
E al punto di vista apocalittico dell’ultimo Pasolini ancora si riferisce, ultimo tra tantissimi, Bruno Pischedda, che lo presenta nei termini di una sfiducia nel futuro, «in qualsiasi futuro», sfiducia dai risvolti rischiosamente catastrofisti e regressivi».

Il potere come degradazione e l’apocalissi come soluzione: Pasolini da Salò a Petrolio
Gilda Policastro



Da questa prospettiva, Salò rappresenta un attacco sia alle dittature di partito sia alle forme di capitalismo avanzato, quali modelli che subordinano il singolo e la collettività, di cui si dichiarano garanti, all’autorità dei modelli sanciti. Presi nell’ingranaggio della macchina del potere, individuo e massa sono forzati a forme di consenso che stimolano, al contempo, comportamenti contrapposti di integrazione e alienazione, ottenuti, nelle dittature, attraverso norme disciplinari basate sulla cieca obbedienza, e nelle società liberali, tramite l’assimilazione dei codici imposti dalle élite, dalle classi dirigenti" (p. 15).
A questo proposito, è chiaro l’influsso che esercitano su Pasolini le tesi di Foucault sulle tecniche di costituzione e mantenimento del potere attraverso la formazione di un "corpo-potere", capace di condizionare e addirittura di plasmare le personalità dei governati: infatti, "come critica alle ideologie che partecipano alla creazione dello Stato assolutista e del dominio capitalistico, Salò nasceva dal bisogno di commentare l’effetto che il potere ha su chi il potere politico o economico lo subisce, primo tra questi i giovani […]. Ricorrendo ad un procedimento dialettico-allegorico, che poneva come paradigmi dell’opera le antinomie vittima/carnefice, bene/male, ordine/anarchia, il film rappresentava il modo in cui le masse si figurano lo Stato, e come l’assimilazione del singolo al ‘corpo-massa’ venga indotta al fine di rendere il popolo uno strumento acritico e passivo nelle mani delle oligarchie del potere costituito" (p. 12).
Le dinamiche di "educazione", o meglio di "sottomissione" del corpo-massa nei regimi dittatoriali si mostrano in modi piuttosto eclatanti, e tendono a limitare la personalità degli individui entro una gamma ristretta di concezioni e comportamenti: il divieto e la punizione assumono dunque un ruolo centrale nei processi educativi messi in atto dai regimi dittatoriali. Avviene quindi che "in Salò, il corpo-potere, costituito dai gerarchi riuniti alla villa, contempla varie tecniche di restrizione della libertà sia dei prigionieri sia dei collaboratori: queste comprendono l’assillo della prestanza fisica; la verifica costante dei livelli di obbedienza alla didattica normalizzatrice; la sottomissione al protettorato coercitivo sotto la minaccia continua della punizione. L’ossessione dei libertini per il rispetto delle norme fissate è, infatti, proporzionale alla severità dei castighi inflitti in caso di contravvenzione alle leggi fissate. Tale logica disciplinare, che mira a produrre corpi docili, dinanzi al fallimento delle istanze stabilite, crea vittime" (p. 28).
I percorsi di imposizione di modelli ideologici e comportamentali diventano più complessi nel sistema capitalistico e consumistico, sorretto dalle dinamiche di produzione e consumo e dalla loro perpetuazione attraverso una continua induzione di bisogni, -e attraverso il conseguente controllo dei bisogni da indurre e, dunque, delle aspettative di chi è persuaso a manifestare non più desideri "gratuiti" (e forse non realizzabili), ma la mera volontà di appropriarsi di oggetti, di beni, di merci, incessantemente proposti "dall’alto".

Il corpo & il potere. Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini di Erminia Passannanti

Diego Lucci


Si può constatare come l’eccesso voluttuoso porti alla negazione degli altri affermando che la voluttà è tanto più profonda se nasce dal crimine e che, quanto più grave è il crimine tanto maggiore è il piacere che deriva dagli impulsi sessuali. Il crimine conta più del godimento ed è superiore ad ogni altro perché è l’atto di un’anima che, avendo distrutto tutto, ha accumulato una forza immensa e s’identifica col movimento di distruzione totale ch’essa prepara. Siccome il piacere coincide con il crimine, il suo esercizio non può che impiegare una perenne franchigia. 
Ora, questa non può essere garantita se non dal potere assoluto, ovvero dalla riduzione dello Stato a preordinata macchina omicida e, l’esaurimento, dipende soltanto dalla moltiplicazione criminosa. Lo strumento atto a garantire l’impunità è una legislazione che legittimi il delitto e, pertanto, un potere assoluto che permetta la stesura di siffatta legislazione. Non a caso la sovranità dei Quattro libertini è estesa su tutto il territorio sottoposto alla loro giurisdizione; questo è separato dal resto del mondo con la distruzione dell’unico ponte che vi dà accesso. Lo Stato, così facendo, s’identifica con l’assassinio garantito. Tutti i grandi libertini, nonché i personaggi all’interno del romanzo e del film, vivono solo per il piacere e sono grandi solo perché dentro di sé hanno annullato ogni capacità di piacere diventando insensibili. 
I protagonisti di Salò, ad esempio, hanno difficoltà nel provare piacere, ma godono nello stesso tempo della loro insensibilità e per questo diventano feroci: la crudeltà altro non è se non la negazione di sé, portata a tali conseguenze, che si trasforma in un’esplosione distruttrice. La vita, per Sade, era ricerca del piacere e il piacere era proporzionato alla distruzione della vita e ai rapporti umani. Secondo il suo parere la vita comunitaria “è inaccettabile in quanto i principi che vi presiedono sono inaccettabili”: in fondo, però, fu la situazione sociale a determinare in lui una distorsione dei principi e perciò lo sbocco non fu il suicidio bensì un annientamento del popolo, della nazione e della specie umana. 
Sade aveva la volontà di scaricare la mente dalle ossessioni bestiali della razionalità offesa, Pasolini elimina dalla scrittura di Sade questo senso terapeutico, filmandone alla lettera le descrizioni e trasformandole in immagini grazie al mezzo cinematografico. Questo voleva dire sfidare lo spettatore provocando disgusto e nausea con la realtà riportata sullo schermo e, inoltre, provocare un riscatto delle pulsioni scopiche. Mentre Sade descrisse le sue pulsioni immaginarie e la sua voglia di isolare sé stesso nel mondo sadico, unico mondo capace di renderlo soggetto legato con il mondo esterno, Pasolini, basandosi sul suo testo, rappresentò il potere e la sua voglia di isolare l’umanità per accrescere il suo status tramite torture e, queste, vengono rappresentate non come piacere sessuale bensì come piacere individuale legato alla brama di controllo e comando.

Il corpo & il potere. Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini
Dania Margiotta

L’abisso infernale è lo scandalo del genocidio delle differenze e delle culture imposto dal progresso moderno, dal Potere che domina il mondo. La forma «teorematica », l’«effetto mentale da teorema», tanto «costringente» nella geometria delle «dimostrazioni» con tutta la forza «deduttiva e automatica» delle immagini, per via di un «punto problematico, aleatorio», «il punto sempre estrinseco del pensiero» che dal di fuori, da un fuori terribile, problema cui il pensiero non può, né sa rispondere, ma dal quale è «ossessionato». E il problema è lo spaventoso aspetto del Potere contemporaneo, che è, come dice Serge Daney, «sotto la protezione delle mitragliatrici, il luogo chiuso (e in questo sadiano) di un eccesso ridicolo di legiferazione, di regolamentazione, una follia della messa in scena». Il lager è nelle immagini del film, poiché Pasolini vuole immergervisi fisicamente per comprendere. Per comprendere l’incomprensibile, come sia possibile quel che accade a questi corpi nel grigio lager di un ordine economico maniacale che giunge ai corpi, ai sessi, omologandoli in un genere unico d’uso astratto, in un conformismo delle vittime che « compongono una pietosa galleria di facce indifese e sgomente, di corpi prima spogliati e offesi, poi devastati nei modi più abietti e dolorosi». L’impensato è il come sia possibile…

Salò, o le 120 giornate di Sodoma. Sguardi sul lager contemporaneo – appunti di ricerca –
Marco Settimini

Quasi ogni abuso è scandito da professioni di cieca obbedienza e degradante sottomissione. Solo, a un certo punto, una spia linguistica estremamente rilevante, il «come obbedendo» di una delle sequenze finali della sessualità seriale del pratone, segnala che quella sottomissione ha qualche cosa di aggiunto rispetto alla passiva accettazione, tipica della vittima tradizionale del rapporto sadico: è volontaria, gioiosamente volontaria, ma, soprattutto, è una finzione consapevole.
La sodomia come atto sessuale deprivato della funzionalità creativa è, probabilmente, la risposta che Pasolini pone come ultima, definitiva, e allora apocalittica, se si ripensa al discorso dei signori di Salò sulla necessità della fine della specie: 
O se si ritorna, ancora una volta, a un articolo tratto dalle Luterane. Vivono, ma dovrebbero esser morti, in cui Pasolini ribadiva come nel passato uno dei valori fondamentali dell’esistenza fosse stato la religiosa custodia della specie e il perseguimento ossessivo della sua perpetuazione e come tale concezione si fosse invece cambiata, nel mondo contemporaneo, nella necessità primaria di arginare per la «salvezza» dell’umanità l’eccessivo incremento demografico, che dando nuovi nati al mondo, gli imporrebbe nuove bocche da sfamare, e «nuovi orrori».
Torna in queste considerazioni il cinismo sopra richiamato, e torna un senso di morte della storia, di punto di non-ritorno. C’è un’immagine, nella "Visione" di Petrolio, che piace segnalare qui in conclusione in quanto particolarmente illuminante della posizione pasoliniana, oltre che di immediato impatto: quella dei due personaggi inspiegabilmente allacciati dalla prima all’ultima sequenza del loro tour infernico, finché il braccio del giovane, trafitto da dolori lancinanti per via di quella assurda posa convenzionale, non cade, dantescamente, come «corpo morto». Il motivo del «vano abbraccio», si direbbe, prendendo ancora a prestito la lettera dantesca, è un inserto che accompagna come un leitmotiv tutte le descrizioni dei comportamenti della coppia borghese e che esemplifica icasticamente quello che nel Soggetto sul poliziotto viene stigmatizzato come il suo nefasto «trionfo».
La chiosa è la nota davvero regressiva, o «cinica», o «impolitica» sulla profezia della fine della specie (Appunto 72g).
Ecco che capiamo meglio il motivo di quell’incedere della donna appesa al braccio del suo uomo «come un sacco di patate», e il perché quel giovane, che accetta e subisce il modello fino al dantesco sacrificio di sé, l’abbiamo sentito chiamare per tutta la durata della "Visione" fino a farci l’abitudine, il Merda.


Il potere come degradazione e l’apocalissi come soluzione: Pasolini da Salò a Petrolio
Gilda Policastro



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Ricordando Pierpaolo Pasolini nel 37° anniversario della scomparsa

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Il grande scrittore neorealista – drammaturgo, sceneggiatore, attore, poeta, regista, intellettuale di Casarsa, l’uomo di grande versatilità culturale, per molti aspetti unico e straordinario, uno dei più discussi intellettuali del 900 – fu assassinato nella notte tra il 1° e il 2 novembre 1975, ironia della sorte nella ricorrenza dei defunti, all’Idroscalo di Ostia tra le baracche; quella misera condizione di vita contro cui si era sempre battuto. Amici ed avversari gli riconoscono il grande merito per aver fatto spalancare gli occhi a più generazioni in un’epoca dilaniata da conflitti sociali e contraddizioni di fondo da un’ immoralità politica istituzionale e clericale. Si disse subito che la fine atroce di Pasolini aveva privato la cultura italiana di un alto ingegno critico ed il movimento democratico di un valoroso militante animato da grande passione civile. Credo di non esagerare, di rimanere in quel contesto di verità a lui tanto cara, se scrivo che la notizia della sua morte ha colpito, in modo impattante, la mente di tanta gente arrivando a suscitare riflessioni che mirano direttamente al cuore dei temi cui egli aveva da sempre dedicato, con convinzione e coraggio, la sua travagliata opera di artista e di studioso. Ad onor del vero dobbiamo riconoscere che era un uomo profondamente introdotto nelle tensioni del mondo contemporaneo, strenuo difensore ed accanito sostenitore degli umili, dei poveri, di quel sottoproletariato dall’ingiustizia e dai valori negativi di un sistema aberrante che avevano fatto di lui il bersaglio di campagne indegne e vergognosi linciaggi. Vicino al movimento operaio, al Partito Comunista, cui guardava con fiducia e simpatia; egli è stato sempre e da una parte sola: quella degli oppressi. Il suo impegno e la sua ansia si sono placati quando la vita si è fermata, la bocca gli si è riempita di terra e negli occhi si è smarrito l’ultimo sguardo su un paesaggio dolorosamente suo. Dobbiamo rimanere fedeli al senso completo dell’ insegnamento pasoliniano, alla travolgente forza delle sue opere senza indulgenza agli accomodamenti del sistema dell’epoca. Anche letterari. Le sue contraddizioni e le relative incertezze si dissolveranno con il suo timido sorriso infantile lasciandoci una pagina poetica e civile talmente alta da farci sentire degni della nostra storia e del nostro percorso umano e civile. L’immagine più bella e più vera di Pasolini è quella di un’ Italia unita, di un popolo innocente, percosso affamato di storia e di giustizia . In questo contesto, assolutamente veritiero, sia culturalmente che storicamente, identifichiamo le virtù delle lotte civili più valide di questi ultimi anni; egli ha ben messo in evidenza il rapporto che lega Paese e Istituzioni, natura e storia, cultura e culture, storia e dolore riqualificando in senso umano la nostra letteratura. Alla luce di tutto ciò credo che nessuno oggi, a differenza di 37 dalla sua orribile scomparsa, possa aggiungere qualcosa a Pasolini: la sua completezza e la sua coerenza stanno nello strazio stesso del suo corpo; la generazione che ha perso di più con la prematura scomparsa del poeta di Casarsa è sempre quella giovanile. La storia della sua breve vita è costellata da problemi e sofferenze, ingiustizie e povertà. Figlio di un ufficiale della fanteria mal si rapportava con suo padre uomo arrogante e di carattere violento mentre ben si capiva e si relazionava con sua madre una donna minuta, buona e generosa che in nome di suo figlio, come tutte le mamme del mondo, arrivava ad annullare se stessa accettando i lavori più umili anche come donna di servizio. Parliamo di un Pasolini che si esprimeva in un’epoca in cui il falso moralismo portava a vedere il diverso quindi l’omosessuale, la ragazza madre, la prostituta - poco importava se per scelta, per ricatto o per necessità – erano considerati un vero e proprio scandalo. Quindi leggere Pasolini arricchisce non soltanto noi stessi la nostra capacità e la voglia di capire, di sapere rivolgendoci agli altri senza egoismi , pregiudizi, discriminazioni; in altre parole una risposta ai tanti quesiti che ci pone la storia dell’umanità. In ultima analisi non possiamo e non dobbiamo assolutamente permettere che un uomo mite e generoso,- perche questo era l’intellettuale di Casarsa – passi dalla parte dei colpevoli: la sua unica colpa era quella di essere dichiaratamente omosessuale. Ai giorni nostri grandi intellettuali ed esponenti politici, da Niki Vendola al neo eletto presidente della Regione Sicilia, Rosario Crocetta, sono omosessuali dichiarati e svolgono il loro compito con saggezza, onestà e coerenza al servizio dei loro territori e dell’intero Paese. Quindi mai più discriminazioni, mai più paura del diverso, mai più caccia alle streghe per non uccidere di nuovo l’autore di “Ragazzi di vita” e “Delle Ceneri di Gramsci”. Questo mi sembra il modo migliore per ricordare lo scrittore a 37 anni dalla sua scomparsa. Domani, due novembre, alle 10.30 – presso il Giardino Letterario a lui dedicato ubicato in Via dell’Idroscalo progettato dall’artista Mario Rosati,inserito all’intermo del centro Habitat Mediterraneo LIPU ( Lega Italiana Protezione Uccelli ) di Ostia – alla presenza di cittadini ed autorità locali si terra una cerimonia di commemorazione dell’artista che sarà conclusa con la liberazione di un rapace curato dal centro recupero fauna selvatica LIPU di Roma

Nando Giammarini
Fonte: L'impronta

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Pier Paolo Pasolini , intervista a Patti Smith

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro





Io ho conosciuto l' opera artistica di Pier Paolo Pasolini grazie a Patti Smith. Potrà sembrare strano, ma nel 1975 avevo dodici anni, troppo pochi per comprendere quello che era accaduto, quello che quella persona Significava. Nel 1977 leggendo le interviste della Smith mi accorsi che citava continuamente due poeti francesi Rimbaud e Verlaine e Pier Paolo Pasolini. Mi incuriosii e scoprii un' opera artistica ed un pensiero che non mi avrebbero abbandonato più. Pensare che sono passati trentacinque anni dal suo omicidio fa venire i brividi, non soltanto per la violenza fisica, politica, storica e sociale di quella morte, ma con le orribile analogie contemporanee. La volgarità del potere, la pornografia della pornografia a cui assistiamo ogni giorno esposta, il definitivo degrado di ogni idea sociale, sono figlie di una visione che Pasolini aveva predetto, annunciato, combattuto sempre e comunque. Ho vissuto leggendo i suoi libri, i suoi articoli, guardando i suoi film straordinari, rimanendo sempre impressionato dalla luce accecante dei suoi pensieri e dalle sue parole. Per un ragazzo di quattordici anni disperso nel bronx eroinomane di un quartiere ravennate nel 1977 leggere "Una vita violenta" è stato uno shock incredibile. Ero io, erano le persone che mi giravano attorno. E in quelle parole, probabilmente, trovai la forza di decidere di scappare via. Non mi interessa "cosa direbbe adesso", "cosa farebbe adesso" Pasolini. Perchè lui ha fatto, ha scritto pagine talmente importanti, che ancora adesso la sua forza Morale, sì con la maiuscola, è devastante nella sua potenza. Il suo film "Le 120 giornate di Sodoma" siamo noi adesso. "Il Vangelo secondo Matteo" è uno dei momenti artistici più belli che abbia mai visto, uno dei manifesti sociali più alti mai filmati. E non ho neppure il coraggio di permettermi di scrivere qualcosa su di lui. Sto solo ricordando una persona che mi è stata vicina in un momento fondamentale della mia vita con i suoi testi, le sue immagini, cose rare come l' oro in questa epoca. Combattere, agire, lottare, partigiani contro quello che ci circonda. Questo il suo insegnamento più importante.

Fonte:e20romagna


Io, Patti Smith a scuola da Pasolini


di Silvia Boschero

Nel Village, alla fine anni Sessanta, una giovane onnivora Patti Smith scopriva Pier Paolo Pasolini: lei, Andy Warhol e Robert Mapplethorpe si davano appuntamento al cinema per seguire la rivoluzione intellettuale di quell'italiano che infiammava gli ambienti culturali di New York. Qualche anno dopo, nello stesso novembre 1975 in cui Pasolini ci lasciava, usciva l'esordio (Horses) di quella che sarebbe diventata, nell'iconografia del rock, la «sacerdotessa», sempre in bilico tra tensione religiosa e furia iconoclasta. A fine settimana Horses viene ristampato con una versione intera del disco registrata dal vivo a Londra. Stasera Patti è attesa a Rockpolitik. Chi meglio di lei per duettare (forse) su People have the power? Cosa rappresenta Pier Paolo Pasolini per Patti Smith? Pasolini, come William Blake, ha avuto un'influenza fondamentale. Offriva una nuova possibilità, un nuovo modello. Un mentore, culturalmente completo, poiché era riuscito a lanciare un ponte tra l'arte, la poesia e la politica. Profondamente spirituale e politico al tempo stesso. E poi c'era l'uso libero del linguaggio e dei mezzi di comunicazione: pittura, cinema, poesia. Un ottimo maestro. Vedi… da ragazza sono cresciuta con una forte educazione religiosa alla quale ovviamente mi ribellai. Lui mi offrì una nuova interpretazione di Gesù Cristo. Gesù Cristo è un rivoluzionario, il Gesù del Vangelo secondo Matteo è l'uomo tra gli uomini e per gli uomini. E l'ho capito dopo aver scritto il disco Horses e la canzone Gloria: Pasolini mi ha aperto una nuova strada a Cristo. Un Cristo visto semplicemente per come è, anziché mutuato dal ritratto che ne dà la religione. Nell'ambiente intellettuale newyorkese che lei frequentava Pasolini era noto? Pasolini a New York negli anni Sessanta era considerato un maestro da tutti noi. Andare a vedere i suoi film era un rito. Ricordo una volta mi recai al cinema con il mio amico Mapplethorpe e in sala si erano già sistemati Warhol, tutti i poeti e gli artisti che come noi lo studiavano e si ispiravano a lui. Qualcuno ha raccolto l'eredità di Pasolini? Difficile. Ci sono state persone che hanno lavorato per questa poetica fusione tra politica e arte, su tutti Allen Ginzberg, ma Pasolini rimane ad oggi insostituibile. La sua freschezza, la sua capacità educativa e rivoluzionaria è ancora dentro la nostra coscienza. Possiamo azzardare un paragone, con tutte le ovvie differenze: Patti Smith e Pasolini: entrambi animati da una grande tensione religiosa, entrambi a loro modo, moralisti, seppur di una morale iconoclasta… È vero. Io sono moralista nella misura in cui seguo alcuni codici imprescindibili che altro non sono che i semplicissimi insegnamenti di Cristo: amarsi l'un l'altro, aiutarsi, essere più compassionevole e lasciare la libertà agli altri. Ma Pasolini bilanciava perfettamente il suo forte codice morale e la sua assoluta libertà nell'esprimersi. Un'altra lezione: lui sapeva già cosa avrebbe portato la globalizzazione. Era già allarmato della deriva materialista della nostra cultura. Un insegnamento da tenere a mente oggi come non mai. La società attuale manca totalmente di morale. Così come manca totalmente l'uso della parola «amore», a cui Pasolini tendeva. «Solo l'amare, solo il conoscere, conta. Non l'aver amato, non l'aver conosciuto» diceva Pasolini… Le parole di oggi sono: consumismo, materialismo, sesso, droga, potere, voracità, cupidigia. Banale da dire, ma amore è la parola che manca, è il potere più forte. Torniamo a 30 anni fa, quando moriva Pasolini e quando usciva il suo esordio, «Horses». Era il 1975, c'era ancora il Vietnam. Oggi c'è l'Iraq… È terribile notare come nel 2005 gli Usa stiano facendo lo stesso errore, tragico e illegale. Dopo l'11 settembre Bush è stato abile nel suscitare così tanta paura nella gente da renderla incapace di reagire contro una decisione scellerata. Bush ha rielaborato alcuni dei fondamenti del vivere sociale, la costituzione, la religione, ha condizionato i media. E in Usa i media si limitano ad un atteggiamento di accondiscendenza. I media… Forse la signora Smith è stata messa al corrente proprio da Celentano che anche l'Italia per libertà di informazione, non eccelle... So molto bene chi è Adriano Celentano e sono consapevole dell'impatto che il suo programma ha in Italia. Faremo qualcosa nel rispetto reciproco di quello che siamo, ma non abbiamo fatto prove. Credo che canterò una canzone. Riascoltando «Horses» trent'anni dopo, trova qualche ingenuità? Trovo una ragazza giovane e senza paura che crede che tutto sia possibile. Tra un anno e mezzo avrò sessant'anni, eppure sento dentro di me la ragazza che imbracciava la sua prima chitarra elettrica e voleva salvare il rock and roll. Ancora oggi Patti vuole salvare il rock? Lascio quella battaglia alle nuove generazioni e mi limito ad essere un buon esempio. Il rock è una voce culturale che appartiene alla gente e include la rivoluzione, il sesso, la poesia, l'energia, la consapevolezza politica, tutto. Salvarlo significa usarlo nella sua valenza globale.
 
@BE:BOSCHERO
3 novembre 2005 pubblicato nell'edizione Nazionale (pagina 19) nella sezione "Spettacoli"
http://www.unita.it



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mercoledì 31 ottobre 2012

Pasolini ed Ezra Pound: un incontro di poesia e di amicizia

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




A trentasette anni dalla morte il segno che Pier Paolo Pasolini ha impresso nella cultura e nella società è ancora vivo e bruciante, così come la brutalità dell'omicidio che all'alba del 2 novembre 1975 lo strappò alla vita – in circostanze mai del tutto chiarite fino in fondo – nello squallido scenario dell'Idroscalo di Ostia.

La ricorrenza non può passare inosservata, men che meno se ci si chiede quanto altro avrebbe avuto da raccontare e da dire, con la versatilità artistica e umana che lo ha reso una delle figure più incisive del panorama della cultura internazionale. Non etichettabile, in nessun modo inquadrabile, Pasolini è stato poeta, romanziere, drammaturgo, linguista, giornalista e cineasta, ma soprattutto finissimo e originale osservatore, narratore e testimone della società italiana, delle sue trasformazioni e dei suoi mutamenti.
Oggi avrebbe novant'anni, eppure il peso della sua assenza non si è mai alleggerito.
Il ricordo che oggi scegliamo di proporre, dagli archivi delle Teche Rai, per celebrarne l'immagine e la figura è legato a un evento che precede di quasi un decennio la sua tragica scomparsa.
E' infatti un Pier Paolo Pasolini ancora giovane e visibilmente emozionato quello che nell'autunno del 1968 incontra per la prima volta, a Venezia, il poeta americano Ezra Pound.
L'occasione è molto più che una semplice intervista, ma un evento di portata storica: non soltanto per il mondo della letteratura e della poesia, ma anche nella vita dei due intellettuali.
Da una parte Ezra Pound, ormai anziano e affaticato, apparentemente indifferente al peso della vita e delle vicissitudini attraversate, dall'esperienza di detenzione nel manicomio criminale di St. Elizabeths di Washington, dalle accuse di tradimento nei confronti del proprio Paese, l'America, per appoggiare il regime fascista. Dall'altra, sulla poltrona accanto, il Pasolini scrittore e regista che proprio in quegli anni iniziava finalmente a godere i frutti di un lavoro a lungo criticato, bistrattato, se non apertamente schernito dai benpensanti di un'Italia fino a poco prima del tutto impreparata a cogliere la sensibilità, il coraggio, la lucidità della sua ricerca epressiva e stilistica di narratore.

Ma quello fra Pasolini e Pound non è solo l'incontro fra due figure rivoluzionarie, sebbene idealmente antitetiche. E' il confronto fra due poeti e fra due uomini legati a doppio filo da un rapporto di amore e odio, di pesanti eredità intellettuali, di conflitto e contatto, giunto al punto di doversi tradurre in una riconciliazione formale che ha il sapore di un simbolico passaggio di testimone. Due irregolari, due outsider, due anticonvenzionali accomunati dalla scelta di mettersi in gioco in prima persona senza risparmiarsi. Un filo riannodato sulla traccia dei versi di Pound, che Pasolini ridisegna e fa propri in una rilettura di rara e toccante intensità.  



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Pier Paolo Pasolini, il futuro dell'intellettuale

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Pier Paolo Pasolini, il futuro dell'intellettuale


Il compito dell’intellettuale è capire il mondo. Né più né meno. Il suo mestiere, se qualcuno lo paga, è spiegarlo a un pubblico. Il pubblico c’è, chi è disposto a pagare anche. Mancano gli intellettuali. Esistono scrittori, giornalisti, filosofi, scienziati ma sono tutti opinionisti. Con modestia riconoscono di non avere la verità in tasca, e il frammento di certezza che si sono conquistati devono centellinarlo per vivere.
Pasolini era un intellettuale e il mondo lo aveva capito, come anche altri suoi contemporanei amici e nemici, ma lui fu diverso nel raccontarlo. A cominciare dal pubblico che si era scelto: la gente che lavorava dalla mattina alla sera e stava ricostruendo l’Italia. Questa gente nei momenti di svago ballava il twist, leggeva rotocalchi e fotoromanzi, andava allo stadio, giocava al calcio, alle carte, correva in bicicletta oppure andava al cinema. E Pasolini scelse il cinema per parlare a questo pubblico.



I film di Pasolini sono piaciuti a tanti critici, studiosi e scrittori ma non alla gente a cui Pasolini voleva parlare. Fu questa la sua tristezza, che divenne feroce a poco a poco. La gente che lavorava li conosceva fin troppo bene i "ragazzi di vita": erano quelli che li rapinavano, i prepotenti che non stavano alle regole, questa era la loro quotidiana e diretta esperienza: prenderli e riempirli di mazzate, altro che capire le ragioni della loro esistenza.
Pasolini era perfettamente cosciente di questo ma fece lo stesso i suoi film sui disperati della società, sulla spazzatura e i rifiuti, su quello che la gente non ama e non vuole vedere. Era il suo compito e il suo mestiere di intellettuale. Lui la verità la conosceva e la diceva. E che fosse la verità intorno a quel mondo e a quella storia non è da dubitarne: una cosa è vera quando ne sai l’orrore e la grazia.
Pasolini sapeva la verità e la diceva con l’arroganza di chi non può essere smentito, come nella famosa dichiarazione del 14 novembre 1974 ("Io so..."). In un famoso film del 1999, Matrix dei fratelli Wachowski, c’è un dialogo che avrebbe potuto scrivere lui: "Matrix è ovunque. E’ intorno a noi. Anche adesso, nella stanza in cui siamo. E’ quello che vedi quando ti affacci alla finestra, o quando accendi il televisore. L’avverti quando vai a lavoro, quando vai in chiesa, quando paghi le tasse. E’ il mondo che ti è stato messo davanti agli occhi per nasconderti la verità" (Morpheus a Neo).



A una realtà che continuamente si sdoppia, a una dimensione sociale in cui i dominati sono i primi sostenitori dei loro dominatori, a una cultura sempre più estranea alla vita e al pensiero e sempre più omologata all’efficienza e allo sviluppo tecnologico, Pasolini a un certo punto oppone la realtà irriducibile del corpo. Nel corpo si mantiene in vita la contraddizione, dal corpo l’umanità non può essere bandita. Per quanto ottuso, alienato, disperato, il corpo grida la verità.
Il film Salò o le Centoventi giornate di Sodoma fu l’ultima provocazione e il tema era l’avvilimento dei corpi. Avvilimento perpetrato nel solenne rispetto dei regolamenti e nella affermazione della superiorità dell’intelletto. Forse mai in un film la finzione e la vita furono tanto vicine, al punto che gli attori si rifiutavano di eseguire certe scene. Pasolini voleva fare del male a quel pubblico che si ostinava a non capire, che viveva come se la morte e il dolore non esistessero. Quel pubblico che non si accorgeva, stordito dalla possibilità di consumare, che a poco a poco in cambio di una subcultura gli si voleva portare via il pensiero.




Oggi noi vediamo la realtà della scuola. L’esclusione delle classi popolari e medie dalla cultura, dalla consapevolezza della propria storia, sta avvenendo in Italia con la progressiva trasformazione della scuola pubblica in area di parcheggio per i futuri lavoratori e disoccupati. L’intellettuale del futuro sarà il prodotto confezionato di pochissime scuole private, come è già avvenuto, per esempio, in America e in Inghilterra. Come Pasolini aveva previsto, le subculture hanno preso il posto lasciato vuoto dalla scuola, non sappiamo se migliori o peggiori. Pasolini si sentiva "una forza del passato" perché nel passato, nella cultura che vi si esprime, sono conservate tutta la complessità e le contraddizioni della vita contro ogni semplificazione e riduzione a formula. La grande e terribile "mutazione antropologica" comincia proprio dalla sottrazione di questa ricchezza.
Pasolini è stato ucciso da un ragazzo. Si vuol vedere in questo una rappresaglia del potere con la p maiuscola o l’effetto di un destino tragico. Della morte si fece e si fa un teatrino dove si dibatte e si scontrano tesi. Nell’opinare, nei servizi esclusivi, nelle clamorose rivelazioni, nella spartizione di ogni capello emerge l’orrenda irrealtà. Però la morte che è toccata a Pasolini sta nella possibilità stessa di odiare la vita, nel fatto che una vita possa essere invivibile, che non sia più degna e importante di tutti i valori, le morali e le religioni del mondo.

Paolo Tonini

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martedì 30 ottobre 2012

Eretici o Corsari? Due accostamenti difficili, ma facili. Pasolini e Gaber

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Eretici o Corsari?
Due accostamenti difficili, ma facili.
Pasolini e Gaber

“Io non sono mai stato un militante, mai tesserato, mai
propagandista. Questo essere un po’ dentro un po’ fuori, che mi è
stato anche imputato, per me è vitale.
Io credo invece nell’utopia della politica come indagine nella
realtà.”
Giorgio Gaber





“Io non ho alle mie spalle nessuna autorevolezza: se non quella
che mi proviene paradossalmente dal non averla e dal non averla
voluta; dall’essermi messo in condizione di non avere niente da
perdere e quindi di non essere fedele a nessun patto che non sia
quello con un lettore, che io considero del resto degno di ogni più
scandalosa ricerca.”
Pier Paolo Pasolini
da: Scritti Corsari (6/10/74)



Pur non frequentandosi, Gaber e Pasolini nella prima metà degli anni Settanta portavano avanti una missione comune: cantautore, commediografo ed attore l’uno; poeta, scrittore, regista e giornalista l’altro; con le armi delle loro arti, criticavano e scuotevano le coscienze della società italiana massivamente borghese e sempre più indirizzata ad un consumismo sfrenato.

Due artisti e intellettuali “non organici”, che non temono di compromettersi
e di risultare anche scomodi, poeti d’opposizione, diversi nella libertà, che con lucida preveggenza ci svelano che “il futuro è già finito” e che sarebbe ora di tornare a privilegiare il “crescere” rispetto al “consumare”.

Come si fa per una mosca che ci ronza attorno, i due sono stati scansati perché scomodi e d’intralcio, arrivando addirittura ad uccidere barbaramente Pasolini.
Queste “mosche ronzanti” però avevano la funzione di svegliare l’individuo che inconsapevolmente, quasi ipnotizzato, si inoltrava in paludi putride e melmose.
Oggi, dopo anni, questo loro soave ronzio torna a farsi sentire con immutato impeto, a scuotere coscienze ancora impantanate. Non attraverso un rivoluzionario esperimento o per una resurrezione miracolosa ma per effetto della loro Arte che li ha resi eterni.
Attraverso l’intreccio delle loro opere, le interviste e le dichiarazioni, Pier Paolo Pasolini e Giorgio Gaber sono sopravvissuti all’assassinio e al cancro...

Io per me, se c’avessi la forza e l’arroganza
direi che non è più tempo di fare mischiamenti
che è il momento di prender le distanze, che non voglio inventarmi
più amori
che non voglio più avervi come amici, come interlocutori.
Sono diverso e certamente solo.
Sono diverso perché non sopporto il buon senso comune
ma neanche la retorica del pazzo
non ho nessuna voglia di assurde compressioni
ma nemmeno di liberarmi a cazzo
non voglio velleitarie mescolanze con nessuno
nemmeno più con voi
ma non sopporto neanche la legge dilagante del “fatti i cazzi
tuoi!”
Sono diverso, sono polemico e violento
non ho nessun rispetto per la democrazia
e parlo molto male di prostitute e detenuti
da quanto mi fa schifo chi ne fa dei miti
di quelli che mi diranno che sono qualunquista, non me ne frega
niente
non sono più compagno, né femministaiolo militante
mi fanno schifo le vostre animazioni, le ricerche popolari e le
altre cazzate
e, finalmente, non sopporto le vostre donne liberate
con cui voi discutete democraticamente
sono diverso perché quando è merda è merda
non ha importanza la specificazione...
autisti di piazza, studenti, barbieri, santoni, artisti, operai, gramsciani
cattolici, nani, datori di luci, baristi, troie, ruffiani, paracadutisti,
ufologi...
Quando è moda è moda, quando è moda è moda.

Giorgio Gaber, “Polli d’allevamento”, 1978



L’italiano di allora, come quello di ora, è un essere confuso, che crede di contare per la propria società, ma in realtà è manipolato dal consumismo e dalla televisione: il popolo italiano è affetto da una forma cronica di “cancro sociale”; dove ogni uomo non è più uomo, ma il suo sfacelo.

Un accostamento ardito quello tra Gaber e Pasolini? Non più di tanto, perché i testi svelano inediti punti di connessione tra queste due ’menti’ superbe, che hanno esaltato l’analisi socio-culturale e politica del nostro Paese, trasformandola in lucida e schietta invettiva: Gaber negli anni ce le ha cantate in tutti i modi, Pasolini non è stato da meno, ed ha usato le ’armi’ dell’inchiostro e del video. Entrambi hanno fiutato il pericolo della deriva consumistica e della omologazione culturale che avrebbe modificato in modo irreversibile il dna degli italiani. A metà degli anni ’70 Pier Paolo Pasolini pubblica i leggendari Scritti corsari, una raccolta di articoli e riflessioni sulla trasformazione dell’Italia di quegli anni. In più di una intervista Gaber commenta “sviluppo senza progresso … mi sembra la sintesi più appropriata della nostra epoca”.

Paolo Di Stefano
(Corriere della Sera, dicembre 2010 )

E in fondo la «libertà obbligatoria» su cui scherza (ma sul serio) il duo Gaber-Luporini del ’76 è la stessa dell’editorialista che se la prende con il conformismo dei capelloni. L’obiettivo comune è il conformismo ideologico - e alla fine piccolo-borghese - scambiato per ribellione e persino per rivoluzione dei costumi. L’obiettivo comune sono i polli d’allevamento che danno il titolo a un album di Gaber datato 1978. Stessa formula presente in uno scritto uscito sul «Corriere» il 1° marzo 1975 in cui Pasolini rispondeva all’accusa di sentimentalismo irrazionalistico rivoltagli da Calvino: «L’omologazione culturale ha cancellato dall’orizzonte le “piccole patrie”, le cui luci brillano ormai nel rimpianto, memorie sempre più labili di stelle scomparse. Come polli d’allevamento, gli italiani hanno indi accettato la nuova sacralità, non nominata, della merce e del suo consumo: è questa la nuova società nella quale oggi ci muoviamo, testimoni e vittime dei lutti culturali». 
Gaber non fa nessun accenno di rimpianto per le piccole patrie, ma certo non ha simpatie per «la nuova sacralità» della merce. Si veda, nello stesso album, la parabola degli «Oggetti» che prendono possesso della nostra vita: «Nel frattempo gli oggetti erano andati al potere. La loro prima vittoria era stata il superamento del concetto di utilità. Piano piano avevano occupato anche gli spazi più nascosti delle nostre case e da lì ci spiavano».
Si potrebbe continuare con altre coincidenze lessicali, come la parallela metafora cancerogena (la «metastasi» in Pasolini, il «cancro» in Gaber) che divora le coscienze. Si potrebbe, come farà lo spettacolo di Gallione, mettere a contatto il «Voto comunista perché» dichiarato dal poeta dalle colonne dell’«Unità» nel ’75 con la litania anaforica di «Qualcuno era comunista», scritta quindici anni dopo da Gaber, quasi una valutazione postuma della speranza pasoliniana.
Si potrebbero evocare le simmetrie di un anticlericalismo mai celato nell’uno e nell’altro caso. Si potrebbe anche evocare la critica dell’uomo-massa, rispetto al quale Pasolini pronuncia i suoi violenti anatemi, mentre Gaber finge un’improbabile identificazione per riuscire meglio a metterne alla berlina alienazione e psicosi.
Si dovrebbe anche per contrapposizione, affiancare il corpo comicamente flessuoso e mobile con cui Gaber si propone sulla scena a quello statuario e tragico con cui Pasolini si propose al mondo.



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