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mercoledì 10 febbraio 2021

Un racconto inedito di Pier Paolo Pasolini - Terracina

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Terracina
Un racconto inedito
di Pier Paolo Pasolini
 

Terracina inizialmente doveva rientrare in "Ragazzi di vita". Fu invece pubblicato, con tagli, sul quotidiano di Taranto “La Voce del Popolo” nei numeri 7, 14, 21, 28 tra luglio e  agosto del 1951. Oggi è inserito in Storie della città di Dio a cura di Walter Siti e nel volume Romanzi e racconti (vol. I, pp. 775-797) dei Meridiani Mondadori. 



 
Nella spiaggia c'era più movimento, ma il mare era sempre immobile, morto.
Si vedevano delle vele arancione al largo, e molti mosconi che si incrociavano vicino alla spiaggia. Lucià avrebbe avuto fantasia di prendersi un moscone, e andar al largo: però era solo, e non era buono a remare. Andò sul molo tutto smantellato e ancora pieno di squarci, nuotando nei punti dove gli squarci interrompevano, finchè giunse in pizzo, sulla piccola rotonda. Si distese sulla pietra con la testa che sporgeva dall'orlo sul mare. 

Verde, trasparente e tiepida, l'acqua si gonfiava e si sgonfiava tra le colonne del molo, ora pesante come un blocco di marmo, ora lieve come l'aria. Benché fosse alta già due o tre metri non c'era granello di sabbia che non si potesse distinguere dall'alto della rotonda: ed era una sabbia morbida e pulita , un tappeto meraviglioso per chi potesse vivere sotto acqua. Ogni tanto vi passava un granchio, veloce, o si intravedeva qualche stella. Lucià stava a meditare su quella bellezza: quando arrivò sotto il molo un ragazzino con un moscone.
"A maschio - gridò - me ce porti ?"
"Daje" fece l'altro.
Lucià si gettò a caposotto e andò a toccare con le mani la sabbia; poi risalì alla superficie e si attaccò alle code del moscone.
"Andiamo al largo" disse al maschio.
Il maschio si diede subito da fare, ma aveva i braccini ancora teneri e i remi sbattevano a vuoto sull'acqua senza spuma. " Famme provà" disse allora Luciano. Il ragazzino cambiò di sedile, e Luciano provò a remare. "Mica è difficile" disse. "Mamma non vuole che m'allontani troppo" disse il ragazzino. "E che d'è - fece Luciano - andiamo a cento metri".
Dietro il molo si allungava la spiaggia, un arco che pareva senza fine, da una parte e dall'altra dell'orizzonte, battuto dal sole che lo scolpiva nell'aria coi suoi colori violenti.
Il bruno della rena, le mille tinte delle vernici dei capanni, le striscie smaglianti degli ombrelloni; le macchie bianche degli scafi, gli intonachi dorati delle ville, tutto era ammassato nel sole in una immobilità di sogno: che nemmeno il formicolio, silenzioso, della folla, l'incrociarsi dei mosconi, i voli dell'aereoplano rosso e il flusso della marea riuscivano a incrinare. Ma in quella immobilità dovuta alla lontananza si sentiva straripare la felicità festiva di Ostia.
Il moscone si dondolava come abbandonato sull'acqua: i remi si agitavano nel vuoto, come delle ali spezzate, e Lucià perdeva la pazienza; però si accaniva a voler spingersi il più possibile al largo. Guardava con invidia, lontanissime, nel puro azzurro tra mare e cielo, le vele delle barche dei pescatori pensando che di laggiù non si potesse intravedere che a stento la terra.
Poi, quasi improvvisamente, da dietro il molo, comparve una piccola barca a vela, bianca come una colomba. Filava inclinata e silenziosa, obliquamente, verso l'alto. Lucià smise di remare e stette a guardarla. Essa si avvicinava, come miracolosamente, e venne quasi addirittura a sfiorare col suo scafo di legno candido il moscone. Si allontanò leggera com'era venuta, quasi non fosse che una forma un po' più materiale del vento, e in pochi minuti era già distante, cancellata o rimpicciolita dalla distanza: ma ancora rifulgente nella vernice del mare.

Poco tempo ancora, e sarebbe stata una di quelle vele sperdute nell'intimità del mare, dove l'azzurro era tanto più profondo e incantato. Lucià aveva seguito in silenzio quel volo, e quando la barca fu lontana, si rivolse allegro al suo compagno gridando: "Daje, maschiè, che annamo in mezz'ar mare". E cominciò a darci sotto con più accanimento sui remi. Il ragazzino era preoccupato per la sua mamma. "Non tenghi mica paura, vè, maschiè?" gli diceva Luciano. "Paura de che?" rispondeva il piccoletto offeso.
"Der mare" disse Lucià.
L'altro alzò le spalle, con un'espressione negli occhi incupiti che voleva dire: "E che, scherzamo?" Lucià era eccitato. Cominciava a remare un pò meglio, e i remi riuscivano a far presa sull'acqua che si gonfiava e si sgonfiava sotto il moscone.
Intanto anche il molo si allontanava. La spiaggia era già un ammasso confuso di colori nell'oro del sole. E Luciano era felice di essere così isolato in mezzo all'acqua. Più bello ancora, però, sarebbe stato se si fosse gettato a nuoto, e si fosse trovato del tutto solo, staccato dalla barca , tra le onde silenziose. "Reggi i remi" gridò al ragazzino. E si tuffò dal sedile, nuotando verso il largo.
Tiepido e leggero come la seta, il mare lo alzava e lo abbassava: ora con uno sguardo poteva abbracciarlo fino all'orizzonte più lontano, ora vi si trovava immerso nel centro, come in una piccola vallata tra piatte colline d'acqua senza spuma, con le creste controluce e i fianchi tinti dall'ombra trasparente. Standoci dentro, immersi, si piombava del tutto dentro quell'ombra. Per qualche istante ci si sentiva come in una vasca, fuori dal mondo, in un cerchio di solitudine, in un piccolo deserto pieno di dune verdi e malinconiche. I riflessi della luce erano smorti giù per le schiene larghe e piatte delle onde, fino in fondo alla depressione in ombra. Poi uno spirito dentro l'acqua preso da un orgasmo calmo ma incessante, come il respiro di un addormentato, uno spirito il cui movimento si estendeva in tutti gli angoli del mare, premeva dalla profondità verso la superficie, scompigliando inquietamente il suo ordine. Ci si trovava d'improvviso in cima a un'onda, nel fulgore della luce, ricompariva l'orizzonte con le vele e il sole.

Una distesa sterminata di piccoli monti, si diramava intorno fino a fondersi, lontano, nell'azzurro compatto e leggero. Il mare si ripopolava e riviveva. Lucià nuotava sempre verso il largo, per mettere il maggior spazio possibile tra sè e la barca. Già la vedeva abbastanza lontana, scossa, sotto il legno piatto degli scafi, dal movimento del mare. E più indietro la spiaggia, Ostia, la terra. Tutto gli pareva lontano, la sua vita stessa di Roma, dai più scuri giorni dell'infanzia ai baci della zanoida nella cabina. Tra quel tempo e lui c'era la stessa acqua del mare intento a sorridere o a turbarsi con sè.
Quando fu un pò più stanco, si voltò e vide che il moscone era davvero lontano: se si abbassava tra le onde, anzi, non lo poteva nemmeno più scorgere. Fu preso da un pò di paura: le onde intorno, come campane silenziose, erano rimaste uguali, verdi, ma parevano piene di una scura minaccia. Una minaccia che covava nel fondo, come se lo spirito che da di dentro le agitava avesse d'improvviso mutato umore.
Lucià si sentì lì in mezzo troppo solo e, sperduto; ma si vergognava a chiamare il ragazzo del moscone. Così ritornò indietro lentamente per non stancarsi, ma sentiva nella schiena un brivido di paura, come se qualcuno lo guardasse minaccioso, per cacciarlo via. L'acqua lo stringeva da tutte le parti, era nel regno dell'acqua, e il mare si stendeva intorno paurosamente grande.
Infine raggiunse il moscone, ma non volle salirvi, e si attaccò alla coda. "Vai verso la riva" gridò al maschietto. Socchiuse gli occhi e si lasciò trascinare, immaginandosi di essere in mezzo a un oceano, come un naufrago.
Tonino lo aspettava ammusato sulla spiaggia del Battistini. Aveva fame, e se ne andarono a mangiare al Pescatore, il locale più di lusso di Ostia. Tornarono subito sulla spiaggia, e Lucià si fece un sonnetto sulla rena; poi andarono ancora in giro sul moscone, a fare il bagno al largo; e infine, mentre il sole affondava rosso e tranquillo nel mare, ripresero il taxi e tornarono a Roma. Scesero, per non dare nell'occhio, vicino alla Piramide di San Paolo. 
Dal Circeo, a destra, confuso tra le nuvole, nuvola lui pure, distante, isolato, con le sue cime acute tutte tinte di cenere e azzurro fumo, già nel cerchio della spiaggia che staccandosi da quelle ombre di terra ferma appena distinta dal cielo, si precipitavano in una lunga curva, fino a passare davanti agli occhi, con le file dei capannoni abbandonati, e a spezzarsi a sinistra contro un promontorio monumentale - il mare riempiva lo spazio, piatto, luccicante e vivo.
Ma da dietro il promontorio, che, tutta roccia, sormontato dai ruderi di un tempio, spingeva in avanti, contro la marea, un obelisco granitico alto un centinaio di metri, e largo una sessantina - solitario tra lo sperone e le acque - si slanciavano verso l'alto mare i monti dell'altro braccio del golfo. I monti di Gaeta e di Sperlonga , i monti allineati in catena, ondulati, del meridione, che filtravano l'orizzonte fino in suo cuore: una lontananza mesta, color ruggine, dove il grigio del cielo e del mare si mescolavano in bagliori trasognati.
Così dal Circeo a Sperlonga il mare pareva un immenso lago, e solo un suo lato pareva non avere confini: ma le nuvole lo offuscavano, lo chiudevano. Erano nubi disordinate e pesanti, specie sopra il Circeo, dove nereggiavano minacciose: nel centro si squarciavano, e qua e là affiorava il cielo azzurrino o giallo, e verso sinistra sulla lunga catena dei monti, il sole faceva cadere un ventaglio di raggi, come riflettori puntati su un solo specchio del mare, che quindi luccicava, in quel punto, come una spada nuda. Alle spalle, addossata al monte, con gli stessi colori del monte, grigia e pietrosa si ammassava Terracina. Questo era tutto quello che si poteva vedere stando distesi sui tetti della casa dei parenti di Marcè. Le tegole erano bagnate, perchè certo durante la notte era piovuto: Luciano vi stava disteso sopra con le mani sotto la testa, guardando per aria. Marcello stava quasi per addormirsi. Il tetto era alto, e la villa era posta sopra una gobba del terreno coperta dalle piccole viti come una ragnatela: così da lassù, benchè la posizione non fosse molto comoda, lo sguardo non poteva spaziare liberamente. Era questo che dava soddisfazione a Luciano. Senza che Marcè se ne accorgesse egli accarezzava con lo sguardo la parte più lontana dell'orizzonte, dove il mare era solo mare, puro mare, senza legami con la terra, senza niente vicino. Laggiù il sole, più che in ogni altro punto del cielo tutto coperto, riusciva a filtrare la raggera della sua luce, e a colorare del loro azzurro acqua e aria. Comunque, la pioggia era certa. Sul Circeo le nuvole si erano fatte così compatte e nere che lo avevano inghiottito, e di là si allargavano sulla leggera nuvolaglia cosparsa già per tutto il cielo; un'aria fredda le accompagnava, che pareva sempre sul punto di far roteare le prime gocce gelate di pioggia. Lucià doveva dunque decidersi a distogliere lo sguardo dal mare e a interrompere il piacere che ne provava: ben meritato, del resto, perchè aveva cominciato a desiderare quel momento fin dalla sera prima della loro partenza e immaginandosi un mare proprio così solitario, così selvaggio e così nudo. Già subito dopo i Castelli - l'aria della mattina era fuligginosa, e da lassù non si poteva scorgere il mare - dietro Velletri, quando l'Appia aveva cominciato a discendere verso il basso, puntando contro una muraglia grigia di montagne, Lucià si era alzato due o tre volte dal sellino convinto di vederlo. Infatti dei vapori bianchi stagnavano ai piedi di quelle montagne, oltre una breve pianura, e parevano le acque di un golfo. "Er mare, er mare - gridava Lucià - Ecchelo" "A stronzo - gli rispondeva Marcè - mica è er mare, hai voja". La mattina su Roma e sui Castelli era stupenda . C'erano, è vero, delle nuvolaglie, e proprio verso il Circeo, dietro Latina ma parevano nuvole innocue: in tutto il resto del cielo, era sereno. Eppure la sera prima, anche a Roma, c'era stato un forte temporale: la pioggia aveva colto Lucià e Marcè mentre da Villa Borghese se ne andavano verso la stazione Termini a rimediare un pò di pila per il viaggio: così, rinunciando alla stazione, erano corsi a rifugiarsi all'Esquilino in piazza Vittorio. E del resto erano stati fortunati perchè Marcè era riuscito a guadagnarsi un mezzo sacco e un pacchetto quasi intero di Chesterfield.
Fuori, tuonava e lampeggiava: ma, con la sera, era tornato il sereno. Poichè era la vigilia della festa della Madonna, già a molte finestre erano appesi i lampioni, che rilucevano chiari e iridati specie lungo le strade secondarie: migliaia di lumi che tremolavano nell'aria fresca e trasparente, e le facciate di molte chiese erano un immenso ricamo di lampadine elettriche accese. Uscendo dal cinema, dov'erano rimasti chiusi tutto il pomeriggio Lucià e Marcè erano stati colti da quel soffio d'aria serena, e Lucià, guardando in alto, tutto allegro, aveva gridato: "An vedi quante stelle". 
Andarono a prendere le biciclette da un meccanico in Trastevere. "Aspettami qui" disse Lucià a Marcè in fondo a via della Scala "E non fatte vede". Marcè tremava un poco e gridò a Luciano: "Bada, che quello svaga", ma Luciano alzò le spalle e diede all'amico un'occhiata di compassione. Entrò dal meccanico, dove c'era della confusione come sempre a quell'ora; prese due biciclette di cui una col manubrio di corsa, e diede il suo nome vero al meccanico, che lo annotò sul taccuino.
Per una mezzoretta Lucià e Marcè andarono in giro per Trastevere; poi Lucià riportò dal meccanico una sola bicicletta, pagò, e il meccanico non ricordandosi che le biciclette affittate erano due, prese i soldi e cancellò il nome di Luciano dal libretto.
Marcè aspettava sempre in fondo a via della Scala, dietro un portone. "Com'è ita?" domandò a Lucià. "Non ce lo sai che so' un fenomeno" disse Lucià con aria indefferente "E come no?" brontolò Marcè ridendo. Ora toccava a lui, secondo il piano, benchè egli avesse preferito andare in due in una bicicletta a Terracina; ma Lucià lo costrinse andare dal meccanico, dove tremando come una fronda, prese la bicicletta dando un nome falso. Ma andò bene pure a lui: ora le biciclette erano rimediate, e andarono a dormire in una stalla nei pressi della stazione di Trastevere, sotto viale Marconi. Alle prime luci dell'alba si svegliarono e si lavarono a una fontanella. Tutta la periferia era ancora immersa nel sonno, e contro il cielo, improvvisamente bianco, si disegnava lo scheletro del gasometro tra le ciminiere senza fumo. Saltarono in bicicletta e salirono su per il viale Marconi, deserto e bianco, si imbatterono col padre di Luciano.
Restarono impietriti, senza saper che dire o che fare. Egli li guardò dapprima non meno stupito, poi furioso. Era ancora un pò ubriaco dalla sera prima, col viso in fuoco e gli occhi fuori dall'orbita.
Ad un tratto cominciò a urlare e si gettò su di loro afferrando per i manubri le biciclette. "Addò l'avete rubbate" gridava. Ma Luciano e Marcello erano stati svelti a saltare dalla sella e a scappare giù verso la stalla. Il padre di Lucià, sempre urlando contro di loro, risalì il sentiero, svoltò su per viale Marconi, verso la bottega di frutta di un amico suo.
Vi arrivò davanti e posò le biciclette contro le saracinesche chiuse. Essi lo avevano seguito di lontano a piedi: appena egli fu entrato in casa, Lucià gridò a Marcè: "Non te move" e corse verso la bottega, afferrò le biciclette e le portò, spingendole di corsa, verso dove lo aspettava Marcello. Vi saltarono sopra e scapparono giù, verso il sottopassaggio della stazione. Per la strada non c'era ancora un'anima. Ma il padre di Lucià si era fatto subito sulla porta e li aveva visti mentre saltavano in bicicletta. "Se te pijo t'ammazzo", si era messo a urlare dietro a Luciano; poco dopo infatti era venuto fuori con una bicicletta e si era messo a inseguirli. 
"Ai Battiglioni Emma " gridò Marcè.
Tagliarono giù per il sottopassaggio, per via Volpata, e filarono verso le baracche dei Battiglioni Emma, in mezzo alle quali, tra orti, vicoletti e mucchi di rifiuti fecero perdere le loro tracce. Poi con più calma, andarono verso San Giovanni e presero la strada di Terracina.
Erano già a Terracina e il mare, cominciato a sospirare subito dopo Velletri, quando in fondo al cielo era comparso il Circeo, ancora non si vedeva.
Color fumo e pietra, la città era appiccata al monte, con le sue torri diroccate, solcata da vicoli stretti come visceri, tra i muraglioni senza intonaco. Era Terracina alta: Lucià e Marcè, invece, seguendo l'Appia le arrivarono ai piedi lungo una strada che pareva della periferia di Roma o di Ostia. "Ma dove cazzo sta er mare" gridava Lucià "Subbito ce semo " gli rispondeva Marcè col batticuore. Arrivarono in fondo a quella strada, e a sinistra apparve un grandioso sperone di roccie, sulla cui cima, tra le nubi, si vedevano le rovine di un tempio. Dopo due pedalate arrivarono sulla spiaggetta.
Il mare si stendeva davanti a loro, color terra solcato qua e là da qualche bagliore. Stretto tra il promontorio del tempio, il Pescamontano, e il porto, pareva angusto, chiuso, senza orizzonti.
Lucià e Marcè scesero dalla bicicletta, e gli andarono incontro. Era calmo, profumato, e pieno di un lieve fragore. Da lì il Circeo non si vedeva. Contro luce, sull'acqua color creta, e più lontano verdastra, si vedeva una lancia dondolare sui riflessi piena di figure nere di pescatori. La spiaggetta, con la rena bagnata era tutta ingombra di lance a secco, di falanghe, di pertiche conficcate nella rena bagnata, di ajate rugginose stese ad asciugare al vento.
Appoggiati con la schiena a un muretto che separava la strada dalla spiaggia, sette od otto uomini e ragazzetti, in fila, se ne stavano chini con le gambe larghe intorno a delle ceste lavorando accaniti e in silenzio. Lucià si avvicinò per guardarli; essi non alzarono nemmeno la testa e continuarono il lavoro. Districavano una lunghissima corda rossa, tutta ingarbugliata, arrotolandola nel fondo della cesta: alla corda rossa però erano legati dei lievi fili di nylon con in fondo un amo. Arrotolando la corda lunga, pazientemente, man mano che li trovavano, conficcavano gli ami in un pezzo di sughero attaccato a un bordo della cassetta.
In fondo alla spiaggia, sul frangente, c'era un gruppo di pescatori, tutti allegri, appena scesi dal porto. I più allegri erano dei ragazzi, alcuni coi calzoni arrotolati sulle coscie e scalzi, altri con gli stivaloni di gomma. Una barca era ferma sull'acqua bruna a pochi metri dal frangente, e dei pescatori vi si muovevano intorno. Dalla spiaggia i nuovi arrivati li interpellavano scherzosamente, e ogni tanto ridevano. Poi si misero tutti insieme a tirarla a riva, per un cavo: alcuni ragazzi coi piedi nell'acqua, la spingevano dalla poppa allegramente.
"Mo ar mare ce semo" disse Marcé sbadigliando. Erano tutti e due stanchi morti e la luce del mare li stordiva; Lucià a cavalcioni della bicicletta era rimasto fermo a lungo a osservare il lavoro dei pescatori, intontito, senza che essi alzassero nemmeno la testa. "Questi non ce filano pe' niente" brontolò. Marcé non sapeva la strada per andare a casa dei suoi parenti. Provò a rivolgersi a un uomo che non ne sapeva niente; un altro, tutto allegro, col cesto del pesce sul capo, ne sapeva ancor meno. Marcé allora decise di andare di là del porto, un canaletto d'acqua verde e a quell'ora quasi senza una barca: ricordava che la casa era sul mare, ma di qua del pescamontano, sulla spiaggia. Infatti poco dietro il porto, videro uno stabilimento, e, lungo la riva del mare, le file dei capanni deserti, battuti dal vento.
Il lungomare era egualmente deserto, e le piccole palme e gli oleandri, sulle aiuole, parevano selvatici, lungo quella strada che si spingeva pareva senza fine per il litorale. Ma dopo nemmeno mezzo chilometro, tra le rade villette, quasi alla fine, Marcé riconobbe la casa. Era addossata a un monticello pieno di viti. Il cancello era aperto. Entrarono con le biciclette fino all'uscio ma dentro non c'era un'anima, la villa era vuota come un tamburo allora cominciò a gridare: "A zia Maria", girando per il piccolo marciapiede intorno alla villetta, e battendo con le nocche ai vetri delle finestre. "C'ho na fame che non ce vedo" disse Lucià. "E a me lo venghi a di?" rispose Marcé, di ritorno al suo giro intorno alla casa vuota. Lui lo guardò:"Me fai rabbia me fai" disse. "Toh - rispose Marcé - attacchete a questo". "C'ho na fame che non ce vedo" ripeté Lucià. Scese pure lui dalla bicicletta e andò a ispezionare intorno alla casa. Dopo cinque minuti erano sul tetto.
Così, adesso, non restava che scalzare le tegole e andar dentro. Lo fecero e si calarono nel granaio che era tutto ingombro di patate e di grano: scesero giù per le scale e andarono dritti a cercare la cucina.
Intanto, però, mentre lavoravano sopra il tetto, alcune donne del paese li avevano visti, ed erano corsi dalla zia Maria in cooperativa gridando:"A casa vostra ce stanno li briganti" lei era venuta spaventata con tre o quattro giovanotti, solo, naturalmente, per cucinare ai briganti quattro uova al burro. Non aveva però riconosciuto Marcé, che era divenuto grande in quegli anni: quanto a Lucià il nipote le aveva detto, gridando, perchè era quasi sorda:"Questo è n'amico mio. Suo padre e sua madre sò morti in guerra".
La zia Maria non era cattiva: gli altri parenti però, un'altra zia e i cugini, quando verso mezzogiorno rincasarono, non trattarono con molto entusiasmo i due viaggiatori. A pranzo, nel piccolo salotto rosso, che sapeva di muffa e urina di gatto, lasciavano cadere il discorso quando si trattava della loro sistemazione a Terracina o delle ragioni che li avevano convinti a venirsene da Roma. I cugini, un ragioniere e uno studente, facevano un pò gli ironici e gli indifferenti: e nessuno accennò mai per nulla ad invitarli a restare. 
"A Marcé" disse Luciano quando furono soli, battendosi il naso con un dito. Marcé torse la bocca come per dire:"Che cazzo ne so". "Io tajo" disse Lucià. Marcé gli fece cenno che parlasse piano. "Non ce vojono? - continuò Lucià a voce più bassa, battendo le mani come per concludere un affare - Non ce vojono? Se taja". "Aoh" fece Marcé.
"Non andate a trovare lo zio Zocculitte?" - disse la zia, affaccendando in cucina. "E come no - gridò Marcé, guardando Luciano come se fosse una buona idea - c'annamo pure subbito".
"A quest'ora lo trovate" disse la zia Maria.
Uscirono e presero le biciclette, salutando. "Tornate a trovarci", dissero le zie, dalla soglia, cortesi.
Lucià corrugando la fronte, fece un suono con la lingua contro i denti che significava:"Ma li mortacci vostra". "Je rompemo il cazzo? - riprese per la strada - e chi li fila pe' niente: bon giorno, bon giorno, e te saluto Gesucrì". "E' regolare?" insistette, preso dallo slancio oratorio.
"Arriconsolate così" disse Marcello.
Lo zio Zocculitte abitava a vicolo Rappini sotto il Pescamontano, proprio sulla spiaggetta da dove arrivando avevano visto il mare. Intorno c'erano delle case crollate, poco più in là un bar: dietro un crocefisso di ferro con un mazzetto di crisantemi, si internava il vicolo tra le case di pescatori con le soglie coperte di reti sdrucide. Zio Zocculitte aveva sessant'anni, era solo, Vittorio, il suo garzone, stava per andare in quei giorni sotto le armi. Lucià e Marcé si sistemarono da lui.
Subito il giorno dopo cominciò la loro vita di pescatori; verso le dieci, dopo il lavoro delle coffe lo zio Zocculitte disse che era ora di andare. Vittorio prese la cesta e la coppa, e le appoggiò a terra davanti alla soglia: poi corse da un vicino a farsi prestare una bicicletta. Partirono verso la Mola che era una mezza dozzina di chilometri da Terracina; Vittorio reggeva la coppa lunga e pesante; Lucià e Marcé, in due sulla bicicletta, portavano la cesta. Il cielo era sempre minaccioso: giallo, terroso, bagnato, e soffiava scirocco con delle folate che inumidivano la pelle e i vestiti. La notte era piovuto e tutto era fradicio.
Arrivarono presto sull' Appia, costeggiata dal Fiume della Ligna, due interminabili strisce gialle, che si perdevano verso Velletri, verso Roma, tra alberi ancora verdi, casolari e fratte. Alla Mola scesero dalle biciclette, le appoggiarono una contro l'altra in modo che stessero in piedi, e cominciarono la pesca. Era Marcé che aveva indossato gli stivaloni, sopra dei grossi calzetti di lana, come Vittorio, mentre per quel giorno Lucià doveva soltanto stare a guardare e imparare.
Vittorio scese dentro il Fiume della Ligna, fin che l'acqua, sporca e piena di erbe, gli arrivò alla caviglia. Teneva la stira della coppa per una estremità. All'altra estremità la coppa, dove si attaccava la circhia con la sua rete stretta e profonda, partiva una cordicella, un cui capo Vittorio gli diede da reggere a Marcé, dicendogli di scendere nel fiume, due o tre metri davanti a lui, e camminare tirando la cordicella. Così cominciarono a camminare coi piedi nel pantano lentamente: e la rete scorreva in mezzo al fiume, sotto il pelo dell'acqua.
Lucià seguiva i due pescatori passo passo, come in una processione. Ogni tanto Vittorio guardava in alto, per vedere che facesse il tempo. Si era un pò schiarito: si poteva distinguere il colore del Circeo. Intorno stridevano degli uccelli, e in mezzo al fiume gorgogliava l'acqua smossa dalla rete: erano gli unici rumori. Vittorio e Marcè camminarono in quel modo per una mezzora, e non avevano fatto che cinquecento metri: si vedevano le biciclette in piedi in fondo alla strada. "Voltiamo" disse Vittorio. Prima però tirò a terra la circhia, e la pulì dalle erbe acquatiche che si erano impigliate: Lucià si avvicinò e vide che il fondo della rete era gonfio e si muoveva. "Quanti ce ne saranno?" chiese. "Un otto chili" rispose Vittorio. Poi ricomincirono a camminare verso il punto di partenza: ogni tanto, ancora, mollavano e pulivano l'orlo della rete. Quando furono alle biciclette, risaliro sulla riva, tirando fuori dalla rete i gamberi che dovevano essere quasi sedici chili, e li rovesciarono nello spasello.
Al vicolo Rappini verso mezzogiorno c'era calma: sull'acciottolato fangoso restavano riverse le reti rotonde e le pertiche. Ogni tanto passava qualche donna col cannadiejo di terracotta sul capo, e subito scompariva dentro in casa, sollevando la tenda penzolante davanti alla porta, una vecchia rete smagliata. Sugli scalini stavano a pazziare dei mammocci tutti sporchi coi visetti già ruggini dei pescatori, dentro certe palandrane sdrucide che erano già state dei fratelli maggiori. Qualcuno però, stava ancora a fare le coffe, seduto con le gambe aperte contro il muro scrostato di casa sua. Il solicello di mezzogiorno indorava il vicolo, che sentiva tutto di zuppe di fraulini, con l'olio e la conserva.
La casa dello zio Zocculitte era una sola stanza a pian terreno: in mezzo aveva un letto matrimoniale che lo occupava per quasi tre quarti: le sue immense spalliere erano di ferro nero, tutte piene di volute e ricami. Il poco spazio che restava nella stanza era pieno come una stiva. Tra il battente della porta del piccolo andito, e il muro, erano ammassate pertiche, spungoni, coppini, alti e sottili; e qua e là in tutti gli angoli, vecchi fieri, aci, cime arrotolate. Alla trave centrale del soffitto erano appesi due fili di ferro che reggevano un'asse sopra la quale erano accatastate le coffe. Davanti a una finestrella c'era la stufa, e su la stufa bolliva la zuppa di fraulini. Appena finito di mangiare, ricominciò subito il lavoro. Tutto vicolo Rappini riprese a risuonare, come se fosse un solo cortile. Vecchi e mammocci, non c'era nessuno che non lavorasse, e che lavorando non parlasse e non gridasse coi vicini. Se ne stavano a gambe larghe chini sulle coffe in strada; ma anche chi restava dentro, nella stanza, ai piedi del letto, era come se fosse all'aperto. Vittorio e lo zio Zocculitte avevano preso le coffe fatte alla mattina, e a una a una le aprivano, e lasciando i palametri arrotolati in ordine in fondo alla cesta, staccavano gli ami conficcati nel sughero e vi infilavano un gambero ognuno, posandoli poi sul coperchio aperto della cesta. C'erano centocinquanta ami per ogni coffa: e il lavoro durò fino alle quattro. Allora Vittorio si cambiò e andò a ballare. Lucià e Marcè rimasti liberi e soli, andarono a spasso lungo la Fiumarella dove c'era il porto: era pieno di barche di ogni specie, juzzi, paranze, paranzelle, lancie, lampare, motopescherecci. La lancia di zio Zocculitte, Mariagrazia, era invece sulla spiaggetta in fondo a vicolo Rappini, la prima che Lucià e Marcè avevano visto arrivando.
La sera andarono a dormire presto: sul letto matrimoniale dormivano Lucià, Marcè e lo zio Zocculitte; Vittorio dormiva per terra. Alle una di notte si alzarono per andare alla pesca
Coperto da grandi distese di nuvole cupe ma strappate qua e là in modo che vi si poteva scorgere qualche stella, il cielo era così aperto che il mare, sotto di lui, non si distingueva se non per qualche rara piega di luce. In compenso si sentiva più forte - tanto fragoroso, anzi, che riempiva tutta la notte - lo scroscio della marea.
La spiaggetta era tutta piena di luci. I pescatori che già erano arrivati avevano accese le lanterne sulle poppe delle lance, e dentro il cerchio del loro chiarore si muovevano, chinandosi sulle falanghe, alzandosi, puntando le braccia contro i bordi, per sgradare la barca.
Vittorio accese la lanterna sulla Mariagrazia, che la stagione prima era giunta ormai al suo ventiquattresimo anno, ma era ancora fresca, solida, leggera nella sua elegante zinconatura; dentro lo scafo tutto era in ordine. La sgradarono spingendola sulle falanghe, fin che non venne a dondolare sull'acqua viva.
Lo zio Zocculitte cominciò a remare verso l'alto, in direzione del Circeo: ma non si vedeva a due metri di distanza; il mare e il cielo erano un solo baratro di ombra impenetrabile e fredda. Qua e là sparsi per il golfo si vedevano i punti di luce delle lanterne delle altre barche, ancora radi: in quel momento, dal porto, usciva il convoglio di una lampara, tutto turgido di luce. Ma si lasciò presto indietro la riva, andando a rimpicciolirsi verso le acque lontane del Circeo.
Lo zio Zocculitte remava, Vittorio e gli altri due se ne stavano seduti in fondo alla barca.Tacevano, e si sentiva solo il fruscio del legno dei remi sul ferro degli scalmeri, contro il fragore immenso del mare.
"Si va lontano?" chiese dopo un pò con un filo di voce Luciano a Marcello. "E che ne so'?" fece Marcè: lo zio Zocculitte e Vittorio tacevano. Vittorio prese il posto di zio Zocculitte ai remi. "Andiamo fino alla scogliera" disse zio Zocculitte, seduto sul macellaro. "Sotto il Circeo" aggiunse. Tra lui e Vittorio remarono per quasi due ore. Ormai pareva che la terra fosse lontanissima: c'era solo il mare intorno così aperto che dava quasi un senso di paura. Invece, non erano molto distanti dalla terra: se, a quell'ora, ci fosse stata la luna, Lucià avrebbe visto sopra il suo capo alzarsi come un'enorme muraglia nera, più nera del cielo, il Circeo con le sue rupi e le sue foreste.
Fu così quasi ai piedi del Circeo che la barca si fermò, e Vittorio si chinò a scandagliare l'acqua. "Ci siamo?" disse lo zio. "Ventiquattro - rispose Vittorio - va bene". "Ventiquattro braccia" ripetè Luciano e Marcello.
"Siamo sulla scogliera" disse lo zio Zocculitte. Vittorio prese da sotto la prua il sughero quadrato, dove era infilata una canna alta un mezzo metro con in cima uno straccio nero: legò alla canna la seconda lanterna e l'accese. "Qui sotto - disse zio Zocculitte, mentre Vittorio lavorava - c'è Quadro. "Che è?" disse Lucià
"E' una città sepolta sotto le acque, negli antichi tempi".
"Sta qui sotto la barca?" chiese Lucià. "E come no, con tutte le sue chiese e i suoi palazzi. Era una città grande come Roma" disse lo zio Zocculitte.
Vittorio intanto aveva attaccato sotto il sughero una lunga corda, il calamiente, e all'altra estremità aveva legato il màzzero e un capo del palametro della prima coffa.
Intanto tutto il golfo andava riempendosi di piccole luci: s'erano raddoppiate, perchè ogni lancia aveva gettato il frascone con la lanterna in mare. Anche Vittorio gettò in mare il ffrascone: il sughero galleggiò, ondeggiando come ubriaco con la lanterna sul pelo dell'acqua, mentre il màzzero era scomparso con un tonfo portando, appunto, a ventiquattro braccia di profondità il calamiente e il palametro. Allora zio Zocculitte cominciò a remare pian piano, mentre VIttorio in piedi a poppa, dalla prima cassetta aperta, lasciava scivolare il palametro in mare, reggendolo con le mani: il palametro scorreva giù coi suoi fili di nylon ai cui capi c'erano gli ami con infilati i gamberi. Finita una coffa, Vittorio vi legava all'estremità la seguente. Dieci erano le coffe, in tutto quasi due chilometri di corda, e millecinquecento ami. La barca, guidata dallo zio Zocculitte, non si allontanava però dritta dal frascone, bensì a lente curve, in modo che i palametri in fondo al mare si adagiassero a serpentina; infatti il frascone ballonzolava fulgido e abbandonato a non più di un mezzo chilometro, quando le coffe furono finite. Allora Vittorio legò all'ultima coffa il secondo calamiente e questo al secondo sughero, senza lume, però,e lo gettò in mare.
Intanto la luna cominciò ad albeggiare, fuori dalle nuvole che coprivano i monti di Sperlonga. Il cielo apparve sgombro; e le uniche nuvole erano appunto quelle ammassate laggiù e sbiancate dalla luna.Tutto il mare, tra il Circeo e Sperlonga, era punteggiato da centinaia di lumi. Il fianco del Circeo, colpito debolmente dalla luna, si alzava fino alle stelle, turchino contro il turchino del cielo.
Fu dunque sotto i raggi della luna che Lucià vide salire su dal mare i primi pesci. La barca si era staccata dal secondo frascone, senza luce, e a rapidi colpi di palelle, si era riavvicinata al primo, tutto sfolgorante. Vittorio lo tirò sulla barca e spense la lanterna, poi fece a rovescio il lavoro che aveva fatto prima: cominciò a tirare i palametri sulla barca, raggomitolandoli in disordine dentro gli spaselli. Lucià e Marcè gli si fecero vicini, pieni di ansia. I palametri venivano su dal mare coi loro fini penzoloni e gli ami vuoti. Poi, dopo venti o trenta ami, comparve il primo fraulino, tutto palpitante. Vittorio lo strappò dall'amo, e lo gettò nella cassetta ai suoi piedi. Lucià si chinò a guardarlo, con la sua pancia lucida colpita dalla luna e il suo occhio rosa.
"Adesso viene il palametro con gli ami grossi" disse Vittorio continuando sempre a lavorare con le mani. "Nella prima coffa un solo fraulino" disse Lucià deluso, guardando il fraulino morente dentro la cesta. Vittorio e lo zio tacquero. Intanto il palametro con gli ami grossi emergeva gocciolante e senza preda .Poi d'improvviso apparve un dentice, e dopo poco un altro dentice, grande, pesante, chiaro come l'argento. Poi uno schiantaro, un sarago, e un alto dentice; e un ronco di tre chili. Lo stesso zio Zocculitte lasciò i remi per venire a osservarlo. Vedendo che era silenziosamente contento, Lucià esclamò:"Vi abbiamo portato fortuna".
Intanto i palametri si seguivano uno dopo l'altro, ora vuoti, ora coi pesci a cui la luna faceva luccicare le scaglie. Le grosse mani di Vittorio li staccavano e li gettavano a svincolarsi dentro la cassetta. Variati, palombe, mafroni, cocce, schiamuti, cergne, tracine, fraulini, i piccoli fraulini.
Passarono così quasi due ore; l'ultimo fraulino cadde nella cassetta che già lo illuminava il sole, non più la luna, e il fianco del Circeo si alzava buio contro il cielo e il mare già bianco nella luce del giorno. 

Pier Paolo Pasolini 



Il racconto pasoliniano, inedito, è stato reperito dagli studenti dell'ITS Bianchini di Terracina (Latina), insieme al loro professore, Giovanni Iudicone, presso il Fondo Pasolini di Roma - giugno 1999


Fonte: http://amicidiletture.blogspot.it/search?q=terracina



Curatore, Bruno Esposito

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lunedì 21 dicembre 2020

Pier Paolo Pasolini: Er morto puzzerà tutta la settimana - L'Unità, lunedi 28 ottobre 1957

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Pier Paolo Pasolini: 
Er morto puzzerà tutta la settimana

L'Unità, lunedi 28 ottobre 1957

(Trascrizione dal cartaceo, curata da Bruno Esposito)



Romanista non sono, e neanche laziale. << So der Bologna >>.
Lascio immaginare l'animo con cui scrivo queste righe. Penso ai tifosi bolognesi, miei correligionari. La cosa è tragica: lo vedo qui, nelle. facce dei laziali. Tutti Maramaldi i romanisti, tutti Ferrucci i laziali. Non si può non avere simpatia per i vinti: i vittoriosi me lo concederanno...
Lo spettacolo il solito. I colori più belli erano quelli di Rama: I'azzurro del cielo di ottobre, e il verde dei pini in frotta sulle pendici classiche.
Perchè  quanto allo sport niente azzurro, niente bianco, niente rosso e niente giallo.
Motto grigio, invece, il grigio delta noia, della paura, dell'incertezza. Bah. Come sempre!
Questi giovanotti che giocano ogni domenica sono bombardati da traumi di ogni genere: razionalistici da parte dei critici, passionali da parte della folla, un misto (tanto per poter tirare avanti) da parte degli allenatori. Comunque domenica per domenica vanno II sul campo a dimostrare che il gioco e comechessia, un concetto.
Un concetto umano, storico, terrestre: esposto quindi a ogni rischio e a ogni negazione e, naturalmente, agli improvvisi empiti « inventivi » (com'è stato oggi per l'ultimo quarto d'ora della Roma). II contrario del tifo, che è invece una astrazione, una costellazione fissa, un dogma. Io, per conto mio, sopporto con gran pena il tifo di tipo, diciamo, napoletana, ( s'intende che tutti gli italiani sono un po' napoletani: bolognesi compresi). Per dirla con Benedetto Croce, il tipo e uno  << pseudo-concetto >>. Fonte. quindi di errori, aberrazioni e angosce.
Avete mai osservato le figure delle rèclames? Non so, per esempio, un tipo che corro a tutta velocità (cosi da avere almeno il fiatone) con le sole gambe, mentre la faccia se ne va per conto suo, illuminata dal sorriso radioso dovuto alla coscienza della bontà di un lucido da scarpe. Il tifoso di tipo, diciamo, napoletano, è un poco cosi: sa, è illuminato, beato lui, da una specie di
grazia. A nulla valgano i ragionamenti, e tanto meno le dimostrazioni e le esperienze di ogni domenica davanti al gioco reale.
Egli ha una porzione di cervello (la principale) staccata dal resto; e capace, sotto quell'illuminazione carismatica, di un solo, lisso, immutabile pensiero. Tutto ciò che e fisso e precostituito genera immobilità: genera cioè la maschera, la << macchietta >>. II che umilia l'uomo. lo ho pena quando vedo tifosi, appunto, in maschera, con ciucciarelli, ecc.
Nulla e più angoscioso della aspirazione << panem et circenses >>: pensate a Lauro...
Per fortuna a Roma, i tifosi di questo tipo non sono molto numerosi: le uniche << maschere >> che si vedono in giro, praticamante, sono dei giovincelli con in testa il cappello di carta giallo - rossa o bianco - azzurra, le camicie fuori dai calzoni, la faccetta malandrina particolarmente accesa, e, qualche volta, una bandiera della << squadra del cuore >>. Poi cantano una cantilena molto infantile: << Li avemo imbottigliati, ooh, oh, ooh, oh. E nun ce vonno sta! >>.
Fatto sta che Roma è veramente una grande città: la identificazione del tifoso con la squadra non sublima sentimenti ristretti, provinciali e municipali. E poi nel romano c'è sempre quella dose di scetticismo e distacco che lo preservano sempre dal ridicolo.
Nella propria squadra egli non esalta glorie cittadine, meriti sportivi e altre cose noiose di questo genere: egli esalta la propria << dritteria >>. E un << dritto >> è un << dritto >>.
Tutto questo per quel che riguarda il tifoso popolare: per quel che. riguarda il tifoso borghese... beh è un altro discorso. Riaffiora la provincia. Sono però commoventi, in questo senso, gli immigrati da poco: il loro amore per la Roma strappa le lacrime. L'amano disperatamente, e gridano poco: ingoiano dolori c macinano gioie in silenzio. E non dimenticano facilmente.
II contrario dei romani, specie giovani, che hanno sempre la parola pronta che definisce subito l'idea e, con questa, la supera. Ciò che più fa soffrire o gioire il romano alla sconfitta o alla vittoria della sua squadra è l'idea dei discorsi che dovrà fare al bar o dal barbiere. Certo! Un << dritto >> può forse perdere? E se vince, può forse non fare dell'ironia - magnanima - sui vinti?
Guardate il << Mozzone >>, per esempio, che avendo visto annunciato sull' << Unità >> questo mio articolo, mi ha subito telefonato, da Torpignattara: << A Pà,  nun tazzardà a di male de la Rorna, eh! >>. Poi l'ho visto, coi suoi umici, er << Patata >> e << Giancarlo >>, sotto l'obelisco di Mussolini: già passione e gioa erano scontate. Egli ha definito e sistemato subito tutto con due parole, non appena
fummo in vista di San Pietro: « Scrivi nell'articolo — ha detto — che er morto ancora puzzava, come semo usciti dallo stadio. E puzzerà tutta la settimana >>.

PIER PAOLO PASOLINI

(Trascrizione dal cartaceo, curata da Bruno Esposito)


Curatore, Bruno Esposito

Collaborano alla creazione di queste pagine corsare:

Carlo Picca
Mario Pozzi
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Giovanna Caterina Salice
Simona Zecchi

venerdì 18 dicembre 2020

Pasolini - Roma, stupenda e misera città.

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro





Roma
[...] 
Stupenda e misera città, 
che m'hai insegnato ciò che allegri e feroci 
Gli uomini imparano bambini, 
le piccole cose in cui la grandezza 
della vita in pace si scopre, come 
andare duri e pronti nella ressa... Stupenda e misera 
città che mi hai fatto fare 
esperienza di quella vita 
ignota: fino a farmi scoprire 
ciò che, in ognuno, era il mondo.

Però, da cinque o sei anni tutto questo è finito. 

[...] Perché finché il protagonista della vita romana era il popolo, Roma è rimasta una metropoli, una metropoli scomposta, disordinata, divisa, frazionata, ma comunque una grande, confusa, magmatica metropoli. Nel momento, invece, in cui s'è compiuta l'acculturazione, attraverso soprattutto i mass-media, il modello del popolo romano non è più nato da sé stesso, dalla propria cultura, ma è stato un modello fornito dal centro: e da quel momento Roma è diventata una delle tante piccole città italiane. Piccolo borghesi, meschine, cattoliche, impastate di inautenticità e di nevrosi. 

[...] Questo processo di acculturazione, cioè di trasformazione delle culture particolari e marginali in una forma di cultura centrale che omologa tutto, è avvenuto pressoché contemporaneamente in tutta Italia. A ciò hanno concorso diversi elementi. Lo sviluppo della motorizzazione, per esempio. Quando cade il diaframma delle distanze, vengono meno anche certi modelli umani. Oggi il ragazzo della borgata inforca la motoretta e viene "al centro". Non si dice neanche più, come si diceva, "vado dentro Roma". Il centro li ha raggiunti. È finita l'avventura. Il ricambio tra centro e periferia è rapido e continuo. 

[...] C'è un diaframma tra il centro e la periferia. Fino a qualche anno fa erano addirittura due città diverse. Adesso in apparenza un po' meno. 

[...] Prima gli uomini e le donne delle borgate non sentivano nessun complesso di inferiorità per il fatto di non appartenere alla classe cosiddetta privilegiata. Sentivano l'ingiustizia della povertà, ma non avevano invidia del ricco, dell'agiato. Lo consideravano, anzi, quasi un essere inferiore, incapace d'aderire alla loro filosofia. Oggi, invece, sentono questo complesso d'inferiorità. Se osserva i giovani popolani vedrà che non cercano più di imporsi per quello che essi sono, ma cercano invece di mimetizzarsi nel modello dello studente, addirittura si mettono gli occhiali, anche se non ne hanno bisogno, per avere un'aria da "classe superiore".

(Da un'intervista di Luigi Sommaruga, Il Messaggero, Roma, 9 giugno 1973)



Curatore, Bruno Esposito

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domenica 13 dicembre 2020

Pasolini, la sceneggiatura-racconto dimenticata - La (RI)cotta

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Pasolini, la sceneggiatura-racconto dimenticata - 
La (RI)cotta - inedito
Film non realizzato
racconto
L'Unità, domenica 6 dicembre 1964
Disegni di Bruno Caruso 

(Trascrizione curata da Bruno Esposito)


 
1°)   Vedrete un salone liberty. Dentro vedrete i < Parenti > (< Parenti tutti >), in due file, davanti i più bassi dietro i più alti. Vedrete che saranno tutti brutti. Li vedrete ballare il twist (1963).
come color che un colpo al basso ventre piega in avanti col sedere indietro. e furba beatitudine negli occhi. 
Li sentirete lanciare urla e vociferazioni con l'accento dell'Adalgisa, mentre lei, la marchesa Crespina Agnellini in Pirelloni,
"la sigherà adiritura in milanes". 
Nella colonna sonora prevarrà, con festosità reiterante prossima a litania, l'allocuzione famigliare
< Viva il nostro Papà >

2°)  5 o 6  PPP del principe De Curtis, il Papà, i cui effati celtici al telefono sveleranno anche al pubblicò più cretino (< in via di sviluppo >) i seguenti dati:
a) egli è un grande industriale milanese, e
b) sta per lanciare un nuovo prodotto e quindi si accinge a condizionare alcuni milioni di connazionali,
c) nel frattempo sta portando a termine un affare (speculazione edilizia, vendita di un'intera strada con palazzi del Settecento e dell'Ottocento) per il valore di vari miliardi,
d) sta seguendo una campagna elettorale per le elezioni amminitrative in < una città del Tacco > , dove ha intenzione di impiantare una succursale della sua industria, cercando un uomo di paglia tra gli avvocati del posto,
e) che è anche Presidente di una grande casa di Produzione cinematografica, il cui film < Botte ai buoni borghesi > di prossima programmazione in Italia, lo preoccupa per i suoi contenuti politico-religiosi, e che quindi decide
f) di andare, si, ad assistere alla lettura di poesia da Bagnacàudi, del poeta soggettista del film (per ragioni di flashes pubblicitari), ma contemporaneamente
g) di far venire davanti al Sacrario della poesia un gruppo di giovani del Comitato italo-isterico (appendice attivistica del P.I.S.C.I.O.), per coprire di ignominie e insulti il poeta, e infine
h) di interessare un avvocato per far fare una denuncia contro quello stesso poeta: nella sfilza dei reati di vilipendio, ce ne sarà qualcuno di cui incriminarlo, quel poeta del cavolo!

3°) Contro la cornea il < twist del boom > ....... adesso nel ballo dei subnormali ipersviluppati si sentiranno lacerti di osanna al Capitalismo all'antica altro che Neo-Capitalismo e Centro-Sinistra altro che Giovanni XXIII e Giovanni XXIII . viva la < Edison >, porca miseria !

4°)  Libreria Bagnacàudi.   Int. Giorno.  II poeta sta leggendo dei versi impegnati davanti al pubblico intellettuale, tra cui il principe de Curtis, che da ora in poi chiameremo Mater Danarosa.
Dall'esterno si sentono, grida, botti, pernacchie ecc.
Crescono, crescono, della gente esce ecc. Tafferugli. Intervento polizia.

Libreria Bagnacàudi. Est. Giorno. I giovani del Comitato Italoisterico, in C. L., racchioni, ciccioni, bagoloni, mosciardoni, coglioni, coi cartelloni:
« Viva Papà »,
< Viva la Terra Madre >,
«Viva la moralità»,
« Viva tutte le parole con le iniziali maiuscole » ecc. 
Gazzarra, pugni, indignazione ecc.
La Mater Danarosa che guarda col mistero e il distacco del padrone.
Il suo mistero e il suo distacco si fanno poi fisici, concretandosi in un movimento che lo portano ai margini del caos increscioso, sotto gli alberelli della grande Via della Dolce Vita, e li, ah e ll...

... Una bambina, una bambina dagli occhi di pane fresco, di mare pescoso, azzurri come un cielo rovesciato — d'una purezza che colpisce in pieno petto come un pugno, silenziosi, spalancati, severi, candidi. (Una bambina stracciona che va chiedendo l'elemosina suonando il violino, secondo la tecnica di Charlot).

Il Mater Danarosa domanda, " e lei risponde, con la diligenza della  timidezza: il nome, il cognome... una vocetta innocente, piena di tutta l'allegria del mondo fuori dalla. storia... Suo padre si chiamava Stracci, è morto sulla croce... si, è morto sulla croce facendo in un film la parte del Ladrone Buono... e morto di fame, o di indigestione, per aver mangiato troppa... RICOTTA... Nel dirlo ride e piange... Poi ricomincia a suonare la sua canzoncina al violino, con la vecchia nonna sorda accanto... Piano piano la canzoncina si muta in un sublime motivo di Bach, e i Primi Piani del Mater Danarosa e della Bambina si alternano mille volte.

5°) Vedrete una borgata, non lontana dal cuore di Roma, anzi, a due passi da San Pietro. La cupola di San Pietro, la vedrete, è sempre li, in fondo ai praticelli zellosi, agli spiazzi secchi, agli ammucchiamenti ubriachi di baracche, ai montarozzi d'immondezza, alle stradine tra le frattacce sventrate: e, intorno, la visione dei grattacieli appena alzati, opere della nuova ricchezza, baciati dal sole.

Il Mater Danarosa scende (lunga carr. indietro) dalla sua macchina, e s'interna in quel letamaio, candido al sole.
Cerca la Bambina Stracci.
A ognuno a cui domanda indicazioni, dà un mucchio di soldi liquidi (sempre secondo la tecnica classica; un balletto se vogliamo un po' zavattiniano, insomma: poveri matti, e soldi che volano come uccellacci al sole della borgata).
Finalmente la Bambina Stracci è scovata, nella sua baracca orrenda, di legno putrido e secco come baccalà. E li il Mater Danarosa vuol sentirla suonare. I PP. del Mater Danarosa e della Bambina si alternano mille volte, straziati, ridotti a polpette di tenerezza dalle celesti iterazioni di Bach.


6°) Torna l'idea del twist del remoto '63. Twist di vipere scatenate, che ballano
come color che un po' di pepe al culo fa rotear sul perno della pancia ritratti, come vèrmini acciaccati.
Il dolore è quello della perdita della certezza del capitale nell'incertezza esistenziale.


7°) Ma lui il Danarosa è diventato da capitalista neo-capitalista, per ragioni di < storicità interiore >, in qualche modo mistica — che altre non ce n'è, se non le botte — e la vecchia Pietas, l'Amore dell'epoca antropologica classica, si sono trasformati in Azione. Ma di ciò in seguito. Per ora, al posto delle baracche, il Danarosa sta facendo progetti per costruire - palazzine moderne, ', con Supermarket, asili' infantili e. tutte quelle cose lì.
Intorno i baraccati son tutti contenti, e scrivono cartoline in Calabria e in Sardegna per fare venire i loro parenti ecc. ecc. (gags per Zavattini o Sonego).
L'amore ipostorico del Mater per la Bambina Stracci (che sarà l'Angelo in un film sul Vangelo - nota dell'a.) è al culmine, sempre sotto il segno della musica sacra dei tempi antropologicamente umani. Tanto al culmine, che i fratelli Stracci, che sono andati fin dalla più tenera età a Scuola da Paraguletti, pensano di fargli un ricatto... E i soldi volano, volano, nel sole di stoccafisso del mondo della fame.


8°) La marchesa Crespina  Agnellini in Pirelloni, coi parenti tutti, si sono tatuati, si sono messi le penne in testa, e hanno afferrato l'ascia di guerra. La musica del twist e ora un arrangiamento dal < Rigoletto >, ' e, ballandolo, gli allievi dei Gesuiti e delle Dorotee, lanciano urla selvagge, contro l'ex-Papà:
PAZZO PAZZO PAZZO PAZZO! 
FONDU 

9°) Rappresenterò, a questo punto, in totale, il sacro silenzio del tribunale. La gloriosa sala liberty, che sarà nei prossimi decenni dedicata ai bagni turchi, ma che intanto rappresenta ancora la maestà nazional-dannunziana in tutta la sua tragica bruttezza.
Rappresenterò, in C. L., col massimo rispetto, l'ingresso dei giudici ecc.
E, a sorpresa, nel silenzio rispettoso, il PP. del regista del film < Botte ai buoni borghesi >, che adocchia la Bambina Stracci (testimone).
Egli è fulminato da un'idea: scoprirla, lanciarla, farne una Diva! Chiama i fotografi, paparazzo grande fra i paparazzi piccoli, e flash, flash, flash, la Bambina Stracci è eternata nell'ambiente contro Crocefissi e Toghe, col suo sorriso di terre arabe, zucchero azzurro.
Rappresenterò poi, facendo andare la macchina a 12, secondo l'epica accelerazione chapliniana, la sfilata dei testimoni. A tutta velocità sfileranno uno dopo l'altro i Parenti Tutti, vomitando, come scariche sberleffi e orrende accuse di PAZZIA all'ex-Papà — che se ne sta col suo scucchione come un Cristo sul banco degli imputati. Alla fine di ogni testimonianza, ognuno rende concreta la propria esecrazione morale, prendendo una torta di RICOTTA da un vassoio retto li accanto da un vecchio servo di  famiglia, e gettandola, pànfete sulla faccia del rispettivo padre, zio, nipote, fratello, cugino, cognato, suocero, genero: toh, prendi, matto, prenditi questa ricotta in faccia, e va via, va a durmi, matto, mat d'un : mat, d'un mat, d'un mat! .


DISSOLVENZA
"Adesso tocca testimoniare al Poeta: la macchina va a velocità normale, e nella pace della luce che filtra dal dolce mondo, giù dai davanzali di vainiglia, egli dice le ragioni della Pazzia del vecchio Capitalista lombardo, sulla via del neo-capitalismo al di fuori della razionalità, per un vecchio sentimento d'Amore, destinato rapidamente a invecchiare nel futuro del mondo reale del neo-capitalismo, dove, a mascherare la brutale realtà delle cose, i sentimenti dovranno essere definitivamente finti.

DISSOLVENZA
Un urlo di rapace annuncia che la Corte rientra; e, sempre nel massimo rispetto consentito dall'architettura nazional-termale, la Corte pronuncia il verdetto:



INTERDIZIONE. 

10°) Un manifesto per le strade — quelle per cui passava Arcibaldo nell'America degli Anni Trenta: sul manifesto campeggia lo scucchione del Mater, che, onesto, mortificato, chiotto, volge intorno gli occhioni da interdetto, mentre sotto, occhieggia la scritta delle vipere:
« Cattolici, ' non votate più ' ' Mater Danarosa: egli vi tradisce con i social-comunisti »
(ogni riferimento a un manifesto simile apparso l'anno scorso, contro Fanfani o Moro, ad opera del MSI è puramente casuale). 
Il Mater in carne e ossa passa ' davanti alla sua effige: senza più la sua macchinona, a pedagna, col cavallo di San Francesco, e piuttosto male in arnese. Schierati davanti a un Liceo, i mammoni, bagoloni, racchioni, coglioni coi loro cartelloni, lo guardano, con l'ironia dei prodi, degli intatti, che benché squisiti fiori di borghesia, possono concedersi la violenza militaresca e popolana della viril pernacchia.
E lo < spectaculum vulgi >, se ne va, col suo scucchione, seguito da un coro di pernacchie nazionali, per la Via del Barbone.


11°) E' la strada che porta nel mondo umanistico dell'Amore. La borgata polverefango dominata dalla cupola oromarmo. Cerca di Baracca in baracca la sua Bambina Stracci, l'angelo dagli occhi di pane che fu emblema di quell'Amore: ma non ha più soldi, per ottenere informazioni: deve mendicarle. (Balletto zavattiniano alla rovescia, con secco, rapido, significativo, esplicito < voltar di spalle» da parte della gente già beneficiata, che dà chiaramente a divedere come nei film americani di Capra, i suoi sentimenti nuovi, che sono di sufficienza, disprezzo e noia contro l'ex benefattore. Il buon selvaggio è cattivo. E perchè dovrebbe essere buono?).
Arriva, il Mater, al tugurio degli Stracci: ma la Bambina non c'è. E' laggiù, nel cielo delle Gaioni, delle Sandrelli, delle Spaak. Qui c'è un mucchio di parenti maschi venuti da Sardegne e da Calabrie, neri, ancora, e torvi, perduti come lupi nella loro alloglossia.


12°) Twist di trionfo del Parenti [tutti con osanna osanna al Corriere della Sera e appelli alle ombre di Balbo e di Schuster...........


13°) Il Mater è ora un barbone, e da bravo barbone, vaga per il fango e la polvere della borgata, lungo il filo bruciante di sole dei grattacieli lontani. E' brutto, brutto ch'el fa spavent, co la palandrana, i scarp che paren cos, la barbacia longa de tre di.
Il gà fame, povareto. Mannaggia, non ciò un c... da magna. Va parlando da solo sotto una scarpata, piena di manichi di vasi da notte, bottigliette di medicinali, ovatta sporca di iodio, fondi di ceste marce, carogne di gatti coi dentini scoperti... Finalmente trova un secchio di immondezza, e cerca li dentro se trova qualcosa da mangiare. Arriva anche un cane, che ha le stesse intenzioni. Ma indugia un po' per ragioni di delicatezza, facendo finta di essere li per caso, stirandosi, e leccandosi le labbra distrattamente. Ma il Mater gli fa posto, e cosi cercano tra l'immondezza - insieme da buoni compari. Cercano, capano, ogni tanto mangiano qualcosa: e, intanto, cominciano a scambiarsi qualche parola. Il Mater si sente vicino alla fine, e vorrebbe lasciare le sue ultime volontà a quel solo casuale amico delicato. Ma... non ha « ultime volontà »: non ha che il desiderio di averle... Cerca, cerca, costernato dentro di sé,  ma non trova parole per esprimerle, né come capitalista, né come barbone. Non sa niente, lui, non sa quello che gli è successo, non sa quello che è successo, e succederà, al mondo, quali siano le ragioni dell'ingiustizia, del dolore, dell'amore e della mancanza d'amore. C'è dentro, in tutto questo, ma non Io sa. Cosi muore, senza lasciare neanche una parola.
Il cane, povero santo, mormora una preghiera (o se questo dovesse suonare vilpendioso alla religione, un elogio funebre laico): poi se ne va, su per l'erba che incrosta come una rogna la scarpata.
Pier Paolo Pasolini

(Trascrizione dal cartaceo curata da B.Esposito




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Mario Pozzi
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Giovanna Caterina Salice
Simona Zecchi

mercoledì 2 dicembre 2020

Pier Paolo Pasolini La Bibita - Il Quotidiano del 25 giugno 1950

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Biblioteca nazionale centrale Roma

Pier Paolo Pasolini
 La Bibita

Il Quotidiano
25 giugno 1950 

Biblioteca nazionale centrale Roma


(Oggi in "Storie della città di Dio", a cura di Walter Siti)




@Eretico e Corsaro - Le Pagine Corsare

Curatore, Bruno Esposito

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