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sabato 13 marzo 2021

Intervista a Giuseppe Bertolucci sul documentario "Pasolini prossimo nostro"- Pier Paolo Pasolini

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro





intervista a Bertolucci,su radio Radicale.






                                                                                                                                            Fabio Fulfaro
La morte non è nel non potere più comunicare, ma nel non potere più essere compresi… Nel tempo dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario! (Pier Paolo Pasolini)

lunedì 28 dicembre 2020

Pasolini Prossimo Nostro, di Giuseppe Bertolucci

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Pasolini Prossimo Nostro, di Giuseppe Bertolucci

Presentato come Evento Speciale nella Sezione Orizzonti della 63° Mostra del Cinema di Venezia, "Pasolini prossimo nostro", un documentario realizzato da Giuseppe Bertolucci, che prende il via da un’intervista rilasciata dal regista friulano a Gideon Bachmann durante la lavorazione di "Salò: le 120 giornate di Sodoma".

L’intervista è alternata alle foto in bianco e nero scattate da Deborah Imogen Beer sul set, che scorrono dando quasi il tempo alle parole di Pasolini e che raccontano, come fosse un fotoromanzo, quello che si rivelerà essere l’ultimo film girato dal regista. 
"Salò" è stato il film dello scandalo e ha subito censure che ne hanno posticipato l'uscita in sala di alcuni anni, quasi gli stessi disagi e ingiustizie inflitte al suo autore, assassinato il 2 novembre del 1975 all'Idroscalo di Ostia poco prima di finirne il montaggio definitivo.
A trentun’anni dalla scomparsa di Pasolini, se ne torna dunque a parlare attraverso un'intervista amara e disarmante, come lo stesso regista fa notare al suo interlocutore, una confessione sulla dannazione del consumismo. Un manifesto contro i giovani omologati e senza virtù, una dura accusa all'anarchia del potere, una cristallizzazione delle idee nichiliste che tormentavano il Poeta di Casarsa. 
"Salò" è il fine ultimo delle ideologie, un viaggio senza speranza, tratto liberamente dal romanzo del Marchese de Sade e ambientato nell'elegante cittadina lombarda durante il secondo conflitto mondiale. 
Le sue parole sono sorprendenti per la modernità del pensiero che esprimoni - estremamente attuale e che il titolo del
documentario coglie con quell’espressione "prossimo nostro" - e per la profondità dei concetti. Mentre osserviamo le immagini di "Salò", testamento spirituale ed artistico di Pasolini, lo ascoltiamo scagliarsi contro il potere "che mercifica i corpi" in nome del consumismo di cui non si può più fare a meno.

Il tono impassibile e statico dell’opera originaria viene qui esasperato dall’esclusivo ricorso al fotogramma fisso. Il bianco e nero porta le immagini all’ambientazione temporale del film rendendo più evidenti certe connessioni che ovviamente Pasolini aveva chiare: come l’uso di due icone del cinema dei telefoni bianchi, Caterina Boratto e Elsa De’ Giorgi, nel ruolo di turpi narratrici.
Un documentario asciutto e privo di retorica per far apprezzare, a chi ancora non lo avesse fatto, la figura di uno dei più grandi e geniali intellettuali del secolo scorso e che invoglia, chi già lo conoscesse, a rivedere i capolavori pasoliniani.
Bertolucci non vuole dire la parola definitiva su "Salò", ma riportarlo all’attenzione mediante una sintesi che è speculare, nel suo piccolo, a quella che Pasolini ha compiuto su de Sade. E l’utilità del suo documentario è soprattutto quella di ricordare, cosa non sempre recepita, come l’estremo, disperato addio di Pasolini non sia solo una sdegnosa chiusura verso il mondo, ma un testo aperto e ancora denso di problematiche da affrontare.
Emanuela Semeraro

Fonte: aise



CAST ARTISTICO E TECNICO

  • Regia: Giuseppe Bertolucci 
  • Interpreti: Pier Paolo Pasolini
  • Il cast e la troupe di “Salò o le 120 giornate di Sodoma” 
  • Voce: Pier Paolo Pasolini 
  • Fotografie: Deborah Imogen Beer 
  • Interviste: Gideon Bachmann 
  • Montaggio: Federica Lang 
  • Supervisione montaggio HD: Paolo Benassi 
  • Supervisione musicale: Fabio Venturi 
  • Musiche: F. Ansaldo, C. A. Bixio, F. Chopin, A. Moretti, C. Orff Musiche eseguite da: Nanni Civitenga, Monica Ficarra, Ensemble Roma Sinfonietta diretta da Claudio Casini e Nuovo Coro Lirico Sinfonico Romano diretto da Francesco Lanzillotta 
  • Montaggio suono e mix musiche: Damiano Antinori 
  • Studio di registrazione: In A Box Studio, Roma 
  • HD film mastering: Digital Film Lab, Copenhagen 
  • Digitalizzazione foto: Studio Grafite,Roma 
  • Montaggio SDI e HD: ID4, Roma 
  • Postproduzione audio: In A Box Studio, Roma 
  • Mix: Francesco Tuminello - Technicolor Sound Services, Roma Trascrizione dialoghi: Claude Woznick 
  • Organizzazione: Angelo Palmieri, Laura Scarinzi, Cristina D’Osualdo 
  • Produzione esecutiva: Angelo S. Draicchio 
  • Produzione: Ripley’s Film Srl / Cinemazero 
  • Origine: Italia/Francia 
  • Anno: 2006 
  • Formato: 1:1.33 
  • Supporto: HDCAM SR / 35mm 
  • Durata: 63’



Nota del produttore.

50 ore di interviste audio, 3.000 metri di negativo cinematografico, 7.200 fotografie, centinaia di pagine di trascrizioni audio, 23 mesi di lavoro, tra preparazione, riflessioni, pause, discussioni e ripensamenti, un risultato di 63 minuti circa.

Sono trascorsi poco più di 2 anni dal momento in cui Andrea Crozzoli e Piero Colussi mi proposero di realizzare insieme un documentario su Pasolini, utilizzando l’enorme quantità di materiale girato da Gideon Bachmann e Deborah Beer sul set di Salò o le 120 giornate di Sodoma, e sono trascorsi quasi due anni dal giorno in cui, con Giuseppe Bertolucci, a cui avevamo deciso di affidare la regia, saggiammo i primi materiali a Pordenone.
Nonostante questi avessero un forte impatto emotivo - e fossero in buona parte assolutamente inediti -, altrettanto forte fu la sensazione di incertezza che provammo nell’immaginarne un film, per di più l’ennesimo, su una delle più importanti personalità della cultura italiana del ‘900.
Decidemmo comunque di provarci, trascrivendo dapprima tutto l’audio a nostra disposizione e analizzandolo, quasi fosse un testo incompiuto, abbandonato dall’autore. Un puzzle confuso da cui emergeva, a tratti tenera, la voce inconfondibile, potente, di un Pasolini amarissimo e disilluso che abiura la Trilogia della vita e, lucidamente, non lascia speranza alcuna. Un testo a cui abbiamo voluto dare voce, contestualizzandolo, con le immagini del regista alle prese con quella che sarà la sua ultima e straziante opera.

Piaccia o meno, Pasolini prossimo nostro ha la valenza di un definitivo testamento intellettuale; vuole essere un ulteriore tassello nella memoria collettiva, vuole dar voce, ancora una volta, a una delle intelligenze più vive e lucide della nostra cultura e, in generale, del secolo scorso.
Angelo S. Draicchio



Riassunto della trama.

Una voce, calma ed inconfondibile, emerge dal rumore di un operoso, disciplinato set cinematografico. È la voce di Pier Paolo Pasolini, al lavoro per completare la sua ultima, contestatissima (e postuma) opera cinematografica: Salò o le 120 giornate di Sodoma.

Nonostante le enormi, preventive polemiche suscitate dal film, un Pasolini tranquillo, quasi gioioso, si lascia seguire sul set da una piccola troupe capeggiata dal giornalista Gideon Bachmann, che lo coinvolge in una lunga, straordinaria intervista/conversazione.
Inizialmente perplesso, Pasolini trasforma l’intervista in un lucido e violento attacco alla società; un grido d’allarme che assieme alle immagini del set da vita ad una sorprendente sovrapposizione tra film e realtà a svelare la metaforica messa in scena pasoliniana della modernità.
È un Pasolini inedito, drammaticamente disperato e sdoppiato nel suo non concedere/si un futuro,una possibilità, seppure accennata, nel catartico e liberatorio primo finale del film, eliminato dal regista e qui ricostruito fotograficamente.




Note del regista

Il termine fotoromanzo, associato a un film “maledetto” come il Salò di Pasolini, sembra incongruo e quasi inopportuno. E invece a me pare assolutamente appropriato, perché di un foto-romanzo si tratta. Con Federica Lang abbiamo rivisitato il piccolo tesoro delle foto di scena di Deborah Beer (impeccabili sul piano della fedeltà e della qualità) e abbiamo creato una sorta di sintesi dell’ultima opera di Pasolini: sostituendo le immagini fisse alle sequenze cinematografiche. Ma l’archivio di

Gideon Bachmann conteneva anche alcune preziose testimonianze (filmate e sonore) dell’autore, che abbiamo posto a commento del nostro fotoromanzo. Arrivando, io credo, a una rilettura  inedita, assolutamente attendibile, di uno dei film più sconvolgenti degli anni settanta. Dalla quale emerge,potente, la spietata analisi pasoliniana di una società italiana sempre in bilico sulla voragine del fascismo. Il suo grido d’allarme fu strozzato la notte del 2 novembre 1975, ma continua ad  arrivarci,nitido e straziante, a trent’anni di distanza.


Fonte: https://docs.google.com/file/d/0B7DAI2JRpAZmZnFfSG1tWWhZT00/edit




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Grazie.

Curatore, Bruno Esposito

Collaborano alla creazione di queste pagine corsare:

Carlo Picca
Mario Pozzi
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Giovanna Caterina Salice
Simona Zecchi


venerdì 18 dicembre 2020

Pasolini: "Faccio cinema senza speranza"

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




"Faccio cinema senza speranza"
di Pier Paolo Pasolini
Un brano dell’intervista filmata da Gideon Bachman
sul set di Salò durante le riprese finali del film
.

Salò è preso dalle 120 giornate di Sodoma di De Sade, ma è ambientato durante la Repubblica di Salò, cioè nel ‘44-’45. Quindi, c’è molto sesso, ma il sesso presente nel film è il tipico sesso di De Sade, la cui caratteristica è esclusivamente sado- masochistica, in tutta l’atrocità dei suoi dettagli e delle sue situazioni. 
[...] Nel mio film tutto questo sesso assume un significato particolare: è la metafora di ciò che il potere fa del corpo umano, è la mercificazione del corpo umano, la sua riduzione a cosa, che è tipica del potere, di qualsiasi potere. Se io, al posto della parola “Dio”, in De Sade metto la parola “potere”, viene fuori una strana ideologia, estremamente attuale. [...] Un altro elemento d’ispirazione del film è la rievocazione di quei giorni che ho vissuto, i giorni della Repubblica di Salò. [...] Io non stavo a Salò, ma in Friuli. Il Friuli era diventato una regione tedesca, era stato annesso burocraticamente alla Germania. Si chiamava il “Litorale adriatico”. C’era un Gauleiter, che era una specie di governatore, dall’8 settembre ‘43 fino alla fine della guerra. Quindi, ho passato giornate spaventose in Friuli. Intanto, c’è stata una delle più forti lotte partigiane e mio fratello ci è morto. [...] Fra l’altro, il Friuli era continuamente bombardato dagli americani e vi passavano le formazioni delle fortezze volanti che andavano a bombardare la Germania. Rastrellamenti, paesi deserti, bombardamenti quasi inutili, di pura crudeltà. 

La lezione del film

[...] Non m’illudo di essere capito dai giovani perché con loro è impossibile instaurare un rapporto di carattere culturale perché vivono nuovi valori con cui i vecchi valori, nel nome dei quali io parlo, sono incommensurabili. Sembra che si mettano d’accordo! Parlano, ridono e si comportano allo stesso modo, fanno gli stessi gesti, amano le stesse cose, montano le stesse moto.
[...] La cosa orrenda della cultura italiana è che i giovani siano liberi, siano privi di complessi, siano disinibiti, vivano una vita felice. Tutta la borghesia italiana è convinta di questo. Anche tutta la sinistra, sì.
[...] Non capiscono, non vedono. Perché non li amano! Chi non ama i contadini non capisce la loro tragedia. Chi non ama i giovani se ne frega di loro. «Ma sì, sono contenti, sono disinibiti!» [...]

Padri e figli

Tutti i miei libri e le mie opere narrative parlano di giovani: li amavo e li rappresentavo. Adesso non potrei fare un film su questi imbecilli che ci circondano. A volte mi vengono letteralmente le lacrime agli occhi quando vedo il figlio di Ninetto [Davoli ndr], che ha un anno. Mi vengono le lacrime agli occhi per la pietà per il suo futuro.
[...] Nelle grandi città industrializzate la gioventù è diventata odiosa, insopportabile. I loro padri, in fondo, cos’hanno fatto, quelli che hanno quaranta-cinquant’anni? Cos’hanno fatto perché questi figli non fossero così? Niente! I padri che hanno dei figli dai quindici ai vent’anni ormai oggettivamente non possono più insegnare niente, perché non hanno fatto esperienza del tipo di vita dei loro figli. [...] 

Sesso e libertà

Durante le età repressive il sesso era una gioia, perché avveniva di nascosto ed era un’irrisione di tutti gli obblighi e i doveri che il potere imponeva. Invece, nelle società tolleranti, come si dichiara quella in cui viviamo, il sesso è necrotizzante perché la libertà concessa è falsa e soprattutto è concessa dall’alto e non conquistata dal basso. Quindi, non si tratta di vivere una libertà sessuale, ma di adeguarsi a una libertà che viene concessa. Allora, a un certo punto, uno dei personaggi del film dirà proprio questa frase: «Le società repressive reprimono tutto, quindi gli uomini possono fare tutto». Ma ho aggiunto questo concetto che per me è lapidario: le società permissive permettono qualcosa e si può fare solo quel qualcosa. Che è terribile! In Italia oggi si può fare qualcosa. Prima non era concesso niente, in realtà. Le donne erano quasi come nei paesi arabi. Il sesso era nascosto: non si poteva parlare, non si poteva mostrare neanche mezzo seno nudo in una rivista. Adesso concedono qualcosa, concedono foto di donne nude, non di uomini però! La coppia è un incubo
Poi, c’è una grande libertà nei rapporti della coppia eterosessuale, una libertà per modo di dire perché dev’essere quella, e poi è obbligatoria. Siccome è concesso, è diventato obbligatorio, perché un ragazzo, visto che è concesso, non può non approfittare di questa concessione. Quindi, si sente obbligato a stare sempre in coppia e la coppia è diventata un incubo, un’ossessione, anziché una libertà.
[...] È una coppia completamente falsa e insincera, di un’insincerità spaventosa. Vedi i ragazzi che, presi da chissà quale slancio romantico, camminano tenendosi per mano, un ragazzo e una ragazza, oppure tenendosi abbracciati. «Cos’è quel tipo di romanticismo?», ti chiedi. Niente. È la loro coppia rilanciata dal consumismo perché questa coppia consumistica compra. Tenendosi per mano va alla Rinascente, alla Upim. [...] 

Il potere

Ognuno odia il potere che subisce. Quindi, io odio con particolare veemenza il potere di oggi, 1975. È un potere che manipola i corpi in un modo orribile, che non ha niente da invidiare alla manipolazione di Himmler o Hitler. Li manipola trasformandone la coscienza, cioè nel modo peggiore, istituendo dei nuovi valori che sono alienanti e falsi. Sono i valori del consumo, che compiono quello che Marx chiama un genocidio delle culture viventi, reali, precedenti. [...] 

Mangiare merda

Un vecchio contadino tradizionalista e religioso non consumava delle sciocchezze preconizzate dalla televisione. Bisognava fare in modo che invece le consumasse. In realtà, i produttori costringono i consumatori a mangiare merda. Il brodo Knapp è merda! Danno delle cose sofisticate, cattive, le robioline, i formaggini per bambini, tutte cose orrende che sono merda. Se facessi un film su un industriale milanese che produce biscotti, li reclamizzassi e li facessi mangiare a dei consumatori, verrebbe fuori un film terribile, sull’inquinamento, la sofisticazione, l’olio fatto con le ossa delle carogne. Potrei fare un film così, ma non posso! Come faccio a stare lì un anno prima a pensarci e poi a girare? Sarebbe più utile, nel senso diretto, pratico della parola, farlo proprio così com’è. Ma chi me lo fa fare? Sarebbe autolesionismo.

La sottomissione al consumismo

[...] L’unico sistema ideologico che ha davvero coinvolto anche le classi dominate è il consumismo perché è l’unico che è arrivato fino in fondo, che dà una certa aggressività perché quest’aggressività è necessaria al consumo. Se uno è puramente sottomesso, segue l’istinto puro della sottomissione come un vecchio contadino che chinava la testa e si rassegnava, cosa sublime come l’eroismo. Adesso questo spirito di rassegnazione, di sottomissione non c’è più, perché altrimenti che consumatore è uno che si rassegna e accetta un suo stato arcaico, retrogrado e inferiore? Deve lottare per elevare il suo stato sociale. «Io chino la testa in nome di Dio» è già una grande frase. Mentre adesso il consumatore non sa affatto chinare la testa, anzi crede stupidamente di inchinarla e avere i suoi diritti. Anzi, è sempre lì a pretendere i suoi diritti, a crederci, invece è un povero cretino.
[...] Non credo ci sarà mai un tipo di società in cui l’uomo sia libero. Quindi, è inutile sperarci. Non bisogna mai sperare in niente. La speranza è una cosa orrenda, inventata dai partiti per tener buoni i suoi iscritti.

Scrivere per il cinema
 
Non scrivo più come prima, il che equivale a dire che non scrivo più. In principio, quando ho cominciato a fare cinema, ho pensato che fosse solo l’adozione di una tecnica diversa, direi quasi di una tecnica letteraria diversa. Poi, invece, mi sono reso conto, pian piano, che si tratta dell’adozione di una lingua diversa. Quindi ho abbandonato la lingua italiana, con cui mi esprimevo come letterato, per adottare la lingua cinematografica. Ho detto varie volte, per protesta, contestazione totale, che avrei voluto rinunciare alla nazionalità italiana. Facendo del cinema ho rinunciato alla lingua italiana, cioè alla mia nazionalità. Ma la verità è un’altra, forse più complicata e profonda: la lingua esprime la realtà attraverso un sistema di segni. Invece, il regista esprime la realtà attraverso la realtà. Questa è forse la ragione per cui mi piace il cinema e lo preferisco, perché esprimendo la realtà come realtà opero e vivo continuamente a livello della realtà. Le parole «fiore», «petalo», le vado a prendere dal nostro linguaggio di uomini che stiamo comunicando. Non importa niente a noi della poesia. Usiamo la parola «fiore» perché ci serve nei nostri rapporti umani. Le immagini, invece, su quale altro linguaggio si fondano? Si fondano sulle immagini dei sogni e della memoria. Noi quando sogniamo e ricordiamo, giriamo dentro di noi dei piccoli film. Allora, il cinema ha le sue fondamenta, le sue radici su un linguaggio completamente irrazionale, irrazionalistico.
[...] In fondo, quando uno ha visto un film, gli pare di aver sognato.

Perché faccio cinema

Se io credessi che il mio cinema fosse del tutto integrato da una società che vuole anche il tipo di cinema che faccio io, allora forse non lo farei.
[...] La società borghese digerisce tutto: amalgama, assimila e digerisce tutto. Però, in ogni opera in cui l’individualità, la singolarità si afferma con originalità e violenza, c’è qualcosa di inintegrabile.
[...] Ho questa fiducia nella libertà umana, che non saprei rendere razionale. Però mi rendo conto che, se le cose continuano così, l’uomo si meccanizzerà, si alienerà talmente, diventerà così antipatico e odioso che questa libertà andrà completamente perduta. Continuerei a fare cinema lo stesso anche se la libertà fosse solo da parte mia e si esaurisse con l’espressione. Continuerei a farlo lo stesso perché ho bisogno di farlo. Mi piace farlo e lo farei. O mi suicido o lo faccio.
[...] Io penso che l’artista in nessuna società è libero. Essendo schiacciato dalla normalità e dalla media di qualsiasi società dove egli viva, l’artista è una contestazione vivente. Rappresenta sempre l’altro di quell’idea che ogni uomo in ogni società ha di se stesso. Un margine anche minimo, magari non lo si può neanche misurare, di libertà, secondo me, c’è sempre. Non so dirti fino a che punto questa sia libertà o non lo sia. Ma, certo, qualcosa sfugge alla logica matematica della cultura di massa, ancora per adesso.



Curatore, Bruno Esposito

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mercoledì 10 luglio 2013

Pasolini prossimo nostro - Recensione e opinione di: Giulia Galeazzi, di Federico Pedroni, di GIMON 82.

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Pasolini prossimo nostro


Nazionalità:Italia - Francia
Durata: 63 min.
Sceneggiatura:
Fotografia: Deborah Imogen Beer
Effetti:
Musiche:
Cast: Pier Paolo Pasolini e il cast e la troupe di "Salò o le 20 giornate di Sodoma"

Questo documentario è il frutto del tentativo di Giuseppe Bertolucci di riportare alla luce il materiale e il contenuto ideologico che sta alla base della creazione di Salò, uno dei film più controversi e destabilizzanti della storia del nostro cinema. L’opera è stata realizzata andando a ripescare negli archivi di Cinemazero la vasta collezione di immagini che la fotografa Deborah Beer scattò durante la lavorazione del film e una straordinaria serie di conversazioni fra Pasolini e il giornalista Gideon Bachmann.
Salò, o le 120 giornate di Sodoma è l’ultimo lavoro del grande regista, che morì poco dopo aver ultimato le riprese. Fatalmente si pone quindi come una sorta di testamento, anche per il carattere definitivo del suo contenuto. Il far seguire alla Trilogia della vita questa rilettura, quanto mai priva di speranza, del testo del Marchese de Sade (già di uno spiazzante nichilismo) significa dare una chiusa brusca e totale al gioioso universo favolistico che il regista aveva ricostruito.
Del racconto originale viene ripresa la struttura, che elenca, in quella che Klossowski (il filosofo autore del saggio Sade, prossimo mio citato dal titolo del documentario) definì una monotonia sacrale propria delle litanie religiose, tutte le possibilità della violenza psicologica e fisica, in un crescendo inarrestabile e straniante. Il film contestualizza però questo racconto di atrocità e orrore nella Salò fascista, arricchendolo quindi di nuovi significati: la riflessione sui rapporti di forza viene ampliata eminentemente nella direzione del potere politico. La dominazione fascista è definita da Pasolini “arcaica”, per le sue forme rituali e facenti leva su un’adesione, o sottomissione, arazionale. Ma essa diventa a sua volta solo l’immagine esplicita di un potere infinitamente più subdolo, che è quello della società contemporanea.
Pasolini, trent’anni fa, aveva già preso atto dei mutamenti che stavano avvenendo nel mondo occidentale, dei quali solo ora vediamo l’esplosione. Per questo Bertolucci ha ritenuto importante riportare all’attenzione queste amare immagini e riflessioni che ci riguardano oggi più che mai.
La mostruosa reificazione dei corpi delle giovani vittime rappresenta in modo parossistico la mercificazione del corpo nella società dei consumi. Una società in cui la libertà è solo apparente, ma che in realtà esercita un potere tanto più vincolante quanto più invisibile, poiché, concedendo una cosa, ad essa obbliga. Il sesso diventa l’emblema di questo passaggio dalla trasgressione alla costrizione: se nella Trilogia della vita i rapporti erano conquistati, spesso rubati e per questo pieni di giovanile entusiasmo, qui il sesso è solo il modo più estremo per distruggere la libertà, per annichilire l’individualità. Le vittime, nelle mani dei potenti, diventano una cosa senz’anima, dei corpi costretti alla ripetizione meccanica di atti osceni perché privi di qualsiasi sapore. Così nell’odierna società il sesso si trasforma in un obbligo sociale, non essendo più uno spazio autonomo e privato, bensì l’ennesima declinazione della merce. Se Bataille, grande commentatore di Sade, qualche decennio prima poteva ancora dire che «è vero che gli affanni dissociati della vita attuale invadono anche le camere da letto: tuttavia, chiuse a chiave, esse continuano ad essere, nel vuoto mentale quasi illimitato, come tanti isolotti in cui le figure della vita si ricompongono», questa dimensione, nella riflessione di Pasolini, sembra ormai perduta per sempre. Non esiste più uno spazio salvo dalle ingerenze del potere del consumo ed è per questo che i nuovi giovani, che più dovrebbero incarnare la ribellione e la speranza e che invece paiono essere gli schiavi più pazienti, sono per il regista «brutti o disperati, cattivi o sconfitti». La speranza stessa è anzi uno dei più efficaci strumenti della dominazione, in quanto tiene vincolati alla dimensione altra di un futuro che mai ci apparterrà, distogliendo lo sguardo dall’orrore del presente.
È invece fondamentale guardare alla ferocia di questa società che devasta le menti come le antiche civiltà facevano con i corpi, mantenendo di esse la primitiva arbitrarietà (per i quattro aguzzini di Salò il potere è infatti l’anarchia suprema) e spietatezza. Questo riusciva a fare Pasolini con il suo quasi insostenibile film, raccontandoci la nera favola della nostra morte. Questo cerca di fare Bertolucci, riportandoci sulle riflessioni di un uomo che stava per morire proprio a causa della violenza disumanizzante di cui ci aveva parlato, portando con sé il sogno di un altro tempo, in cui la speranza era forse ancora possibile.
di Giulia Galeazzi


La recensione di FilmTv


Emozionante e sconvolgente testimonianza che a distanza di anni si rivela attualissima
Salò o le 120 giornate di Sodoma rimane, a più di trent'anni dalla sua uscita, un film agghiacciante e misterioso, un testamento apocalittico e cupo reso ancora più angosciante per l'assassinio dell'autore avvenuto pochi giorni prima della sua uscita. Adesso Giuseppe Bertolucci ci aiuta, con questo lucido e appassionato film, a gettare una nuova luce sul capolavoro postumo del regista friulano.