E l'Africa?
La faccia gialla e rossa, sfumata
nella stempiatura, in alto, nel liscio,
tondo mento, in basso: col mezzo baffo
rosso, crudele, di profilo, come
d'un Lanzichenecco di mezza età,
sceso da Terre coi tetti a guglia e i fiumi gelati...
Era questa faccia,
che, dietro un tavolo, di gusto rustico,
per grandi burocrati,
mi fissava coi suoi occhi azzurri ma classici,
mentre fuori scoppiavano le bombe atomiche
nel cielo giallognolo di un pomeriggio di vent'anni fa.
Poi cominciò — gonfia
di isterismo, e rossa
come un prepuzio di sangue —
a rimproverarmi, a darmi del pazzo...
E io... innocente, offeso... ascoltavo,
rimescolando nella gola di adolescente vestito
dalla madre,
lacrime e rimostranze: inutilmente! Egli,
uomo pratico, aveva ragione:
avevo speso troppo denaro per raffinatezze inutili,
e, inoltre, avevo toccato suscettibilità di grandi,
innocenti, anche loro, nella loro gloriosa vita privata.
Lo ascoltavo. Non esplodeva, ancora:
anche la sua gola di Lanzichenecco era una gola di ragazzo,
e, anche li, al rimprovero, si mescolavano sorde lacrime.
Il broncio sotto il baffo rosso, giallognolo,
era spia di qualcosa di sacro
che gli succedeva nel petto.
E io: «Non lo sapevo, come potevo
saperlo, è solo un anno che faccio questo lavoro!»
E altre confuse, offese parole che non ricordo.
E, intanto, la sua faccia si sdoppiava:
anzi, prima, per qualche istante,
egli fu un altro, che si affacciò a una soglia,
non lontana dal tavolo, nella luce
di quell'antico pomeriggio di una guerra ingiallita.
Era lui, il vero padrone, e infatti, diceva
all'armigero (per un po', così, tacitato):
«Che importa, qualche spesa in più, ora
che sono fermo con la produzione!»
E io ero un po' sollevato.
Ma quell'altro, li, che per osmosi
era uscito dal costato di Bini, era mio padre.
Il padre non nominato, non ricordato
dal dicembre del cinquantanove, anno in cui mori.
Ora era lì, padrone quasi benevolo:
ma subito rifu il mio coetaneo goriziano
di pelo rosso, le mani in saccoccia,
pesante come un paracadutista dopo il rancio.
Risolta, così, a mio parziale vantaggio
la questione dell'altro film
— sognato poco prima e persistente
con immagini agresti e desertiche nel nuovo sogno —
ci fu un breve silenzio, carico,
in apparenza, di consolazione, in realtà di lucido dolore.
Mi avvicinai a lui, che frattanto
s'era appoggiato a una parete della stanza
alle mie spalle, in raccolto silenzio,
mi avvicinai a lui, e timidamente quasi sul suo viso...
che ormai era solo il viso di mio padre,
con la sua pelle grigia di ubriaco e di morente,
gli sussurrai: «E...L'Africa?
E i flamboyants di Mombasa?
I rami rossi, contro il fogliame verde,
campione stilistico rosso sul fondo verde, rosso e verde
senza di cui la mia anima non poteva più vivere? »
Ah, padre ormai non mio, padre nient'altro che padre,
che vai e vieni nei sogni,
quando vuoi,
come un cinghiale appeso a un uncino, grigio di vino e
morte
presentandoti a dire cose terribili,
a ristabilire vecchie verità,
col gusto di chi le ha sperimentate,
morendo nel vecchio letto matrimoniale da pochi soldi,
vomitando il sangue delle viscere sui lenzuoli,
viaggiandosene per una notte e un giorno
in una cassa da morto verso l'inospitale Friuli
di un soleggiato giorno d'inverno del cinquantanove!
II mondo è la realtà che tu hai sempre paternamente
voluto.
E io, figlio, a sperimentare sistematicamente tutto,
tutto quello che di straziante devono sperimentare i figli,
mi ritrovo qui, prima cavia di un dolore ignoto,
a prefigurare il caso dell'impossibilità
«a esprimersi per ragioni di forza maggiore»;
cosa che mai poeta, severo possessore almeno di un'umile
penna,
ebbe nei secoli a temere.
Martirio, un po' ridicolo come tutti i martirî.
Ma in questa grande normalità paterna dei sogni e della
vita
dopotutto, com'è commovente,
il mio voler morire, nel sogno,
per la delusione d'un rosso e d'un verde perduti!
30 gennaio 1963 e pubblicata nel 1967 su “Cinema e film”.
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