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giovedì 20 gennaio 2022

Pier Paolo Pasolini, il poemetto "Poeta delle Ceneri"

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Poeta delle Ceneri
Poesie disperse II

P.P. Pasolini, il poeta delle ceneri, a cura di Enzo Siciliano, in "nuovi argomenti" n. 67-68, Roma, luglio dicembre 1980.
ora in:
Pier Paolo Pasolini, Bestemmia. Tutte le poesie, vol. I, Garzanti, Milano 1993




Un testo quasi autobiografico del 1966 di Pier Paolo Pasolini pubblicato postumo da Enzo Siciliano nel 1980.
Il dattiloscritto è rimasto chiuso in un cassetto senza essere stato mai pubblicato, ritrovato solo dopo la tragica morte dello scrittore fra le carte del suo studio in via Eufrate.
“E oggi, vi dirò, che non solo bisogna impegnarsi nello scrivere,
ma nel vivere” 
"Ma io non sto facendo che un poema bio-bibliografico..."



Sono uno
che è nato in una città piena di portici nel 1922.
Ho dunque quarantaquattro anni, che porto molto bene
(soltanto ieri due o tre soldati, in un boschetto di puttane,
me ne hanno attribuiti ventiquattro – poveri ragazzi
che hanno preso un bambino per un loro coetaneo);
mio padre è morto nel ’59, mia madre è viva.
Piango ancora, ogni volta che ci penso,
su mio fratello Guido,

sabato 6 marzo 2021

Pasolini, un corpo chiamato linguaggio

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Pasolini, un corpo chiamato linguaggio
di Gianni D'Elia da "Il Manifesto" del 10 febbraio 1994



Pasolini poeta continua ad essere oggetto di contrasti. Ora con Bestemmia, Tutte le poesie, e cioe' con la raccolta di tutta la produzione poetica pasoliniana edita, piu' inediti e testi dispersi in riviste e altrove, i contrasti si riaccendono. Troppo contemporaneo per essere classico. Troppo vicino a noi per poter sopravvivere come poeta dopo di noi. O addirittura mediocre poeta, migliore regista e prosatore (ma saggista non romanziere), miglior critico che autore. 

sabato 6 febbraio 2021

Bestemmia di Pier Paolo Pasolini

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


 


 "[...] Il titolo di questo volumone sarebbe BESTEMMIA,
perché vi comprenderei anche un lungo frammento inedito
intitolato appunto così."


Come sono diventato marxista?
Ebbene… andavo tra fiorellini candidi e azzurrini di primavera,
quelli che nascono subito dopo le primule,
- e poco prima che le acacie si carichino di fiori,
odorosi come carne umana, che si decompone al calore sublime
della più bella stagione -
e scrivevo sulle rive di piccoli stagni
che laggiù, nel paese di mia madre, con uno di quei nomi
intraducibili si dicono “fonde”,
coi ragazzi figli dei contadini
che facevano il loro bagno innocente
 [...]
Quei figli di contadini, divenuti un poco più grandi,
si erano messi un giorno un fazzoletto rosso al collo
ed erano marciati
verso il centro mandamentale, con le sue porte
e i suoi palazzetti veneziani.
Fu così che io seppi ch’erano braccianti,
e che dunque c’erano i padroni.

Fui dalla parte dei braccianti, e lessi Marx.

Bestemmia, la raccolta completa dell’opera poetica pasoliniana pubblicata  da Garzanti nel 1993.

e oggi più che mai.
E oggi, vi dirò, che non solo bisogna impegnarsi nello scrivere,
ma nel vivere:
bisogna resistere nello scandalo
e nella rabbia, più che mai,
ingenui come bestie al macello,
torbidi come vittime, appunto:
bisogna dire più alto che mai il disprezzo
verso la borghesia, urlare contro la sua volgarità,
sputare sopra la sua irrealtà che essa ha eletto a realtà,
non cedere in un atto e in una parola
nell’ odio totale contro di esse, le sue polizie,
le sue magistrature, le sue televisioni, i suoi giornali:
e qui
io, piccolo borghese che drammatizza tutto,
così bene educato da una madre nella dolce e timida anima
[...] della morale contadina,
vorrei tessere un elogio
della sporcizia, della miseria, della droga e del suicidio:
io privilegiato poeta marxista
che ha strumenti e armi ideologiche per combattere,
e abbastanza moralismo per condannare il puro atto di scandalo,
io, profondamente perbene,
faccio questo elogio, perché, la droga, lo schifo, la rabbia,
il suicidio
sono, con la religione, la sola speranza rimasta:
contestazione pura e azione
su cui si misura ll’ enorme torto del mondo [...].
( da Poeta delle Ceneri in Bestemmia, Poesie disperse II – Garzanti, Milano 1993 )


La coscienza sta nella nostalgia
Chi non si è perso non ne possiede.


L'opera poetica di Pasolini è riunita e riordinata da Walter Siti e Graziella Chiarcossi in due volumi della Garzanti editi nel 1993 con il titolo "Bestemmia.

Nell'introduzione Walter Siti giudica:

"poesia imperfetta, quella di Pasolini, transgenerica, che abbraccia tutte le possibili forme, forse nel tentativo di dar forma all'informe, di esprimere, attraverso la propria rabbia, quella del mondo. Poeta scisso tra una leggerezza cinica e una volontà programmatica".


Giovanni Giudici, descrive l'irrompere dell'opera e del pensiero di Pasolini nelle stagnanti acque della nostra letteratura: 


"irrompere, confermano i dizionari, vuol dire entrare a forza impetuosamente, senza stratagemmi e senza maschere, senza chieder permesso, senza aspettare un avanti, tanto più quando chi entri in tal modo non sia il tipo da poter essere mandato indietro e lì resta. Semmai saranno gli altri a doversi mettere da parte".


E' difficile separare la poesia da Pasolini, come afferma anche Zanotto: 

"che in fin dei conti Pasolini non sia mai uscito dalla poesia" e che la sua opera sia "un unicum poetico".



Pasolini è il poeta dello scandalo.

Da L'usignolo della chiesa cattolica, 1958

Bisogna esporsi (questo insegna
Il povero Cristo inchiodato?)
La chiarezza del cuore è degna
Di ogni scherno, di ogni peccato.
Di ogni più nuda passione
(questo vuol dire il Crocifisso?
Sacrificare ogni giorno il dono
Rinunciare ogni giorno al perdono
Sporgersi ingenui sull'abisso).

Da Poesie inedite, 1964

La diversità che mi fece stupendo
E colorò di tinte disperate
Una vita non mia, mi fa ancora
Sordo ai comuni istinti, fuori dalla
Funzione che rende gli uomini servi
E liberi. Morta anche la povera
Speranza di rientrarvi, sono solo
Per essa coscienza.
E poiché il mondo non è più necessario
A me, io non sono più necessario
.

Da La meglio gioventù
Poesie a Casarsa, 1941

"Fontana di aga dal me pais.
A no è aga pì frescia che tal me paìs
Fontana di rustic amòur".
Fontana d'acqua del mio paese
non c'è acqua più fresca che nel mio paese
fontana di rustico amore.

Da poesie incivili
Alla mia nazione, 1960

Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico
ma nazione vivente, ma nazione europea:
e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti
governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!
Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci
pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
che il tuo male è tutto male: colpa di ogni male.
Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.

Da Poesie disperse
Il poeta delle ceneri, 1966-67

E oggi, vi dirò, che non solo bisogna impegnarsi nello scrivere,
ma nel vivere:
bisogna resistere nello scandalo
e nella rabbia, più che mai,
ingenui come bestie al macello,
torbidi come vittime, appunto:
bisogna dire più alto che mai il disprezzo
verso la borghesia, urlare contro la sua volgarità,
sputare sopra la sua irrealtà che essa ha eletto a realtà,
non cedere in un atto e in una parola
nell'odio totale contro di esse, le sue polizie,
le sue magistrature, le sue televisioni, i suoi giornali.

"Sono avaro, quel poco che possiedo
me lo tengo scritto nel cuore diabolico".




In "Bestemmia" sono riunite le raccolte poetiche:
  • La meglio gioventù (poesie friulane)
  • Poesie a Casarsa (1941-53)
  • Suite furlana (1944-49)
  • Romancero (1947-53)
  • Le ceneri di Gramsci (1957)
  • L'usignolo della chiesa cattolica (1958)
  • La religione del mio tempo (1961)
  • Poesie in forme di rosa (1964)
  • Trasumar e organizzar (1971)
  • La nuova gioventù (1975)
  • Poesie (1945)
  • Diari (1945)
  • I pianti (1944)
  • Dov'è la mia patria (1949)
  • Tal cuor di un frut (1953)
  • Dal diario (1945-47)
  • Il canto popolare (1952-53)
  • Sonetto primaverile (1953)
  • Roma 1950 (1960)
  • Poesie dimenticate (1965)
  • Poesie disperse I (1942-1971)
  • Poesie disperse II (1941-70)
  • Poesie inedite (1943-73)


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martedì 7 aprile 2015

Bestemmia - commento di Angela Molteni

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



 

Bestemmia
 
Tutte le poesie di Pier Paolo Pasolini,
a cura di Graziella Chiarcossi e
Walter Siti, Prefazione di Giovanni Giudici.
Due volumi.
Garzanti 1993
commento di Angela Molteni


I due volumi comprendono:

La meglio gioventù.

Volume primo. Poesie a Casarsa (1941-53) 1. Poesie a Casarsa (1941-43, 2. Suite friulana (1944-49), Appendice (1950-53).
Volume secondo. Romancero (1947-53). 1. Il testament coràn (1947-52), 2. Romancero (1953)

Le ceneri di Gramsci

Poemetti

L'usignolo della Chiesa Cattolica (1942-49)

L'usignolo della Chiesa Cattolica (1942), Il pianto della rosa (1946)

La religione del mio tempo

Poesie. I. La ricchezza (1955-59), A un ragazzo (1956-57), II. Umiliato e offeso (1958), Nuovi epigrammi (1958-59), In morte del realismo (1960)

Poesie in forma di rosa (1961-64)

I. La realtà, II. Poesia in forma di rosa, III. Pietro II, Il libro delle croci, IV. Una disperata vitalità, V. Israele, VI. L'alba meridionale

Trasumanar e organizzar

Libro primo. Due documenti, Poesie su commissione, La nascita di un nuovo tipo di buffone, Trasumanar e organizzar, Appendice. I. Per i sentieri, II. Piccoli poemi politici e personali. Libro secondo. Charta (sporca), Poemi zoppicanti, La restaurazione di sinistra, Sineciosi della diaspora, La città santa, Manifestar

La nuova gioventù

La meglio gioventù (1941-53). Seconda forma de «La meglio gioventù» (1974). I. Poesie a Casarsa, Casarsa, Aleluja, La domenica uliva. 2. Suite furlana, Linguaggio dei fanciulli di sera, Danze. Tetro entusiasmo, poesie italo-friulane 1973-74

Poesie
Diarii
I pianti
 
Dov'è la mia patria
 
Tal còur di un frut (Nel cuore di un fanciullo)
 
Dal diario (1945-47)
 
Il canto popolare(1952-53)
 
Sonetto primaverile
 
Roma 1950
 
Poesie dimenticate
 
Poesie disperse I
 
Poesie disperse II
 
Poesie inedite
 
 
La conoscenza è nella nostalgia.
Chi non si è perso non possiede.


."[...] Il titolo di questo volumone sarebbe BESTEMMIA, perché vi comprenderei anche un lungo frammento inedito intitolato appunto così." La frase è contenuta in una lettera di Pasolini all'Editore Garzanti a seguito del progetto da quest'ultimo elaborato di pubblicazione di tutta l'opera poetica pasoliniana. La lettera è del 1970; l'idea fu poi accantonata, poi ripresa nel 1993 e attualmente tutte le poesie di Pier Paolo Pasolini sono disponibili, stampate in oltre 2400 pagine e in due volumi.

La diversità che mi fece stupendo
e colorò di tinte disperate
una vita non mia, mi fa ancora
sordo ai comuni istinti, fuori dalla
funzione che rende gli uomini servi
e liberi. Morta anche la povera
speranza di rientrarvi, sono solo,
per essa, coscienza.
E poiché il mondo non è più necessario
a me, io non sono più necessario.

Si può dire del poeta Pasolini – nel momento in cui suggerisco ai visitatori di "Pagine corsare" di leggere, o rileggere, la sua opera poetica, raccolta in tutta la sua interezza in questi due volumi editi da Garzanti, – che egli è stato poeta tragico. E perciò lacerato. Lacerato soprattutto dalla sua propensione a contraddirsi, a proclamare il dubbio "... essere / con te e contro di te; con te nel cuore, / in luce, contro te nelle buie viscere...". Poeta, però, al quale non fece difetto l'ironia e non mancò l'allegria: è sufficiente scorrere alcune immagini di lavorazione dei suoi film per rendersene conto. Pure lavorando, è evidente che si divertisse: si divertì a ricoprire egli stesso alcuni ruoli nei suoi film, e lo fece con la stessa leggerezza d'animo con la quale si partecipa a un gioco collettivo.    

L'intera opera pasoliniana (versi, prosa, cinema, critica) è un un esempio unico nel panorama mondiale; nel suo svolgimento vi è d'altro canto una tal continuità dove non è possibile neppure selezionare, separare, i fili che da una zona rinviano a un'altra. Il tutto, in funzione di un'unità tematica di fondo che testimonia anche una grande coerenza tra aspetti stilistici anche diversi e soprattutto tra aspetti contenutistici e narrativi.
La novità più rilevante che emerge dal corpus poetico pasoliniano, qui per la prima volta riunito nella sua interezza, è data sicuramente dalle poesie finora inedite in volume, dalle "poesie disperse" o pubblicate postume e dai testi delle raccolte degli anni friulani (1942-1949). Anche se vi è subito da precisare che l'antologia dei versi inediti è molto contenuta, rispetto all'enorme quantità di carte che si trovano nell'Archivio del Fondo Pasolini. Ciò che è riportato dà comunque un'idea del tipo di testi che ancora sono inediti e delle direzioni che di volta in volta la creatività del poeta avevano preso. Rispetto alle poesie inedite, dunque, i volumi forniscono una esemplificazione di ciascun periodo della sua produzione artistica e ciascuna sfumatura di genere, così da documentare la fluidità ininterrotta del poetare pasoliniano. Qui di seguito, vengono trascritte alcune di tali poesie inedite.

Da Poesie inedite
Cinque poesie d'amore 1945-46
 

Mi destai d'improvviso, io ero solo.
Conobbi l'assiuolo ai vecchi gemiti
che dal cielo battevano vicini
dentro il mio petto.
Con quel canto fui vivo nel silenzio.
Ma, perduto nei sogni, del mio corpo
nulla restava se non una delusa
morta memoria.
E anche tu (memoria, non immagine)
su di me, su quel canto sovrastavi
e facevi tremendo quel silenzio
non comparendo.
M'eri in dissoluzione nella buia
carne, nei sogni: una mortale spoglia
sperduta dietro questa vita; eppure
ti amavo sempre.


Da Poesie inedite
Via degli amori 1946
 

Introduzione

... el vuelo! el vuelo! el vuelo!
A. Machado


A Casarsa nasceva, un giorno, il sole:
e io dov'ero? Nella schiuma lieve
iridata del sonno, con il cuore
dentro un soave bozzolo di luce,
volavo. Estasiato, senza ali,
volavo a mezza strada tra la terra
e il cielo, volavo nella luce
delle campagne illuminate in sogno.


Da Poesie disperse
Scartafaccio 1948
 


Commosso sulla mia infelicità,
felice credo nel conforto della
parola che svela, che degrada.
Temo solo la morte, il puro fatto
della morte. Tutto il resto si gioca.


Da Poesie inedite
Poesia con letteratura 1951-52
 

Se qualcuno mi chiede (e qualcuno
me lo chiede) dove vado con me
risponderei di non saperlo. Ho avuto
fin nel ventre materno, con la gioia,
questa sicurezza in una vera,
assoluta, inconoscibile irrealtà.


Da Poesie inedite
L'hobby del sonetto 1971-73
 

C'era nel mondo – nessuno lo sapeva –
qualcosa che non aveva prezzo,
ed era unico; non c'era codice né Chiesa
che lo classificasse. Era nel mezzo
della vita e, per confrontarsi, non aveva
che se stesso. Non ebbe, per un pezzo
nemmeno senso; poi riempì l'intera
mia realtà. Era la tua gaiezza.
Quel bene hai voluto distruggerlo;
piano piano, con le tue stesse mani;
gaiamente: te n'è rimasto
un fondo, inalienabile: mi sfugge
il perché di tanta furia nel tuo animo
contro quel nostro amore così casto.

Benevento, 3 febbraio 1973


Su questa raccolta completa dice, tra l'altro, Giovanni Giudici nella prefazione ai due volumi:

"[...] Nell'evolversi del suo «sogno di una cosa», Pasolini assume rapidamente coscienza della sua missione di dissacratore e vi adempie con impeto sacrale, quasi simbolicamente uccidendo a ogni passo un momento del proprio eleggersi a padre di se stesso. È un'incessante dialettica che, lungi dal «superarli» del tutto, continua a portarsi addosso schegge, frantumi, traumi di ogni sua antitesi: l'eredità romanza (e romantica), Pascal e i Canti del popolo greco, Leopardi, Pascoli e perfino Carducci, l'immaginario cattolico e il razionalismo marxista, l'ossequio alla tradizione filtrato talvolta nelle forme chiuse di versicoli alla Saba, il suo sentirsi ed essere (anche intellettualmente) diverso [...]"



Dal Diario 1945-47
 

Se m'infurio è perché l'umiliazione
di quel loro stato è senza la speranza:
e questa mancanza di speranza gli preclude
la strada a diventare interamente uomini:
a quarant'anni il loro apporto al mondo
è quello di un loro figlio adolescente.
Impugnano la pala come lui, con quella
sollecitudine a farsi benvolere.
Per loro la vita non sarà sempre così:
ma così lo è sempre stata. La speranza
non ha luce per la vita passata.


E continua Giudici: "[...] La corporeità dell'azione poetica di Pasolini consiste certamente nella centralità dell'attore-autore che ne è inevitabilmente anche «regista» [...]; ma consiste anche nel suo carattere di autobiografia pubblica, dove il soggetto è agens e patiens nello stesso tempo e dove il dicibile è, sempre di più, tutto detto e il poeta continuamente prevarica il non detto della parola. Non esistono, infatti, spazi bianchi intorno a queste pagine, L'ambizione (o tentazione) dantesca non è soltanto nella dicotomia tra auctor e viator, tra il Pasolini che narra il viaggio nell'Inferno-purgatorio-paradiso dei nostri sconvolgenti, sconvolti e balbettanti decenni e il Pasolini viaggiatore di questo viaggio, attraverso una folla di mostri, diavoli, angeli e compagni più o meno occasionali di strada, ma anche nella quasi «volontà» enciclopedica di un'opera da considerarsi necessariamente e inevitabilmente nella sua complessa totalità".


Dal Diario 1945-47
 

Come un naufrago incolume mi volgo
e vedo, inteneriti dal passato,
alle mie spalle, oceani di rare
viole, di silenziose primule.
E' già un sogno lontano più del cielo
il paesaggio di germogli azzurri
che il trasparente Aprile intiepidiva.
Il tempo è dileguato senza moto:
le farfalle che volano pudiche,
i fiori violenti, l'irta quiete...
E so ancora atterrirmi ad un accento
che disaccordi con la fioca musica
dei campi? Alzare il capo, puerilmente,
angosciato dai baratri celesti
tra i veli tranquilli delle nuvole?
Se l'iroso usignolo nell'azzurro
arido, esala i suoi canti diurni,
lo ascolto ardente, ma non ho speranza.
Io non sogno, son veglio...


La poesia - Bestemmia - Commento di A. Molteni



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venerdì 27 marzo 2015

Deliri piccolo-borghesi e volonta' dantesca in fusione nell'opera

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



 
Deliri piccolo-borghesi e volonta' dantesca in fusione nell'opera
di Federico De Melis da "Il Manifesto" del 10 febbraio 1994 pag. 3



Sorprende dalle riconsiderazioni che si son fatte della lirica pasoliniana in occasione dell'uscita di Bestemmia, l'esigenza di circoscrivere, definire, il concetto di poesia. Che cos'e' la poesia? e' la domanda sottesa o esplicita negli articoli di Giovanni Raboni, Franco Loi e chi altri. Fissati i paletti, si puo' procedere da indicare se e quanto possa considerarsi poeta Pasolini. V'e', in questa urgenza, la nostalgia di uno statuto, che infatti l'opera poetica di Pasolini, al contrario degli esercizi "stilistici" della neo-avanguardia, mette in crisi alla radice. Non e' un caso, credo, che quasi tutte le recensioni a Bestemmia abbiano glissato sulla prefazione di Giovanni Giudici: infatti nella sua asciuttezza essa individua punti-chiave della poesia pasoliniana, tutti implicati nel problema epocale della dissipazione. Poco importa, da questo punto di vista, che si consideri piu' o meno "riuscita" l'infrazione pasoliniana: e' un ordine del ragionamento che fa parte di quel modo statutario e formulare, cioe' consolatorio, di intendere la poesia, che Pasolini si senti' appunto costretto a distruggere. Da questo ordine si puo' discettare sul concetto di "classico", su cui sempre Pasolini, col suo operare poetico, ha detto una parola definitiva. Egli avrebbe disdegnato l'idea di diventare "classico", non per paura della mummificazione, ma perche' si sarebbe sentito totalmente incompreso nella sua "modernita'": vale a dire nell'idea, mostrata esistenzialmente quando non propugnata, secondo cui la storia aveva passato l'ultimo cerchio di fuoco, oltre il quale doveva considerarsi bruciata ogni riserva di memoria. In questo Dopostoria nessuna "classicita'" si sarebbe potuta ristabilire, se non in forma parodistica. Dall'immersione nuova nella poesia pasoliniana di cui si fa esperienza leggendo Bestemmia, che per la cura seria e amorevole di Graziella Chiarcossi e Walter Siti la raccoglie integralmente (per la parte edita) e in molti campioni significativi (per quella inedita), s'esce con un senso rigenerante e insieme amarissimo del tempo: questo per negazione, perche' di continuo, dall'inizio alla fine, protagonista e' l'ossessione della circolarita' stagionale, del tempo che ritorna e dunque non si da' come conquista illuminista e progressista. La poesia piu' alta e' quella in cui questo sentimento si traduce piu' direttamente in immagini, e queste immagini contendono la pagina a quel "ricordo mormorato" che e' la storia. Qui il grande manierista di Poesia in forma di rosa, di "Israele" o de "L'alba meridionale", avvinto infatti in questa sua stagione (1961-1964) dalla lascivia e dal rovello figuartivi di Pontormo e del Rosso. L'infrazione linguistica a cui Pasolini si sente obbligato dal riconoscimento di un impossibile "ritorno all'ordine" lo affaccia sul vuoto metrico, e dalla tensione che ne deriva non puo' che sortire esplosione immaginaria. In questo ribollire atomico affiorano a tratti, come brandelli umani, i ricordi: che sono le tracce, o meglio, le citazioni di una storia sognata, mitizzata, da cui non poca luce s'e' riflessa, come in un processo divinatorio, sulla storia reale. Ricordi dell'elegia friulana o appenninica, proiettata sulla Roma delle borgate, sono sommersi dal mare delle nuove laide urgenze. Se tutto appare ancora integro, come Argo dinnanzi a Pilade, che vuole liberarla dal passato con la ragione democratica e progressiva, tutto e' in realta' corrotto: col suo occhio "di pesce", magico, simile a quello della sua Medea, Pasolini penetra nella corruzione, attraverso le porte finte della storia. E' in Poesia in forma di rosa che per la prima volta con chiarezza si delinea il motivo di Petrolio: l'idea di una fuoriuscita dalla letteratura verso un'esistenza corporea e palpitante, priva dell'esperienza temporale, riflesso di un turbamento antropologico senza precedenti che e' pur sempre un libro. Sara' un "delirio" enciclopedico, come l'ha definito acutamente Fortini a sottoporre la storia al "giudizio finale", da cui non ci si puo' aspettare tuttavia, remissione alcuna. E di volonta' enciclopedica scrive giusto Giudici a proposito dell'opera poetica di Pasolini laddove la si intenda, come si deve, quale intero. Ma se il "delirio" di Fortini e' "piccolo-borghese", la volonta' di Giudici e' "dantesca": pero' questa e' una distinzione che nell'oltranza pasoliniana non si comprende.


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lunedì 1 settembre 2014

Pasolini - Deliri piccolo-borghesi e volontà dantesca in fusione nell'opera

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro





Deliri piccolo-borghesi e volontà  dantesca in fusione nell'opera 
di Federico De Melis
.
Sorprende dalle riconsiderazioni che si son fatte della lirica pasoliniana in occasione dell'uscita di Bestemmia, l'esigenza di circoscrivere, definire, il concetto di poesia. Che cos'è la poesia? è la domanda sottesa o esplicita negli articoli di Giovanni Raboni, Franco Loi e chi altri. Fissati i paletti, si può procedere ad indicare se e quanto possa considerarsi poeta Pasolini. V'è, in questa urgenza, la nostalgia di uno statuto, che infatti l'opera poetica di Pasolini, al contrario degli esercizi "stilistici" della neo-avanguardia, mette in crisi alla radice.
Non è un caso, credo, che quasi tutte le recensioni a Bestemmia abbiano glissato sulla prefazione di Giovanni Giudici: infatti nella sua asciuttezza essa individua punti-chiave della poesia pasoliniana, tutti implicati nel problema epocale della dissipazione. Poco importa, da questo punto di vista, che si consideri più o meno "riuscita" l'infrazione pasoliniana: è un ordine del ragionamento che fa parte di quel modo statutario e formulare, cioè consolatorio, di intendere la poesia, che Pasolini si sentì appunto costretto a distruggere.
Da questo ordine si può discettare sul concetto di "classico", su cui sempre Pasolini, col suo operare poetico, ha detto una parola definitiva. Egli avrebbe disdegnato l'idea di diventare "classico", non per paura della mummificazione, ma perché si sarebbe sentito totalmente incompreso nella sua "modernità": vale a dire nell'idea, mostrata esistenzialmente quando non propugnata, secondo cui la storia aveva passato l'ultimo cerchio di fuoco, oltre il quale doveva considerarsi bruciata ogni riserva di memoria. In questo Dopostoria nessuna "classicità" si sarebbe potuta ristabilire, se non in forma parodistica. Dall'immersione nuova nella poesia pasoliniana di cui si fa esperienza leggendo Bestemmia, che per la cura seria e amorevole di Graziella Chiarcossi e Walter Siti la raccoglie integralemente (per la parte edita) e in molti campioni significativi (per quella inedita), s'esce con un senso rigenerante e insieme amarissimo del tempo: questo per negazione, perché di continuo, dall'inizio alla fine, protagonista è l'ossessione della circolarità stagionale, del tempo che ritorna e dunque non si dà come conquista illuminista e progressista.
La poesia più alta è quella in cui questo sentimento si traduce più direttamente in immagini, e queste immagini contendono la pagina a quel "ricordo mormorato" che è la storia. Qui il grande manierista di Poesia in forma di rosa, di "Israele" o de "L'alba meridionale", avvinto infatti in questa sua stagione (1961-1964) dalla lascivia e dal rovello figuartivi di Pontormo e del Rosso. L'infrazione linguistica a cui Pasolini si sente obbligato dal riconoscimento di un impossibile "ritorno all'ordine" lo affaccia sul vuoto metrico, e dalla tensione che ne deriva non può che sortire esplosione immaginaria.
In questo ribollire atomico affiorano a tratti, come brandelli umani, i ricordi: che sono le tracce, o meglio, le citazioni di una storia sognata, mitizzata, da cui non poca luce s'è riflessa, come in un processo divinatorio, sulla storia reale. Ricordi dell'elegia friulana o appeninica, proiettata sulla Roma delle borgate, sono sommersi dal mare delle nuove laide urgenze. Se tutto appare ancora integro, come Argo dinnanzi a Pilade, che vuole liberarla dal passato con la ragione democratica e progressiva, tutto è in realtà corrotto: col suo occhio "di pesce", magico, simile a quello della sua Medea, Pasolini penetra nella corruzione, attraverso le porte finte della storia.
E' in Poesia in forma di rosa che per la prima volta con chiarezza si delinea il motivo di Petrolio: l'idea di una fuoriuscita dalla letteratura verso un'esistenza corporea e palpitante, priva dell'esperienza temporale, riflesso di un turbamento antropologico senza precedenti che è pur sempre un libro. Sarà un "delirio" enciclopedico, come l'ha definito acutamente Fortini a sottoporre la storia al "giudizio finale", da cui non ci si può aspettare tuttavia, remissione alcuna. E di volontà enciclopedica scrive giusto Giudici a proposito dell'opera poetica di Pasolini laddove la si intenda, come si deve, quale intero.
Ma se il "delirio" di Fortini è "piccolo-borghese", la volontà di Giudici è "dantesca": però questa è una distinzione che nell'oltranza pasoliniana non si comprende.


Da "il manifesto" del 10/2/1994 pag.3
Fonte:http://pigi.unipv.it/_PPP/best.html





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