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martedì 29 dicembre 2020

Pasolini, Il PCI ai giovani - L'Espresso, 16 giugno 1968

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Pier Paolo Pasolini: vi odio, cari studenti.
Ovvero: "Il PCI ai giovani!!"
16 giugno 1968






Il Pci ai giovani!!, di Pier Paolo Pasolini



Mi dispiace. La polemica contro
il Pci andava fatta nella prima metà
del decennio passato. Siete in ritardo, cari.
Non ha nessuna importanza se allora non eravate ancora nati:
peggio per voi.

Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi
quelli delle televisioni)
vi leccano (come ancora si dice nel linguaggio
goliardico) il culo. Io no, cari.

Avete facce di figli di papà.
Vi odio come odio i vostri papà.
Buona razza non mente.
Avete lo stesso occhio cattivo.
Siete pavidi, incerti, disperati
(benissimo!) ma sapete anche come essere
prepotenti, ricattatori, sicuri e sfacciati:
prerogative piccolo-borghesi, cari.

Vi odio cari studenti La tavola rotonda organizzata dall’”Espresso” il 16 giugno 1968 sulla poesia di Pier Paolo Pasolini ll Pci ai giovani

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Ritaglio prima pagina 


Vi odio cari studenti 
La tavola rotonda organizzata dall’”Espresso” 
il 16 giugno 1968 sulla poesia 
di Pier Paolo Pasolini ll Pci ai giovani


Al dibattito, diretto da Nello Ajello, parteciparono, oltre a Pasolini, Vittorio Foa all'epoca segretario della Cgil, Claudio Petruccioli segretario nazionale della Fgci e due delegati del Movimento studentesco.

L’argomento di questo dibattito è una poesia di Pier Paolo Pasolini dal titolo “Il Pci ai giovani”, che pubblichiamo in questa stessa pagina e che uscirà fra una decina di giorni su “Nuovi Argomenti”. Al dibattito, diretto da Nello Ajello, partecipano, oltre a Pasolini, l’on. Vittorio Foa segretario della Cgil, e Claudio Petruccioli, segretario nazionali della Federazione giovanile comunista.

Valle Giulia, di Paolo Pietrangeli - Video

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Valle Giulia, di Paolo Pietrangeli

Fu incisa da Paolo Pietrangeli e Giovanna Marini, prima in 45 giri e poi nell'LP Mio caro padrone domani ti sparo, sempre per I Dischi del Sole.

Piazza di Spagna, splendida giornata, traffico fermo, la città ingorgata e quanta gente, quanta che n'era! Cartelli in alto e tutti si gridava: «No alla scuola dei padroni! Via il governo, dimissioni!». E mi guardavi tu con occhi stanchi, mentre eravamo ancora lì davanti, ma se i sorrisi tuoi sembravan spenti c'erano cose certo più importanti. «No alla scuola dei padroni! Via il governo, dimissioni!». Undici e un quarto avanti a architettura, non c'era ancor ragion d'aver paura ed eravamo veramente in tanti, e i poliziotti in faccia agli studenti. «No alla scuola dei padroni! Via il governo, dimissioni!». Hanno impugnato i manganelli ed han picchiato come fanno sempre loro; ma all'improvviso è poi successo un fatto nuovo, un fatto nuovo, un fatto nuovo: non siam scappati più, non siam scappati più! Il primo marzo, sì, me lo rammento, saremo stati millecinquecento e caricava giù la polizia ma gli studenti la cacciavan via. «No alla scuola dei padroni! Via il governo, dimissioni!». E mi guardavi tu con occhi stanchi, ma c'eran cose molto più importanti; ma qui che fai, ma vattene un po' via! Non vedi, arriva giù la polizia! «No alla scuola dei padroni! Via il governo, dimissioni!». Le camionette, i celerini ci hanno dispersi, presi in molti e poi picchiati; ma sia ben chiaro che si sapeva; che non è vero, no, non è finita là. Non siam scappati più, non siam scappati più. Il primo marzo, sì, me lo rammento... ...No alla classe dei padroni, non mettiamo condizioni, no!





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Valle Giulia 1° marzo 1968, guerra civile - Pier Paolo Pasolini

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Valle Giulia 1° marzo 1968, guerra civile.



Manifestar significar per verba non si poria
ma per urli sì
e anche per striscioni; o canzoni;

Sono venuti a rifare il mondo
e, manifestando, se ne dichiarano all’altezza
La forza è nella virilità, come una volta
Ma la gentilezza è perduta

Qualunque cosa si manifesti
altro non viene manifestato che la forza
sia pure la forza dei destinati alla sconfitta (1)

Tutto ciò che non si può significar per parole
non è che pura e semplice forza –
Ma quanta innocenza nel non sapere questo!
Quanto bisogna essere giovani per crederlo!

Poiché la libertà è incompatibile con l’uomo
e l’uomo in realtà non la vuole, intuendo che non è per lui,
quanti obblighi io mi sono inventato invecchiando
per non essere libero!
Va bene, ma i più ingenui, i più inesperti, i più semplici,
i più giovani, di tali obblighi se ne inventano ancor di più,
anzi, venendo al mondo, la prima cosa che fanno è adattarsi a questo;
trionfalmente;
facendo credere a se stessi e agli altri
che si tratta di obblighi necessari a una nuova libertà.
La realtà è che un ragazzo sceso qui dal nulla, e del tutto nuovo, lui,
fa subito in modo di difendersi contro la vera libertà (2)
E soprattutto un ragazzo che conosce e accetta i doveri;
ed egli manifesta la forza della sua accettazione,
meravigliosa adulazione del mondo.

Rinasce sempre, attraverso l’obbedienza, la grazia
e può darsi, può darsi…
Obbedire ai doveri della rivoluzione! Manifestando!

Per quanto fitta sia la trama dei doveri di un anziano
qualcosa in essa si è lacerato
e io infatti intravedo l’intollerabile faccia della libertà;
non avendo più grazia e forza
ho cercato allora di difendermi sorridendo, come appunto
i vecchi, che la sanno lunga –
Ma la libertà è più forte: sia pure per poco
essa vuole essere vissuta –

È un valore che distrugge ogni altro valore
perché ogni valore non è che una difesa
eretta contro di lei;

e i valori, appunto, sono sentiti specialmente dai semplici;
dai giovani
(solo in essi, appunto, l’obbedienza è grazia);

è sulle loro schiere che contano i Capi per andare avanti,
sulle loro pulite, innocenti schiere –
Semplicità e gioventù, forme della natura,
è in voi che la libertà è rinnegata

attraverso una serie infinita di doveri,
puliti, innocenti doveri, a cui, manifestando
si grida con aria minacciosa obbedienza,
ché i semplici e i giovani son forti (3)
e non sanno ancora di non poter tollerare la libertà.
-----
(1) Di qui, lo speciale, commovente trionfalismo.
(2) Che, forse, al nulla lo ricondurrebbe?
(3) Anche se non sono che minoranze, sia pur numerose.


Pier Paolo Pasolini,
19 aprile 1970
(Aprile dolce dormire)




Il 29 febbraio 1968 gli studenti occupano la facoltà di architettura. Il rettore, Pietro Agostino D'Avack, chiede l'intervento della polizia che sgombera la facoltà e decide di presidiarla. In risposta gli studenti decidono di fare una manifestazione attraverso un’ autoconvocazione e si danno appuntamento per il giorno dopo a piazza di Spagna.

1° marzo 1968

Ore 9: circa 5.000 studenti universitari, assistenti, docenti, studenti dei licei e degli istituti tecnici con i libri sotto il braccio,radunati in piazza di Spagna, gridano:
 << La scuola è nostra: a noi e ai professori servono le bliblioteche, gli istituti, le aule che ora sono invase dai poliziotti. Il rettore che ha chiamato la polizia, deve andarsene. Andiamo noi all'università, tutti insieme...>>

Ore 10: il corteo si muove per il centro di Roma: via Babbuino, piazza del Popolo, via Flaminia, diritti fino a Valle Giulia che è deserta . Il Ninfeo di Valle Giulia, Villa Borghese, Piazza Bolivar e le gradinate che salgono alla facoltà di Architettura - improvvisamente si riempiono di studenti e professori e di fronte, proprio all'ingresso della facoltà, gli schieramenti di polizia e carabinieri. La testa del corteo spinge per entrare: << Lasciateci entrare nella nostra università>>.


Ore 11: si alza il primo manganello e colpisce con rabbia; per un attimo tutti fermi, poi la prima carica contro gli studenti. Di solito, a questo punto, gli studenti scappano e in breve tutto è terminato, ma questa volta qualcosa non va secondo il solito copione. Gli studenti si organizzano e mentre la testa resiste alla carica, le retroguardie iniziano a portare fuori dalla mischia gli studenti feriti ed iniziano i primi trasporti all'ospedale. Tutto intorno il traffico è praticamente bloccato: lunghe file di autobus, tram, auto, formano una cortina metallica nella quale si apre un solo corridoio per permettere ai mezzi di soccorso di portare i feriti in ospedale. Il suono dei clacson viene in breve coperto dalle sirene dei mezzi della polizia che arrivano in rinforzo agli agenti già impegnati negli scontri.

Gli scontri dureranno ore con centinaia di feriti tra tutti e due gli schieramenti e oltre 200 studenti portati in questura.

Chi c'era in piazza?

Oltre a polizia e carabinieri, c'erano studenti con nessun orientamento politico, studenti con orientamento politico di estrema sinistra, ma la parte più "militare" dei manifestanti era composta da giovani di orientamento di estrema destra, come quelli di Avanguardia Nazionale ed altri gruppi. Questa fotografia della piazza mostra un movimento composito che condivide punti rivendicativi dettati da convenienze comuni e non, certamente, convinzioni ideologiche dettate da coscienza di classe di appartenenza: quindi, un fritto misto.



Stefano Delle Chiaie, fondatore di Avanguardia Nazionale: 

“La mattina del 1 marzo 1968, di fronte alla facoltà di Architettura di Valle Giulia a Roma, c'era un impressionante schieramento di polizia agli ordini del commissario della squadra politica Umberto Improta. Da piazza di Spagna stava per arrivare un corteo di studenti fermamente intenzionati a rioccupare la facoltà. Improta era lì per impedirlo ad ogni costo.
Nel corso di quella mattinata, anche la federazione del PCI, tramite il dirigente romano Renzo Tricelli aveva tentato di convincere gli studenti a terminare la loro manifestazione in piazza di Spagna.
Noi, invece, in sintonia con i filo-cinesi, eravamo riusciti a far proseguire il corteo fino a Valle Giulia.
Gli studenti avevano già occupato la facoltà il 2 febbraio, insieme a quella di Lettere. Personalmente ero contrario a qualsiasi tentativo di occupare nuovamente, perché sarebbe stato come mettersi in trappola. Quello che volevo era arrivare al confronto con la polizia.
In previsione degli scontri, già la sera prima, avevamo allertato non soltanto gli studenti di Caravella, controllata da noi di Avanguardia, ma anche tutti i militanti dell'area. Ai nostri camerati della facoltà di Medicina era stato chiesto di costruire punti di appoggio per assistere eventuali feriti: avremmo cosi evitato ricoveri che avrebbero potuto portare al fermo o all'arresto.
Sulla scalinata che porta alla facoltà c'era Massimiliano Fuksas insieme con alcuni suoi colleghi. In precedenza in Avanguardia, ora Fuksas militava a sinistra.
Lo chiamai da parte e gli dissi che dovevano allontanarsi dalla scalinata: non era il posto migliore per affrontare la polizia. Massimiliano e i suoi compagni si spostarono. In quel momento però arrivò il corteo, molto più numeroso di quanto mi aspettassi.
 Subito scoppiò un primo tafferuglio con alcuni iscritti della CGIL fatti arrivare da Trivelli per riportare indietro i manifestanti che avevano lasciato piazza di Spagna. Il tentativo ebbe l'effetto contrario: radicalizzò la decisione degli studenti di restare. Fu in quel momento che le forze dell'ordine caricarono. Ed ebbe inizio quella che sarebbe passata alla storia come la "Battaglia di Valle Giulia".
In principio fummo noi camerati a reggere da soli l'urto con le decine di uomini che Improta ci aveva scagliato addosso. Ma subito dopo si unirono a noi tutti gli altri studenti, indipendentemente dal colore politico.
E furono scontri ravvicinanti, sassaiole, camionette incendiate, avanzate e ritirate "a elastico" che misero in difficoltà poliziotti e carabinieri.
I nostri militanti di Avanguardia erano stati addestrati allo scontro di piazza. Usavamo uno schieramento il cui vertice a cuneo anticipava il resto del gruppo che, approfittando dell'attenzione concentrata sul primo urto, si apriva come scoppio di granata in piccoli gruppi che attiravano gli avversari su più lati. Con rapidi movimenti si sottraevano a contatti prolungati e con improvvisi spostamenti obbligavano il fronte avversario a disunirsi e difendersi su più versanti.
Sul campo, ogni scelta tattica veniva affidata ai responsabili dei differenti nuclei. Questa pratica era scaturita dalla necessità di affrontare fisicamente forze superiori alle nostre. Applicammo a Valle Giulia queste misure con risultati decisamente positivi. Avevamo attivisti capaci e riuscimmo a tenere il campo per molte ore.
Noi di Avanguardia, ripiegammo per ultimi, coprendo la ritirata della massa degli studenti. Subimmo qualche ferito ma nessun morto. L'operazione aveva avuto l'esito desiderato: il Movimento era con noi a Valle Giulia e non con i riformisti di Trivelli in piazza di Spagna.
Durante quelle ore memorabili non c'era stata alcuna distinzione tra fascisti e antifascisti, ma un'unità tra le differenti componenti politiche che si stringevano intorno a un nuovo sogno rivoluzionario.
Le conseguenze politiche furono dirompenti. Valle Giulia aveva dato al movimento l'immagine di una protesta-lotta contro il sistema e sconfisse, almeno temporaneamente, le manovre del PCI, che voleva sindacalizzare la lotta degli studenti.
Non a caso la FGCI subiva una continua emorragia di iscritti, mentre da molte città provenivano attestati di stima e solidarietà a Caravella.


(Fonte L'Aquila ed Il Condor). 



Oreste Scalzone in una intervista: 

[...]
Cosa pensa di Delle Chiaie?

«Sono solito parlare in modo critico di sistemi e non di singoli, ma quando si tratta di uomini pubblici con responsabilità come le sue, un giudizio è doveroso. Credo – anche sulla base di un riscontro pratico, dettaglio sintomatico – sia un pessimo personaggio».

Quali riscontri?

«Lui e Mario Merlino hanno fatto circolare falsità come quella che, prima di Valle Giulia, loro avessero preso contatto col Comitato d’agitazione d’ateneo alla Sapienza, e che, quindi, quella fosse stata un’impresa comune. Un episodio che mostra inequivocabilmente l’indole manipolatrice di questo personaggio che ama rimestare nel torbido».

I fascisti con Valle Giulia non c’entrano?

«Basta aver letto, che so… Malaparte, per sapere che in una piazza in tumulto può esserci di tutto. Certo è che, se c’erano i fascisti, il movimento non se ne accorse».

 Che differenza c’era tra ribelli di sinistra e di destra?


«Molti giovani, anche per opporsi a un antifascismo trasformatosi in regime, diventarono fascisti pensando di ribellarsi all’ordine costituito. La ritengo una forma, certo malintesa – un tragico equivoco – di ribellione vera. Delle Chiaie con loro non c’entra, la cosa peggiore è che abbia lavorato per i servizi segreti del Paraguay di Stroessner».
[...]


(Camillo Giuliani, Calabria ora, 28 settembre 2012). 





<<...L’unica coincidenza oggettiva della rivolta dei giovani è infatti quella del delinearsi, secondo un disegno ormai chiaro e ineluttabile, dello « sviluppo » capitalistico, secondo le norme scaturite dalla sua grande rivoluzione interna: l ’Applicazione della Scienza, in uno sconfinato proliferare delle fonti di produzione e quindi dell’ansia di consumo. Ora, questo nuovo mondo che verso la fine degli Anni Sessanta si andava delineando come l’intero futuro umano, non aveva più alcun rapporto possibile col marxismo. Tra capitalismo tecnologico e umanesimo marxista si andava delineando una vera e propria diacronia storica: una effettiva incommensurabilità. Il mondo
tecnologico, attraverso una mutazione psicologica degli operai, tendeva ad inglobare sostanzialmente anche la lotta di classe. A far discutere del salario il padrone e l’operaio come da borghese a borghese. (i figli degli operai sono oggi mille volte più « borghesi » dei loro padri). L’urlo di dolore del ’68 è probabilmente dovuto alla coscienza, non ancora venuta alla luce, di questo. Dell'asservimento del marxismo a uno « sviluppo » storico in realtà voluto interamente dalla società borghese: oppure dell’impossibilità di un dialogo rivoluzionario dell’umanista marxista col qualunquista tecnocrate, trionfalmente proiettato verso l’avvenire. L’equivoco di una Rivoluzione imminente, pressoché
millenaristica, del periodo sessantottesco, ha creato per l'intellettuale e l ’uomo di cultura il dovere dell’intervento politico immediato. Dell’accettazione della teoria della preminenza dell’azione dei giovani, del loro moralismo rivoluzionario, del loro assoluto utilitarismo per cui tutto doveva essere in funzione di quella « Rivoluzione dell’indomani » in cui, con tanta ingenuità e presunzione, essi credevano. Molti intellettuali sono stati al gioco, un po’ in buona fede, un po’ per viltà, ma soprattutto a causa di un vero e proprio errore politico. Era chiaro come il sole che di Rivoluzioni, di lì a un giorno, non ce ne sarebbero state. Il PCI lo sapeva benissimo...>>

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Curatore, Bruno Esposito

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Pasolini, APOLOGIA - Valle Giulia

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




I GIOVANI DELLA CONTESTAZIONE NON 
AVEVANO GLI ANTICORPI PER USCIRE 
DALL'ENTROPIA BORGHESE , ESSENDO 
FIGLI DI UN MONDO IN CUI LA BORGHESIA 
STAVA DIVENTANDO LA CONDIZIONE UMANA.

APOLOGIA

Che cosa sono i «brutti versi» (come presumibilmente questi, de «Il PCI ai giovani!!»)? È fin troppo semplice: i brutti versi sono quelli che non bastano da soli a esprimere ciò che l’autore vuole esprimere: cioè in essi le significazioni sono alterate dalle consignificazioni, e insieme le consignificazioni ottenebrano le significazioni.
Si sa poi che la poesia attinge i segni da campi semantici diversi, facendoli combaciare, spesso arbitrariamente; fa quindi di ogni segno una specie di stratificazione di cui ogni strato corrisponde a un’accezione del segno tratta da un campo semantico diverso, ma provvisoriamente combaciante (per via di un démone) con gli altri.
Allora: i brutti versi sono sì, comprensibili: ma per comprenderli occorre della buona volontà.

Dubito della buona volontà di molti dei lettori di questi brutti versi: anche perché, in molti casi, dovrò prevedere per essi, per così dire, «una cattiva volontà in buona fede». Cioè una passione politica altrettanto valida della mia, che ha speranze e amarezze, idoli e odii come la mia.
Sia dunque chiaro che questi brutti versi io li ho scritti su più registri contemporaneamente: e quindi sono tutti «sdoppiati» cioè ironici e autoironici. Tutto è detto tra virgolette. Il pezzo sui poliziotti è un pezzo di ars retorica, che un notaio bolognese impazzito potrebbe definire, nella fattispecie, una «captatio malevolentiae»: le virgolette sono perciò quelle della provocazione. Spero che la cattiva volontà del mio buon lettore «accetti» la provocazione, dato che si tratta di una provocazione a livello simpatetico. (Quelle che non si accettano sono le provocazioni dei fascisti e della polizia.) Tra virgolette sono anche per esempio i due passi riguardanti i vecchi operai che vanno la sera in cellula a imparare il russo, e l’evoluzione del vecchio, buon acciaccato PCI: a parte il fatto che oggettivamente tale figura di operaio e di PCI corrisponde anche alla «realtà», qui, in questa mia poesia sono figure retoriche e paradossali: ancora provocatorie.

L’unico brano non provocatorio, anche se detto in tono fatuo, è quello parentetico finale. Qui sì pongo, sia pure attraverso lo schermo ironico e amaro (non potevo convertire di colpo il démone che mi ha frequentato, subito dopo la battaglia di Valle Giulia – e insisto sulla cronologia anche per i non filologi), un problema «vero»: nel futuro si colloca un dilemma: guerra civile o rivoluzione?
Non posso fare come tanti miei colleghi, che fingono di confondere le due cose (o le confondono veramente!), e presi dalla «psicosi studentesca» si son buttati a corpo morto dalla parte degli studenti (adulandoli, e ricavandone disprezzo); non posso nemmeno affermare che ogni possibilità rivoluzionaria sia esausta, e che quindi bisogna optare (come in un diverso destino storico accade in America o nella Germania di Bonn) per la «guerra civile»: infatti la guerra civile la borghesia la combatte contro se stessa, come ho più volte ripetuto. Né, infine, sono così cinico (come i francesi) da pensare che si potrebbe fare la rivoluzione «approfittando» della guerra civile scatenata dagli studenti – per poi metterli da parte, o magari farli fuori.

È da questo stato d’animo che sono nati questi brutti versi, la cui dominante è comunque la provocazione (che essi esprimono indiscriminatamente, a causa della loro bruttezza). Ma, e questo è il punto, perché sono stato così provocatorio con gli studenti (tanto che qualche untuoso giornale padronale vi potrebbe speculare)?
La ragione è questa: fino alla mia generazione compresa, i giovani avevano davanti a sé la borghesia come un «oggetto», un mondo «separato» (separato da loro, perché, naturalmente, parlo dei giovani esclusi: esclusi per un trauma: e prendiamo come trauma tipico quello di Lenin diciannovenne che ha visto il fratello impiccato dalle forze dell’ordine). Potevamo guardare la borghesia, così, oggettivamente, dal di fuori (anche se eravamo orribilmente implicati con essa, storia, scuola, chiesa, angoscia): il modo per guardare oggettivamente la borghesia ci era offerto, secondo uno schema tipico, dallo «sguardo» posato su di essa da ciò che non era borghese: operai o contadini (di quello che si sarebbe poi chiamato Terzo Mondo). Perciò noi, giovani intellettuali di venti o trenta anni fa (e, per previlegio di classe, studenti) potevamo essere antiborghesi anche al di fuori della borghesia: attraverso l’ottica offertaci dalle altre classi sociali (rivoluzionarie, o rivoltose che fossero).
Siamo cresciuti, dunque, con l’idea della rivoluzione in testa: della rivoluzione operaia-contadina (Russia ’17, Cina, Cuba, Algeria, Vietnam). Di conseguenza abbiamo fatto, dell’odio traumatico per la borghesia, anche una giusta prospettiva in cui integrare la nostra azione: in un futuro non evasivo (almeno parzialmente, perché tutti siamo un po’ sentimentali).

Per un giovane di oggi la cosa si pone diversamente: per lui è molto più difficile guardare la borghesia oggettivamente attraverso lo sguardo di un’altra classe sociale. Perché la borghesia sta trionfando, sta rendendo borghesi gli operai, da una parte, e i contadini ex coloniali, dall’altra. Insomma, attraverso il neocapitalismo, la borghesia sta diventando la condizione umana. Chi è nato in questa entropia, non può in nessun modo, metafisicamente, esserne fuori. È finita. Per questo provoco i giovani: essi sono presumibilmente l’ultima generazione che vede degli operai e dei contadini: la prossima generazione non vedrà intorno a sé che l’entropia borghese.
Ora, io, personalmente (la mia privata esclusione, ben più atroce di quella che tocca mettiamo a un negro o a un ebreo, da ragazzo) e pubblicamente (il fascismo e la guerra, con cui ho aperto gli occhi alla vita: quante impiccagioni, quante uncinazioni!) sono troppo traumatizzato dalla borghesia, e il mio odio verso di lei è ormai patologico. Non posso sperare nulla né da essa, in quanto totalità, né da essa in quanto creatrice di anticorpi contro se stessa (come succede nelle entropie. Gli anticorpi che nascono nell’entropia americana hanno vita e ragione di essere solo perché in America ci sono i negri: che hanno per un giovane americano la funzione che hanno avuto per noi ragazzi gli operai e i contadini poveri).

Data questa mia sfiducia «totale» nella borghesia, io resisto, dunque, all’idea della guerra civile, che, magari attraverso l’esplosione studentesca, la borghesia combatterebbe contro se stessa. Già i giovani di questa generazione, sono, direi fisicamente, molto più borghesi di noi. Dunque? Non ho diritto di provocarli? In che altro modo mettermi altrimenti in rapporto con loro, se non così? Il demone che mi ha tentato è un demone, si sa, pieno di vizi: stavolta ha avuto anche il vizio dell’impazienza e del disamore per quella vecchia opera artigiana che è l’arte; ha fatto un solo rozzo fascio di tutti i campi semantici, rimpiangendo addirittura di non essere anche pragmatico, cioè di abbracciare anche i campi semantici che sono sede delle comunicazioni non linguistche: presenza fisica e azione… Per concludere, dunque, i giovani studenti di oggi, appartengono a una «totalità» (i «campi semantici» su cui essi, sia attraverso la comunicazione linguistica che non-linguistica, si esprimono), sono strettamente unificati e recintati: essi non sono dunque in grado, credo, di capire da soli che, quando si definiscono «piccolo-borghesi» nelle loro autocritiche, commettono un errore elementare quanto inconsapevole: infatti il piccolo-borghese di oggi non ha più nonni contadini: ma bisnonni e forse trisavoli; non ha vissuto un’esperienza antiborghese rivoluzionaria (operaia) pragmaticamente (e da ciò gli inani brancolamenti alla ricerca dei compagni operai); ha esperimentato, invece, il primo tipo di qualità di vita neocapitalistica, coi problemi dell’industrializzazione totale. Il piccolo-borghese di oggi, dunque, non è più quello che viene definito nei classici del marxismo, mettiamo in Lenin. (Come, per esempio, la Cina attuale non è più la Cina di Lenin: e dunque citare l’esempio della «Cina» dal libretto sull’imperialismo di Lenin, sarebbe una follia.) Inoltre i giovani di oggi (che si sbrighino poi ad abbandonare l’orrenda denominazione classista di studenti, e a diventare dei giovani intellettuali) non si rendono conto di quanto sia repellente un piccolo-borghese di oggi: e che a un tale modello si stanno conformando sia gli operai (malgrado il persistente ottimismo del canone comunista) sia i contadini poveri (malgrado la loro mitizzazione operata dagli intellettuali marcusiani e fanoniani, me compreso, ma ante litteram).

A tale coscienza manichea del male borghese gli studenti possono giungere dunque (per ricapitolare):
a) rianalizzando – al di fuori così della sociologia come dei classici del marxismo – i piccoli borghesi che essi sono (che noi siamo) oggi.
b) abbandonando la propria autodefinizione ontologica e tautologica di «studenti» e accettando di essere semplicemente degli «intellettuali».
c) operando l’ultima scelta ancora possibile – alla vigilia della identificazione della storia borghese con la storia umana – in favore di ciò che non è borghese (cosa che essi possono fare ormai solo sostituendo la forza della ragione alle ragioni traumatiche personali e pubbliche cui accennavo: operazione, questa, estremamente difficile, che implica un’autoanalisi «geniale» di se stessi, al di fuori di ogni convenzione).

Pier Paolo Pasolini, tratto
da "Empirismo eretico".




Curatore, Bruno Esposito

Collaborano alla creazione di queste pagine corsare:

Carlo Picca
Mario Pozzi
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Giovanna Caterina Salice
Simona Zecchi

La battaglia di Valle Giulia - video

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro






DATA
1968
DETTAGLI
Durata: 00:08:00 | Colore: b/n | Sonoro: muto
LIVELLO
documento
OGGETTO
Tipologia: non fiction | Stato: non finito
ABSTRACT
Roma, 1 marzo 1968, documento sulla manifestazione studentesca culminata con gli scontri con la polizia a Valle Giulia.


 ARCHIVI AAMOD




"Quando a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti io simpatizzavo coi poliziotti. Perché i poliziotti sono figli dei poveri".







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Curatore, Bruno Esposito

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lunedì 14 dicembre 2020

Pasolini - Oltre Le Rabbie Manichee.

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Pasolini
Oltre  Le Rabbie  Manichee
Un articolo dimenticato e quasi inedito.
Tratto da 
Il Dramma
numero 3, marzo 1974

(Trascrizione curata da Bruno Esposito)



Nel dicembre 1973, sulla rivista "Il Dramma", vengono pubblicati una serie di interventi di Signorile, Plebe, Piccoli, Bignardi, Mammì, Orlandi, con il titolo:
" I politici giudicano la cultura italiana: "Gli intellettuali del silenzio", curati da Nino Andreoli. 
Nel marzo del 1974, sulle stesse pagine e a cura di Giacomo Carioti, vengono pubblicati gli interventi di Pasolini, Bevilacqua, Gianfranceschi, Gervaso, dal titolo:
"Le barbarie degli equivoci. 
Questo dibattito precede quello che sarà l'articolo di Pasolini riportato negli Scritti Corsari con il titolo di:
"Marzo 1974. Gli intellettuali nel '68: manicheismo e ortodossia della «Rivoluzione dell'indomani»(Sul «Dramma» per un'inchiesta sugli interventi politici degli intellettuali)" 


Oltre  Le Rabbie  Manichee
Un articolo dimenticato e quasi inedito.


Gli ultimi cinque o sei anni della vita letteraria e politica italiana sono stati caratterizzati dalla paura degli intellettuali italiani a essere disprezzati dai giovani. Diminuita la paura in proporzione della rinuncia dei giovani a quella lotta che avevano cominciato con tanta ingenuità e presunzione, un senso liberatorio (dal ricatto, dal linciaggio) ridà animo agli intellettuali, che vivono così la restaurazione come una rivincita. Ritornano fuori antiche disinvolte idee di « libertà » dell’intellettuale, la legittimità del suo giocare ambiguo o divertito col disinteresse e l'interesse politico, la sua indipendenza ecc. Egli riprende la sua funzione formale di guida: ma teorica. La contemplazione riprende il suo ruolo preminente ai danni dell’azione. Il pragmatismo gauchista (sotto il segno di Che Guevara, per chi ormai non lo
ricordi) è visto come para-fascista. C’è da chiedersi se ci volesse molto a capirlo cinque o sei anni fa : capirlo e affermarlo adesso è ingiusto. Piuttosto, alla smania dell’azione dei giovani del ’68, anche se sostanzialmente dovuta alla loro cultura piccolo-borghese, può oggi venire attribuito un altro senso. Il seguente: circa nel ’68 la contestazione è scoppiata tanto grandiosamente (un fenomeno che coinvolgeva centinaia di migliaia di giovani di tutto il mondo) quanto arbitrariamente. Non c’è stato infatti nessun fatto che giustificasse, direttamente e esplicitamente, tale esplosione. La cosa è accaduta da un giorno all’altro. Perché dunque è accaduta? Per una reale volontà dei giovani di rovesciare il sistema (nei paesi dove non ci fosse un forte
Partito comunista) o di fare la Rivoluzione (nei paesi dove l’ideologia marxista fosse forte, diffusa e profonda)? Probabilmente no. Nessuno, nell’intimo della sua coscienza, credeva realmente che ciò fosse realizzabile. Ma egli si comportava come se ciò fosse realizzabile. E ne teorizzava le forme (per es. la guerriglia urbana, la preminenza dell’azione sul pensiero, il riferimento alle teorie rivoluzionarie di Mao ecc.). In realtà la rivolta degli studenti e degli intellettuali anche anziani che li hanno supinamente, adulatoriamente o almeno acriticamente seguiti, non era forse niente altro che una disperata protesta che si esauriva in se stessa, un lungo urlo di
dolore che aveva accenti di minaccia, esasperazione, furore. E a che cosa era dovuto un tale urlo di dolore (che è echeggiato in tutti gli angoli di Europa ed è stato lanciato da un’intera generazione di giovani)? Non c’erano ragioni immediate (le istituzioni autoritarie, la repressione, la degenerazione della scuola erano problemi vecchi di secoli), e quindi probabilmente si trattava di una ragione nascosta, e solo oggi forse individuabile.


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L’unica coincidenza oggettiva della rivolta dei giovani è infatti quella del delinearsi, secondo un disegno ormai chiaro e ineluttabile, dello « sviluppo » capitalistico, secondo le norme scaturite dalla sua grande rivoluzione interna: l ’Applicazione della Scienza, in uno sconfinato proliferare delle fonti di produzione e quindi dell’ansia di consumo. Ora, questo nuovo mondo che verso la fine degli Anni Sessanta si andava delineando come l’intero futuro umano, non aveva più alcun rapporto possibile col marxismo. Tra capitalismo tecnologico e umanesimo marxista si andava delineando una vera e propria diacronia storica: una effettiva incommensurabilità. Il mondo
tecnologico, attraverso una mutazione psicologica degli operai, tendeva ad inglobare sostanzialmente anche la lotta di classe. A far discutere del salario il padrone e l’operaio come da borghese a borghese. (i figli degli operai sono oggi mille volte più « borghesi » dei loro padri). L’urlo di dolore del ’68 è probabilmente dovuto alla coscienza, non ancora venuta alla luce, di questo. Dell'asservimento del marxismo a uno « sviluppo » storico in realtà voluto interamente dalla società borghese: oppure dell’impossibilità di un dialogo rivoluzionario dell’umanista marxista col qualunquista tecnocrate, trionfalmente proiettato verso l’avvenire. L’equivoco di una Rivoluzione imminente, pressoché
millenaristica, del periodo sessantottesco, ha creato per l'intellettuale e l ’uomo di cultura il dovere dell’intervento politico immediato. Dell’accettazione della teoria della preminenza dell’azione dei giovani, del loro moralismo rivoluzionario, del loro assoluto utilitarismo per cui tutto doveva essere in funzione di quella « Rivoluzione dell’indomani » in cui, con tanta ingenuità e presunzione, essi credevano. Molti intellettuali sono stati al gioco, un po’ in buona fede, un po’ per viltà, ma soprattutto a causa di un vero e proprio errore politico. Era chiaro come il sole che di Rivoluzioni, di lì a un giorno, non ce ne sarebbero state. Il PCI lo sapeva benissimo. Tanto è vero che proprio in quei frangenti è nata probabilmente la progettazione del compromesso
storico ». I comunisti tradizionali vogliono realmente il miglioramento della condizione di vita degli operai. Uno sviluppo » impetuoso, inarrestabile, grandioso, che coinvolga tutto, non poteva non affascinarli, dando nuovo slancio al loro ingenuo progressismo. D’altra parte i comunisti tradizionali sono sempre stati disperatamente realistici. E non ci voleva molto a capire che quello « sviluppo » era un fenomeno troppo grandioso, per non essere il probabile inizio di una nuova era della storia umana. Mentre studenti e intellettuali urlavano di dolore per l' incommensurabilità — e quindi l'impossibilità di lotta — tra capitalismo tecnologico e umanesimo marxista, il
Partito comunista cominciava a elaborare la tesi del compromesso tra due momenti storici inconciliabili. Ciò gli avrebbe consentito di intervenire in quello « sviluppo », programmarlo, renderlo il più possibile socialista, strapparlo il più possibile alla cieca produzione dei beni superflui per una giudiziosa produzione di beni necessari: imporre insomma allo « sviluppo » capitalistico le regole del dovere morale e il ricordo dell’umanesimo. Non era molto, in confronto alla Rivoluzione, ma era tutto quello che realisticamente si poteva fare se il famoso « sviluppo » avesse dovuto proseguire, così com’era cominciato, per tutto il tempo futuro. Ciò che rende questa ipotesi
problematica, ossia il pericolo di un arresto del progresso o addirittura di una recessione — o comunque un periodo di emergenza e di « tensione » — è ciò che rende urgente per un intellettuale anche non politico — un letterato, uno scienziato — il dovere di un intervento continuo: di quella presenza politica immediata che nel periodo sessantottesco è stata convulsa, inutile, verbale, moralistica. Non si tratta più di prendere per buona la smania rivoluzionaria di un esercito di giovani — il cui senso, criticamente interpretato, era peraltro tragico — ma di vedere se la crisi di uno dei due elementi storici incommensurabili tra loro — lo  
« sviluppo » capitalistico — non possa offrire all’altro elemento — l'opposizione marxista — la possibilità di ricominciare daccapo una

lotta rivoluzionaria : o, nella peggiore delle ipotesi, vedere se esiste uno spazio da occupare tra il vero fascismo — in cui sostanzialmente consiste il potere dello « sviluppo » — e il vecchio fascismo assassino — che approfitta della crisi di quel fascismo senza Patria e senza Chiesa, per gettare la nazione nel disordine. Una forma di lotta avanzatissima, e una forma di lotta disperatamente « ritardata ». Ma è in queste condizioni ambigue, contraddittorie, frustranti, ingloriose, odiose che l ’uomo di cultura deve impegnarsi alla lotta politica, dimenticando le sue (insincere) rabbie manichee contro il Male, rabbie che opponevano ortodossia e ortodossia.

Pier Paolo Pasolini



Curatore, Bruno Esposito

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