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lunedì 2 novembre 2026

Il delitto Pasolini fu un'esecuzione: dall’«Io so» alle prove di Petrolio, la verità dell'Antimafia che cancella 50 anni di bugie

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


 

Il delitto Pasolini fu un'esecuzione: dall’«Io so» alle prove di Petrolio, la verità dell'Antimafia che cancella 50 anni di bugie

«La morte non è nel non poter comunicare, ma nel non poter più essere compresi». Quando Pier Paolo Pasolini scriveva questi versi in Una disperata vitalità, non lasciava solo un manifesto lirico sulla solitudine dell'intellettuale. Consegnava ai posteri la chiave di lettura della sua stessa fine.
Per cinquant'anni, il "Palazzo" – quel centro di potere senza volto che Pasolini ha lucidamente smascherato fino all'ultimo respiro – ha preteso di confinare il massacro della notte tra l'1 e il 2 novembre 1975 nei recinti angusti e degradati della cronaca nera, derubricandolo a un'accidentale "lite tra omosessuali" e condannando all'oblio la voce dell'autore. Oggi, tuttavia, la verità storica ed elementi istituzionali costringono a una riscrittura totale di quel cold case giudiziario.
I. La Relazione dell'Antimafia: Le "pizze" di Salò come trappola di Stato
La svolta interpretativa più dirompente è giunta direttamente dalle aule istituzionali. La Commissione Parlamentare Antimafia ha messo nero su bianco una verità lungamente sostenuta dalle inchieste indipendenti: il delitto dell'Idroscalo di Ostia è avvenuto con il pretesto e l'esca del furto delle pellicole di Salò o le 120 giornate di Sodoma.
Non un'estorsione comune, ma un'operazione d'aggancio psicologico calibrata al millimetro. Nell'agosto del 1975, ignoti sottrassero dagli stabilimenti Technicolor di Roma 74 bobine di pellicola originale, mutilando l'opera cinematografica più politica, viscerale e intollerabile di Pasolini. Chi orchestrò il furto conosceva la totale dedizione del regista per le sue creazioni. Sapeva che, pur di recuperare i negativi originali, Pasolini avrebbe accettato di scendere a patti con la malavita delle borgate, muovendosi al di fuori dei canali ufficiali della polizia.
L'appuntamento per il "cavallo di ritorno" fissato a Ostia fu il meccanismo perfetto per isolare la vittima. La prova del nove di questo tranello strutturato risiede nel destino stesso di quegli oggetti: nel maggio del 1976, a delitto compiuto e a tesi del "colpevole unico" già saldamente imposta all'opinione pubblica, le pizze di Salò vennero improvvisamente fatte ritrovare intatte in un capannone a Cinecittà. Nessuno riscosse mai un vero riscatto economico; l'esca aveva già esaurito la sua funzione mortale.
II. Il Commando e il Protocollo dell'Oblio
La narrazione solitaria del minorenne Pino Pelosi è stata scientificamente demolita. Le indagini condotte dal RIS di Roma sui reperti dell'epoca hanno isolato almeno tre profili DNA diversi e ignoti sugli indumenti di Pasolini. Quella notte, a colpire e a infierire sul corpo del poeta, c'era un vero e proprio commando.
I filoni investigativi e le confessioni successive delineano una fitta rete di cerniera tra la piccola criminalità romana e l'eversione nera:
  • I ganci e la manovalanza: Se le prime trattative per il riscatto videro l'esposizione di figure legate alla malavita del Tiburtino III, la violenza materiale dell'Idroscalo contò sulla presenza di militanti dell'estremismo neofascista, che aggredirono Pasolini urlando insulti politici. Sullo sfondo, l'inchiesta parlamentare rintraccia la spalla logistica e strategica della nascente Banda della Magliana.
  • Il depistaggio immediato: A confermare la natura programmata dell'agguato concorsero le omissioni colossali delle prime ore. La scena del delitto all'Idroscalo non venne transennata, consentendo a curiosi e giornalisti di calpestare l'area e cancellare impronte di pneumatici e tracce ematiche. Reperti fondamentali, come una camicia intrisa di sangue repertata a 70 metri dal cadavere, vennero ignorati. Lo stesso Pelosi fu bloccato alla guida dell'Alfa 2000 di Pasolini con abiti inspiegabilmente puliti, un paradosso scientifico insostenibile per chi avrebbe dovuto consumare da solo un simile mattatoio.
[ IL MECCANISMO DELLA TRAPPOLA ]

Furto Pellicole Technicolor (Agosto '75)
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Trattative e aggancio (Tiburtino III)
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Esca del Riscatto all'Idroscalo (Nov '75)
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Aggressione del Commando (Almeno 3 DNA)
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Inquinamento della Scena e Depistaggio Mediale
III. Il movente profondo: Dall'«Io so» giornalistico alle prove di «Petrolio»
Se il furto di Salò costituì il pretesto operativo per muovere il corpo di Pasolini, il movente politico profondo affonda le radici nel cortocircuito fatale tra la sua attività giornalistica e le pagine del suo romanzo-inchiesta monumentale e incompiuto: Petrolio, pubblicato postumo soltanto nel 1992.
Il 14 novembre 1974, dalle colonne del Corriere della Sera, Pasolini lanciava il suo celebre e disperato atto d'accusa contro la classe dirigente:
«Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe... Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano... Io so i nomi del gruppo di potenti che, con l'aiuto della Cia, hanno prima creato una crociata anticomunista... Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi».
Tra il 1974 e il 1975, il crinale che separa il grido dell'intellettuale dalla condanna a morte viene superato proprio attraverso la stesura di Petrolio. Con quel libro, Pasolini smette di essere soltanto un polemista corsaro che intuisce le dinamiche del potere per via poetica; inizia a cercare, accumulare e ordinare le prove di quell'«Io so». Il romanzo si trasforma in un vero e proprio dossier contro-investigativo sulle trame della strategia della tensione, concentrandosi sulla parabola di Eugenio Cefis e sulla fine del presidente dell'ENI Enrico Mattei.
Il cuore di questo scontro e del passaggio cruciale dall'intuizione al documento è rappresentato dal celebre e spettrale Appunto 21, intitolato significativamente «Lampi sull'ENI». Nel manoscritto originale la pagina è bianca, ma gli schemi di lavoro di Pasolini ne chiariscono il contenuto preventivato: la denuncia esplicita che l'incidente aereo di Bascapè del 1962 non fu una fatalità, ma l'eliminazione fisica di Mattei orchestrata per favorire l'ascesa dello stesso Cefis ai vertici dell'azienda di Stato e della grande industria multinazionale.
Attorno a quel foglio vuoto permane il mistero di un possibile furto documentale avvenuto nello studio dello scrittore nei giorni immediatamente successivi al delitto, un'effrazione mirata a sottrarre le prove materiali che Pasolini era finalmente riuscito a trovare, pagando con la vita la transizione decisiva da testimone a giudice.
IV. La prospettiva attuale: Verso una Verità Storica
Oggi, l'iter parlamentare avviato in Commissione Giustizia al Senato punta all'istituzione di una Commissione d'inchiesta monocamerale specifica. L'obiettivo istituzionale è chiaro: superare le secche e i limiti di una magistratura che fatica, a cinquant'anni di distanza, a capitalizzare processualmente i dati scientifici isolati dal RIS.
Per noi che curiamo e leggiamo Le Pagine Corsare, questa evoluzione non è una mera questione di cronaca giudiziaria. È l'atto dovuto di restituzione intellettuale a un testimone scomodo. Ridotto al silenzio il corpo all'Idroscalo, le sue analisi sul "genocidio culturale" e il suo metodo di opposizione critica al conformismo borghese continuano a splendere, indicandoci che la vera comprensione della sua opera comincia laddove il Potere ha cercato di interromperla.
Bruno Esposito

 

Curatore, Bruno Esposito

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