Benvenuto/a nel mio blog

Benvenuto nel blog

Questo blog non ha alcuna finalità di "lucro".
Viene aggiornato di frequente e arricchito sempre di nuovi contenuti, anche se non in forma periodica.
Sono certo che navigando al suo interno potrai trovare ciò che cerchi.
Al momento sono presenti oltre 1800 post e molti altri ne verranno aggiunti.
Ti ringrazio per aver visitato il mio blog e di condividere con me la voglia di conoscere uno dei più grandi intellettuali del trascorso secolo.

venerdì 23 ottobre 2026

Pasolini, 9 domande sul romanzo - Nuovi Argomenti, N. 38-39 - Maggio-Agosto 1959, pag. 45-46-47

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Pasolini, 9 domande sul romanzo

NUOVI ARGOMENTI 

N. 38-39 - Maggio-Agosto 1959

Rivista bimestrale diretta da 

ALBERTO MORAVIA e ALBERTO CAROCCI 

 SOMMARIO 

 9 DOMANDE SUL ROMANZO 

con le risposte di Giorgio Bassani,

Italo Calvino, 

Carlo Cassola,

Eugenio Montale, 

Elsa Morante, 

Alberto Moravia, 

Pier Paolo Pasolini, 

Guido Piovene, 

Sergio Solmi, 

Elémire Zolla. 


Le domande:

9 DOMANDE SUL ROMANZO

1) Credete che ci sia una crisi del romanzo in quanto genere letterario o piuttosto una crisi del romanzo in quanto il romanzo partecipa della crisi più generale di tutte le arti?

2) Si parla molto del romanzo saggistico. Pensate che esso sia destinato a prendere il posto del romanzo di pura rappresentazione (ossia behaviurista?). In altri termini Musil sostituirà Hemingway?

3) La scuola narrativa francese di cui fanno parte Butor, Rob-. be-Grillet, Nathalie Serraute e altri proclama che il romanzo volta definitivamente le spalle alla psicologia. Bisognerebbe far parlare gli oggetti, tenersi ad una realtà puramente visiva. Qual è il vostro parere?

4) Non vi sarà sfuggito che i romanzi moderni sono scritti sempre meno in terza persona, sempre più spesso in prima persona. E che questa prima persona tende sempre più ad essere la voce stessa dell'autore (l'io di Moll Flanders, tanto per fare un esempio, equivaleva invece ad una terza persona). Credete che si potrà mai tornare al romanzo di pura oggettività, del tipo ottocentesco? Oppure pensate che il romanzo oggettivo non è più possibile?

5) Che cosa pensate del realismo socialista nella narrativa?

6) Il problema del linguaggio nel romanzo è prima di tutto il problema del rapporto dello scrittore con la realtà della sua narrativa. Credete che questo linguaggio debba essere trasparente come un'acqua limpida in fondo alla quale si distinguono tutti gli oggetti, in altri termini credete che il romanziere debba lasciar parlare le cose? Oppure credete che il romanziere debba prima di tutto essere scrittore e anche perfino vistosamente scrittore?

7) Che cosa pensate nell'uso del dialetto nel romanzo? Credete che si possa dire tutto con il dialetto, sia pure in maniera dialettale? Oppure pensate che soltanto la lingua sia il linguaggio della cultura e che il dialetto abbia dei limiti molto forti?

8) Credete alla possibilità di un romanzo nazionale storico? Ossia nel quale in qualche modo siano rappresentati i fatti d'Italia, recenti o meno recenti. Credete che sia possibile, in altri termini, ricostruire vicende e destini che non siano puramente individuali? e fuori del tempo « storico »?

9) Quali sono i romanzieri che preferite e perché?


(Nota redazionale)


Le risposte di Pier Paolo Pasolini al celebre questionario su “9 domande sul romanzo”, apparse nel fascicolo di Nuovi Argomenti del maggio-agosto 1959, rappresentano un documento teorico di eccezionale importanza per decifrare la transizione dal Pasolini romanziere delle borgate al Pasolini regista. Siamo nel 1959, l'anno di Una vita violenta: il dibattito letterario italiano è scosso dalle accuse di "naturalismo" mosse a Pasolini dalla critica comunista ortodossa e dalle prime avvisaglie del formalismo strutturalista. In questo intervento, Pasolini rivendica con forza una posizione eretica e militante: il romanzo non è un'evocazione intimistica o un esercizio di "anima bella", ma pura rappresentazione mediata dalla fisicità più immediata.
Rifiutando tanto la scorciatoia del "romanzo saggistico" quanto le mode della letteratura puramente visiva d'oltralpe, Pasolini ridefinisce i concetti di oggettività e psicologia attraverso le lenti del marxismo. Per il futuro regista, la crisi del romanzo non è una crisi delle forme artistiche, ma il riflesso della crisi storica delle culture e delle ideologie di fronte all'avanzata del mondo economico neocapitalista.
Bruno Esposito

Le risposte di 
PIER PAOLO PASOLINI


1) Credo al secondo corno del dilemma. Ma questo corno si dirama in due altri corni: esiste una crisi intrinseca al mondo borghese (quella che ha dato le avanguardie, le rivolte anarchiche, l'antiborghesismo dei borghesi scapigliati, finiti ecc.): e di tale crisi si parlava in termini irrazionali, raziocinanti, metastorici e esistenziali già da prima della guerra (per es. su « Primato »).

Ed esiste una seconda crisi, dovuta alla presenza di una ideologia diversa che si oppone, come rivoluzionaria, a quel mondo borghese.

In sede letteraria, questa crisi n. 2, che è quella che importa, consiste in un contrasto tra momento individuale e momento sociale dell'arte, tra introversione, intimismo e misticismo, da una parte, estroversione, vita di relazione, razionalismo, dall'altra. Guardo dunque di cattivo occhio l'espressione « crisi generale di tutte le arti » perché mi pare usata col vecchio tono italicooccidentale: la crisi è delle culture e delle ideologie, non delle arti.

Credo dunque: che ci sia una crisi del romanzo in quanto il romanzo partecipa della crisi più generale del mondo economico in cui operiamo.


2) Prevalenza del « romanzo saggistico »? Neanche per idea: il romanzo saggistico mi sembra un modo per sfuggire alla vera difficoltà, che è quella di tradurre il saggio (che qui è pronunciato ancora in tono leggermente novecentesco, mentre io assumo il termine a un più intero e razionale significato ideologico o sociologico) in romanzo. Il romanzo non può essere che pura rappresentazione: il significato ideologico o sociologico, deve esser mediato dalla fisicità più immediata.


3) Ripeto: immediata fisicità: ossia personaggio in azione, paesaggio in funzione, violenta e assoluta mimesi ambientale. Non ho ancora letto Butor e gli altri: credo però — con loro solo estrinsecamente — alla legge della realtà « puramente visiva » (e acustica, tattile, olfattiva): mi sembra idiota, tuttavia, voltare le spalle alla psicologia. Può essere che la psicologia intesa come analisi dei sentimenti dell'anima bella (Proust, dulcis memoria...) abbia stancato i proustiani, si sia esaurita, nella lunga serie degli atti evocativi...

Ma il termine « psicologia » ha un significato capacissimo, implicante nozioni lontane. In quanto autore, io non intendo affatto voltarle le spalle: fondamentalmente sociologica, la psicologia dei miei personaggi, vuol essere sempre lì, a governare, onnipresente e invisibile, quella pura fisicità dei fatti, delle azioni, delle parole.


4) Penso che il romanzo debba essere necessariamente oggettivo: l'autore borghese non ne ha forse più gli strumenti, per farlo, perduti col senso della propria storicità, svaporati nella metastoria intimistico-stilistica.

Essere oggettivo, però, non significa essere ottocentesco: al positivismo generico che presiedeva al realismo di quel secolo, si è ora sostituita una ben precisa filosofia: quella marxista. La visione oggettiva di un personaggio, di un ambiente, di una classe sociale, che ne deriva, non può essere che diversa e nuova.


5) Di quello che è stato fatto concretamente, in Russia o in in Italia, non ho letto molto, e non ne penso bene. Invece del « realismo socialista » come formula ancora ideale, da precisarsi nella teoria, da realizzarsi — penso che sia l'unica possibile ipotesi di lavoro. Per una ragione molto semplice: il socialismo è l'unico metodo di conoscenza che consenta di porsi in un rapporto oggettivo e razionale col mondo.

Tutte le filosofie attuali sulla piazza capitalistica sono irrazionali, inoggettive, disperate misticheggianti: oppure sono, esse sì, una sopravvivenza positivistica.


6) Le cose non parlano: lasciar parlare le cose non significa nulla. Rispondendo alla seconda e alla terza domanda, io stesso, è vero, dicevo che il romanzo deve essere pura, immediata, violenta fisicità: e questa potrebbe parere una variante del « far parlare le cose », appunto: ma solo verbalmente. Io non attribuivo, al linguagio delle cose, qualità meccaniche o magiche: ma un significato storico, inconscio esteticamente e irriflesso: e, con ciò, niente affatto irrelato. La vita pratica anche più misera si svolge sempre a un livello culturale: e, previa a ogni operazione estetica, ha da essere quell'operazione ideologica su cui ho qui spesso insistito. Ma questo è il problema: conciliare una ideologia nuova con un mondo stilistico già collaudato, assimilato. Perché nel « far parlare le cose » (nel senso che dico io) cessa l'operare del filosofo, del sociologo, dello psicologo, e interviene l'operare letterario specialistico, tecnico. Come, allora, conciliare una visione oggettiva, razionale, del mondo, una prospettiva ideologica — con la visione soggettiva, irrazionale, che l'invenzione stilistica comporta necessariamente?

L'unico punto in cui Adorno fa centro della sua polemica con Lukacs è proprio questo: il problema della cristallizzazione e della sopravvivenza di un mondo stilistico in un mondo ideologico nuovo, prospettivistico: ed è in tali termini che si pone anche meglio, in vitro, il contrasto tra decadentismo e realismo.

Ma non è questa la sede per un discorso così ampio: e scendo alle mie soluzioni personali. Nell'atto pratico, praticamente descritto, per me la questione si pone secondo questo schema: per far parlare le cose, bisogna ricorrere a una operazione regressiva: infatti le « cose » — e gli uomini che ci vivono immersi, sia proletari, nelle « cose » intese come lavoro, lotta per la vita — sia borghesi, nelle « cose » intese come totalità e compattezza di un livello culturale — si trovano dietro allo scrittore-filosofo, allo scrittore ideologo.

Tale operazione regressiva si traduce quindi in una operazione mimetica (dato che i personaggi usano un altro linguaggio, rispetto a quello dello scrittore, atto a esprimere un altro mondo psicologico e culturale).

L'operazione mimetica è poi l'operazione che richiede le più abili e accanite ricerche stilistiche (data la necessaria contaminazione di linguaggi, quello del narratore e quello del personaggio, lingua e dialetto ecc.).

Sicché risponderei, in conclusione: bisogna, certo, lasciar parlare, fisicamente, immediatamente, le cose: ma per « lasciar parlare le cose », occorre « essere scrittori, e anche perfino vistosamente scrittori ».


7) Ci sono degli stupidi, superficiali e confusionari, che hanno delle idee chiare su questo problema. Tuttavia anche uno stupido potrebbe almeno capire che la lingua non è che un mezzo. Non voglio dire — con chi crede, novecentescamente, all'ineffabilità, alla tautologia del linguaggio — che tutto si può esprimere in tutti i modi: che in una poesiola di Di Giacomo c'è più carica espressiva che in cento utenti di lingua cattolica apostolica romana o nazional-popolare. Non voglio dire questo. Comunque al buon senso, una volta tanto, mi vorrei attaccare: se il personaggio e l'ambiente scelti sono popolari, il romanziere usi o totalmente o parzialmente il dialetto, se il personaggio e l'ambiente scelti sono borghesi, il romanziere usi la koinè: vedrà che non sbaglia. La lingua è, sì, il linguaggio della cultura, ma nel suo momento ideologico, scientifico e filosofico: non nel suo momento rappresentativo o stilistico. Con questo non impongo una scelta: è chiaro: chi prima avrà meglio pensato in lingua, meglio si esprimerà oltre che in lingua, anche in dialetto.


8) Trovo questa domanda formulata un po' assurdamente: tuttavia è chiaro, da quanto ho semi-oralmente detto fin qui, che io credo soltanto nel romanzo « storico » e « nazionale », nel senso di « oggettivo » e « tipico ». Non vedo come possano esisterne d'altro genere, dato che « destini e vicende puramente individuali e fuori dal tempo storico » per me non esistono: che marxista sarei?

PIER PAOLO PASOLINI

(Commento redazionale)

Nel nucleo centrale del suo intervento, Pasolini opera una distinzione fondamentale che anticipa le sue future scoperte sul "cinema di poesia": «le cose non parlano: lasciar parlare le cose non significa nulla». Contro ogni feticismo magico o meccanico dell'oggetto, tipico di certe avanguardie, Pasolini chiarisce che la "violenta e assoluta mimesi ambientale" da lui teorizzata non è una registrazione passiva della realtà. La vita pratica, anche la più misera e degradata del sottoproletariato romano, si svolge sempre a un preciso livello culturale e storico. L'atto del narrare esige pertanto un'operazione ideologica preliminare all'estetica: lo scrittore non deve rinunciare alla psicologia, ma deve strutturare una psicologia "fondamentalmente sociologica", capace di governare dall'interno – come una presenza onnipresente e invisibile – la pura fisicità dei fatti e delle parole.

Il punto di massima tensione teorica del saggio risiede nella definizione dell'"operazione regressiva". Pasolini intuisce il paradosso costitutivo dello scrittore borghese e marxista: le "cose" e gli uomini che vi sono immersi (i proletari nella lotta per la vita, i borghesi nella compattezza del loro livello culturale) si trovano storicamente "dietro" l'intellettuale-ideologo. Per far parlare la realtà, l'autore deve compiere una regressione mimetica, adottando il linguaggio dell'altro. Questo spossessamento non coincide con un'ingenua spontaneità, ma richiede, al contrario, «le più abili e accanite ricerche stilistiche». La contaminazione tra la lingua del narratore e il dialetto del personaggio diventa l'unico terreno per conciliare una visione oggettiva e razionale del mondo con l'irrazionalità intrinseca dell'invenzione letteraria. Per "lasciar parlare le cose", sentenzia Pasolini, occorre «essere scrittori, e anche perfino vistosamente scrittori».

Le battute finali del questionario suggellano la fedeltà di Pasolini a un'idea di letteratura radicata nella Storia e nella necessità nazionale-popolare. Con una provocazione che suona come una dichiarazione di fede politica – «destini e vicende puramente individuali e fuori dal tempo storico per me non esistono: che marxista sarei?» –, il poeta liquida le filosofie misticheggianti e disperate della "piazza capitalistica". Le risposte a Nuovi Argomenti ci consegnano la fotografia di un intellettuale che, alla vigilia del suo approdo al cinema, non ha ancora rinunciato a credere nel romanzo come strumento di conoscenza totale e oggettiva del mondo. Una lezione di realismo critico e accanimento formale che, a quasi settant'anni di distanza, conserva intatta la sua carica corsara e la sua radicale attualità.
Bruno Esposito

Curatore, Bruno Esposito

Grazie per aver visitato il mio blog

Nessun commento:

Posta un commento