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Biografia, lavori in corso - a breve anche il 1974 e il 1975

martedì 5 gennaio 2021

Pasolini pedagogo - Gennariello, seconda parte

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

@Eretico e Corsaro - Le Pagine Corsare

Gennariello
Lettere luterane di Pier Paolo Pasolini
Saggi sulla politica e sulla società, Meridiani Mondadori, Milano 1999


Progetto dell'opera 
3 aprile 1975 

Questo più o meno - con mille interpunzioni e parentesi, dovute alla prepotenza dell'attualità, che tu ti sentirai in diritto di privilegiare approfittando della mia debolezza - è il progetto dell'opera.
Una prima serie di capitoli sarà dedicata alle tue «fonti educative» più immediate. Tu penserai subito a tuo padre, a tua madre, alla scuola e alla televisione. Invece non è così. Le tue fonti educative più immediate sono mute, materiali, oggettuali, inerti, puramente presenti. Eppure ti parlano. Hanno un loro linguaggio di cui tu, come i tuoi compagni, sei un ottimo decifratore. Parlo degli oggetti, delle cose, delle realtà fisiche che ti circondano. Su ciò ne avrò da fare delle osservazioni scottanti, contrariamente a quanto tu ti aspetti. Il linguaggio delle cose, da cui tu hai ricevuto la prima educazione, non è una rottura di scatole, te l'assicuro. (Scusa se faccio un po' di manierismo, mimando il «discorso per ragazzi».)
Dopo la serie di capitoli dedicati al linguaggio pedagogico delle cose (o merci, o beni di consumo), dedicherò una lunga sezione del libro a parlarti dei tuoi compagni che sono, sia ben chiaro, i tuoi veri educatori. Essi sono portatori, inconsapevoli e perciò tanto più prepotenti, di valori assolutamente nuovi, che solo tu e loro vivete. Noi - vostri padri - ne siamo esclusi. Quei valori, anzi, sono intraducibili nel nostro linguaggio. Ma è tutta via con un linguaggio paterno che cercherò di parlartene. E qui avrò bisogno di una certa tua comprensività o curiosità in qualche modo proprio paterna...
Terza parte del nostro trattato saranno i due genitori: che sono i tuoi educatori ufficiali, se non ancora i tuoi diseducatori. Tuttavia, come vedremo, tra la loro intenzione pedagogica nei tuoi riguardi e la realizzazione di tale intenzione, c'è un diaframma il cui spessore è immenso: si tratta del tuo rapporto d'amore e di odio con essi. Ti spiegherò insomma che cosa succede nella famiglia.
Passeremo poi alla scuola, cioè a quell'insieme organizzativo e culturale che ti ha completamente diseducato, e ti pone qui davanti a me come un povero idiota, umiliato, anzi degradato, incapace a capire, chiuso in una morsa di meschinità mentale che, fra l'altro, ti angoscia. L'anti-scuola (cioè la polemica politica contro la scuola, che tu hai recepito e assimilato attraverso una contestazione in questi anni ormai completamente depauperata ed esautorata) non è meno diseducativa. Essa ti impone un conformismo non meno degradante ed angosciante di quello della scuola.
Ti parlerò prima dei tuoi maestri elementari e poi dei tuoi professori: questi duplicati dei padri e delle madri, autori della tua diseducazione. (Se qualcuno invece ti avesse educato, non potrebbe averlo fatto che col suo essere, non col suo parlare. Cioè, col suo amore o la sua possibilità di amore: non è detto che, in qualche caso, il più umile dei tuoi insegnanti possa essere un uomo che non appartiene alla sottocultura ma alla cultura.)
Quinta parte del trattato saranno la stampa e la televisione, questi spaventosi organi pedagogici privi di alcuna alternativa. Su ciò nulla fermerà il mio furore di persona che, come vedi, è mite. Insomma, fino a questa quinta parte in sostanza l'oggetto della nostra serie di ordini pedagogici è la stessa pedagogia. È da questo lungo sguardo verso l'interno che trarranno senso le continue rapide occhiate verso l'esterno. D'altra parte, come dice Barthes in uno degli aforismi del suo ultimo bellissimo libro (Il piacere del testo), probabilmente «noi siamo scientifici per mancanza di sottigliezza». Tenterò di non essere scientifico, anche se non potrò concedermi di essere abbastanza «sottile» nel trattare i diversi temi.
Finite queste prime cinque sezioni, cominceranno cinque sezioni più importanti, e. su cui mi estenderò senza alcun limite precostituito con tutta la libertà dell'improvvisazione.
Si tratterà: primo, del sesso; secondo, del comportamento; terzo, della religione; quarto, della politica; quinto, dell'arte. In tutto questo prevarrà un atteggiamento pragmatico. Ti darò cioè dei consigli. Inoltre conto di divertirti. Per concludere questo «indice»: sento che si tratta di un segreto tra noi due. Evviva. Certo, non mi sembra che ci sia nessuno - almeno nel mondo, cioè nel mondo della cosiddetta cultura - che sappia minimamente apprezzare l'idea di compilare un trattato pedagogico per un ragazzo. Una tremenda volgarità fa pensare e accogliere tale trattato come chiacchierata del tutto e perfettamente «leggibile». Va bene: vuol dire che invece di dedicarlo all'ombra mostruosa di Rousseau, lo dedicheremo all'ombra sdegnosa di De Sade.



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La prima lezione me l'ha data una tenda
 10 aprile 1975

I primi ricordi della vita sono ricordi visivi. La vita, nel ricordo, diventa un film muto. Tutti noi abbiamo nella mente un'immagine, che è la prima, o tra le prime, della nostra vita. Quell'immagine è un segno e, per l'esattezza, un segno linguistico. Dunque se è un segno linguistico, comunica o esprime qualcosa. Ti faccio un esempio, Gennariello, che a te napoletano suonerà esotico.
La prima immagine della mia vita è una tenda, bianca, tra sparente, che pende, credo immobile, da una finestra che dà su un vicolo piuttosto triste e scuro. Quella tenda mi terrorizza e mi angoscia: non come qualcosa di minaccioso o sgradevole, ma come qualcosa di cosmico. In quella tenda si riassume e prende corpo tutto lo spirito della casa in cui sono nato. Era una casa borghese a Bologna. Infatti, le immagini che concorrono con la tenda per il primato cronologico sono: una stanza con una al cova (dove dormiva mia nonna); dei pesanti mobili perbene; una carrozza, per strada, su cui volevo montare. Queste immagini sono meno dolorose di quella della tenda: tuttavia anche in esse è rappreso quel qualcosa di cosmico in cui consiste lo spirito piccolo-borghese del mondo dove sono nato. Ma se negli oggetti e le cose le cui immagini mi sono rimaste fisse nel ricordo, come quelle di un sogno indelebile, precipita e si concentra tutto un mondo di «memorie» che da quelle immagini è rievocato in un solo istante, se cioè quegli oggetti e quel le cose sono contenenti dentro cui è raccolto un universo che io posso estrarre da essi e osservare, nel tempo stesso, quegli oggetti e quelle cose sono anche qualcos'altro che un contenente.
Sono, appunto, dei segni linguistici, che, se a me personalmente rievocano il mondo dell'infanzia borghese, tuttavia, in quei primi momenti, mi parlavano oggettiva mente facendosi decifrare come nuovi e sconosciuti. Ad essi non si sovrapponeva infatti il contenuto dei miei ricordi: il loro contenuto era soltanto loro. Ed essi me lo comunicavano. La loro comunicazione era dunque essenzialmente pedagogica. Essi mi insegnavano dove ero nato, in che mondo vivevo e, soprattutto, come dovevo concepire la mia nascita e la mia vita. Trattandosi di un discorso pedagogico inarticolato, fisso, incontrovertibile, esso non poteva essere, come si dice oggi, che autoritario e repressivo. Ciò che mi ha detto e insegnato quel la tenda non ammetteva (e non ammette) repliche. Con essa non era possibile né ammissibile alcun dialogo né alcun atto autoeducativo. Ecco perché ho creduto che tutto il mondo fosse il mondo che quella tenda mi insegnava: ho creduto cioè che tutto il mondo fosse perbene, idealistico, triste, ascetico, un po' volgare: insomma, piccolo-borghese.
Altri «discorsi di cose» sono intervenuti poco dopo, e poi per tutta l'infanzia e la giovinezza. Spesso tali nuovi «discorsi di cose» (specie dopo la primissima infanzia) erano in contraddizione con quelli iniziali. Ho visto oggetti rustici in cortili di case povere; ho visto suppellettili e mobili proletari e sottoproletari; ho visto paesaggi non cittadini, ma suburbani o poveramente campestri eccetera, eccetera. Ma quanto ci è voluto, mio caro Gennariello, perché quei primi discorsi venissero messi in dubbio ed esplicitamente contestati dai successivi! La loro repressività e il loro spirito autoritario per molti anni sono stati invincibili: ho presto capito, è vero, che oltre al mio, piccolo-borghese, così cosmica mente assoluto, c'era anche un altro mondo, anzi c'erano altri mondi. Ma mi è sempre sembrato, per molto tempo, che l'unico mondo vero, valevole, insegnatomi dagli oggetti, dalla realtà fisica, fosse il mio: mentre gli altri mi sembravano estranei, diversi, anomali, inquietanti e privi di verità.
L'educazione data a un ragazzo dagli oggetti, dalle cose, dalla realtà fisica - in altre parole dai fenomeni materiali della sua condizione sociale - rende quel ragazzo corporeamente quello che è e quello che sarà per tutta la vita. A essere educata è la sua carne come forma del suo spirito.
La condizione sociale si riconosce nella carne di un individuo (almeno nella mia esperienza storica). Perché egli è stato fisicamente plasmato dall'educazione appunto fisica della materia di cui è fatto il suo mondo.
Le parole dei genitori, dei maestri e infine dei professori si sovrappongono, cristallizzandolo, su ciò che a un ragazzo hanno già insegnato le cose e gli atti. Solo l'educazione ricevuta dai suoi compagni sarà molto simile a quella che gli è stata impartita dalle cose e dagli atti: sarà cioè altrettanto puramente pragmatica, nel senso assoluto e primo della parola. È perciò che l'insegnamento dei tuoi compagni - come ti ho già accennato e come vedremo - ha avuto più importanza di tutti gli altri: come le cose parlano senza parole, anche i ragazzi tuoi compagni ti hanno sostanzialmente educato in quanto «esempi».
Anticipo inoltre subito che è enorme l'importanza dell'insegnamento della televisione, perché anch'essa altro non fa che offrire una serie di «esempi» di modo di essere e di comportamento. Anche se annunciatori, presentatori e altra feccia del genere parla (e parla orrendamente), in effetti il vero linguaggio della televisione è simile al linguaggio delle cose: è perfettamente pragmatico e non ammette repliche, alternative, resistenza.
Scusami questa anticipazione: ma posso permetter mela perché dobbiamo restare ancora per qualche «lezione» sul linguaggio delle cose, visto che ciò che realmente importa è l'insegnamento che le cose hanno impartito a te: io ho fatto riferimento alla mia personale esperienza solo per giungere a esperienze attuali, appunto come la tua, stabilendo sia pur blandamente e un po' idillicamente, i dati di uno dei più terribili salti di gene razione che la storia ricordi.



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Paragrafo sesto: impotenza contro il linguaggio pedagogico delle cose
 17 aprile 1975 

Niente come fare un film costringe a guardare le cose. Lo sguardo di un letterato su un paesaggio, campestre o urbano, può escludere un'infinità di cose, ritagliando dal loro insieme solo quelle che emozionano o servono. Lo sguardo di un regista - su quello stesso paesaggio - non può invece non prendere coscienza - quasi elen­candole - di tutte le cose che vi si trovano. Infatti men­tre in un letterato le cose sono destinate a divenire pa­role, cioè simboli, nell'espressione di un regista le cose restano cose: i «segni» del sistema verbale sono dunque simbolici e convenzionali, mentre i «segni» del sistema cinematografico sono appunto le cose stesse, nella loro materialità e nella loro realtà. Esse divengono, è vero, «segni», ma sono i «segni», per così dire viventi, di se stesse. Tutto ciò fa parte di una scienza, la semiologia, che tu, Gennariello, non puoi non conoscere almeno di nome, e nella sua significazione almeno divulgativa, se vuoi seguire i miei discorsi: specie questo sul linguaggio primo delle cose e sulla loro conseguente prevaricazio­ne pedagogica.
Dunque se fossi andato nello Yemen in quanto lette­rato, sarei tornato con un'idea dello Yemen completa­mente diversa da quella che ho essendoci andato in quanto regista. Non so quale delle due sia la più vera. In quanto letterato sarei tornato con l'idea - esaltante e sta­tica - di un paese cristallizzato in una situazione storica medievale: con alte e strette case rosse, lavorate di fregi bianchi come in una rozza oreficeria, ammassate in mez­zo a un deserto fumigante e così limpido da scalfire la cornea: e qua e là vallette con villaggi, che ripetono esat­tamente la forma architettonica della città, tra sparuti orti a terrazza, di grano, di orzo, di piccole viti.
In quanto regista ho visto invece, in mezzo a tutto questo, la presenza «espressiva», orribile, della moder­nità: una lebbra di pali della luce piantati caoticamente - casupole di cemento e bandone costruite senza senso là dove un tempo c'erano le mura della città - edifici pubblici in uno stile Novecento arabo spaventoso, ec­cetera. E naturalmente i miei occhi hanno dovuto posar­si anche su altre cose, più piccole o addirittura id.= oggetti di plastica, scatolame, scarpe e manufatti di co­tone miserabili, pere in scatola (provenienti dalla Cina), radioline.
Ho visto insomma la coesistenza di due mondi se­manticamente diversi, uniti in un solo e babelico sistema espressivo.
Naturalmente il contingente moderno di tale sistema linguistico, a me si presentava come aberrante e degra­dante. Lo era oggettivamente - a dire il vero - appunto perché era miserabile; dichiarava senza riserve o ritegni il suo sfacciato fine speculativo. Lo Yemen non è ancora che un piccolo, anzi infimo, mercato per le industrie occi­dentali. Quindi è disprezzato e oggettivamente ridicoliz­zato. Il suo sfacelo pare naturale. Il fatto che esso richiede un'abiura da parte degli yemeniti pare agli speculatori te­deschi e italiani qualcosa di perfettamente naturale: gli yemeniti devono essere del tutto consenzienti a proposi­to del loro genocidio: culturale e fisico, anche se non ne­cessariamente mortale, come nei Lager.
Ma torniamo alle cose. Il linguaggio delle cose nuove, che nello Yemen - e nella mia infanzia - è un balbettio, per te, Gennariello, è divenuto un discorso articolato, logico e normale. Anche se qualcosa ancora te ne separa, essendo tu napoletano.
Non voglio coinvolgerti nel mio peccato estetico. La muta dei moralisti ti stia lontana, con quelle sue accuse che le salgono su dai testicoli del resto repellenti (non certo come i tuoi, di giovinetto, o i miei, che non li confondo con lo spirito prevaricatore e volgare della Legge).
Il mio estetismo è inscindibile dalla mia cultura. Per­ché mancare la mia cultura di un suo elemento anche se spurio, magari, e superfluo? Esso completa un tutto: e non ho scrupoli a dirlo perché proprio in questi ultimi anni mi son convinto che la povertà e l'arretratezza non sono affatto il male peggiore. Su questo ci eravamo tutti sbagliati. Le cose moderne introdotte dal capitalismo nello Yemen, oltre ad aver reso gli yemeniti fisicamente dei pagliacci, li hanno resi anche molto più infelici. L'Imam (il re cacciato) era orrendo, ma il consumismo micragnoso che l'ha sostituito non lo è di meno.
Ciò mi dà il diritto a non vergognarmi del mio «senti­mento del bello». Un uomo di cultura, caro Gennariel­lo, non può essere che estremamente anticipato o estre­mamente ritardato (o magari tutte e due le cose insieme, com'è il mio caso). Quindi è lui che va ascoltato: perché nella sua attualità, nel suo farsi immediato, cioè nel suo presente, la realtà non possiede che il linguaggio delle cose, e non può essere che vissuta.
Il punto è questo: la mia cultura (coi suoi estetismi) mi pone in un atteggiamento critico rispetto alle «cose» moderne intese come segni linguistici. La tua cultura, invece, ti fa accettare quelle cose moderne come natura­li, e ascoltare il loro insegnamento come assoluto.
Io potrò cercar di scalfire, o almeno mettere in dub­bio, ciò che ti insegnano genitori, maestri, televisioni, giornali, e soprattutto ragazzi tuoi coetanei. Ma sono as­solutamente impotente contro ciò che ti hanno insegna­to e ti insegnano le cose. Il loro linguaggio è inarticolato e assolutamente rigido: dunque inarticolato e rigido è lo spirito del tuo apprendimento e delle opinioni non verbali che in te, attraverso quell'apprendimento, si sono formate. Su questo siamo due estranei, che nulla può av­vicinare.

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Siamo due estranei: lo dicono le tazze da tè
24 aprile 1975

Non mi stancherò mai di ripetertelo: io, nel parlarti, po­trò forse avere la forza di dimenticare, o di voler dimen­ticare, ciò che mi è stato insegnato con le parole. Ma non potrò mai dimenticare ciò che mi è stato insegnato con le cose.
Quindi, nell'ambito del linguaggio delle cose, è un ve­ro abisso che ci divide: ossia uno dei più profondi salti di generazione che la storia ricordi.
Ciò che le cose col loro linguaggio hanno insegnato a me, è assolutamente diverso da ciò che le cose col loro linguaggio hanno insegnato a te. Non è cambiato, però, il linguaggio delle cose, caro Gennariello. La caratteri­stica prima del linguaggio delle cose, infatti, consiste nell'impossibilità a cambiare: a restare fisso, sclerotico, incontrovertibile (repressivo, come ti dicevo l'altra vol­ta). Non è cambiato il linguaggio delle cose: quelle che sono cambiate sono le cose stesse. E sono cambiate in modo radicale.
Tu mi dirai: le cose sempre cambiano. «'O munno ca­gna.» È vero. Il mondo ha eterni, inesauribili cambia­menti. Ogni qualche millennio, però, succede la fine del mondo. E allora il cambiamento è, appunto, totale. Ed è una fine del mondo che è accaduta tra me, cinquanten­ne, e te, quindicenne.
La mia figura di pedagogo è dunque messa irrimedia­bilmente in crisi. Non si può insegnare se nel tempo stesso non si apprende. Ora io non posso insegnare a te le «cose» che mi hanno educato, e tu non puoi insegnare a me le «cose» che ti stanno educando (cioè che stai vivendo). Non ce le possiamo insegnare a vicenda per la semplice ragione che la loro natura non si è limitata a cambiare alcune sue qualità, ma è cambiata radicalmen­te nella sua totalità, è divenuta altra.
Osserviamo un fenomeno che sembra irrilevante. So­no tornati da qualche tempo di moda gli «oggetti» degli anni Trenta e Quaranta: e io sto girando un film am­bientato precisamente nel '44.
Sono quindi costretto ogni giorno - con quello sguar­do impietoso e elencatorio che il cinema richiede - a os­servare gli «oggetti» che filmo. In questi giorni sto gi­rando una scena in cui delle signorine borghesi prendono il tè. Ho osservato dunque, tra gli altri ogget­ti, anche delle tazzine da tè.
Il mio scenografo Dante Ferretti aveva fatto le cose in grande: aveva procurato per la scena un servizio molto prezioso. Erano tazzine color giallo uovo chiaro, con delle macchie a rilievo bianche. Il manico era un pezzo unico, scannellato. Legate all'universo della Bauhaus e dei bunker, esse erano angosciose. Non potevo guardar­le senza provare una fitta al cuore, seguita da un profon­do malessere. Tuttavia quelle tazzine avevano in sé una misteriosa qualità, condivisa, del resto, dalla mobilia, dai tappeti, dai vestiti e dai cappellini delle signorine, dalle suppellettili, dalle stesse carte da parati: questa misterio­sa qualità non dava però dolore, non causava un violen­to regresso (che poi la notte ho sognato) in epoche ante­riori e atroci. Dava anzi gioia. La loro misteriosa qualità era quella dell'artigianato. Fino al Cinquanta, fino ai pri­mi anni Sessanta è stato così. Le cose erano ancora cose fatte o confezionate da mani umane: pazienti mani anti­che di falegnami, di sarti, di tappezzieri, di maiolicari. Ed erano cose con una destinazione umana, cioè perso­nale. Poi l'artigianato, o il suo spirito, è finito di colpo. Proprio mentre hai cominciato a vivere tu. Non c'è soluzione di continuità ormai, ai miei occhi, tra quelle tazzi­ne e un vasetto.
Il salto tra il mondo consumistico e il mondo paleoin­dustriale è ancora più profondo e totale che il salto tra il mondo paleoindustriale e il mondo preindustriale. Que­st'ultimo, infatti, è stato superato definitivamente - abo­lito, distrutto - soltanto oggi. Fino a oggi è stato esso a fornire i modelli umani e i valori alla borghesia paleoin­dustriale: anche se essa li mistificava, li falsificava e li rendeva talvolta orrendi (com'è successo col fascismo e in genere con tutti i poteri clerico-fascisti). Mistificati, falsificati, resi orrendi al livello del potere, essi restavano reali al livello del mondo dominato dal potere: mondo che si era mantenuto in pratica, nell'enorme maggioran­za, contadino e artigianale.
Da quando tu sei nato, quei modelli umani e quei va­lori antichi non son serviti più al potere: e perché? Per­ché è cambiato quantitativamente il modo di produzio­ne delle cose.
La verità che dobbiamo dirci è questa: la nuova pro­duzione delle cose, cioè il cambiamento delle cose, dà a te un insegnamento originario e profondo che io non posso comprendere (anche perché non lo voglio). E ciò implica una estraneità tra noí due che non è solo quella che per secoli e millenni ha diviso i padri dai figli.


                                  
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Curatore, Bruno Esposito

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