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venerdì 13 marzo 2026

Pasolini: Il pensiero selvaggio: dall'Aquila al Corvo percorrendo le strade della realtà - di Maria Vittoria Chiarelli

"Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Pasolini: Il pensiero selvaggio
dall'Aquila al Corvo percorrendo le strade della realtà

di Maria Vittoria Chiarelli 

Riuscirà il domatore di animali del suo circo, Monsieur Courneau,  a convincere l'aquila reale a comportarsi come gli altri, ciascuno  inserito con un proprio ruolo in un sistema codificato, ad "accettare il mondo anche solo per rifiutarlo"?

Questa volta il domatore - Totò  non è "innocente" e "poetico" e sbraita  inutili minacce naziste contro l'aquila che impassibile, ostinata, distante , assiste alle sue disperate convulsioni, e sembra che irrida alle crudeli invettive.

L'episodio del Pensiero selvaggio avrebbe dovuto essere inserito da Pasolini prima dell'episodio dei frati in Uccellacci e uccellini, ma il non più innocente  Totò, divenuto "personaggio cosciente" , in "possesso di privilegi culturali", si ritrova ad imitare i movimenti dell'aquila  in un "ghirigoro simmetrico in molto bianco e molto nero". In effetti la sua figura, dismesso l'abito di scena, si staglia sul nudo biancore della parete ricoperta appunto  da un bianco lenzuolo, dove le sue parole coscienti e prosaiche perdevano la loro "abbondanza epressiva".

Pian piano il domatore divenuto aquila, con sguardo "mistico di rapace" , si avvicina all'uscita e fra lo sconcerto del suo giovane assistente e della moglie si libra alto nel cielo, verso le vette scintillanti. 

A me piace pensare che l'aquila dal cielo sia discesa sulla terra e si sia 

trasformata in corvo, in un corvo molto particolare, chiacchierone, un po' saccente, anarchico e filosofo, desideroso di compagnia. E infatti non tarda ad incontrare sul suo cammino due personaggi, un uomo e suo figlio, dai nomi curiosi, Innocenti Totò e Innocenti Ninetto, di cui si può dire solo che sono in viaggio: non si sa da dove provengano, né dove sono diretti, quando terminerà il loro cammino lungo "i margini di una periferia che sembra infinita, gremita d'inverosimili riferimenti stradali e popolata da angeli a riposo, da guitti alacri,  da querulomani chiassosi e da altro..."

All'inizio il corvo è simile ai suoi compagni, non ha nulla da insegnare a quei due innocenti, se non quello che sono e da sempre sono stati : quasi un confronto tra pari, lui ,così "saggio" , "amabile beatnik" , "un poeta senza più nulla da perdere"..."un Socrate sublime e ridicolo," i due personaggi, padre e figlio, che vanno,  "vanno per le loro strade...nella loro perfetta innocenza, nel loro candido cinismo, nel loro agire secondo un'intima verità..."

Ma no, non poteva continuare così, tranquillamente, un cammino senza fine, lungo come le strade di Chaplin, su cui lo sguardo corre sullo sfondo di uno scenario di costruzioni della Nuova Preistoria.

Che stessero i tre allegri compari già varcando la soglia di un'epoca conclusa senza che lo sapessero per entrare in un'altra?

No, il corvo avrebbe dovuto essere portatore di qualcos'altro, dal momento che la prima ispirazione di Pasolini era quella che l'eccentrico volatile  doveva essere mangiato.

" ...questa era l'intuizione e il piano inderogabile della mia favola. Doveva essere mangiato, perché,  da parte sua, aveva finito il suo mandato, concluso il suo compito, era, cioè, come si dice, superato; e poi perché, da parte dei suoi due assassini, doveva esserci l' "assimilazione" di quanto di buono - di quel minimo di utile - che egli poteva, durante il suo mandato, aver dato all'umanità ( Totò e Ninetto )".

Il corvo doveva manifestare altre connotazioni storiche, doveva farsi simbolo, portatore di un pensiero non vagamente o romanticamente filosofico, doveva incarnare un'ideologia ben precisa,  quella che superata, poteva ancora agire, provocare nei nervi scoperti della storia rivolgimenti in varie forme e contesti, ma senza venir meno ai suoi punti fondamentali, al netto di tutte le contraddizioni possibili.

" Il corvo doveva dunque essere ben definito nel tempo e nella storia: dovevo trascegliere , nell'insieme  che formava la complessa cultura del corvo anarchico e 'indiano', l'elemento marxista, che non poteva in tal caso che essere una componente della sua cultura. Ho scritto la sceneggiatura tenendo dunque presente un corvo marxista, ma non del tutto ancora liberato dal corvo anarchico, indipendente, dolce e veritiero. 

A questo punto, il corvo è  diventato  autobiografico - una specie di metafora irregolare dell'autore. Così è  nato il suo background psicologico : il marxismo innestato come una norma innocente, palingenesi non tuttavia matta ma ragionata, su una incrinatura della norma, sul trauma  ( la nostalgia della vita, il distacco coatto da essa, la solitudine, la poesia come compenso, il dovere naturale della passione, ecc.ecc  ). Ma l'autobiografia si manifestava soprattutto nel tipo di marxismo del corvo. Un marxismo, cioè, aperto a tutti i possibili sincretismi, contaminazioni e regressi, restando fermo sui suoi punti più saldi, di diagnosi e di prospettiva  ( il contrasto italiano tra un mondo preindustriale e industriale, il futuro dell'operaio, ecc.ecc. )."

Dunque il corvo rappresenta l'ideologia marxista, incarna il marxismo di Pasolini,

ne  è la "metafora sofferente", pertanto è portavoce delle sue contraddizioni.

Pasolini è cosciente, come il corvo, che il marxismo degli anni Cinquanta è in crisi, che sta per concludersi un'epoca che termina con i funerali di Togliatti, ma la storia non può finire così semplicemente con il superamento e l'essere divorato del corvo. E questo per la ragione che il marxismo del corvo non coincide esattamente con quello pasoliniano.

"...Se invece il marxismo del corvo non coincide col mio, allora il corvo diventa un personaggio del tutto oggettivo che dice cose che io non condivido più : un personaggio noioso e antipatico, in fondo staliniano, la cui voce risuona 'vecchia' nel contesto tutto sommato molto nuovo  della favola. Mentre invece la storia richiede che egli sia simpatico, che egli abbia ragione nei suoi interventi sia pure un po' noiosi, ecc.: così che l'essere mangiato alla fine ispiri due sentimenti equivalenti : il senso piacevole di liberazione dalla sua ossessione ideologica che vuol spiegare tutto e sempre, e la compassione per la sua brutta fine. 

Dovevo quindi staccare il marxismo del corvo dal mio, oggettivandone la sua attualità. Ossia, anch'egli come me, doveva essere cosciente della crisi del marxismo - essere un marxista degli anni Sessanta  - ma con delle ragioni che non fossero strettamente le mie. 

In altre parole: io dovevo approfondire  le mie ragioni, verificare - studiare. Andare avanti, trasformarmi, capire, per poi prestare queste mie nuove prospettive marxiste al corvo. Far coincidere il mio nuovo marxismo e il suo , ma al di là della mia inerte, e puramente negativa, esperienza degli ultimi anni.

È quello che ho tentato di fare - che non è nulla per un ideologo, ma è forse abbastanza per un narratore di favole ".

E il corvo parla, parla, parla...tallona infaticabile i nostri due vagabondi inconsapevoli, cercando di spiegare i fatti che a loro capitano sempre con la stringente dialettica delle sue argomentazioni. 

Racconta persino una storia : quella di due frati francescani del 1200 che sono inviati dal Santo di Assisi a predicare l'amore agli uccelli. Uccellacci e uccellini...Ma che fatica far andare d'accordo i falchi e i passeri! Infatti non ci riesce il povero frate Ciccillo, nonostante avesse imparato, in balia di tutti i cambiamenti climatici delle stagioni, a decifrare  il linguaggio degli uccelli, quello dei falchi e quello dei passeri, dopo aver passato addirittura anni in ginocchio per riuscire nell'ardua impresa.

Quando ci riesce, può finalmente parlare agli "uccellacci ed uccellini" per convertirli all'amore.

Ma ogni sacrificio è risultato vano!

" Ma nella gioia di questa mirabile scoperta i falchi, conquistati dall'amore, si precipitano sui piccoli passeri e li divorano.

Frate Totò si dispera ma poi, con l'assistenza di frate Ninetto e con il conforto della

parola di San Francesco, riprende daccapo la sua predicazione: è  vero, anche nella vita di tutti i giorni, anche i nostri, le classi sociali che pur sono evangelizzate non sono ancora sufficientemente educate per rispettarsi vicendevolmente. Le esortazioni che San Francesco rivolge, nel film, all'anziano frate racchiudono le medesime considerazioni sulla pace e la non violenza che Papa Paolo VI ha annunciato all'Assemblea delle Nazioni unite".

Ma che seccatore il corvo petulante con tutte quelle storie e giudizi, valutazioni, raccomandazioni...! I nostri due viandanti non ne possono proprio più e, mentre il povero volatile "parla, osserva, scevera, distingue", l'indifferenza diventa insofferenza, l'iniziale pazienza culmina nella noia...

"Ma Totò e Ninetto ormai a malapena nascondono la noia.  Non ne possono più, confabulano a gesti, non a parole, il corvo li intimidisce - e ammiccando si mettono d'accordo : d'un tratto,  zaf...gli tirano il collo, lo arrostiscono, e se lo mangiano.

Il corvo è il razionalismo ideologico superato dal messaggio giovanneo;  la fine del corvo rappresenta l'assimilazione crudele di alcune idee. L'umanità ingurgita quello che deve divorare e procede avanti verso quali stringendosi traguardi? Nel film l'umanità è considerata nell'immensità del suo tempo ".

"Uccellacci e uccellini" è una favola picaresca, ma finisce come non dovrebbe finire, contraddicendo sua natura picaresca.

Pasolini continua a spiazzare i suoi lettori e spettatori,  ma del resto è lui stesso che ricorda come "bisogna sempre deludere...Saltare sulle braci / come martiri arrostiti e ridicoli..."

Alcuni ravvisarono nella poetica ideologica del corvo una sorta di "pacificazione interiore", una "caduta del vento impetuoso della gioventù ".

Ma Pasolini, pur avendo ben presenti le sue contraddizioni, è coerente nella sua ricerca di verità nella realtà storica in evoluzione:

" Forse è caduto il vento, ma ciò che ne è seguito non è stato precisamente la bonaccia. Mai mi sono così esposto come in questo film. Mai ho assunto a tema di un film un tema così difficile. 

La crisi del marxismo della Resistenza e degli anni Cinquanta - poeticamente,  quello anteriore alla morte di Togliatti - patita e vista da un marxista, dall'interno; e niente affatto disposto a credere che il marxismo sia finito".

Il "Dove va l'umanità...Boh!" non è certo qualunquistico nella visione di Pasolini, ma si ricongiunge a ciò che dice poi il Buon Corvo:

" Non piango sulla fine delle mie idee, ché certamente verrà qualcun altro a prendere la mia bandiera  e a portarla avanti! Piango su di me".

Non intende,  Pasolini , relegare  nell'antiquariato delle idee il marxismo, dal momento che l'istanza rivoluzionaria sottintende le dinamiche della lotta di classe. Il superamento sterile del marxismo era un pericolo che Pasolini avvertiva già negli anni Sessanta, la cui percezione sarà resa più acuta dall'affermarsi del Potere omologante e mercificante dell'edonismo di massa, negli anni Settanta.

Sarà senza speranze l' "ultimo Pasolini"  a causa del "genocidio culturale" perpetrato dall'anarchia del Potere, così efficacemente rappresentata in Salò,  eppure anche in quell'opera estrema,  alla fine della tragedia Pasolini avrebbe voluto far sventolare le bandiere rosse, proprio quelle belle degli anni Quaranta e delle sue "primavere". 

Il marxismo "non è finito, naturalmente,  nella misura in cui sappia accettare molte nuove realtà" e le sappia analizzare e problematizzare.

La storia umana è fatta di divoramenti, ma non tutti sono positivi, come quello del

corvo. Pensiamo alla voracità perversa da parte del Potere neocapitalistico in combutta con il capitalismo tradizionale, che fagocita ogni forma di contestazione, dalle sue forme più estreme ai rifiuti più passivi e irrazionali: è la storia di Porcile.

Si tratta di un film che è in parte autobiografico secondo le dichiarazioni stesse di Pasolini che si identica con entrambi i contestatori della storia, anche se molto diversi tra loro: il personaggio interpretato da Pierre Clémenti, il giovane cannibale, un "santo sgradevole" con la sua "anarchia apocalittica"  e la "contestazione globale sul piano esistenziale" ; il personaggio interpretato da Jean Pierre Léaud, con la sua "ambiguità" ed "identità sfuggente".

Pasolini spiega molto chiaramente il messaggio del film:

" Ogni società divora sia i figli  disobbedienti che i figli né disobbedienti che obbedienti: i figli devono essere obbedienti e basta.

È il potere che rende porci ( pigs ) gli uomini. Porci in senso metaforico e , devo dire, ingiusto : perché i personaggi più simpatici del film sono i porci veri. Essi sono innocenti".

Il giovane figlio dell'industriale Klotz viene divorato appunto dai maiali,  con i quali aveva dei rapporti amorosi, scoperti  dal rivale di suo padre, il nazista neocapitalista Sig. Herdhitze che per questo ricatta Klotz, ma alla fine stabilisce con lui un'alleanza di affari, una fusione, proprio come la Montedison.

Proprio al ritorno dalla festa della fusione, accorrono dei contadini e uno di questi ( Ninetto ) racconta come il ragazzo sia stato divorato dai maiali.

" Allora l'ex nazista s'informa se l'hanno divorato completamente, se non  è rimasto niente, assolutamente niente e Ninetto glielo assicura. La cosa si conclude quindi con queste parole : "Ssst...non dite niente a nessuno".

Ssst... che non trapeli niente di niente…

Maria Vittoria Chiarelli


Curatore, Bruno Esposito

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