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giovedì 4 giugno 2015

Omicidio Pasolini: Commissione parlamentare d’Inchiesta - Di Simona Zecchi

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

 
 
 
Omicidio Pasolini: Sel chiede una Commissione parlamentare d’Inchiesta
Di Simona Zecchi


Troppe incognite nel processo per l'assassinio del poeta-regista. Lo dice la deputata Serena Pellegrino. Che ha depositato una apposita proposta di legge. "Indispensabile fare luce sugli interrogativi rimasti sospesi". Ecco i principali, dalla dinamica della morte alle troppe presenze sospette sul luogo del delitto. Fino alle rivelazioni ritrattate da Marcello Dell'Utri



Quarant’anni non sono bastati per arrivare alla verità. Il Parlamento potrebbe riuscirci? Dopo il “sì” del Gip, Maria Agrimi, all’archiviazione delle indagini sulla morte di Pier Paolo Pasolini, il caso si sposta a Montecitorio. Dove alcuni deputati di Sinistra ecologia libertà (Sel), sostenuti dall’avvocato Stefano Maccioni, legale di un familiare dello scrittore, hanno depositato una proposta di legge (prima firmataria  Serena Pellegrino) per l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta. Per cercare la verità e fare luce sui punti ancora oscuri legati all’omicidio del poeta-regista.


AGGUATO AL POETA

Un aspetto ancora misterioso della vicenda, dal quale potrebbe partire l’indagine parlamentare, spunta dalla contro-inchiesta, svolta parallelamente a quella giudiziaria del tempo, pubblicata da Oriana Fallaci su L’Europeo. Un testimone aveva riferito alla giornalista del contenuto di una telefonata da lui ascoltata il 30 ottobre 1975, prima dell’omicidio, in un bar dei portici della stazione Termini, nella quale una persona affermava: «Mi raccomando ho un appuntamento con Pasolini, fatevi trovare lì». Il testimone, un barista, rintracciato dagli inquirenti, ha confermato il contenuto di quell’articolo ma, secondo quanto riferito nella richiesta di archiviazione, non è stato in grado di confermare se la persona al telefono fosse Giuseppe Pelosi, l’unico condannato per l’omicidio dell’artista. E’ questo un elemento fondamentale dell’inchiesta che potrebbe riscrivere la versione ufficiale, confermata in tutti i gradi di giudizio (ad eccezione del primo), secondo la quale Pelosi incontrò Pasolini da solo per motivi sessuali. Diversamente, la presenza di altre persone all’Idroscalo di Ostia, se provata anche sulla base della telefonata raccontata dalla Fallaci, darebbe al delitto i tratti di un agguato.


MISTERO SALO’


Una delle piste investigative seguite dagli inquirenti nell’inchiesta è quella del furto, avvenuto nell’estate 1975, delle bobine del film “Salò o le 120 giornate di Sodoma”, finito di girare da Pasolini poco prima di essere ammazzato. Pista importante perché, secondo alcuni filoni di indagine, l’omicidio potrebbe essere collegato proprio alla restituzione del materiale rubato. Gli investigatori sono riusciti a individuare l’intermediario che, secondo il regista Sergio Citti, collaboratore e amico di Pasolini, avrebbe messo in contatto lo scrittore e un gruppo di persone che avevano effettuato il furto. Questo intermediario, indicato da Citti come Sergio P., ha ammesso di aver parlato con lui del recupero dei negativi, senza però fornire altri elementi sugli autori del furto e sulle altre persone coinvolte. Approfondire questi aspetti del giallo potrebbe riservare importanti sviluppi.
DOPPIA ALFA Uno degli elementi investigativi più interessanti emersi dalle nuove indagini avviate nel 2010 dalla Procura, è stata la testimonianza di un ex ragazzo di borgata, ora pittore, Silvio Parrello. Il quale ha riferito alla procura le confìdenze ricevute da alcuni conoscenti. Gli inquirenti sono risaliti a queste persone che, stando a Parrello, sapevano della presenza all’Idroscalo, la notte fra il 1 e il 2 novembre 1975, di un enigmatico personaggio: Antonio Pinna, giunto sul posto con un’Alfa Gt 2000 identica a quella di Pasolini. Ma Pinna era scomparso nel febbraio del 1976 e nel 1988 il Tribunale civile di Roma ne aveva decretato la «morte presunta». Pinna non era un personaggio qualunque: meccanico di professione nel quartiere Donna Olimpia, era al soldo di Jacques Berenguer, il marsigliese ritenuto fondatore dell’omonimo clan che imperversò nella capitale negli anni Settanta. Nella richiesta di archiviazione dei pm Pierfilippo Laviani e Francesco Minisci emergono al riguardo le reticenze degli informatori di Parrello. Uno dei quali, sottoposto a ulteriori interrogatori, non solo ha ammesso il contenuto dei colloqui avuti con il pittore, ma ha anche fatto riferimento ad altri autori dell’omicidio ancora in vita.


FORZA DELL’UTRI


Altro filone d’indagine che la commissione d’inchiesta potrebbe approfondire è quello  relativo a Marcello Dell’Utri, ex parlamentare di Forza Italia. Il fondatore di Publitalia entra nell’inchiesta Pasolini per alcune dichiarazioni rilasciate alla stampa nel marzo 2010 a proposito della scomparsa di un capitolo di “Petrolio”, ultima fatica incompiuta del poeta uscita postuma nel 1992. Dell’Utri aveva fatto intendere che la morte di Pasolini era da collegarsi  a quella del presidente dell’Eni Enrico Mattei, il cui aereo, precipitato il 27 ottobre del 1962 a Bascapè, secondo le indagini era stato oggetto di  un attentato. «Una persona di circa 60 anni – ha confermato ai magistrati l’ex senatore – mi aveva avvicinato dicendomi di essere in possesso di importanti documenti relativi a Pier Paolo Pasolini e che si trattava del capitolo di “Petrolio” che era stato trafugato e dunque mai pubblicato». Dell’Utri sentito dalla procura nel 2011 aveva ridimensionato però il tenore e la valenza di ciò che aveva precedentemente affermato: «In buona sostanza – scrivono i pm nella richiesta di archiviazione – l’escusso ha modificato la versione resa alla stampa, fatta, per sua stessa ammissione, per ragioni pubblicitarie». Niente da fare, dunque, concludono i magistrati: «Il tenore delle dichiarazioni rese dal Dell’Utri, pertanto, nell’impossibilità di svolgere ulteriori riscontri, non ha offerto alcuno spunto investigativo percorribile e utile dal punto di vista giudiziario».


OCCHIO AI PROFILI 


Ma non è detta l’ultima parola. Perché con i suoi poteri di indagine, la commissione parlamentare potrebbe, se lo ritenesse opportuno, tornare ad indagare anche sul filone Dell’Utri-“Petrolio”. Così come potrebbe tentare di acquisire dati importanti per individuare le altre presenze sul luogo dell’omicidio dai 5 profili genetici individuati dal Ris di Roma. Le analisi del Dna, effettuate sui reperti rinvenuti sulla scena del delitto all’Idroscalo, sugli indumenti dello scrittore e dell’unico imputato Giuseppe Pelosi, non hanno infatti consentito di identificarle. Almeno finora.

Fonte:
http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/06/03/omicidio-pasolini-sel-chiede-una-commissione-parlamentare-dinchiesta/1743960/



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martedì 4 novembre 2014

Sul delitto Pasolini, silenzio assordante - Simona Ruffini Criminologa e Simona Zecchi giornalista.

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Opera di Fabio Pop Gismondi


ECCO LA NOSTRA NOTA INVIATA ALLE AGENZIE



Delitto Pasolini/ Legale famiglia Pasolini: silenzio assordante, si archivi
"Che cosa sta facendo la Procura della Repubblica di Roma?"

Roma, 3 nov. (TMNews) - "In un silenzio quasi assordante dei mezzi di comunicazione si è perso dopo 39 anni il ricordo dell'omicidio di Pier Paolo Pasolini".
Così afferma in una nota l'avvocato Stefano Maccioni, difensore di Guido Mazzon, cugino del grande scrittore e regista ucciso il 2 novembre del 1975.

Della vicenda "forse se ne è parlato troppo e male e questo ha contribuito a creare la divisione tra coloro che ricercano ad ogni costo la verità e coloro che invece si sono appagati della ricostruzione parziale fornita dai giudici. Quello che è certo è
il ritardo oramai inescusabile con il quale la magistratura non riesce a far luce sul delitto".

Il penalista sottolinea come su sua iniziativa e della criminologa Simona Ruffini venne a suo tempo presentata l'istanza che ha portato alla riapertura delle indagini. "Il 10 maggio 2010 il Ris dei carabinieri di Roma ha iniziato l'esame dei reperti custoditi al museo criminologico di Roma, come la maglia indossata".
A parere del penalista sullo sfondo c'è "un legame tra tre delitti eccellenti quello di Enrico Mattei, quello di Mauro de Mauro e quello di Pasolini".

Il legale ricorda una serie di "elementi concreti" prospettati agli inquirenti, a
cominciare da alcune sentenze che hanno riguardato il caso del giornalista dell'Ora.

"Ma a distanza di 39 anni dall'omicidio e di cinque dalla riapertura delle indagini, ed alla luce di tutti gli elementi raccolti, a nome dell'unica persona offesa presente nel processo vorremmo sapere perché non si procede a richiedere l'archiviazione del procedimento, qualora secondo il pubblico ministero non si ravvisino elementi tali da poter sostenere l'accusa in giudizio, oppure si proceda ad esercitare l'azione
penale, come prevede il nostro codice di procedura penale.

Questo silenzio è terribile e continua ad alimentare il caos di ricostruzioni fantasiose sul delitto".


Simona Ruffini Criminologa




Opera di Fabio Pop Gismondi



Pier Paolo Pasolini, l’inchiesta infinita di una morte annunciata

Pubblicato il 4 novembre 2014 

Una volta, un noto estremista di destra che avrebbe poi confessato la sua partecipazione ad alcuni eventi efferati che stavano insanguinando il Paese, confidò a un suo intimo amico: «Se non trovano niente nei primi 10 giorni non scopriranno più la verità».E’ quella delle indagini confuse, mescolate e senza logica, infatti, una delle caratteristiche che contraddistinguono la vicenda giudiziaria sul massacro perpetuato a Pier Paolo Pasolini.

Restando fedeli alla massima estremista poco fa espressa, basta allora tornare già alle prime quarantott’ore dopo il delitto, quarantott’ore scandagliate subito da L’Europeo il 21 novembre 1975 con un elenco preciso e puntuale di tutti gli errori fondamentali (almeno 6) iniziali. Il settimanale proseguirà poi in una lunga contro-inchiesta a firma di Oriana Fallaci e del suo collaboratore morto in strane circostanze molti anni dopo, nel 1989 (Mauro Volterra):

1. ad accorrere sul luogo del delitto in quella che era una stradina sterrata sputata sul mare di Ostia, due Giulia della polizia che non pensa nemmeno lontanamente di allontanare la folla accalcatasi intorno al corpo martoriato, inquinando così sin da subito quella scena criminis tanto dipinta e raccontata negli anni avvenire.

2. Nessuno ha tracciato sul foglio allora apposito degli inquirenti, i punti esatti dei vari ritrovamenti “di solito contraddistinti da lettere dell’alfabeto” come sottolinea il giornalista Gian Carlo Mazzini quel 21 novembre.


3. Dalla domenica del ritrovamento fino al giovedì successivo, la macchina di Pasolini è rimasta sotto una tettoia nel cortile di un garage, aperta e senza sorveglianza (è poco noto inoltre e quindi è anche bene ricordarlo qui, che quella stessa Alfa GT che Pasolini voleva destinare comunque a Ninetto Davoli, dopo la sua morte, un suo desiderio espresso in un foglietto, è stata fatta rottamare dallo stesso Davoli senza minimamente pensare che poteva essere un corpo di reato ancora da analizzare).


4. Alla scomparsa delle tracce già inquinate, subito dopo l’omicidio, si aggiunge anche la lenta adempienza degli investigatori che a parte il sopralluogo all’alba di quel 2 novembre faranno ritorno sul luogo del delitto soltanto il lunedì successivo, 3 novembre,quando ormai la strada era solcata da buche profondissime tanto era stato il traffico in quei due giorni.


5. Contrariamente a quanto fatto da Furio Colombo la mattina stessa del ritrovamento del corpo, che intervistò un pescatore del posto, il quale sin da subito nel racconto parla di più persone e dello stesso grido (“Mamma mamma m’ammazzano”) che anche Pelosi nelle interviste successive tra rimandi e dinieghi e qualche verità aveva da un certo punto in poi, 2005, cominciato a raccontare, gli investigatori cominciarono a interrogare gli abitanti di quelle che allora si chiamavano “baracche” e i frequentatori della stazione Termini dove, dice la vulgata e una ricostruzione ormai labile, “per la prima volta” si incontrano Pelosi e Pasolini solo molti giorni dopo mentre quel pescatore non fu mai sentito.


6. Infine, sul luogo del delitto non è mai stato chiamato il medico legale. E’ come quando in certi casi insomma si nega l’esame autoptico perché si pensa che la persona sia morta d’infarto: con Pasolini è stato cosi. La certezza di avere già degli elementi e di trovarsi di fronte a un “omicidio nel mondo del vizio”, come qualcuno scrisse già nel marasma di giudizi e preconcetti sul terribile evento, ha creato dei precedenti che da subito ha macchiato d’incertezza e oscurità quella dinamica così complessa secondo i testimoni e gli aneddoti emersi poi negli anni, che ormai districarsi per chi non segue ogni rivolo giudiziario diventa una scommessa.


Nel 2010, dopo un tamtam politico-mediatico senza precedenti, battuto per primo da Marcello Dell’Utri in occasione di una mostra del libro antico a Milano e alcune testimonianze che l’avvocato Stefano Maccioni, insieme alla criminologa Simona Ruffini nel 2009 hanno portato alla conoscenza del magistrato titolare delle indagini preliminari tuttora aperte, Francesco Minisci, la procura di Roma decide di riaprire le ricerche fino ad arrivare nel dicembre del 2013 a prelevare 120 Dna da altrettanti sospettati.
Nonostante le nuove testimonianze, pure molto importanti di cui parleremo nella seconda parte, e un’inchiesta giornalistica pubblicata nel 2008 da Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza (Profondo Nero, Chiarelettere) il vero incentivo a riaprire il caso è stato appunto quello politico. Dopo le esternazioni di Dell’Utri che riferivano novità sul famoso “Appunto 21″, l’appunto cui Pasolini stesso in Petrolio si riferisce con un titolo Lampi su Eni, infatti, Walter Veltroni cominciò a pungolare l’allora ministro della Giustizia Angelino Alfano per la riapertura del caso, fino a che non ottenne una risposta. Quel pungolo arrivò anche alla procura la quale alla fine si decise.
Succede purtroppo quando un caso diventa motivo di indignazione o visibilità spesso al limite della speculazione (guarda il recente caso Cucchi, ndr) con al centro di tutto non la ricerca della verità ma l’esaltazione mediatica o il tornaconto di qualcuno (Dell’Utri in quel momento, marzo 2010, già condannato per mafia era in attesa del verdetto della cassazione e nei giorni successivi tra pentimenti sulle esternazioni e rimandi continui ha riempito i giornali nazionali). Il 5 dicembre 2011, poi, Dell’Utri fu interrogato dai pm di Palermo su ciò che avrebbe visto a Milano durante quella mostra, ossia alcune veline di quell’appunto o capitolo senza però cavarne granché. La familiare più stretta ed erede di Pier Paolo Pasolini, Graziella Chiarcossi, a ogni riferimento sospinto al riguardo fa scudo e sottolinea che quell’appunto non esiste. Lo ha fatto anche in un recente articolo apparso sulle pagine del Domenicale de Il Sole 24 Ore in risposta a un semplice excursus sul fatto.
E’ cosi che le parole di quell’estremista tornano cocenti e vere come non mai in questa storia. Non sono i soli “errori” disseminati e qui ricapitolati, posto che gli errori possono sempre sussistere, a complicare tutto sin dall’inizio, a imbrogliare le carte, ma molto altro in un’inchiesta infinita che ancora non permette di leggere Pasolini senza più quel corpo martoriato davanti agli occhi. (fine prima parte)

Simona Zecchi
Fonte:
http://www.lettera35.it/inchiesta-caso-pasolini-prima/#prettyPhoto

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