Benvenuto/a nel mio blog

Benvenuto nel blog

Questo blog non ha alcuna finalità di "lucro".
Viene aggiornato di frequente e arricchito sempre di nuovi contenuti, anche se non in forma periodica.
Sono certo che navigando al suo interno potrai trovare ciò che cerchi.
Al momento sono presenti oltre 1700 post e molti altri ne verranno aggiunti.
Ti ringrazio per aver visitato il mio blog e di condividere con me la voglia di conoscere uno dei più grandi intellettuali del trascorso secolo.
Visualizzazione post con etichetta Roversi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Roversi. Mostra tutti i post

sabato 21 dicembre 2013

Pasolini nella memoria - Di Roberto Roversi

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Pasolini nella memoria
di Roberto Roversi
 

Il Liceo “Galvani” in Via Castiglione e il preside Chiorboli, specialista del Petrarca, con due baffi di segno particolare, molto caratteristici. La libreria Cappelli in Via Farini, dove si andava a parlare e a cercare i libri di poesia che si pubblicavano in giro. Da Cappelli capitava Antonio Meluschi; dopo abbiamo conosciuto anche sua moglie, Renata Viganò. Vivevano in una violenta ma sobria povertà per conseguenza delle idee di cui non avevano paura, eppure erano sempre così liberi, nuovi, giusti (e umani) a incontrarli, anche nella loro casa di Via Mascarella. Dunque Otello Masetti (capo commesso alla libreria Cappelli) con la sollecitazione di Meluschi che ci consigliava, mise in contatto il nostro gruppetto con un uomo che vendeva e vende ancora libri vecchi in una bottega di Piazza S.Domenco al numero 5. Fu in quel posto e per queste vie che Francesco Leonetti, Pier Paolo Pasolini, Roberto Roversi, Luciano Serra pubblicarono a loro spese i quattro libretti per i “tipi della libreria antiquaria Mario Landi”. Copertina semplice e bianca, tranne quella di Leonetti che la scelse giallina e bordata. “Poesie a Casarsa” di Pasolini hanno la data di pubblicazione del 14 luglio 1942 e si stamparono presso l’Anonima Arti Grafiche di Piazza Calderini in 300 copie numerate, oltre a 75 fuori commercio destinate ai critici. Il libretto, di 48 pagine, era dedicato “A mio padre” e si apriva con il verso: “Fontane d’aghe dal me’ pais” (Fontana d’acqua dal mio paese). Nella ristampa del 1954, in “La meglio gioventu’ “, anche questo verso è cambiato cosi’: “Fontana di aga dal me pais”.
Da allora non ho più rivisto Pasolini fino al ’55 quando abbiamo avviato Officina; dopo la fine della rivista, nel ’60, l’ho rivisto ancora quattro o cinque volte, ma negli ultimi dieci anni non l’ho più incontrato. Con questo voglio dire che ho avuto una sincera amicizia di giovinezza con Pasolini, anche insieme ad altri, ma che fin da allora era piuttosto un incontro culturale che un rapporto di sentimenti; infatti entrambe le volte, quando la tensione nel fare si allentò o fu conclusa, ciascuno riprese la sua strada.
Non ero suo compagno di classe; Pasolini stava con Telmon, Bignardi e altri; al Galvani, o intorno al Galvani, non me lo ricordo; ci si trovava più spesso a casa sua.
Abitava con la madre e il fratello in un appartamento in Via Nosadella davanti ai Sordomuti (una tipografia); e lì, insieme ad un suo compagno di classe, Manzoni, recitavamo. Gli irlandesi, soprattutto Synge: “Cavalcata a mare” e “Il furfantello dell’ovest”; si leggeva, imparando, nella buona tradizione di Linati.
Posso dire che Pasolini era, nel fare le cose che ci interessavano, subito bravissimo; aveva una straordinaria tranquillità e rapidità nello scrivere che non finivano di stupirmi; e cominciò a prevalere su di noi con la straordinaria invenzione del dialetto colorato (come mi sembrava) cioè di una lingua esasperata sentimentalmente ma con tanto trattenuto pudore (una lingua abbastanza celestiale nel senso giusto) dal renderla nuova e diversa, cioè vera e originale. Contini, che allora era in Svizzera e ricevette il libretto, ne fu conquistato. Io la ascoltavo come una lingua “in costume” molto aristocratica; trattenuta al massimo grado di tensione da una sofisticazione culturale raffinata, da renderla alla fine morbida in un ricordo allucinante.
E arrivo a un ricordo che ho sempre tenuto vivo.
Siamo ai giardini Margherita, seduti su un prato appena tagliato; fra lo splendore giallo s’alza un profumo compatto, molto padano, del fieno falciato, a cumuli, che si sta asciugando. Poca gente, solo presenze colorate di donne e ragazze che camminano qua e là. Noi tre seduti (Leonetti, Pasolini, io) parliamo di una rivista che vogliamo fare, che “dobbiamo fare”. Il nome già proposto è “Eredi”. Parliamo con una leggerezza che è felicità, per una cosa finalmente importante; per una decisione nostra che dovremo realizzare impegnandoci. Ci sentiamo infervorati. Passa un uomo in bicicletta, è in borghese; adagio cerca con la testa; ha bisogno di parlare? Ci vede, si avvicina, non si ferma; dice a voce bassa: “Hitler ha invaso la Russia”.
È il 22 Giugno del ’41 e noi eravamo, in quel momento della nostra giovinezza, fuori dal mondo.

Rievocazione di P.P.Pasolini scritta a pochi giorni dalla sua morte da Roberto Roversi e pubblicata dal periodico friulano Macchie.

Fonte:
http://www.fucinemute.it/1999/07/pasolini-nella-memoria/


@Eretico e Corsaro - Le Pagine Corsare

Curatore, Bruno Esposito

Grazie per aver visitato il mio blog

giovedì 2 maggio 2013

Camminavo con Pasolini al parco...

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Camminavo con Pasolini al parco...
L'Officina di Roberto Roversi.

 

«Sì, ricordo, ero con Leonetti e Pasolini: pensavamo già di fare non dico ingenuamente, ma generosamente, una rivista. La giornata era bella, l'aria tiepida, i prati verdeggianti… Mancava solo che qualche farfalla volasse e sembrava di essere nel più felice dei mondi. Intanto a distanza si sparava e ci si ammazzava. La guerra era terrificante, e in mezzo si era giovani». È il 22 giugno 1941 e Roberto Roversi, in compagnia dei due compagni di università ai giardini Margherita, apprende da un uomo in bicicletta che Hitler ha invaso la Russia. La guerra arriverà anche a Bologna: «Ricordo il primo oscuramento: fu una meraviglia, la gente girava per le strade di una città tutta al buio. Bologna diventava misteriosa e affascinante, era ancora una piccola, straordinaria città medievale».
Roberto Roversi

*****
Questo era proprio l’obiettivo di «Officina»: capire cosa stava succedendo.

Roversi:

In modo ancora più preciso: cos’era successo. Questa era la domanda. Magari limitata, magari collocata in un contesto meno attivo, meno in movimento. Ma per me abbastanza importante e impellente per riordinare le idee per partire da un punto concreto. Dovessi dare, non dico un giudizio, ma una conclusione dal mio punto di vista, la rivista ha operato anche abbastanza utilmente per far capire cos’era successo. Ma poi, a un certo momento, quando era già venuto il tempo per passare a spiegare "cosa sta succedendo", anche se aveva cominciato a formulare qualche cosa, si è bloccata, si è fermata. Quindi è rimasta una operazione a metà.


L’avvio è stato abbastanza inquieto. Tornato sotto gli occhi, dentro i nostri pensieri. Dico nostri, miei e di Leonetti a cui in quel momento ero abbastanza vicino, perché abitava a Bologna. Ebbe una partenza incerta. Basti dire, mi sembra di non averlo mai detto, che proprio mentre cercavamo di raccogliere le idee operative, una sera Giuseppe Guglielmi con cui ero in rapporto venne e accompagnò a casa mia una sera Luciano Anceschi, quando ancora non aveva avviato «Il Verri», per parlare. Accadde che dopo 10 minuti di colloquio questa possibilità di collegarci in maniera operativa insieme era caduta. Dopo non ci vedemmo più. Il secondo rapporto lo avemmo con Ricciardi, che è stato dopo insigne cattedratico all’Università di Bologna, italianista, uno dei primi traduttori di Ezra Pound e di tanti altri. Lui era con noi nei primi colloqui, dopo questo incontro con Anceschi. Dopo venne l’idea, e fu un’idea di Leonetti, di rivolgerci o avvertire Pasolini, col quale, quando ancora eravamo al liceo negli anni ’40, avevamo avuto il progetto di fare una rivista il cui nome doveva essere «Eredi». Leonetti avvertì Pasolini di questo nostro progetto, e Pasolini venne immediatamente a Bologna, aderendo… E da lì siamo partiti.
Tratto da: Intervista a Roberto Roversi. La poesia è una risposta alla realtà

Fonte: http://www.robertoroversi.it/index.php/testimonianze/interviste-a-r-r/item/141-intervista-a-roberto-roversi-la-poesia-è-una-risposta-alla-realtà

*****

Volendo utilizzare un’immagine che consenta di indicare sinteticamente il ruolo che Roberto Roversi ha svolto in parecchi decenni di militanza letteraria, non ne esiste una migliore di quella ch’egli stesso ha scelto, dedicando alcune sue opere fondamentali (Rime, Registrazioni d’eventi, Descrizioni in atto, L’Italia sepolta sotto la neve) a Th., cioè a Tommaso Campanella. Nell’intervista rilasciata a Gianni D’Elia e pubblicata su «Lengua» (n. 10/1990), lo scrittore bolognese così spiega questa scelta: «Già nel ’43 ero sotto le ali del frate legato nelle profonde segrete vaticane e dentro almeno con gli occhi… lo vedevo… dentro alla sua disposizione intransigente, inesorabile. Ero addirittura travolto da quella voce, da quell’ombra […]. Quella di Campanella mi sembrava la mia condizione».
E Roversi è stato appunto un intellettuale intransigente, animato da un’inesauribile ricerca della verità, portata alle estreme conseguenze, senza remore né timori reverenziali. Non è un caso che la sua esperienza letteraria si sia intrecciata con quella di Pier Paolo Pasolini (che ha pagato con la vita l’intransigenza, il rifiuto dell’omologazione culturale), dalla collaborazione giovanile alla pubblicazione di «Officina». La vicenda, non solo editoriale, ma anche letteraria, e, se vogliamo, umana (per le storie personali che stanno dietro, che hanno segnato profondamente i protagonisti) della rivista, va ricostruita, per sottolineare, nel contempo, la collocazione particolare ch’essa ebbe nel panorama italiano, stretta come fu tra esperienze e correnti diversamente rilevanti, ma sempre importanti, per delineare una storia della letteratura nel nostro Paese.
«Officina» fu fondata nel ’55 da Francesco Leonetti, Pier Paolo Pasolini, e Roberto Roversi. La redazione era nella libreria antiquaria della quale era proprietario a Bologna Roversi, che fungeva pure da editore della prima serie, che durò per dodici numeri. Furono pubblicati, inoltre, due fascicoli di una seconda serie, datati marzo-aprile 1959 e maggio-giugno 1959, con l’aggiunta nel comitato di redazione di Franco Fortini, Angelo Romanò e Gianni Scalia, ma l’esperienza fu rapidamente troncata in seguito all’uscita di un epigramma di Pasolini in morte di Pio XII. Il nuovo editore della rivista, Valentino Bompiani, era iscritto al Circolo romano della caccia, centro di nobiltà vaticana. Il sodalizio, ritenendo blasfemo l’epigramma, intentò nei suoi confronti una specie di processo. Di conseguenza, l’editore decise di sospendere il finanziamento della rivista.
«Officina», pur proponendosi di andare ben oltre il neorealismo, si collocava sempre nell’ambito dello storicismo e del razionalismo. Difatti, Pasolini scrisse, col senno di poi, nel 1974, che in essa «c’era la calma della ragione che ricostruisce». I suoi animatori si prefiggevano un’analisi storica e razionale della realtà economica, sociale, politica del Paese, che trovavano mutata rispetto a come l’aveva vista e registrata il neorealismo. Rifiutavano il disimpegno di matrice ermetica e proponevano un nuovo impegno, adeguato al mutamento della realtà, caratterizzata dal prevalere della società dei consumi e dall’acquiescenza della sinistra istituzionale di fronte a questo modello di sviluppo, che, se, da un lato, assicurava un certo benessere alle masse proletarie, dall’altro lato, le assopiva e le rendeva succubi. E allora s’imponeva un nuovo engagement dell’intellettuale, volto a contrastare il capitalismo selvaggio e a difendere le identità violate del mondo contadino e, in generale, delle classi subalterne. S’imponeva, inoltre, un rinnovamento dell’ideologia marxista, una sua apertura rispetto a scienze nuove, come la psicanalisi, la linguistica, lo strutturalismo, la semiologia, e un rinnovamento dello stesso linguaggio letterario.
Oltre ai motivi contingenti di contrasto con l’editore Bompiani; la fine dell’esperienza di «Officina» fu dovuta al "realismo di ritorno" di Pasolini, che, addirittura, per realizzare un rapporto ancora più immediato con la realtà, si tuffò nell’esperienza cinematografica. Altro motivo di rottura fu la contestazione ormai aperta della sua leadership. I tempi, insomma, erano maturi perché i vari intellettuali che avevano animato la rivista prendessero vie autonome. Scrisse, infatti, Roversi a Leonetti, in una lettera datata 11 novembre 1959: «Liberati dal complesso Pasolini e della sua fortuna: è sua, non tua; non nostra. Cerca la tua; che sarà tua, non sua, non nostra».
Se «Officina» si propone un nuovo impegno e una risposta ideologica alla crisi della società contemporanea, il "Gruppo ’63" si colloca – per usare le parole di uno dei suoi massimi teorici, Angelo Guglielmi – in una dimensione «a-ideologica», «astorica», «disimpegnata», «atemporale». Esso inizia il processo di "deideologizzazione" della cultura italiana, tuttora in atto. Volendo delineare brevemente le tappe evolutive che portano al formarsi del "Gruppo ’63", dobbiamo partire dal 1956, che è insieme l’anno di pubblicazione di Laborintus di Sanguineti e della nascita della rivista «Il Verri», diretta da Luciano Anceschi, vero e proprio laboratorio del neosperimentalismo. Altra tappa fondamentale è la pubblicazione, nel 1961, sotto l’egida de «Il Verri» e per i tipi di Einaudi, dell’antologia I Novissimi, poesie per gli anni ’60, curata da Alfredo Giuliani e comprendente testi di Elio Pagliarani, Alfredo Giuliani, Edoardo Sanguineti, Nanni Balestrini, Antonio Porta, con l’aggiunta di testi di poetica degli stessi autori. Il punto di sbocco di questo processo evolutivo è la costituzione, nel 1963, del "Gruppo ’63", che tiene il suo primo convegno a Palermo. Tra i partecipanti, ricordiamo: Umberto Eco, Renato Barilli, Francesco Leonetti, Giancarlo Marmori, Lamberto Pignotti. Nel 1964 il consuntivo dei lavori di Palermo viene pubblicato nella Antologia del Gruppo ’63; si svolge un altro convegno a Reggio Emilia. Un ulteriore convegno si tiene a Palermo nel 1965. Intanto, si anima il dibattito letterario intorno alla neoavanguardia: prendono decisamente posizione contraria Pasolini, Moravia, Montale.
Secondo i teorici della neoavanguardia, non è possibile un’interpretazione ideologica della realtà, irrazionale e caotica. E allora l’unica cosa possibile è rendere la realtà stessa nella sua "intattezza". A ciò serve il linguaggio, che, nella concezione dei "neo-avanguardisti", acquista il ruolo centrale prima riconosciuto all’ideologia. Ma quale linguaggio? Se la realtà è caos assoluto, la poesia dev’essere «mimesi critica della schizofrenia universale, rispecchiamento e contestazione di uno stato sociale e immaginativo disgregato». In altri termini, si deve usare un linguaggio che sia in grado di assicurare una visione caotica della realtà caotica, al di là di ogni presupposto ideologico.
Per far ciò, i "neo-avanguardisti" disgregano le strutture e la lingua tradizionali, ricorrono al "plurilinguismo" o "mistilinguismo", cioè a una lingua che mescola vari codici, attinge a varie discipline. Così, Sanguineti mescola latino medievale, greco, neologismi scientifici, cifre alfabetiche e numeriche. Elio Pagliarani accosta linguaggio pubblicitario, indicazioni da manuale di dattilografia, spezzoni di lingua parlata. Nanni Balestrini realizza esempi di "poesia elettronica", ottenuta inserendo in un calcolatore IBM testi i cui elementi vengono risistemati in un’infinità di combinazioni, tutte legittime, secondo l’autore, perché non differiscono, quanto a carenza di significato, dal normale linguaggio, falso e alienato. Alfredo Giuliani e Antonio Porta, superando il diaframma artificiale tra poesia e pittura, danno vita ad esperimenti di "poesia visiva".
Il "Gruppo ’63" è influenzato dalle concezioni filosofiche della Scuola di Francoforte, che accomunava nella condanna di "industrialismo disumanante" la società capitalistica e i regimi comunisti dell’Est europeo. La sua protesta era indiscriminata, tendeva a cancellare sia le ideologie dello storicismo che quelle del capitalismo, concentrando la carica eversiva e disgregatrice non sui contenuti ideologici, che si equivalgono, bensì sugli aspetti formali, sulla comunicazione. La realtà caotica può essere rappresentata solo attraverso un linguaggio caotico, che riveli la falsità della comunicazione normale. La stessa conclusione a cui giunse il "Gruppo ’63".
Certamente esisteva, tra il ’50 e il ’60, una seria crisi del linguaggio letterario, in quanto quello tradizionale era inadeguato alla nuova realtà sociale. Il merito del "Gruppo ’63" è stato quello di aver cercato una via d’uscita, che, però, si è rivelata anch’essa inadeguata. Gli sperimentalismi eccessivi, le soluzioni fortemente simboliche, hanno dato vita ad una poesia incomprensibile al grande pubblico. È iniziata qui la "crisi di consenso" della poesia, che dura fino ai nostri giorni. La poesia è diventata "roba per iniziati", quasi messaggio "esoterico". In pochi la leggono, per cui le case editrici, anche le maggiori, stentano a mantenere apposite collane. Per rimediare ad una crisi se ne è determinata una più grande. Inoltre, lo stesso carattere innovativo della neoavanguardia degli anni Sessanta è discutibile, perché le soluzioni da essa proposte – il pastiche linguistico, l’irrazionalismo, l’impossibilità di rappresentare la realtà in termini oggettivi – erano già state sperimentate dalle avanguardie storiche del primo Novecento, a partire dal futurismo...

Tratto da: http://www.robertoroversi.it/index.php/testimonianze/saggi-su-r-r/item/351-roberto-roversi-la-poesia-come-rivoluzione-delle-forme-e-dei-contenuti

@Eretico e Corsaro - Le Pagine Corsare

Curatore, Bruno Esposito

Grazie per aver visitato il mio blog