"Le pagine corsare "
dedicate a Pier Paolo Pasolini
Pasolini
Di questo lontano Friuli
Libertà
13 novembre 1943
pag. 3
( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )
Alzo gli occhi da Pascal, o da Leopardi, e guardo nell’infinito, che ora, per qualche anno, ha preso per me la forma di un cielo velato, di una catena di monti trasparenti e un filo di ebbre nevi. Questo paesaggio torna ogni febbraio, quando la campagna è così ritratta nel suo silenzio, i legni così incorporei, che l’occhio può spaziare senza freno verso il Nord, dietro la Richinvelda, fino a quella celeste barriera di crinali e di vette incolori, ma distinti dal cielo, appunto, dalla riga indecisa delle nevi. Nelle giornate terse, nelle prime ore del mattino, vi si distinguono i ghiaioni, i dirupi, le macchie turchine dei boschi, i solchi candidi dei torrenti, le minime pieghe dei declivi, come se fossero impresse in una sostanza vitrea che si differenzii impetuosa e immobile dalle plaghe immemori del cielo. Basta allora il canto di un uccelletto per spirare nei sensi uno sgomento, un’accoratezza mortale, come se quel lievissimo grido colorisse di una luce di tempesta l’aria intorno alle montagne e le imprigionasse in un’ora eterna, e mai mutata da quando uno sguardo umano rivolto a quell’imperturbato orizzonte ha fatto nascere la storia di questa regione. Dalla Carnia librata nel cielo sembra soffiare quaggiù, in piena pianura, un’aria purificata e straniera – odore di nevi raccolte nelle selle solitarie – afrore di ciclamini e di muschi battuti dal sole – immagini di montanari perduti nel loro passo lungo aromatici sentieri – e tutto questo rimane informe nella mente, come un sentimento agitato, incapace di concretarsi se non attraverso le analogie più impensabili. Eccolo così apparire nella memoria:
Can vei la lauzeta mover
de joi sas alas contra ’l rai...
Mi volgo, abbandono i monti. Già non esistono; davanti a me la pianura si annichilisce sotto un cielo che prelude gli sgomenti orizzonti marini. La dolcezza dell’aria, dell’erba si fa minacciosa, quasi salmastra; i colori sbiancano – l’orizzonte discende come un precipizio – dietro si profila una calma accecante e immensa. (Quel biancore, non sai se di fumi o di polvere, è forse il fantasma dell’Adriatico?) Certo di là soffia un vento diverso, speciale. L’eccessivo azzurro del mare e del cielo, la nausea delle spiagge deserte, e poi la malinconia delle paludi si mescolano a quell’aria febbrile da cui si lasciano scuotere malvolentieri anche le piante. È un’aria decisamente forestiera che snerva col suo violento richiamo a orizzonti troppo vasti (grevi, non lievi, come i monti, di lontananze). Ha una voce straniera, veneta, non friulana; una pronuncia veneta che soffia rigida da Càorle e da Grado, ma qui, sulla destra del Tagliamento, si spinge oltre Portogruaro, oltre Cordovado, oltre la fontana del Nievo, e alita fino nei dintorni del mio paese, si fa sentire su, fino a Spilimbergo e Maniago, fino nelle aride gole della Carnia.
