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sabato 27 aprile 2013

Pasolini-Callas:L’amore impossibile (seconda parte)

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Pasolini-Callas:L’amore impossibile 

(seconda parte)

settembre 4, 2012
Cosimo Capanni

Pier Paolo Pasolini:“Cara Maria, stasera, appena finito di lavorare, su quel sentiero di polvere rosa, ho sentito con le mie antenne in te la stessa angoscia che ieri tu con le tue antenne hai sentito in me. Un´angoscia leggera leggera, non più che un´ombra, eppure invincibile. Ieri in me si trattava di un po´ di nevrosi: ma oggi in te c´era una ragione precisa (precisa fino a un certo punto, naturalmente) ad opprimerti, col sole che se ne andava. Era il sentimento di non essere stata del tutto padrona di te, del tuo corpo, della tua realtà: di essere stata “adoperata” (e per di più con la fatale brutalità tecnica che il cinema implica) e quindi di aver perduto in parte la tua totale libertà. Questo stringimento al cuore lo proverai spesso, durante la nostra opera: e lo sentirò anch´io con te. È terribile essere adoperati, ma anche adoperare.
Ma il cinema è fatto così: bisogna spezzare e frantumare una realtà “intera” per ricostruirla nella sua verità sintetica e assoluta, che la rende poi più “intera” ancora.
Tu sei come una pietra preziosa che viene violentemente frantumata in mille schegge per poter essere ricostruita di un materiale più duraturo di quello della vita, cioè il materiale della poesia. È appunto terribile sentirsi spezzati, sentire che in un certo momento, in una certa ora, in un certo giorno, non si è più tutti se stessi, ma una piccola scheggia di se stessi: e questo umilia, lo so.
Io oggi ho colto un attimo del tuo fulgore, e tu avresti voluto darmelo tutto. Ma non è possibile. Ogni giorno un barbaglio, e alla fine si avrà l´intera, intatta luminosità. C´è poi anche il fatto che io parlo poco, oppure mi esprimo in termini un po´ incomprensibili. Ma a questo ci vuol poco a mettere rimedio: sono un po´ in trance, ho una visione o meglio delle visioni, le “Visioni della Medea”: in queste condizioni di emergenza, devi avere un po´ di pazienza con me, e cavarmi un po´ le parole con la forza. Ti abbraccio.
Maria Callas:“Caro Pier Paolo, ho ricevuto il libro poi la tua cara lettera. Sono infelice per te – ma contenta che ti sei confidato in me. Caro amico, sono infelice che non posso essere vicina in questi momenti difficili per te, come lo sei stato tu spesso con me. Tu sai bene in fondo che sarebbe andata così. Se ricordi a Grado in macchina si parlava con Ninetto di amore e che ne so io. Dentro in me – le mie antenne tu dici – me lo dicevano quando Ninetto diceva che non si innamorerebbe mai – sapevo che diceva delle cose che era troppo giovane per capire. E tu in fondo uomo tanto intelligente lo dovevi sapere. Invece ti attaccavi anche tu a un sogno, fatto da te solo perché è così anche se ti addoloro con questa predicuccia piccola. La realtà è quella che devi affrontare ma non puoi perché non vuoi. Tu rinascerai, ci sono riuscita io – donna – con tanta sensibilità, eppure ho capito che solo in noi possiamo basarci. Tu ahimè non prendermi in giro. E’ triste anche e sopratutto per me dirlo. Sugli altri non si può fidare a lungo. E’ legge di natura. Noi dentro dobbiamo trovare la forza, almeno apparente, non ti faccio da madre, caro, ma ti consideravo mai come mio padre. Pier Paolo i libri sanno tanto sì, ma non la dura realtà, e non insegnano quello che io credo, e morirò credendo. Cioè che l’uomo solo può fare, di pura volontà, amor proprio ed orgoglio. Quello che io cerco di fare. In realtà se mi capisci, ma in fondo vedo forse non tanto, piedi per terra bisogna averli sempre poi sognare sì, ma è sogno non realtà. La realtà è creazione, dignità, non borghesia come dici, o forse non ho capito bene il libro. Io vivo nella borghesia servendomi di lei perché l’artista ha bisogno di lei. Ma in realtà io vivo sola, nella fede che posso, devo, perché sono guardata da tutti. E si ha il dovere di fare, una volta messi lassù. Non si può fare ciò che si vorrebbe. Anch’io vorrei, certo, ma allora si accetta essere criticati perché chi riesce la gente lo colloca alto, e così hai dei doveri. Se no allora si lascia e si fa quello che si vuole. Non si trovano scuse per noi, anche se gli altri danno tanto. Certo le parole sono parole, facili a scrivere a te – ma quando è che crescerai P.P.P.? Non è giunta l’ora di essere più ricco e maturo, anche se fanciulli si è sempre grazie a Dio. So che mi odierai per quel che ti scrivo. Ma ti ho sempre detto la verità, e ti chiedo scusa che invece di coccolarti ricevi queste stupide parole. Te le avevo già dette e ti chiedo perdono. Sono qui, peccato che non vieni, chi sa perché poi. Gli amici sono per i momenti difficili, te l’ho detto sempre. Sarò qui tutto l’Agosto anche. Vorrei avere tue notizie. Sono sempre tua caramente con l’amicizia di sempre. Scrivimi qui Draconizzi Petacci Marmari. Grazie del telegramma da Londra.
Maria (fanciullona)
21 luglio 1971.

Carissimo P.P.P. ho ricevuto la tua cara lettera qui a New York, venuta via, stufa del mare e di Parigi perché quest’anno mi sono ripresa dal riposo più presto del solito e Parigi offre poche possibilità di lavorare la mia musica, che poi in fondo è l’amica che non tradisce. La pace che tu pensi che ho ce l’ho davvero, me la impongo. Ti ho detto mio carissimo amico che credo in noi creature umane. Io ed io sola ho fatto quello che mi spetta nella società, il rispetto, certo sono come tu dici sana – è vero – ma so anche che l’orgoglio mi salva da tante cose. Tu sai che è la strada la più dura subito a seguire ma alla lunga è l’unica. Non aspetto niente da nessuno – che se possono l’amicizia – che è tanto. Ma so anche stare tanto sola sto bene con me. Rare volte mi tradisco. Ancora tu dirai che faccio prediche. No P.P.P. non te ne faccio – sono anzi addolorata che soffri. Dipendevi troppo da Ninetto e non era giusto. Ninetto ha il diritto di vivere la sua vita. Lascialo fare. Guarda di essere forte, lo devi, come tutti abbiamo passato di là in un modo o in un altro, so che immenso dolore che è, più delusione che altro forse. Certe parole valgono nulla per consolarti, lo so.
 Avrei voluto che tu avessi sentito il bisogno venire da me, passare qualche 5 minuti duri, perché sono solo qualche 5-10 minuti di dolore atroce poi diventa un poco meno, ma non ne hai sentito il bisogno della mia amicizia e sono addolorata di questo. Ma capisco anche questa tua reazione. Amico mio vorrei avere tue notizie. La nostra amicizia merita questo almeno, non credi. Io sarò qui fino alla fine di Novembre, poi torno a Parigi. Qui ho tanti buoni amici, e vivo letteralmente nella musica, quindi sono assai tranquilla, sarò ancora di più se mi dai tue notizie spesso. Sfogati pure con me, come mi sono sfogata io a te tante volte. T’abbraccio forte con tanto affetto e sono sempre credimi la tua migliore amica (presunzione forse).
Maria. - 5 settembre 1971
Il Poeta-regista, Dacia Maraini, Albero Moravia, Pier Paolo Pasolini e Maria Callas erano un quartetto piuttosto collaudato a condividere tempo e spazio insieme: “Abbiamo fatto due viaggi in Africa, di un mese ogni volta, e uno nello Yemen. La Callas era abituata agli alberghi di lusso ma si adattava anche agli ostelli, come è successo quando ci siamo mossi all’interno dell’Africa con la Land Rover (Intervista di Annalisa Serpilli comparsa sul Sole 24 ore l’11 settembre 2007). Ed è proprio da quella Land Lover che parte il racconto di Dacia Maraini Il Poeta-regista e la meravigliosa soprano (supplemento del Corriere della Sera del 26 luglio). Il semplice ricordo lascia spazio alla felice tessitura di un vero e proprio racconto dove l´io narrante si cela timidamente dietro una “ragazza dagli occhi cilestrini”, confidenziale epiteto che non lascia spazio ad ambiguità e di cui scopriremo solo alla fine la paternità. La limpidezza del ricordo bene contrasta con l´opacità della terra bruciata africana. Pasolini concluderá il Frammento alla morte con queste parole:

“Africa! Unica mia alternativa”. In effetti l’Africa era per il poeta-regista il naturale controcanto dell’Occidente: nera, mitica e preindustriale, essa si opponeva alla civiltà bianca, razionalistica e borghese, e fu proprio durante questi viaggi che Pasolini elaborò la sua Poetica sull´Africa e la sua interpretazione di Medea. Cosí Moravia descrive un documentario di Pasolini sull´Africa: “per niente esotica e perciò tanto più misteriosa del mistero proprio dell’esistenza, coi suoi vasti paesaggi da preistoria, i suoi miseri villaggi abitati da un’umanità contadina e primitiva. Pasolini ‘sente’ l’Africa nera con la stessa simpatia poetica e originale con la quale a suo tempo ha sentito le borgate e il sottoproletariato romano”.
Umori, sensazioni, stupori, scoperte. Tutto stratifica lungo il percorso narrativo di questo breve racconto inedito di Maraini, lasciandoci intravedere le autentiche movenze dei protagonisti (gli stivali di Pasolini sulla terra bruciata, gli ampi occhiali di Maria Callas) così come raramente ci è dato sapere. Assaporiamo appena, grazie alla discrezione signorile e delicatissima della nostra autrice, le intime dinamiche sentimentali, gli sguardi fugaci, quell´incontro irripetibile tra alcuni dei più grandi del panorama culturale del novecento. Maraini, una di loro, ci concede poi di procedere oltre l´evento umano del viaggio, sorvolando con lo sguardo elefanti, coccodrilli, zanzare, grilli e termiti. Ed è lí, di fronte ad alla visione “sorprendente e primordiale” della natura africana, che lo sguardo attento della narratrice si corrompe in emozione assoluta, sorprendendosi in lacrime. Ed è forse quello stesso rapimento, quello che accompagnò Maraini dopo la prima volta di fronte alla Divina; era a Parigi, la Tosca , qualche tempo prima del viaggio in Africa. Non avrebbe mai pensato, allora, che avrebbe condiviso con quella “pantera” una piccola stanza e due lettini di ferro smaltato.

In effetti l´occhio femminile di una Maraini giovanissima, è l´unico sopravvissuto in grado di poter traghettare fino ai nostri giorni la testimonianza di un tempo gravido di esperienze intense vissute da chi, primo fra tutti Pasolini, riuscì a tradurre in arte il senso profondo dell´Africa. Maraini, attraverso parole fresche e puntuali nella rievocazione, ci accompagna persino dentro la casa della madre di Pasolini, mostrandoci una donna fortissima nella sua ferrea volontà di madre friulana, di “maestra” conscia di non avere rivali. È un piacere lasciarsi portare per mano laddove forse, ognuno di noi, avrebbe voluto essere, nel modo in cui molti avrebbero voluto raccontare.
I quattro personaggi, Moravia, Pasolini, Callas e Maraini, sembrano davvero usciti dalla fiaba della vita, ognuno con il proprio fardello simbolico che riconosciamo già come parte integrante della “nostra” stessa storia: il vecchio mentore, scrittore di fama saggio ma brontolone, l´eroe trascinante, puro e intoccabile, la diva timida, capace di stupire per la sua carica di intima umiltà, la “giovane scrittrice”, un angelo viaggiatore testimone privilegiato di un mondo che le trascorrerà splendido e tragico sotto gli occhi. Scompaiono nello spazio di una pennellata ogni stereotipo: scompare l´autore taciturno (Moravia sarà l´unico a parlare in teatro!), l´intellettuale trasgressivo e la diva capricciosa. Scompare l´apparente algido distacco dell’autrice per lasciare il posto a tratti di pura emozione. Non c’é traccia di vanto in questo privilegio, solo la naturalezza di un’esperienza vissuta nella strabiliante consapevolezza di possedere quel magico strumento di trasporto che è la scrittura, che brilla tra le nostre dita come facevano i gioielli nelle mani di Maria Callas. 
(Fine seconda parte)

Fonte:
http://www.gbopera.it/2012/09/pasolini-callaslamore-impossibile-seconda-parte/

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Pasolini-Callas:L’amore impossibile (prima parte)

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

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Pasolini-Callas:L’amore impossibile 

(prima parte)

luglio 14, 2012
Cosimo Capanni

Quando Maria Callas incontrò Pier Paolo Pasolini per girare Medea era una diva secondo alcuni sul viale del tramonto, ma ancora in primissimo piano come personaggio da rotocalco. L’armatore greco Onassis, con cui aveva vissuto per nove anni, l’aveva lasciata per sposare la vedova Kennedy con uno sciame di pettegolezzi praticamente infinito. “Nove anni di sacrifici inutili”, aveva commentato lei. L’incontro con Pasolini era stato propiziato da Franco Rossellini che con Maria Cicogna avrebbe prodotto il film: la Callas poteva essere un ottima Medea e naturalmente un formidabile aiuto per un successo internazionale. Pasolini non era mai stato un frequentatore di teatri d’opera. Aveva visto un Trovatore a Bologna, quando aveva diciotto anni e non si era entusiasmato. Molti anni dopo, un Rigoletto visto a Caracalla con Ninetto Davoli gli era piaciuto, ma questo non cambiava niente. Nico Naldini dice che confondeva Cherubini con Boccherini. Gli piaceva la musica classica che ascoltava in casa sua o da Elsa Morante che aveva una discoteca molto ben scelta, ma molto meno l’opera. Comunque della Callas voleva tutto meno la cantante o la diva: gli era piaciuto il viso, che rimandava ad una realtà contadina primigenia, un viso addolcito dai trascorsi borghesi, ma molto intenso e vero. Pasolini disse ad un certo punto che la Callas aveva la stessa verità di Franco Citti preso dalla strada, come se dalla strada e non dal palcoscenico venisse anche lei. L’avrebbe ripresa con dei lunghi primi piani, mentre lei, che aveva avuto come regista anche Visconti, era abituata a stare in scena con il pubblico ad una certa distanza. Le avrebbe spiegato la differenza tra il cinema e il teatro nella lettera ritrovata ed esposta in questa mostra in casa Testori a Novate, una lettera scritta dopo una giornata di lavoro insieme sul set, quando aveva notato in lei il turbamento per non essere stata completamente padrona di sé e del suo corpo.
Medea fu un film faticoso: le riprese in Cappadocia, che figurava con l’antica Colchide, poi a Grado dove il Centauro ammaestra il giovane Giasone e in fine a Pisa nella Piazza dei Miracoli dove, ad onta di ogni plausibilità cronologica, Pasolini aveva posto la Ragione in omaggio a Galileo. La razionale Corinto che si opponeva a Medea. Il rapporto con Pier Paolo divenne intenso: fa più di un amicizia e a un certo punto, complice una foto scattata in aereoporto dove i due si vedono scambiarsi un bacio sulle labbra, si parlò addirittura di amore. Ne parlarono cioè i rotocalchi e i giornalisti più inclini al gossip e la storia fu ripresa diverse volte. Uno scrittore spagnolo, Terence Moix, la rielaborò e voleva farne anche uno spettacolo. In realtà si trattava di un amore impossibile, anche se tra i due c’era affetto e profonda confidenza. Pasolini era disperato perché Ninetto Davoli lo stava lasciando per una ragazza. Nell’agosto ’71 aveva scritto a Paolo Volponi: “Sono quasi pazzo di dolore. Ninetto è finito. Dopo quasi nove anni Ninetto non c’è più. Ho perso il senso della vita. Penso soltanto a morire o cose simili. Tutto mi è crollato intorno: Ninetto con la sua ragazza disposto a tutto, anche a tornare a fare il falegname (senza battere ciglio) pur di stare con lei; ed io incapace di accettare questa orrenda realtà, che non solo mi rovina il presente, ma getta una luce di dolore anche in tutti questi anni che io ho creduto di gioia”.
La Callas fu messa a parte della tragedia e gli scrisse :”Sono infelice per te, ma contenta che ti sei confidato in me. Caro amico – sono infelice che non posso essere vicina in questi momenti difficili per te – come lo sei stato tu spesso con me. Tu sai bene in fondo che sarebbe andata così ti ricordi a Grado in macchina si parlava e con Ninetto di amore e che so io – dentro in me – le mie antenne tu dici – me lo dicevano quando Ninetto diceva che non si innamorerebbe mai – sapevo che diceva delle cose che era troppo giovane per capire. E tu in fondo uomo tanto intelligente – lo dovevi sapere. Invece ti attaccavi anche tu ad un sogno – fatto da te solo – perché è così anche se ti addoloro con questa predicuccia piccola…”
Non è la prima volta che la Callas, che si firma “Maria (fanciullina), si incarica di dire a Pier Paolo cose magari spiacevoli, In una lettera scritta “dalle nuvole” e cioè da un aereo della Olympic Airways in volo per New York, arriva a dirgli che l’amicizia di Alberto Moravia ( con il quale lei e Pier Paolo insieme a Dacia Maraini avevano condiviso un viaggio in Africa) non l’ha mai del tutto persuasa. “sai, caro amico, di veri amici . o veri e basta, pochi ne ho trovati, per non dire nessuno… e ci tengo alla tua verità e sincerità. Siamo assai legati psichicamente – oso dire come raro si fa in vita”. Un italiano dalla sintassi bizzarra, chiosa Nico Naldini nella sua Breve vita di Pasolini, “forse appreso nei corridoi dei teatri” .
“Assai legati psichicamente: Maria Callas coglie la profondità di un rapporto che non è semplice amicizia. Per Mara Pasolini riprende a dipingere in modo oserei dire carnale, usando elementi naturali, come il succo dei fiori, per Maria si adatta a fare una crociera con il panfilo di Onassis e a passare una vacanza nella sua isola, (in realtà l’isola è Tragonissi), per Maria scrive poesie che Enzo Siciliano ha interpretato con finezza nella sua Vita di Pasolini. “La donna è per Pier Paolo “riapparizione ctonia” – riapparizione da un viaggio compiuto in luoghi mai trascorsi. La donna torna con una notizia, la notizia del “vuoto nel cosmo” […] In Maria, Pier Paolo – una sera a Parigi (“Parigi calca dietro alle tue spalle un cielo basso/ con la trama dei rami neri”) lesse una richiesta di amore: amore tra donna e uomo. Vi lesse la consueta, antica, donnesca richiesta che l’uomo sia “padre”. Pier Paolo, a quella richiesta, non poteva dare risposta”. Le poesie per Maria figurano in una delle raccolte più problematiche di Pasolini: Trasumanar e organizzar uscita per la prima volta nel 1971. La precedente raccolta, Poesia in forma di rosa risaliva al 1964, dunque Trasumanar è un ritorno alla poesia dopo anni di silenzio, con la volontà di tracciare alcune linee guida per il proprio scrivere in versi. Trasumanar è, come si sa, un verbo dantesco e viene dal primo canto del Paradiso. Transumanare è andare oltre l’umano, cui segue, nella Commedia, “significar per verba”, cioè dare senso attraverso le parole. Pasolini gioca con il dettato dantesco, fino alla parodia (“Manifestar significar per verba non si poria”) e detta all’Ansa, per gioco, per propria scelta stilistica: “Smetto di essere poeta originale, che costa mancanza/ di libertà: un sistema stilistico è troppo esclusivo./ Adotto schemi letterari collaudati per essere più libero./Naturalmente per ragioni pratiche”. Andrea Zanzotto colse bene la difficoltà dell’insieme. I critici non si mossero per questa raccolta e Pasolini, provocatorio, si recensì da solo sul Giorno. Ma la poesia più luminosa non è tra quelle per Maria Callas: è una poesia per Ninetto, datata 2 settembre 1969. Si conclude così: “Della nostra vita insaziabile/perche una cosa unica al mondo non può essere mai esaurita”.
(fine prima parte)

Da “Pasolini Callas L’Amore Impossibile” di Paolo Mauri da Repubblica
27 maggio 2012
Fonte:
http://www.gbopera.it/2012/07/pasolini-callas-l%E2%80%99amore-impossibile-prima-parte/

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