"Le pagine corsare "
dedicate a Pier Paolo Pasolini
Eretico e Corsaro
L’accostamento tra Pietà per la nazione di Lawrence Ferlinghetti e Alla mia nazione di Pier Paolo Pasolini è diventato, negli ultimi anni, un caso emblematico di come il web possa deformare la filologia e appiattire le differenze tra voci radicali. Sui social circolano infatti decine di post, immagini, citazioni e articoli che attribuiscono a Pasolini interi blocchi della poesia di Ferlinghetti, soprattutto i celebri versi d’apertura sui leader bugiardi e sui saggi messi a tacere. Questa attribuzione errata non è un semplice errore: è il sintomo di una cultura digitale che tende a fondere le voci critiche in un’unica protesta indistinta, cancellando le specificità linguistiche, storiche e politiche dei singoli autori. Ristabilire la paternità dei testi non è dunque un dettaglio filologico, ma un atto necessario per comprendere due forme di sdegno profondamente diverse, due modi opposti di parlare alla nazione, due diagnosi complementari della crisi moderna.
In Pasolini la lingua è corpo, materia, fango. Alla mia nazione non denuncia: contamina. Il poeta non descrive l’Italia, la ferisce. Il lessico è corporeo, basso, topografico. I cittadini diventano porci che pascolano, la classe dirigente è fatta di avvocatucci unti di brillantina, lo Stato è ridotto a una mappa di luoghi degradati: caserme, seminari, spiagge libere, casini. Questa corporeità non è un espediente retorico, ma la forma stessa della diagnosi pasoliniana. L’Italia non è malata di idee sbagliate: è malata nel corpo, nella sua antropologia, nella sua trasformazione materiale. Il miracolo economico non è un fenomeno economico, ma una mutazione biologica che produce un nuovo fascismo culturale. Per questo la poesia non si chiude con un appello morale, ma con un desiderio di dissoluzione fisica: affoga nel tuo bel mare. È un epitaffio antropologico, non un invito alla riforma.
Ferlinghetti, al contrario, non parla da dentro la nazione: parla alla nazione. La sua lingua non è corporea, ma liturgica. Non descrive la carne dei corrotti, ma le categorie morali della democrazia tradita: leader bugiardi, saggi messi a tacere, libertà spazzate via. L’immaginario è biblico, universale, corale. Pastori e pecore, conquistatori e prepotenti: figure archetipiche che appartengono alla grande tradizione della poesia civile americana. La sua invettiva non vuole distruggere la nazione, ma risvegliarla. Se Pasolini è un figlio che parla alla madre morente, Ferlinghetti è un profeta che parla alla comunità. La sua voce non è disperata, ma ammonitrice. Non invoca l’annegamento, ma la rivelazione.
È proprio questa differenza di tono, di forma e di immaginario che il web tende a cancellare quando attribuisce a Pasolini i versi di Ferlinghetti. La confusione nasce dal fatto che entrambi i poeti parlano con una voce radicale, ostinata, non conciliatoria. Ma la loro radicalità non è intercambiabile: Pasolini è corporeo, Ferlinghetti è concettuale; Pasolini è topografico, Ferlinghetti è universale; Pasolini è immerso nella genealogia italiana, Ferlinghetti parla da una distanza profetica. La cultura digitale, che privilegia la circolazione rapida delle frasi d’effetto, finisce per confondere la rabbia civile con la sua forma, attribuendo a Pasolini parole che non avrebbe mai scritto, perché estranee alla sua antropologia poetica.
La divergenza tra i due autori è figlia dei contesti storici in cui operano e dei diversi stadi del capitalismo che si trovano a combattere. Nel 1959 Pasolini osserva l’Italia all’alba del miracolo economico e vede ciò che quasi nessuno vede: il benessere non è liberazione, ma omologazione. Il nuovo fascismo non è politico, ma culturale. La “nazione cattolica” è la radice di una colpa storica mai affrontata. I prefetti, gli agrari, i funzionari codini sono l’apparato di una Democrazia Cristiana che traghetta il Paese dalla tradizione clericale alla modernità consumistica. Nel 2007 Ferlinghetti osserva invece l’America post-11 settembre, un Paese che ha trasformato il dolore in militarismo, la paura in conformismo, la democrazia in sorveglianza. Il Patriot Act, le guerre preventive, Abu Ghraib: sono i sintomi di un impero che ha perso la propria coscienza morale. La nazione che aspira a comandare il mondo con la forza e la tortura è l’America del secondo mandato Bush, accecata dal denaro e dalla potenza militare.
Anche il rapporto con la nazione è opposto. Per Pasolini la nazione è genealogia, carne, famiglia. Non può separarsi da essa: la sua invettiva è un atto di amore disperato. L’Italia è una madre che non smette di tradire i figli. Per Ferlinghetti la nazione è un progetto politico, non una genealogia. La sua invettiva è civile, non familiare. L’America è un’idea tradita, non una madre corrotta. La religione, inoltre, occupa un ruolo diverso: in Pasolini è un apparato disciplinare che ha modellato l’Italia nel suo provincialismo; in Ferlinghetti è un linguaggio simbolico, una struttura narrativa che serve a denunciare l’ipocrisia morale dell’impero.
Pasolini e Ferlinghetti non condividono la lingua, né la forma, né il bersaglio immediato. Condividono qualcosa di più profondo: la percezione che la nazione moderna sia diventata un meccanismo di perdita della coscienza storica. Pasolini vede un’Italia che affoga nel fango del benessere clericale e provinciale; Ferlinghetti vede un Impero che si acceca nel sonno del denaro e della forza militare. Due scale diverse, un’unica diagnosi: il totalitarismo non è più un regime, ma una condizione culturale. E la poesia, in entrambi i casi, è l’ultimo strumento per tentare di svegliare un mondo che non vuole più ascoltare.
Bruno Esposito
Pietà per la nazione di Lawrence Ferlinghetti
Pietà per la nazione i cui uomini sono pecore
e i cui pastori sono guide cattive
Pietà per la nazione i cui leader sono bugiardi
i cui saggi sono messi a tacere
Pietà per la nazione che non alza la propria
voce
tranne che per lodare i conquistatori
e acclamare i prepotenti come eroi
e che aspira a comandare il mondo
con la forza e la tortura
Pietà per la nazione che non conosce
nessun’altra lingua se non la propria
nessun’ altra cultura se non la propria
Pietà per la nazione il cui fiato è danaro
e che dorme il sonno di quelli
con la pancia troppo piena
Pietà per la nazione – oh, pietà per gli uomini
che permettono che i propri diritti vengano
erosi
e le proprie libertà spazzate via
Patria mia, lacrime di te
dolce terra di libertà!
Lawrence Ferlinghetti
*****
Alla mia nazione di Pier Paolo Pasolini.
Non popolo arabo, non popolo balcanico, non
popolo antico
ma nazione vivente, ma nazione europea:
e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia
libera, un casino!
Milioni di piccoli borghesi come milioni di
porci
pascolano sospingendosi sotto gli illesi
palazzotti,
tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
che il tuo male è tutto male: colpa di ogni
male.
Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il
mondo.
Pier Paolo Pasolini




Grazie Bruno Esposito... Il falso pasoliniano circola continuamente
RispondiEliminaGrazie Luciana.
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