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domenica 27 dicembre 2020

Pier Paolo Pasolini, «Gli italiani non sono più quelli» - Studio sulla rivoluzione antropologica in Italia

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Corriere della sera - 10 giugno 1974

Quest'articolo di Pasolini innesca una polemica a distanza con Maurizio Ferrara, giornalista e dirigente PCI, che culmina in una puntata televisiva, Controcampo del 19 ottobre 1974,  di cui,  pare che la RAI, ha perso traccia del video.


Studio sulla rivoluzione antropologica in Italia
Sul «Corriere della sera» col titolo «Gli italiani non sono più quelli»
10 giugno 1974.
(Oggi in Scritti Corsari)
L'Unità,2 giugno 1974

L'Unità,2 giugno 1974
Il 2 giugno: sull’«Unità» in prima pagina c’è il titolo delle grandi occasioni e suona: «Viva la repubblica antifascista.»
Certo, viva la repubblica antifascista. Ma che senso reale ha questa frase? Cerchiamo di analizzarlo.
Essa in concreto nasce da due fatti, che la giustificano del resto pienamente: 1) La vittoria schiacciante del «no» il 12 maggio, 2) la strage fascista di Brescia del 28 dello stesso mese.
La vittoria del «no» è in realtà una sconfitta non solo di Fanfani e del Vaticano, ma, in certo senso, anche di Berlinguer e del partito comunista. Perché? Fanfani e il Vaticano hanno dimostrato di non aver capito niente di ciò che è successo nel nostro paese in questi ultimi dieci anni: il popolo italiano è risultato – in modo oggettivo e lampante – infinitamente più «progredito» di quanto essi pensassero, puntando ancora sul vecchio sanfedismo contadino e paleoindustriale.
Ma bisogna avere il coraggio intellettuale di dire che anche Berlinguer e il partito comunista italiano hanno dimostrato di non aver capito bene cos’è successo nel nostro paese negli ultimi dieci anni. Essi infatti non volevano il referendum; non volevano la «guerra di religione» ed erano estremamente timorosi sull’esito positivo delle votazioni. Anzi, su questo punto erano decisamente pessimisti. La «guerra di religione» è risultata invece poi un’astrusa, arcaica, superstiziosa previsione senza alcun fondamento.
Gli italiani si sono mostrati infinitamente più moderni di quanto il più ottimista dei comunisti fosse capace di immaginare. Sia il Vaticano che il Partito comunista hanno sbagliato la loro analisi sulla situazione «reale» dell’Italia.
Sia il Vaticano che il partito comunista hanno dimostrato di aver osservato male gli italiani e di non aver creduto alla loro possibilità di evolversi anche molto rapidamente, al di là di ogni calcolo possibile.
Ora il Vaticano piange sul proprio errore. Il PCI invece, finge di non averlo commesso ed esulta per l’insperato trionfo.
Ma è stato proprio un vero trionfo?
Io ho delle buone ragioni per dubitarne. Ormai è passato quasi un mese da quel felice 12 maggio e posso perciò permettermi di esercitare la mia critica senza temere di fare del disfattismo inopportuno.
Corriere della sera - 10 giugno 1974
La mia opinione è che il cinquantanove per cento dei «no», non sta a dimostrare, miracolisticamente, una vittoria del laicismo, del progresso e della democrazia: niente affatto: esso sta a dimostrare invece due cose:

1) che i «ceti medi» sono radicalmente – direi antropologicamente – cambiati: i loro valori positivi non sono più i valori sanfedisti e clericali ma sono i valori (ancora vissuti solo esistenzialmente e non «nominati») dell’ideologia edonistica del consumo e della conseguente tolleranza modernistica di tipo americano. E’ stato lo stesso Potere – attraverso lo «sviluppo» della produzione di beni superflui, l’imposizione della smania del consumo, la moda, l’informazione (soprattutto, in maniera imponente, la televisione) – a creare tali valori, gettando a mare cinicamente i valori tradizionali e la Chiesa stessa, che ne era il simbolo.
2) che l’Italia contadina e paleoindustriale è crollata, si è disfatta, non c’è più, e al suo posto c’è un vuoto che aspetta probabilmente di essere colmato da una completa borghesizzazione, del tipo che ho accennato qui sopra (modernizzante, falsamente tollerante, americaneggiante ecc.).
Il «no» è stato una vittoria, indubbiamente. Ma la reale indicazione che esso dà è quella di una «mutazione» della cultura italiana: che si allontana tanto dal fascismo tradizionale che dal progressismo socialista.

Frontoni Angelo -Internet culturale
Se così stanno le cose, allora, che senso ha la «strage di Brescia» (come già quella di Milano)? Si tratta di una strage fascista, che implica dunque una indignazione antifascista? Se son le parole che contano, allora bisogna rispondere positivamente. Se sono i fatti allora la risposta non può essere che negativa; o per lo meno tale da rinnovare i vecchi termini del problema.
L’Italia non è mai stata capace di esprimere una grande Destra. E’ questo, probabilmente, il fatto determinante di tutta la sua storia recente. Ma non si tratta di una causa, bensì di un effetto. L’Italia non ha avuto una grande Destra perché non ha avuto una cultura capace di esprimerla. Essa ha potuto esprimere solo quella rozza, ridicola, feroce destra che è il fascismo. In tal senso il neo-fascismo parlamentare è la fedele continuazione del fascismo tradizionale. Senonché, nel frattempo, ogni forma di continuità storica si è spezzata. Lo «sviluppo», pragmaticamente voluto dal Potere, si è istituito storicamente in una specie di epoché, che ha radicalmente «trasformato», in pochi anni, il mondo italiano.
Tale salto «qualitativo» riguarda dunque sia i fascisti che gli antifascisti: si tratta infatti del passaggio di una cultura, fatta di analfabetismo (il popolo) e di umanesimo cencioso (i ceti medi) da un’organizzazione culturale arcaica, all’organizzazione moderna della «cultura di massa». La cosa, in realtà, è enorme: è un fenomeno, insisto, di «mutazione» antropologica. Soprattutto forse perché ciò ha mutato i caratteri necessari del Potere. La «cultura di massa», per esempio, non può essere una cultura ecclesiastica, moralistica e patriottica: essa è infatti direttamente legata al consumo, che ha delle sue leggi interne e una sua autosufficienza ideologica, tali da creare automaticamente un Potere che non sa più che farsene di Chiesa, Patria, Famiglia e altre ubbìe affini.
L’omologazione «culturale» che ne è derivata riguarda tutti: popolo e borghesia, operai e sottoproletari. Il contesto sociale è mutato nel senso che si è estremamente unificato. La matrice che genera tutti gli italiani è ormai la stessa. Non c’è più dunque differenza apprezzabile – al di fuori di una scelta politica come schema morto da riempire gesticolando – tra un qualsiasi cittadino italiano fascista e un qualsiasi cittadino italiano antifascista. Essi sono culturalmente, psicologicamente e, quel che è più impressionante, fisicamente, interscambiabili. Nel comportamento quotidiano, mimico, somatico non c’è niente che distingua – ripeto, al di fuori di un comizio o di un’azione politica – un fascista da un

antifascista (di mezza età o giovane: i vecchi, in tal senso possono ancora esser distinti tra loro). Questo per quel che riguarda i fascisti e gli antifascisti medi. Per quel che riguarda gli estremisti, l’omologazione è ancor più radicale.
A compiere l’orrenda strage di Brescia sono stati dei fascisti. Ma approfondiamo questo loro fascismo. E’ un fascismo che si fonda su Dio? Sulla Patria? Sulla Famiglia? Sul perbenismo tradizionale, sulla moralità intollerante, sull’ordine militaresco portato nella vita civile? O, se tale fascismo si autodefinisce ancora, pervicacemente, come fondato su tutte queste cose, si tratta di un’autodefinizione sincera? Il criminale Esposti – per fare un esempio – nel caso che in Italia fosse stato restaurato, a suon di bombe, il fascismo, sarebbe stato disposto ad accettare l’Italia della sua falsa e retorica nostalgia? L’Italia non consumistica, economa e eroica (come lui la credeva)? L’Italia scomoda e rustica? L’Italia senza televisione e senza benessere? L’Italia senza motociclette e giubbotti di cuoio? L’Italia con le donne chiuse in casa e semi-velate? No: è evidente che anche il più fanatico dei fascisti considererebbe anacronistico rinunciare a tutte queste conquiste dello «sviluppo». Conquiste che vanificano, attraverso nient’altro che la loro letterale presenza –divenuta totale e totalizzante – ogni misticismo e ogni moralismo del fascismo tradizionale.
Dunque il fascismo non è più il fascismo tradizionale. Che cos’è, allora?
I giovani dei campi fascisti, i giovani delle SAM, i giovani che sequestrano persone e mettono bombe sui treni, si chiamano e vengono chiamati «fascisti»: ma si tratta di una definizione puramente nominalistica. Infatti essi sono in tutto e per tutto identici all’enorme maggioranza dei loro coetanei. Culturalmente, psicologicamente, somaticamente – ripeto – non c’è niente che li distingua. Li distingue solo una «decisione» astratta e aprioristica che, per essere conosciuta, deve essere detta. Si può parlare casualmente per ore con un giovane fascista dinamitardo e non accorgersi che è un fascista. Mentre solo fino a dieci anni fa bastava non dico una parola, ma uno sguardo, per distinguerlo e riconoscerlo.
Il contesto culturale da cui questi fascisti vengono fuori è enormemente diverso da quello tradizionale. Questi dieci anni di storia italiana che hanno portato gli italiani a votare «no» al referendum, hanno prodotto – attraverso lo stesso meccanismo profondo – questi nuovi fascisti la cui cultura è identica a quella di coloro che hanno votato «no» al referendum.

Essi sono del resto poche centinaia o migliaia: e, se il governo e la polizia l’avessero voluto, essi sarebbero scomparsi totalmente dalla scena già dal 1969.
Il fascismo delle stragi è dunque un fascismo nominale, senza un’ideologia propria (perché vanificata dalla qualità di vita reale vissuta da quei fascisti), e, inoltre, artificiale: esso è cioè voluto da quel Potere, che dopo aver liquidato, sempre pragmaticamente, il fascismo tradizionale e la Chiesa (il clerico-fascismo che era effettivamente una realtà culturale italiana) ha poi deciso di mantenere in vita delle forze da opporre – secondo una strategia mafiosa e da Commissariato di Pubblica Sicurezza – all’eversione comunista. I veri responsabili delle stragi di Milano e di Brescia non sono i giovani mostri che hanno messo le bombe, né i loro sinistri mandanti e finanziatori. Quindi è inutile e retorico fingere di attribuire qualche reale responsabilità a questi giovani e al loro fascismo nominale e artificiale. La cultura a cui essi appartengono e che contiene gli elementi per la loro follia pragmatica è, lo ripeto ancora una volta, la stessa dell’enorme maggioranza dei loro coetanei. Non procura solo a loro condizioni intollerabili di conformismo e di nevrosi, e quindi di estremismo (che è appunto la conflagrazione dovuta alla miscela di conformismo e nevrosi).
Se il loro fascismo dovesse prevalere, sarebbe il fascismo di Spinola, non quello di Caetano: cioè sarebbe un fascismo ancora peggiore di quello tradizionale, ma non sarebbe più precisamente fascismo. Sarebbe qualcosa che già in realtà viviamo, e che i fascisti vivono in modo esasperato e mostruoso: ma non senza ragione.
P.P.Pasolini, Corriere della sera
10 giugno 1974



Curatore, Bruno Esposito

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Politica e società secondo Pasolini - I Pasticci dell'esteta, di Maurizio Ferrara

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


l'Unità / mercoledì 12 giugno 1974

(Trascrizione curata da Bruno Esposito)

Politica e società secondo Pasolini

Dal rimpianto dell'età dell'oro a un approdo sempre più ambiguo,
dove si perde perfino la distinzione tra fascismo e antifascismo


l'Unità / mercoledì 12 giugno 1974
Non si può negare a Pier Paolo Pasolini il fiuto per le anomalie e le contraddizioni affioranti dal magma della società. Quel che preoccupa, tuttavia, quasi la spia di una crisi di involuzione profonda, è che i congegni di ragionamento politico che Pasolini costruisce con fluviale generosità, raramente ormai sfuggono all'ambiguità. Forse per Pasolini si può cominciare a pensare ciò che Mario Spinella ha scritto del « Corporale » di Volponi. E cioè che muovendosi in una ispirazione apparentemente democratico - estremistica, e anatomizzando i meccanismi di crisi della società, il risultato è un anelito che richiama le voglie della migliore intellettualità reazionaria fissata in un rimpianto oscuro per l'età dell'oro perduta.

Anche Pasolini sembra giunto su questo crinale, sospeso nel vuoto: e vi giunge con una carica evidente di estetismo insoddisfatto, di un manicheismo intellettualistico che si nega, stizzosamente, al riconoscimento che qualsiasi età dell'oro — se mai ne è esistita una — è improponibile. E che, quindi, l'epoca migliore per fare politica non era quella, sognata, dei conti che tornavano sempre ma, piuttosto, quella in cui è dato vivere e nella quale, sfumati gli schemi delle mitologie (la visiera di Stalin, di Volponi, il sottoproletario santo di Pasolini) la cosa fondamentale è vivere e lottare con gli occhi aperti.Ma non si vive ad occhi aperti guardandosi indietro, negando ogni legittimità ai cambiamenti societari per il fatto che si tratta di eventi che, verificandosi in assetto capitalistico, sono fitti di scorie e contraddizioni.

Deprezzamento
politico

l'Unità / mercoledì 12 giugno 1974
A osservazioni di questo genere spinge l'ultimo gesto politico di «provocazione» di Pasolini: una « Tribuna aperta » (insolitamente pubblicata dal « Corriere della Sera > con vistosa evidenza) dedicata al dopo-12 Maggio e al dopo-Brescia. E' un gesto allarmante, di totale deprezzamento della dimensione politica, a vantaggio di una sorta di stato di necessità della disperazione esistenziale che, francamente, ci sembra anacronistico avendo come punto di riferimento proprio il 12 Maggio e Brescia. Si tratta di fatti entrambi importanti sui quali se non ci sembra legittimo mitizzare ci pare arbitrario decretare affrettate dichiarazioni di fallimento preventivo per il motivo che, in entrambi i casi, il vero vincitore del confronto, il demiurgo che ha presieduto alla vittoria del « no » e alla strage di Brescia è sempre lo stesso: il Potere (con la P maiuscola) espressione egemonica incontrastata della società dei consumi.
Dobbiamo ammettere che, dopo tanto spreco di declamazioni sociologìzzanti fuori di una qualsiasi angolazione culturalmente apprezzabile credevamo di avere il diritto di non sentire più parlare del potere in termini metafisici, almeno tra persone di media preparazione politica. Ma non è cosi, evidentemente. Se su versanti più mediocri qualche sociologo trova ancora il tempo di sdebitarsi dei propri errori accreditandoli alla « classe politica », su versanti cosmici altri, come Pasolini, cerca rimedio alle proprie crisi involutive scaricando le difficoltà sulla esistenza imbattibile di un Potere - mostro, fuori dalle classi, il Moloch.
Dobbiamo dire, con tutto il rispetto, che ogni volta che ci troviamo di fronte all'evocazione di questo Potere con la P maiuscola, sentiamo la presenza di una fuga intellettuale dalla ragione e dai suoi obblighi, un « tradimento di chierici » come si diceva una volta. Dal rifiutarsi di connotare il potere di classe con i suoi nomi politici alle tenebrose e insolventi fumisterie dello spiritualismo, sempre reazionario, il passo è brevissimo.
E questo passo Pasolini rischia ormai di compierlo fino in fondo, preso fino al tormento per l'usura della ragione cui è destinato chi assiste, e anche partecipa, allo scontro politico e sociale pretendendone effetti non politici ma estetici.
Guardando al 12 di maggio con questa ottica è del tutto naturale che Pasolini resti deluso. Non si tratta infatti di un « trionfo » (e qui sbaglia nell'addebitare a noi questo termine, deve rivolgersi ad altri) ma soltanto di una vittoria che, però, a stare a ciò che dice Pasolini, non può che essere una vittoria di Pirro.
Che senso ha, infatti, il vincere se poi i protagonisti della vittoria (che sarebbero soltanto i ceti medi) finiscono per assumere in luogo dei loro « valori tradizionali » perduti (gettati a mare « cinicamente » dal Potere, nota quasi malinconicamente Pasolini) altri valori immondissimi, come « la ideologia edonistica dei consumi, la tolleranza modernistica di tipo americano »?
Forse l'ammettere più sensatamente, e realisticamente, che il 12 Maggio non è stato uno scontro fra Bene e Male ma una dura battaglia politica italiana degli anni '70 che ha dimostrato la crescita di un processo di maturazione democratica, deve essere sembrato poco. E in effetti è poco, quasi una scontata banalità, per chi guarda alla lotta politica e di classe con occhio mitologico e avrebbe voluto quel « trionfo » che non c'è stato perchè impossibile nell'Italia di oggi. Ed è quasi un nulla, per Pasolini, la verifica che anche tramite un « no » politico, ben dato contro qualcuno, vi siano stati ceti che liberandosi da ceppi culturali da sottosviluppo, siano trasmigrati nella sfera della « cultura di massa »: nella quale, ce lo permetta Pasolini, non è secondario che accanto alle molte scorie immesse dal Potere (dai « caroselli » TV alle mode) vi sia pure qualcosa che scoria non è, è politica immessa dal movimento democratico: come l'ammissibilità del divorzio, la negazione dei « valori » clericali, la difesa della democrazia come garanzia di libertà, l'emancipazione della donna, una nuova concezione della famiglia.
Lo abbiamo già detto, vale ripeterlo: favoleggiare in termini palingenetici sul 12 maggio è puerile. Ma accusare il 12 maggio di non essere una palingenesi, è perlomeno gratuito discredito verso masse immense che nell'esporsi a una scelta politica contro il Potere politico (e chiamiamolo Fanfani, DC, MSI) si sono dimostrate forse meno sofisticate ma, certo, più sensibili di Pasolini al valore che in sé — anche al fine socialista — ha la dilatazione della democrazia civile.
Forse Pasolini, queste masse le amava di più come erano trent'anni fa, quando in una loro intatta purezza (tutta da dimostrare) contavano indubbiamente meno della metà di quanto contano oggi, per inquinate dai « caroselli » che siano? Se il « no », dunque, non è stato un trionfo cosmico, non è neppure stato un semplice cambio della guardia tra un pregiudizio e l'altro. Ed è perlomeno ambiguo, risulta un favore postdatato a chi durante il referendum predicava che il divorzio è un vizio da ricchi consumisti e corrotti, sostenere che poiché il « trionfo » è mancato laddove si legge vittoria democratica abbia da leggersi perfida astuzia dell'onnipotente Potere.
Analoga responsabilità nell'equivoco — e più grave data la materia — si assume Pasolini nella parte dell'articolo dedicata alla questione fascismo-antifascismo. Anche qui l'ossessione di tener fede allo schema dell'ideologia dell'anticonsumismo e della negazione in assoluto della « cultura di massa », induce Pasolini a concedere un visto di entrata alle tesi di chi ha tutto l'interesse politico a che i contorni del fascismo e dell'antifascismo restino annebbiati. Sulla natura e attualità di questi contorni il discorso è aperto, anche nel movimento operaio, e da tempo. E dunque di questo sì discuta, se si vuole strappare l'antifascismo alle sue fissità. Ma che senso ha, invece, il deprecare che sussistano ancora termini come fascismo e antifascismo che, a parere di Pasolini — anche dopo Brescia — non significano più niente? Non diciamo che Pasolini voglia dare una mano ai « mostri » del fascismo. Diciamo però che, in fondo, rifiutandone la specificità politica, e la tragica attualità, finisce per chiederci di ignorarli. Il che è aberrante, sempre e comunque, ma in particolar modo in una società nella quale la distinzione fascismo-antifascismo non risulta un obbligo rettorico ma una perdurante e amara necessità del tempo politico reale.

Unificazione
inesistente

Che senso ha, se non deviante, assumere per dato politico sicuro alcune intuizioni psico-sociologiche di dubbia estrazione e livello culturale, fino al deprezzamento della « indignazione antifascista » dopo Brescia?
l'Unità / mercoledì 12 giugno 1974
E ciò perchè si assume come dato essenziale fisso non il fluire della vicenda politica e di classe ma un processo di « omologazione culturale » in base al quale tutto ormai sarebbe unificato nella società, la gente si somiglia, anche « fisicamente », un dinamitardo fascista è gemello di un extraparlamentare, solo i vecchi si differenziano tra di essi. E questo perchè ormai (sempre a causa del Potere) « la matrice che genera tutti gli italiani è sempre la stessa » e, quindi, « non c'è più differenza apprezzabile — al di fuori di una scelta politica come schema morto da riempire gesticolando — tra un qualsiasi cittadino italiano fascista e un qualsiasi cittadino italiano antifascista ».
Pare poco, a Pasolini, che a distinguere gli uomini sia la scelta politica, la « decisione ». E ce ne dispiace per lui. D'altra parte, quando, e con pretesa di analisi e indicazione, si arriva a considerare « schema morto », « gesticolazione », l'intera attività politica, ovunque collocata, e nel giudizio si fa spazio dominante alla circostanza che i giovani, fascisti e antifascisti, vestano egualmente e abbiamo identici « dati somatici », il discorso si fa difficile, quasi impossibile.
Parlare il linguaggio delle idee è d'obbligo: parlare il linguaggio delle « facce » è pasticcio, sedimento lombrosiano vagamente razziale. Ed è questione che non ci compete.

Maurizio Ferrara




Curatore, Bruno Esposito

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Pasolini, gli Italiani oggi - Controcampo, trasmissione del 19 ottobre 1974

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Pasolini, Italiani oggi
Controcampo, trasmissione del 19 ottobre 1974
di Giuseppe Sibilla
Radiocorriere
13/19 ottobre 1974


[...]
Avevamo un tempo, neanche troppo lontano, un'Italia e degli italiani che parevano facili da riconoscere e da catalogare, non importa se fosse la risultante di una civiltà rurale oppure borghesemente e tranquillamente urbana. Sono poi successe cose che hanno rimescolato profondamente le carte: i contadini sono andati a lavorare in fabbrica, o si sono resi conto che sulla loro ecologicamente beata confidenza con la terra c'era qualcuno che aveva interesse a speculare; i lavoratori in fabbrica sono diventati ceto medio; il ceto medio che cosa sia diventato non lo sa ancora nessuno; e tutti in pari misura sono stati sottoposti al martellamento dei mezzi di comunicazione di massa e degli << esempi >> che quei mezzi hanno loro offerto e offrono, con effetti dei quali è molto difficile dire con sicurezza in che misura li si debba dividere in positivi e negativi.


Lo « scandalo »

Questa situazione esiste, e certo è assai più articolata e ambigua di quanto non possa risultare da una sommaria descrizione.
Ne parlano e ne discutono in molti, senza che la discussione si allarghi tutta via ad assumere proporzioni << scandalose >> Un giorno se ne occupa un personaggio di quelli che, a quanto pare, non riescono mai ad esprimere un atteggiamento o a prendere una posizione senza determinare sconquassi, e lo scandalo scoppia. Ecco perciò il << caso >> e lo spunto che Controcampo non si lascia sfuggire. Ed ecco la trasmissione che è stata approntata per questa settimana, col titolo, chiarissimo di "Italiani oggi".
Facciamo un passo indietro e partiamo dall'antefatto. Il 10 giugno Pier Paolo Pasolini pubblica sul Corriere della Sera un articolo intitolato "Gli italiani non sono più quelli", nel quale afferma in modo molto esplicito che, specialmente da una decina d'anni a questa parte, i suoi e nostri connazionali sono completamente cambiati, e sono cambiati in peggio. Il mutamento, dice, è cosi radicale da definire addirittura antropologico, e nessuno ne è rimasto escluso: non ceti medi, che hanno sostituito i valori magari discutibili in cui prima credevano con la 
<< ideologia edonistica del consumo e della tolleranza modernistica di tipo americaneggiante >>; 
non l'Italia contadina e paleoindustriale, che 
<< è crollata, si e disfatta, non c'è più >>, 
ed è presumibilmente in attesa di diventare qualcosa di molto simile all'Italia media, e quindi di assumerne i valori negativi, di farsi anch'essa 
<< modernizzante, falsamente tollerante, americaneggiante >>.
Fra questi italiani modificati è divenuto impossibile, secondo Pasolini, distinguere fra popolo e borghesia, operai e sottoproletari, e perfino tra fascisti e antifascisti. 
<< La matrice che genera tutti gli italiani è ormai la stessa >>, 
dice lo scrittore-regista:
<< Non c'è più dunque differenza culturale apprezzabile tra un  qualsiasi cittadino italiano fascista e un qualsiasi cittadino italiano antifascista. Essi sono culturalmente, psicologicamente e, quel che è più impressionante, fisicamente, intercambiabili >> Com'è logico, trattandosi d'un fenomeno recente, la confusione o << omologazione >> come Pasolini la definisce, riguarda soprattutto le giovani generazioni: << I giovani dei campi fascisti, i giovani delle SAM, i giovani che sequestrano e mettono bombe sui treni... sono in tutto e per tutto identici all'enorme maggioranza dei loro coetanei. Culturalmente, psicologicamente, somaticamente  — ripeto — non c'è nulla che li distingua.„ Si può parlare casualmente per ore con un giovane fascista dinamitardo e non accorgersi che è un fascista. Mentre solo fino a dieci anni fa bastava non dico una parola, ma uno sguardo, per distinguerlo e riconoscerlo >>. 

Una mutazione 

La perniciosa omologazione » si è prodotta per opera di un « Potere » che Pasolini scrive con l'iniziale maiuscola << solo perché >> precisa in un altro articolo, apparso il 24 giugno sempre sul Corriere, 
<<sinceramente non so in che cosa consista e chi lo rappresenti>>. 
Egli si sente di attribuirgli, vagamente,
<< dei tratti " moderni ", dovuti alla tolleranza e a una ideologia edonistica perfettamente autosufficiente: ma anche dei tratti feroci e sostanzialmente repressivi: la tolleranza infatti è falsa, perché in realtà nessun uomo ha mai dovuto essere tanto normale e conformista come il consumatore; e quanto all'edonismo, esso nasconde evidentemente una decisione a preordinare tutto con una spietatezza che la storia non ha mai conosciuto. Dunque questo nuovo Potere non ancora rappresentato da nessuno e dovuto a una " mutazione della classe dominante, è in realtà — se proprio vogliamo conservare la vecchia terminologia — una forma totale di fascismo >>. 
Sono affermazioni sorprendenti, e non ci si può certo meravigliare che provochino l'immediata discesa in campo di scrittori, osservatori politici e politici attivi, saggisti e uomini di cultura in genere. Le risposte e non sono per niente entusiastiche. Pasolini è accusato di essersi lasciato andare a uno << sfogo poetico >>, a una << nostalgia mal riposta >>, e in sostanza di voler attribuire un significato e un peso politici a un modo di argomentare che è invece di tipo estetizzante e mistico, e che sta a livello pre-morale e pre-ideologico. Quest'ultima osservazione glie la fa l'amico Moravia, il quale aggiunge che sul piano politico
<< c è una maniera sicura di distinguere un cittadino italiano fascista da un cittadino italiano antifascista, ed è quella di prendere in considerazione le idee e l'ideologia o la visione del mondo in cui mostra di credere >>. 

Alcune opinioni 

Per lo storico Lucio Colletti, Pasolini ha probabilmente
<< solo nostalgia dell'Italia rustica e paesana, un mito letterario che non serve a niente >>. 
Il sociologo Franco Ferrarotti definisce la sortita pasoliniana
<< frutto di candida e accattivante ignoranza >> 
e aggiunge che
<< quando nessuna apprezzabile distinzione è più tracciabile tra fascisti e antifascisti, quando si è tutti fascisti, è chiaro che si è maturi per una sommaria assoluzione plenaria >>. 
Giorgio Bocca, che già in precedenti occasioni aveva giudicato indispensabile operare una distinzione fra il Pasolini « artista e letterato » e il politico
<< dilettante che farebbe meglio a stare attento alle parole >>, 
lo dichiara adesso
<< entrato in orbita >> e << scopritore dell'acqua calda >>. 
I politici reagiscono duramente. Sulla Voce Repubblicana l'articolo del 10 giugno viene definito << ambizioso >>, e il suo autore
<< letterato di corte, narcisista, politicamente mobilissimo >> 
Maurizio Ferrara con una lunga replica sull'Unità accusa Pasolini di confondere la politica con la metafisica, e quindi di compiere una pericolosa
<< fuga intellettuale dalla ragione e dai suoi obblighi >> 
e di
<< concedere un visto di entrata alle tesi di chi ha tutto l'interesse politico a che i contorni del fascismo restino annebbiati >> 
Nella pioggia di reprimende, che peraltro lo lasciano fermo nelle convinzioni che ha espresso e ribadito, l'unica voce parzialmente comprensiva è quella dello scrittore Leonardo Sciascia, che si dichiara in disaccordo sulla sostanza, ma gli riconosce almeno il merito di pensare.
<< Pasolini può anche sbagliare, può anche contraddirsi >>, dice, << ma sa pensare con quella libertà che pochi oggi riescono ad avere e ad affermare >>. 
Se a Controcampo piacciono gli spunti attuali e polemici, sarebbe stato difficile immaginarne uno migliore. Pasolini è chiamato a chiarire ed eventualmente approfondire il suo atteggiamento negli studi televisivi, dai quali, com'è noto, partono << messaggi >> abilitati a raggiungere destinatari ben più numerosi di quelli che di solito seguono le discussioni ideologiche sui giornali. Il suo oppositore primario è il prof. Ferrarotti, che già aveva avuto occasione di manifestarsi in pieno disaccordo con lui. Gli altri quattro interlocutori sono Maurizio Ferrara, anch'egli << sceso in campo >> subito e senza mezze misure, lo scrittore Giuseppe Cassieri, il giornalista Giovanni Russo e il parlamentare democristiano Filippo Maria Pandolfi. 
Pasolini esordisce sostenendo la necessità di distinguere fra sviluppo economico e progresso, due cose non soltanto diverse ma addirittura opposte.
Lo sviluppo, ha detto, tende alla produzione intensa, disperata, ansiosa, smaniosa, di beni superflui, e conseguentemente ad imporne il consumo; e a volerlo e a incrementarlo sono i << nuovi padroni >> della società odierna, i detentori di quel << Potere >> con l'iniziale maiuscola di cui egli ha parlato nei suoi scritti. 
II progresso si identifica invece con la creazione e produzione di beni che siano autenticamente necessari per i singoli e per la collettività. 
E in Italia è successo questo:
che i nuovi padroni, il Potere, hanno avuto partita vinta. spingendo gli italiani ad un consumismo fine a se stesso che li ha per l'appunto << omologati >> , ossia resi eguali nel desiderio di beni per lo più superflui, e disponibili all'accettazione di mode che anche esteriormente li hanno livellati fino a renderli indistinguibili l'uno dall'altro. 


Niente di nuovo

L'opposizione fra sviluppo economico e progresso, gli fa osservare Ferrarotti, è in realtà la sempiterna contraddizione fra il sistema di produzione capitalistico e lo sviluppo sociale correttamente inteso: niente di nuovo e niente di << italiano >> in senso specifico. Il problema travaglia tutto il mondo allo stesso modo. << Ma non è questo il punto >>, secondo Ferrarotti:
<< il punto sta nella necessità di identificare le forze sociali che hanno un interesse oggettivo a un tipo di sviluppo che sia anche progresso sociale equilibrato, e quelle che invece spingono a fondo per una espansione economica che, mentre non soddisfa i bisogni elementari, accelera e addirittura fagocita il mercato e le persone con l'offerta di beni superflui. E qui si può già capire che oggi, per esempio, il fascismo e la conservazione non sono più quelli di ieri, sono forze che si legano non a una condizione statica. ma che paradossalmente si presentano come forze dinamiche. Questo è il fatto nuovo: la conservazione è diventata dinamica, è diventata tecnocratica >>. 

Al punto d'avvio 

Maurizio Ferrara, primo a intervenire dopo l'impatto fra i due contendenti principali, giudica la contrapposizione sviluppo-progresso 
<< insufficiente a delimitare il campo della questione >>
se la si mantiene, come a suo parere fanno sia Pasolini sia Ferrarotti, in una dimensione unicamente economica. << In Italia >>, dice
<< c'è stato uno sviluppo distorto. ci sono state scelte sbagliate, antipopolari, assolutamente al servizio di un certo tipo di profitto; ma questo ha creato delle contraddizioni e delle contro-spinte, ha creato un movimento politico del tutto nuovo. Dobbiamo mettere nel conto positivo di questi 25-30 anni il fatto che l'Italia è profondamente cambiata e migliorata >>. 
Anche Pandolfi, con sfumature e motivazioni diverse, concorda sul cambiamento in meglio degl'italiani. Russo lamenta piuttosto che la crescita morale, civile e intellettuale dei cittadini non sia stata affatto compresa dalle classi dirigenti. Cassieri chiede che si riporti la discussione al suo punto d'avvio, cioè allo << scandaloso >> articolo pasoliniano, e vi distingue alcuni momenti diversamente rilevanti.
La nostalgia verso l'Italia arcaica e contadina è da respingere, dice; è invece il 
caso di meditare sulle preoccupazioni di Pasolini in ordine al prevalere del consumismo gratuito; e quanto al fatto che egli insista sull'impossibilità di distinguere non solo sotto il profilo della cultura, ma anche fisico, somatico, i fascisti dagli antifascisti, bisogna stare attenti a non dare al termine << fascismo >> un'estensione tale da fargli perdere ogni significato storico: 
<< A furia di essere tutti fascisti, nessuno lo è più, e si arriva alla vanificazione della terminologia, a uno sterile nominalismo >> 
Con il che viene toccato il nodo centrale della discussione. Dice Russo: 
<< In fondo è vero che in una piazza non possiamo distinguere lo studente, o il ragazzo del Sud, o il vecchio, da come sono vestiti e da come sono fatti. Ma se guardiamo a come sono fatte le nostre città, noi distinguiamo perfettamente le borgate dal villino residenziale. Distinguiamo perfettamente chi ha la piscina e va a farsi il bagno comodamente. e chi invece deve andare a bagnarsi in certe acque infette perché, per esempio a Napoli non sono stati risolti i problemi delle fogne >>. 
Intorno a questi temi si discute, e la discussione e l'interesse di mostrano che, per distorto che sia stato. il nostro sviluppo ha creato un'esigenza e un'aspirazione a certi valori che tutti riconosciamo come positivi. Ed è qui che il fascismo interviene, continua Russo, 
<< proprio contro chi vuole la giustizia, il progresso, e non lo sviluppo economico puro e semplice. I fascisti di oggi, prodotto di questa società consumistica, sono forse diversi da quelli del passato quanto a matrice, ma restano gli stessi come modulo ideologico. come violenza politica; senza rispetto per la libertà, per lo spirito, per i valori che secondo me sono eterni. Di fronte ad esso non possiamo assumere un atteggiamento liquidatorio, ne dal punto di vista estetico, né da quello culturale o sociologico >> 

 Una minaccia 

Anche Pandolfi ritiene che il fascismo, 
<<malattia ereditaria dello Stato e della società italiana>> 
cambiato per certi aspetti esteriori; esso tuttavia 
<<sopravvive e tende a sopravvivere a se stesso>> 
Il rischio di una omologazione ingannatrice può quindi farci perdere il senso di una minaccia che e ancora all'interno della nostra società e che c'impone di stimolare gli << anticorpi >> che pure esistono e che devono servire ad evitare il conformismo e l'accettazione delle spinte al consumismo e alle mode livellatrici. La nostra società può ancora farlo, dice Pandolfi, è ancora in grado di esprimere 
<< creatività di valori. Al di là dei rischi vedo una creatività nuova. e più nelle giovani generazioni che in quella cui appartiene la maggior parte di noi >> 
Nessuno. neppure Ferrara e Cassieri, sembra voler seguire Pasolini sul piano al di là dell'oggi, oltre il contingente e il pragmatico. Ma questo è il terreno che Pasolini ha scelto, e dunque egli vi insiste. Il vecchio fascismo << arcaico, orribile, ridicolo, feroce >> dice, certo sopravvive nei rappresentanti delle generazioni anziane. Ma i giovani sono altra cosa. I giovani che oggi si dichiarano fascisti 
non rinunzierebbero in realtà ad una sola delle comodità che sono loro venute dallo sviluppo, 
<< non vorrebbero mai tornare indietro, a quella famosa Italietta rustica e rozza >> 
e in ciò sono i naturali alleati, anzi i portabandiera del « nuovo Potere» che non ha più bisogno di dittatura e autoritarismo espliciti, dichiarati. perché può ottenere lo stesso effetto con la forza della produzione, con l'imposizione dei suoi prodotti e con il generale livellamento che ne deriva. Qui sta il nuovo fascismo, qui stanno i massimi rischi, nei quali gli italiani « omologati » (ossia tutti gli italiani) sono già immersi fino al collo, e dai quali non potranno liberarsi se continueranno a riflettere e ad agire secondo schemi superati, insufficienti e non più utilizzabili.

Dibattito aperto 

Non è certo possibile. in sede di presentazione, esaurire i contenuti dl questo come di qualsiasi altro dibattito. ne restituirne la ricchezza di argomenti. Diciamo soltanto per concludere che ben poche concessioni sono venute da una parte della << barricata >> in direzione dell'altra e che proprio in questa mancata conciliazione sta il valore della testimonianza che ciascuno ha recato. Il dibattito doveva restare, ed e rimasto. aperto: i suoi destinatari sono gli ascoltatori, e se e vero che il loro interesse e destinato ad accrescersi a misura che e loro possibile identificarsi con i poli polemici sui quali la discussione è articolata, questo e un caso in cui l'identificazione dovrebbe essere massima, e perciò massimamente utile la partecipazione. << Di fronte a un tema come questo >> osserva Giacovazzo, << non si può restare neutrali, si deve scegliere, anche perché il moderatore non fa tentativi di sintesi ma, al contrario, si pone come elemento di stimolo fra le opinioni contrapposte. Per dir meglio aggiunge, 
<< non solo su un tema come questo, ma su qualsiasi tema: non c'è problema che non possa essere visto da punti d'osservazione contrari, e non c'è punto d'osservazione che non contenga almeno un nocciolo di verità >>.
Dev'essere per questo che, tutto sommato, a Giacovazzo piace sostituire il vecchio termine << moderatore >> con quello, opposto e più congruo, di      << provocatore >> 

Giuseppe Sibilla
Controcampo va in onda sabato 
19 ottobre alle ore 21 
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Curatore, Bruno Esposito

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