"Le pagine corsare "
dedicate a Pier Paolo Pasolini
Eretico e Corsaro
Pier Paolo Pasolini, Notte nella città di Dio
(secondo frammento)
Passarono a tutta spinta Ponte Galeria; e intanto ricominciarono a cadere le prime gocce di pioggia. Era tutto buio e deserto. Poi, in fondo a una curva, si videro delle luci: erano un po’ di case e un’osteria. Più indietro c’era il benzinaro, in uno spiazzo della strada appena costruito, pieno di brecciola bianca bianca, e tutto illuminato. Il benzinaro era occupato a pulire con uno straccetto un’isomoto, col mozzone incollato sul labbro che col fumo gli bruciava gli occhi.
Come vide i clienti, alzò la testa, e buttando il mozzone con una schìcchera, lì squadrò. Fece capire subito che gli ficcavano poco. Era pure lui un buro, con una massa di capelli che gli stavano sulla testa come un uccellaccio accucciato, un po’ scuri e un po’ biondi: e la faccia secca, affilata, cattiva, con gli spigoli alti. Guardò i compari, chiese quanto, e andò alla pompa della benzina, piano piano, con calma calcolata, pronto a qualsiasi movimento balordo. La rivoltella doveva averla dentro la saccoccia della tuta, una di quelle saccocce fonde fonde, che arrivano quasi al ginocchio. Intanto Lello aveva rifatto, al volante, tutto giobbone, sbadigliando: «A Spia, guarda un po’ le gomme, come stanno». Tommaso s’era alzato, e era sgusciato fuori pure Ugo. Tommaso aveva dato due calci alle gomme e aveva detto: «Stanno bbene!», e intanto guardava il benzinaro con la bocca che gli tremava.
Nel momento che questo prese la pompa in mano, gli s’avventò addosso stringendolo per le braccia dietro la schiena alla carabiniera: Ugo scattò da parte dietro, e gli mise un braccio attorno alla gola, stringendolo così di brutto che gli faceva uscire gli occhi di fuori. Pure il Cagone era sgusciato fuori dalla macchina: mise subito le mani sopra la borsa, e cominciò a lavorare, mugolando come se stesse per piangere, e tremando di rabbia in modo che non riusciva a aprirla. In quel momento venne fuori da dietro il casotto, su dal ciglione della ferrovia, l’aiuto benzinaro. Questo stette fermo un attimo, tra la luce e l’ombra, come impalato. Era un biondino piccoletto e tosto, con due occhietti chiari cattivi. Subito mise la mano in saccoccia e cacciò la pistola: una pistoletta Maus quadrata, e la puntò, pronto a impiombare i quattro gratta. L’altro, stretto dal braccio di Ugo, riuscì a urlare: «Nun sparà!» Infatti subito il Cagone e Tommaso s’erano messi dietro il benzinaro, riparandosi col suo corpo. Tommaso cacciò il coltello a serramanico e lo puntò contro il fianco del benzinaro, gridando feroce all’altro: «Se spari lo strippamo!» Lello dal volante gridò: «Mettemolo dentro!» Il biondino se ne stava sempre là fermo, sotto la luce, con la rivoltella puntata, senza sparare. «Daje, caricamolo», gridò Tommaso. In quella da Fiumicino si vide un fascio di luce, a una curva sotto le collinette, e subito dopo comparve una macchina che filava ai cento, e, dietro a questa, un’altra. Passarono sparate davanti al benzinaro, inondando tutto di luce. Senza filarle, che ormai stavano sotto al lavoro, Ugo, Tommaso e il Cagone risalirono in macchina, tirandosi dietro il benzinaro, che entrò lungo sopra le loro gambe, mezzo soffocato. Lello mise in moto, girò e partirono a razzo verso Roma. Fecero appena in tempo a sentire i due o tre colpi di rivoltella che il biondino aveva sparato in aria. Come furono a quattro o cinque chilometri dal distributore, levarono al benzinaro la pistola, lo fecero scendere, dopo avergli strappato la borsa, e cominciarono a pestarlo di botte. Tommaso lo reggeva con le braccia dietro la schiena, e Ugo cominciò a massacrarlo prima sullo stomaco, poi in faccia. Subito un po’ di sangue cominciò a uscirgli dai denti e da un sopracciglio, e si sturbò. Allora il Cagone scese pure lui, e con una specie di gemito cominciò a spallarlo, sulla faccia, sulla pancia, a calci. Come Tommaso lasciò andare la stretta, e quello cadde sull’asfalto, il Cagone gli ammollò ancora due o tre pedate sulla schiena e dappertutto, dove prendeva prendeva. Poi, tutto gonfio e sanguinante, lo rotolarono giù per il ciglio della ferrovia, in mezzo a due o tre fratte.
Come passarono la ferrovia alla Magliana, e si buttarono giù per una strada incanata tra i canneti, sboccando sul ponte nuovo, verso l’Eur, il Cagone ricomincò a gridare di fermarsi. Lello ridendo frenò, e il Cagone scapicollò giù verso la scarpata in pizzo al ponte, tra i cespugli gonfi di pioggia, scivolando per la fanga molle molle alta due palanche. E non potè fermarsi finché non scivolò fin sotto l’arco del ponte, tra l’erba alta. Qui si mise a sganciare per la terza volta. Poi, aggrappandosi ai cespugli tornò su, che quasi si sturbava per lo sforzo, bianco come un morto. Ma appena arrivò alla macchina non ci risalì, e senza dire una parola, agguantò il compressore che aveva tenuto sempre sotto le gambe.
«Mo’ che fai?» scattò Tommaso mostrando i denti come un cane. «Ma li mortacci tua!» fecero gli altri, allungando tutti insieme le mani, disapprovando la sua condotta. Ugo l’agguantò per le spalle, cercando di tirarlo dentro la macchina. Ma il Cagone, sempre zitto, senza dire una parola, si liberò da Ugo e reggendo il compressore tra le mani che per la fatica gli scoppiava la vena dell’orina, rifece la stessa strada, scivolò giù fin sotto il ponte, bagnandosi tutto come se si fosse buttato a fiume, e inguattò il compressore in una buca nella fanga nascosta tra gli zeppi. Poi tornò su, e sempre senza parlare, si rimise a sedere in macchina al posto suo, battendo i denti.
«Sei arrivato, sei», gli fece Salvatore, come la macchina, passato il ponte, si lanciava verso San Paolo.
«Mo’ ‘nd’annamo?» fece tutto pieno d’iniziativa il Matto, come se avesse cominciato allora allora a scarrozzare. Avevano più di dieci sacchi peruno in saccoccia, e adesso cominciava la vita.
Cadde l’ultimo sgrullone di pioggia: poi tutto intorno si schiarì, bagnato e luccicante, tra la nebbia tiepida. «Volemo annà ar danzo?» fece Lello, allegro, guardando avanti, con un sorriso che gli illuminò la faccia come un faro.
«Ma quale danzo, quale danzo!» fece Ugo che c’aveva la sifilide nel cervello. «E, mezzanotte è! Ma annamo a magnà e beve!»
Ma Tommaso scattò, con gli angoli della bocca che per il disgusto gli arrivavano sotto la scucchia: «Perchè voi avete scopato! A loffi! Mo’ annamo a intìgne, pe’ piacere!»
«C’ha raggione!» strillò il Matto.
«Semo belli, bulli, ballamo bene, rubbamo bene, mettemo bbene!» gridò Salvatore.
Il Cagone resuscitò, e fece una pernacchia.
Appizzarono la macchina in un posto scuro, accanto alla basilica di San Paolo, e presero a fette verso il baretto del capolinea del tram, che brilluccicava sotto i pini.
«Annamo da Marianna la Nasona!» fece Ugo.
«Semo in sei!» fece il Matto, «quella nun ce fà entrà tutti quanti!»
«Ce parlo io!» disse Ugo. «E poi ce l’avemo li sordi! Je famo vede un par de rossi, se cala le mutande pure lei!»
«Pijamo er diciotto, allora», gridò Salvatore, prendendo la corsa verso il capolinea.
Di tranvi non c’era manco la puzza. Allora entrarono nel baretto, che stava per chiudere, e gridando come vecchie cornacchie, si ordinarono una boccetta di liquore peruno, che avevano visto fuori nelle vetrinette. Chi strega, chi doppio Kummel, chi anisetta: e se l’andarono a bere tra i pini, urlando nel piazzale deserto, pieno di pantani.
Tutt’a un botto Ugo prese e si mise a correre come un infortunato, verso il vialone deserto della basilica. «‘Namo, a campane!» gridava. Gli altri, senza capire, gli corsero appresso bevendo il liquore a garganella.
Arrivarono alla bersagliera sul vialone giusto in tempo perché Ugo parasse il tassi che aveva filato da lontano.
«‘Namo, a miserabbili» - urlò - «che ve pago er tassi!»
Salirono ridendo e dandosi caracche, ormai completamente intoppati, ciechi per la cotta.
Quell'alcol che s'erano ingozzati era come quando un fuoco che già brucia gagliardo legna, zeppi, fogli di giornale, immondezza, se qualcuno ci butta un po' di benzina, diventa un incendio rabbioso, che fa vvvv vvvv come il vento: cosi gridando come scellerati sbarcarono dal tassi dietro le scalinate di Santa Maria Maggiore.
Ugo pagò il tassinaro, lasciandogli pure la mancetta, e si riavventurarono.
Per prima cosa, sui sampietrini bagnati della scesa, contro la basilica, incontrarono un cane, che veniva dritto verso di loro.
« Prendemolo e portamolo co' noi » gridò subito Salvatore, preso da uno slancio di affetto, con gli occhi che per la tropea gli si vedeva solo il bianco.
Sbarellando cominciò a slacciarsi la cinta dei calzoni.
« Ma lassamolo perde! » gridò invece Tommaso, guardando con la coda dell’occhio invelenita il vecchio cane che faceva le feste alla compagnia.
Muovendosi come se nuotasse, Salvatore, coi calzoni che gli cascavano, aveva cominciato a legare la cinta al collo del cane. Questo se la lasciava mettere paziente, guardandosi intorno.
Ugo stava facendo un goccio d’acqua, ondeggiando, con le gambe larghe e la bottiglia in mano, rivolto verso la basilica, che con le scalinate e le cupole si alzava fino alle nuvole. Poi si voltò e si avvicinò al cane pure lui.
«Si è che vedemo qualche nottola», fece, «je lo attizzamo!»
«A Bobbi», fece poi, allisciandogli il collo.
Finalmente Salvatore riuscì a legargli la cinta intorno al collo, e cominciò a trascinarselo dietro. Il cane annusava qua e là, tutto contento, specialmente sulle scarpe e tra le gambe.
«Ma che è, zaghenne, ‘sto cane?» fece sprezzante Tommaso.
«Méttete a culambrina!» gli ciancicò il Cagone.
«‘Namo, Magnabuffi!» gridava tutto allegro Salvatore al cane.
Tutt’a un botto pure il Matto fu preso da uno slancio d’affetto: s’inginocchiò sui sampietrini lucidi d’acqua e cominciò a agguantare il cane per il pelame del collo, e a strapazzarlo: e così facendo arrotava i denti e si mordeva i labbri, strusciandogli la faccia contro il muso e dicendogli: «Bastardone, bastardone!»
Piano piano arrivarono nei dintorni dove abitava Marianna la Nasona, verso Via Merulana. «De qua!» strillò il Matto, facendo per imboccare un’altra strada, piena di portoni chiusi e di colonnette nelle facciate.
«Ma no», rispose Ugo inferocito, «guarda che rimane su dietro la salita!»
«Ma non te ricordi che c’era er semaforo?» fece il Matto.
«Ma no, ecco lì li giardinetti!» gridò Ugo. «Te ricordi che quella volta eravamo passati pe’ li giardinetti!»
«Ma venite co’ me», gridò Lello, «voi siete tutti intoppati, nun capite un ca...!»
Fece per bere un'altra sorsata dalla bottiglietta, ma vide ch'era vuota, la smicciò un attimo e poi la scaraventò contro un portone scosciandola in cento pezzi.
Andò dritto su per la scesa, e gli altri appresso, litigando ancora, strillando coi polmoni che gli s'erano asciugati, e il cane che abbaiava, pure lui, senza più voce per fare sentire le sue ragioni, ma solo un suono disperato.
Girarono girarono, rifecero due tre volte la scesa, passarono pei giardinetti davanti al Brancaccio, tornarono indietro, per tutte quelle strade piene di colonnine e di inferriate di ferro battuto, coi portoni in fila tutti chiusi: ma però il portone di Marianna la Nasona non lo beccarono.
Invece, fatalità, arrivarono davanti al Gatto Rosso. Ci si trovarono sotto tutta un botto, che, a causa di tutto quell’alcol che avevano ingozzato, erano venuti giù di corsa per Via dei Santi Quattro, pisciando di corsa a zig zag, per la terza o quarta volta.
Dimenticando di abbottonarsi i calzoni per la bella sorpresa, Lello prese la rincorsa verso il portone illuminato, con davanti una fila di vespe, lambrette, motom, guzzetti, gilera e santi benedetti: saltò un motorino, gridando: «Ar danzo, ragazzi!», e gli altri appresso col cane. Salvatore legò il cane al manubrio d’una motocicletta, svelto svelto, e riprese gli altri che già erano entrati nel corridoio e già stavano a discorrere col capo sala.
«Niente da fà, ragazzi», diceva questo, allegrotto, «fra cinque minuti chiudemo!»
Ugo lo guardava fisso, come se non capisse.
«Nun vòi facce entrà?» diceva. «Perchè, i soldi nostri so’ quadrati?»
«Ma questo è l’ultimo ballo!» faceva il capo sala, e intanto s’era avvicinato quello del guardaroba e pure la cassiera.
Lello nel frattempo s’era tirato avanti, a smicciare il movimento. Nella saletta stavano ballando l’ultime coppie: l’orchestra mandava un tango, e la luce era color rosso scuro. Facendo capoccella nella sala, Lello strillò al direttore d’orchestra, all’altro angolo, in fondo: «Sona per me, a Jonny Guitar!»
Poi tornò indietro, gridando: «Mbeh, e allora nun entramo?»
«Ragazzi, è finita ormai!» faceva il capo sala coi baffi giù di carrozzeria. Lello fu preso da uno scatto di nervi. Cacciò due sacchi e li gettò sul banco del guardaroba: «Famo forfait», gridò, «va beh?» e senza aspettare che quello rispondesse, entrò in sala, con gli altri appresso, tutti inciufegati fino all’utero. Il capo sala e gli altri compari gli andarono appresso, mordendoli. Lello andò a chiedere di ballare a una bionda, a una zoccoletta ammucchiata a un angoletto. Questa stava per dirgli di no, ma il tango fini: arrivò una compagna sua, col ballerino, e tutti e tre presero e se ne andarono.
Cambiò luce: venne la luce normale con solo delle luci rosse qua e là, e tutti si preparavano a fare la bella. Chi già aveva indossato i tappi, chi se li andava a prendere, calmo calmo, e per farsi l’ultimo ballo li posava su qualche sedioletta.
I compari giravano qua e là, per la sala lunga e stretta. Il Cagone s’era messo a sedere in pizzo alla pedana e s’era levato una scarpa che gli faceva male. Ugo s’era diretto verso l’orchestra, in fondo. Questa attaccò l’ultimo ballo per davvero. Era una rumba che cominciava normale e poi caricava sempre più, andando svelta svelta che non ci si poteva starci dietro: gran parte delle coppie smisero di ballare e si ammassarono verso l’uscita: ne restarono sulla pedana solo tre quattro fanatiche, spirolando fino all'ultimo, che pareva avessero il ballo di San Giusto.
La rumba finì, e pure queste se ne andarono ridendo verso l’uscita.
Ugo s’era barricato davanti all’orchestra, e come questa chiuse, fece tutto allegro: «Aòh, sonatece la Comparcita!»
I suonatori se lo filarono gonfiando i colli e con un sorriso al burro negli occhi paraguli, fecero sì sì, e cominciarono a metter via i loro strumenti.
Ugo s’incarognì subito: «Aòh», gridò, tirando la bocca da spezzarla, «io mica sto a scherzà, sa’!»
«A moretto», fece il capoccia calmo calmo e conciliante, «làssece perde, c’avemo sonno!»
Ugo si voltò verso i comparì, e fece un fischio alla pittora: subito quelli vennero, seguiti dal capo sala.
«Allà», fece Ugo puntando l’indice col pollice alzato verso l’orchestra, e muovendo svelto la mano come dicesse no, «pe’ noi nun sonate?»
«A morè», rifece il capoccia, «noi semo stipendiati!»
Ugo si voltò verso il capo sala strizzando l’occhio come un guercio: «Quanto ve dà st’accattone?» gridò.
«Semo quelli dei sindacati!» gridò il Matto, facendosi una risata.
«Insomma qua le chiacchiere stanno a zero: volete sonà pe’ noi?» gridò Ugo.
Il capoccia lo guardò serio, nelle palle dell’occhi. «A morèeee...» fece, come dicesse: «E si' bono, nun lo vedi che nun sta?»
Intervenne Lello: «Perché nun volete sonà?»
Ma Ugo lo scostò con una mano e si fece avanti, gridando: «Noi ve pagamo, sa’, a cocchi!»
«Va beh», fece il capoccia, «ma dentro la sala nun se po’ sonà, ormai deve chiude!»
«Ce soni de fori!» gridò Ugo, come se cantasse.
«Tiè, bevi!» ciancicò il Cagone, cacciando dalla saccoccia la boccetta di strega mezza piena: il maestro la guardò, la prese e sotto lo sguardo soddisfatto del Cagone, bevve una succhiata. Pure l’altri cacciarono le mezze bottiglie ch’erano restate e offrirono a tutta l’orchestra.
«Ma nun ve chiama mamma?» fece il baffone capo sala, «ma nun dovete annà a dormi?»
«A Baffò», fece Ugo, «io me la compro tutta, st’orchestra!»
Detto fatto, cacciò la grana, un bel mallappo di piotte, sacchi, con in mezzo qualche rosso. Il capoccia diede una scannagliata.
«Tiè», gli gridò Ugo, «si soni pe’ me, te faccio ride pe’ un mesetto!»
«Aòh», fece il capoccia, «‘na sonata se po’ fà! Qua de fori, però!»
«E indove!» fece Lello.
Subito tutti andarono verso l’uscita, ballando e cantando.
Ugo sulla porta si rivoltò verso il baffone, con le mani a imbuto intorno alla bocca, e gridò: «Trovatene n’antra, de orchestra, che questa è la nostra!»
Risortirono nella strada, con dietro quello della fisarmonica, quello della ghitarra e quello della cornetta. Per prima cosa bevvero ancora passandosi le bottiglie, poi i suonatori attaccarono «Grazie dei fior», mentre che i santi sei si facevano un altro goccio d’acqua sul marciapiede. Poi cominciarono a andare su per la strada vuota, ballando fra di loro, facendo le figure. «Namo», gridava Ugo ai suonatori, «che ve pagamo a chilometraggio!»
Quelli venivano su locchi locchi, già un po’ cotti pure loro. Come finirono «Grazie dei fior», Lello fece: «A musicanti, a Lello vostro je dovete fa senti Carcerato!» «Ma che Carcerato!» fece sprezzante Ugo, «a me fateme senti Vipera!»
Salvatore smise di ballare con il Matto, e gridò: «Ma che vai viperanno, te? Che, sei velenoso? Ma ve la faccio senti io ‘na canzona che ve fà sburà tutti quanti!» Alzò un dito verso il ghitarrista quattrocchi: «Ventanni», fece.
«La sedia elettrica!» gridò Lello.
«E nun sta rompe er ca.. a imbriacone», gridò Ugo,
già incazzato, e rivolgendosi ferocemente ai suonatori: «Ho detto Vipera e Vipera ha da esse!»
«Faje Lucertola, a ‘sto deficiente!» fece Lello indignato. «Ma Carcerato daje, ch’è ‘na canzone de vita!»
Ugo mostrò i denti come un cane idrofobo: si piegò verso l’orchestra che quasi quasi toccava con la scucchia il marciapiede, strisciandoci come un serpente: «Sonate Vipera», ordinò.
Lello cominciò a perdere la sua calma, strinse gli occhi, storse la bocca, alzò l’indice e con questo fece no no: «No, perchè?» disse, «sònano Carcerato!»
Salvatore intanto aveva rinunciato a Vent’anni, e tutto allegro, strillando come una sirena, si mise a cantare per conto suo ballando «Lola, Lola!»
Allora l’orchestra suonò di prepotenza il charleston, e tutti, tenendosi stretti per le mani zozze e rigirandosi di qua e di là, si misero a ballarlo: cosi ballando il charleston a tutta callara, chi insieme e chi da solo, arrivarono in pizzo a Via dei Santi Quattro, al piazzale di San Giovanni. Qui Ugo, tutto a un botto, mandò affan... il charleston e si fece una corsa verso l’obelisco, montando in piedi sopra un paracarro.
Allargò le braccia alzando gli occhi al cielo, come San Francesco da quell’altra parte del piazzale, e gridò: «Ecco le glorie de Roma!»
Poi cominciò a cantare col gargarozzo che gli andava su e giù, rivolto al cielo:
Per vincere ci vogliono i leoooni...
Ma s’interruppe subito, facendosi scuro in faccia e rosicando i denti: «Perché st’obelisco», gridò, «l’avemo fregato ai russi, a stronzi! Noi se potemo permette d’esse prepotenti, perchè! A stronzi! A noi nessuno ce caga er ca...! Questa è la Città Eterna è!»
Riprese un po’ di fiato, e poi gridò alla disperata: «Plebeiii! La borsa nera è finita! Adesso er pane lo danno anche senza bollini! Adesso er pane bisogna scavallo co’ l’ugna!. Prima lo portava mi’ padre, er pane, ma voi lo sapete tutti, che mi’ padre l’hanno trucidato... davanti a la porta de casa mia... E, stato li pe' tera fino a la matina, co’ tre revolverate. Chi l’ha aiutato? Nissuno, porco d.! In Italia semo cinquanta milioni d’abbitanti, e c’avemo tutti er culo bagnato!»
Aveva gridato cosi forte che chiuse gli occhi e pareva che stesse per sturbarsi: invece urlò più forte ancora: «A De Gasperiii!»
Tacque un po’, poi fece una pernacchia, lunga che non finiva mai, sbavando tocchi di saliva, con un rumore disperato, piegandosi con le mani sulla pancia. Finita la pernacchia, raccolse un’altra volta le forze, per gridare, bianco come un morto, ai suonatori: «Sònece la Marcia su Roma!»
In quel momento il Matto, mezzo morto pure lui per la fatica di ballare il charleston con Tommaso, girò intorno gli occhi per il piazzale di San Giovanni come si accorgesse in quel momento di esserci, e li fissò in un punto, su un palazzo all’imbocco di Via San Giovanni in Laterano, e piano piano s’illuminò tutto per la bella sorpresa.
«Aòh», gridò, «fèrmete, fèrmete, che qui ce sta la mi’ commare!»
Poi si guardò intorno come per accertarsi meglio, preso da qualche dubbio.
«Ma nun è indove mettono i morti, questo?» chiese.
«Sine», fece il Cagone, che s’era sbragato dietro il paracarro dove Ugo stava a fare il comizio, «è l’obbitorio, dove mettono li morti che mòrono a l’ospedale!»
Il Matto si tornò a illuminare di soddisfazione: «Allora sta qui, la mi’ commare», gridò, «perché è morta ieri a sera».
Tacque un momento, poì rivolto verso le grate dell’obitorio in fondo alla piazza, gridò:
«A commareeee!»
E poi di nuovo:
«A commareeee!»
«E morta de canchero», disse.
«Ma quale canchero», disse il Cagone, «è morta de libbidine!»
Non contento di chiamarla, il Matto le fece un fischio con due dita in bocca.
«Che, aspetti che te risponne?» fece un suonatore.
«Fàmoje la serenata!» gridò Salvatore. Senza aspettare altro il Matto prese la rincorsa verso l’obitorio. Gli altri gli corsero appresso, ridendo, trascinandosi dietro i suonatori. Da sotto le finestre dell’obitorio il Matto si voltò verso i suonatori, che arrivavano tutti allaccati, bianchi per la stanchezza e la paura.
«Attacca, Totarè!» gridò, «che questa je la manno io!»
Si voltò verso le finestre, e cominciò a cantare, sputando pure lui tocchi interi di saliva per la passione che ci metteva:
L ’ultima serenata
nun è per te,
l’ultima serenata
che male c’è...
«Sonate!» ordinò Ugo, nero, ai suonatori che ammorgiavano. Questi, dopo un momento di indecisione, attaccarono l’accompagnamento, e il Matto potè andare avanti trionfante, accompagnandosi coi gesti delle braccia, come se fosse sul palcoscenico all’Ambra Jovinelli:
La voglio fà sentire
a la biondina che sta lassù,
la voglio improvvisare
a chi m ’aspetta da un anno e più...
L ’ultima serenata...
In quel momento però, si videro in cima alla piazza venire su dai giardinetti di Porta San Giovanni tre o quattro nottole in bicicletta.
Il Cagone per primo le smorfi. «Datte!» gridò, «che c’è la parata!» e cominciò a fare caporetto giù verso Via Merulana.
«Ecco la carica!» gridò Tommaso, correndogli appresso. Tutti se la squagliarono, e, dato che s’era presentata l’occasione, ammollarono i suonatori, che correre tanto non potevano a causa degli strumenti, facendo la gialla
..............................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................
Pier Paolo Pasolini
| @Eretico e Corsaro - Le Pagine Corsare |

Nessun commento:
Posta un commento