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giovedì 22 gennaio 2026

Pier Paolo Pasolini, Mamma Roma - Il film che nasce da un atto di ribellione: la cronaca si fa mito, la denuncia si fa arte.

"Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

© Angelo Novi

Pier Paolo Pasolini, Mamma Roma
Il film che nasce da un atto di ribellione:
la cronaca si fa mito, la denuncia si fa arte.

"Mostruoso è chi è nato

dalle viscere di una donna morta.

E io, feto adulto, mi aggiro

più moderno di ogni moderno

a cercare fratelli che non sono più."

( Le immagini inserite in questo post, sono prese dal "catalogo della mostra Mamma Roma di Pier Paolo Pasolini nelle fotografie di © Divo Cavicchioli e © Angelo Novi" - 27 ottobre 2018 – 24 febbraio 2019 - Tutti i diritti riservati)


© Dino Cavicchioli
L’Italia, uscita dalle rovine della Seconda guerra mondiale, negli anni Sessanta vive il cosiddetto “miracolo economico”: una crescita vertiginosa che trasforma radicalmente la società, spingendo milioni di italiani dalle campagne alle città, dalle baracche alle nuove periferie urbane. La costruzione di autostrade, palazzi, capannoni industriali e infrastrutture accompagna la nascita di una nuova classe operaia e di un sottoproletariato urbano, spesso confinato nelle borgate romane, luoghi di marginalità e di esclusione sociale. In questo clima di fervore e contraddizioni, la cultura italiana si rinnova: il cinema, la letteratura, la moda e il design made in Italy influenzano il mondo, mentre la società si confronta con nuove libertà e una crescente domanda di partecipazione democratica. Tuttavia, il boom economico non cancella le disuguaglianze: la forbice tra Nord e Sud si allarga, la redistribuzione delle ricchezze rimane incompleta, e la modernità si scontra con un conservatorismo radicato. La presenza della Chiesa e del Partito Comunista Italiano, a pochi passi l’una dall’altro, simboleggia la dialettica tra spinte riformatrici e resistenze tradizionaliste.

Il cinema italiano, in particolare, si fa specchio di queste tensioni. Il neorealismo,

© Angelo Novi
con opere come “Roma città aperta” di Rossellini e “Ladri di biciclette” di De Sica, ha già raccontato la dignità dei poveri e la tragedia della guerra. Negli anni ’60, registi come Fellini, Antonioni e Pasolini portano avanti una riflessione più complessa sulla modernità, la solitudine, la perdita di identità e la crisi dei valori. In questo contesto, “Mamma Roma” si inserisce come opera di denuncia e di poesia, capace di cogliere la metamorfosi della città e della società italiana, tra speranze di riscatto e illusioni infrante.

© Angelo Novi
L'esordio di Pasolini nel cinema avviene come sceneggiatore e dialoghista. Nel 1961 dirige il suo primo film, “Accattone”, che porta sullo schermo la realtà delle borgate con attori non professionisti e uno stile influenzato dal neorealismo, ma già segnato da una tensione poetica e figurativa personale. “Mamma Roma” (1962) è il suo secondo lungometraggio, scritto con l'aiuto di Sergio Citti, rappresenta una svolta: Pasolini sceglie Anna Magnani, icona del cinema italiano, per interpretare la protagonista. La genesi di “Mamma Roma” è strettamente legata all’esperienza di Pasolini con “Accattone” e alla sua volontà di continuare a esplorare il mondo delle borgate romane. 

La sceneggiatura nasce da un fatto di cronaca: nel dicembre del 1959 Pier Paolo

© Dino Cavicchioli
Pasolini pubblica su Noi donne un articolo dal titolo “Mi ribello alla morte di Elisei”, in cui denuncia con forza la vicenda di Marcello Elisei, giovane di borgata morto in carcere in circostanze ingiuste e scandalose. Pasolini non si limita a registrare il fatto di cronaca: lo trasforma in un atto di ribellione morale e politica, un manifesto contro l’indifferenza della società borghese verso i poveri. Questa ferita reale diventa il seme narrativo di Mamma Roma (1962). La parabola di Ettore, figlio della protagonista, ricalca in modo evidente la vicenda di Elisei: un ragazzo marginale, travolto da piccoli reati, che muore in carcere in una scena di forte intensità iconografica. Pasolini trasfigura la cronaca in allegoria: la morte di Ettore richiama la crocifissione, trasformando il destino individuale in simbolo universale della condanna del sottoproletariato. La connessione tra Elisei ed Ettore è dunque duplice. Da un lato, è storica e sociale: entrambi appartengono a quel mondo di borgata che Pasolini considera il cuore autentico e tragico dell’Italia esclusa dal boom economico. Dall’altro, è poetica e religiosa: la morte del giovane diventa immagine sacra, icona di un Cristo senza resurrezione, vittima di una società che non concede riscatto. Mamma Roma nasce così da un atto di ribellione: la cronaca si fa mito, la denuncia si fa arte. Pasolini non racconta solo una madre e un figlio, ma trasforma la tragedia di Elisei in parabola universale, condannando un’Italia che tradisce i suoi poveri e inchioda i suoi figli alla croce della marginalità.

© Angelo Novi
La scrittura del film avviene nel settembre 1961, in collaborazione con Sergio Citti, amico e conoscitore del dialetto e della realtà romana. La lavorazione è programmata per la primavera del 1962, con la produzione affidata ad Alfredo Bini, già produttore di “Accattone” e figura chiave del cinema d’autore italiano. Bini affronta con coraggio le difficoltà finanziarie e le polemiche censorie, sostenendo le scelte radicali di Pasolini e gestendo il rapporto con Anna Magnani, diva esigente e carismatica. Il casting è un elemento centrale: Pasolini decide di affiancare a Magnani attori non professionisti, come Ettore Garofolo (Ettore), Franco Citti (Carmine), Silvana Corsini (Bruna) e Luisa Loiano (Biancofiore), per mantenere la spontaneità e la verità dei personaggi di borgata. La Magnani, inizialmente scettica sul metodo di lavoro del regista, si lascia guidare da Pasolini, che le chiede di recitare in modo naturale, senza effetti, puntando sulla forza espressiva del volto e del corpo. Il diario di lavorazione di Carlo Di Carlo, aiuto regista, documenta le tensioni e le difficoltà del set: le discussioni tra Pasolini e Magnani, l’arresto di Franco Citti, le riprese nei quartieri popolari e nelle periferie, la scelta delle location e la cura maniacale per la composizione delle inquadrature. La produzione si svolge tra aprile e giugno 1962, con riprese nei teatri di posa Incir De Paolis e in esterni a Casal Bertone, Quadraro, Parco degli Acquedotti, Tor Marancia, Trastevere, Guidonia e Frascati. La colonna sonora, affidata a Carlo Rustichelli, utilizza brani di Antonio Vivaldi, alternati a motivi popolari come “Violino tzigano”, che diventa leitmotiv del rapporto tra Mamma Roma ed Ettore. Il montaggio è curato da Nino Baragli, la fotografia da Tonino Delli Colli, la scenografia da Flavio Mogherini. Il film viene presentato alla XXIII Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia il 31 agosto 1962, ottenendo un grande successo e una denuncia per oscenità poi archiviata.

“Mamma Roma” racconta la storia di una prostituta romana, Mamma Roma (Anna

© Dino Cavicchioli
Magnani), che decide di cambiare vita per amore del figlio Ettore (Ettore Garofolo), cresciuto ignaro della professione materna in una cittadina di provincia, Guidonia. L’occasione per il riscatto si presenta quando il suo protettore, Carmine (Franco Citti), si sposa, liberandola da ogni legame di possesso. Con i soldi risparmiati, Mamma Roma allestisce un banco di verdura in un mercato di piazza e si trasferisce con Ettore in un piccolo appartamento alla periferia di Roma, sognando per lui una vita dignitosa e rispettabile. Nel nuovo ambiente, Ettore si lega a una compagnia di ragazzi di borgata, dediti a piccoli furti e a una vita precaria. Si innamora di Bruna (Silvana Corsini), una ragazza madre più grande di lui, e per conquistarla arriva a rubare i dischi della madre e a rivenderli. Per difendere Bruna da un tentativo di stupro, viene pestato violentemente. Mamma Roma, preoccupata per il futuro del figlio, si rivolge al parroco per trovare un lavoro a Ettore, ma il sacerdote le consiglia di mandarlo a scuola. Decisa a ottenere comunque un impiego per il figlio, Mamma Roma organizza un ricatto ai danni di un ristoratore, coinvolgendo l’amica prostituta Biancofiore (Luisa Loiano).
© Dino Cavicchioli - Bruna
Ettore inizia a lavorare come cameriere, ma la sua infatuazione per Bruna non si spegne. Mamma Roma, convinta che un’esperienza sessuale con Biancofiore possa distoglierlo da Bruna, organizza l’incontro. Regala al figlio una moto, simbolo di emancipazione e di status sociale. Quando tutto sembra andare per il verso giusto, ricompare Carmine, che obbliga Mamma Roma a tornare sulla strada, minacciando di rivelare il suo passato a Ettore. La donna conduce una doppia vita, di giorno al mercato e di notte sulla strada, mentre il rapporto con il figlio si incrina. Ettore, venuto a sapere da Bruna della professione materna, si allontana dalla madre e riprende a commettere piccoli furti. Arrestato per aver rubato una radiolina a un degente dell’ospedale, già febbricitante, muore in stato confusionale, legato a un letto di contenzione, invocando la madre. Mamma Roma, appresa la notizia, corre a casa, si getta sul letto del figlio abbracciando i suoi vestiti, poi si avvicina alla finestra per suicidarsi, ma viene trattenuta dalle persone che l’hanno seguita. Desiste guardando la cupola della basilica di San Giovanni Bosco, simbolo di una redenzione mancata e di una speranza ormai irraggiungibile.

La struttura narrativa del film si articola in cinque atti, seguendo la parabola

© Dino Cavicchioli - Biancofiore
tragica della protagonista: la liberazione dal passato, il sogno di riscatto, la crisi del rapporto madre-figlio, il ritorno della marginalità, la morte e la disperazione finale. Pasolini costruisce la vicenda come una moderna tragedia greca, dove la responsabilità individuale si trasforma in responsabilità collettiva, e il destino si impone come forza ineluttabile. Il personaggio di Mamma Roma è uno dei più complessi e intensi della cinematografia pasoliniana e italiana. Donna di grande temperamento, forza d’animo e inesauribile energia, Mamma Roma incarna la figura della madre combattiva, disposta a tutto per garantire al figlio una vita migliore. La sua maternità è viscerale, totalizzante, ma anche cieca e ossessiva, capace di trasformarla in vittima e carnefice del sistema sociale che la imprigiona.

© Dino Cavicchioli
Mamma Roma è una prostituta atipica, anticonvenzionale, che vive la propria professione con dignità e senza vergogna, ma sogna di elevarsi socialmente e di ottenere uno status garantista e rispettabile. La sua concezione del mestiere la distingue dalle altre donne di strada, e la sua volontà di cambiamento la rende emblema di una classe sociale che aspira a salire un gradino troppo alto, ma necessario per dare una svolta alla propria esistenza. Il rapporto con Ettore è il fulcro della narrazione: Mamma Roma proietta sul figlio tutte le sue speranze di redenzione, lo protegge con un amore materno commovente e bizzarro, ma anche soffocante e cieco. La sua forza d’animo si trasforma in debolezza quando il figlio si allontana, e la sua tenacia diventa disperazione di fronte all’ineluttabilità del destino. La maternità di Mamma Roma è un sacrificio continuo, che però non basta a salvare Ettore dalla brutalità del mondo.

© Angelo Novi
La Magnani, nella sua interpretazione, restituisce tutta la complessità e l’ambivalenza del personaggio: Mamma Roma è madre, amante, vittima e inconsapevole carnefice, capace di passare dalla risata sguaiata all’urlo di dolore, dalla provocazione alla tenerezza, dalla speranza alla disperazione. Il suo corpo e il suo volto diventano icone della maternità primitiva, viscerale, fatta di passione, sacrificio e lotta. L’evoluzione del personaggio segue la parabola della tragedia: dalla liberazione dal protettore alla costruzione di una nuova vita, dalla crisi del rapporto con Ettore al ritorno della marginalità, dalla perdita del figlio alla disperazione finale. Mamma Roma non riesce a sfuggire al proprio passato, e il suo sogno di riscatto si infrange contro una realtà crudele e ineluttabile.

© Angelo Novi
Ettore, figlio di Mamma Roma, è un adolescente ingenuo, cresciuto fuori Roma e ignaro della professione materna. Il suo impatto con la città è imbarazzante e disorientante: si inserisce nel tessuto sociale delle borgate, si lega a una compagnia di ragazzi dediti a piccoli furti, si innamora di Bruna, ragazza madre più grande di lui. Ettore rappresenta la fragilità e la solitudine della gioventù marginale, condannata a una vita da cui è quasi impossibile affrancarsi. Il rapporto con la madre è segnato da una tensione edipica: Ettore cerca di emanciparsi, di vivere le proprie esperienze, ma rimane prigioniero dell’amore materno e della condizione sociale che lo imprigiona. La sua morte in carcere, legato al letto di contenzione, diventa simbolo della condanna dell’emarginazione e della mancanza di redenzione.

© Dino Cavicchioli
Carmine, il protettore di Mamma Roma, è figura ambigua e minacciosa: la sua presenza segna il ritorno del passato e della marginalità, obbligando la protagonista a tornare sulla strada. Carmine incarna il potere maschile e la violenza del sistema, ma anche la fragilità di chi non riesce a cambiare.

Bruna, ragazza madre e primo amore di Ettore, è personaggio complesso: ingenua, ma serena e viva, cresciuta con una cattiveria istintiva e naturale, rappresenta la conoscenza del sesso e l’attrazione negativa, ma anche una Madonna col bambino, come nella medaglietta che Ettore le regala. Il suo rapporto con Ettore è segnato dalla commistione di eros e thanatos, di amore e morte.

Biancofiore, amica prostituta di Mamma Roma, è figura intermedia, capace di vivere serenamente l’instabilità del presente. Il suo ruolo nella vicenda è quello di aiutare la protagonista nei suoi tentativi di riscatto, ma anche di rappresentare la solidarietà e la colleganza tra donne di strada.

© Angelo Novi - Paolo Volponi (Parroco)
Le figure secondarie, come il parroco, il ristoratore, i ragazzi di borgata, contribuiscono a delineare il microcosmo sociale della periferia romana, fatto di esclusione, violenza, solidarietà e disperazione.

Il cinema di Pasolini si distingue per uno stile registico innovativo e anticonvenzionale, capace di fondere realismo e poesia, denuncia sociale e visione figurativa. In “Mamma Roma”, Pasolini eredita l’estetica del neorealismo, utilizzando attori non professionisti, ambientazioni autentiche e uno stile asciutto ed essenziale, ma arricchisce il film di una dimensione pittorica e allegorica unica. L’uso della macchina da presa è caratterizzato da una predilezione per la fissità di campo, i primi piani frontali, le inquadrature simmetriche e le carrellate lineari. Pasolini costruisce le immagini come composizioni pittoriche, ispirandosi a una "squisita mistione tra Masaccio e Caravaggio", e alle lezioni di Roberto Longhi. La fotografia di Tonino Delli Colli esalta il chiaroscuro, il bianco e nero essenziale, la plasticità delle figure e la bidimensionalità dello spazio.

Due piani sequenza emblematici vedono la protagonista camminare sulla strada,

© Angelo Novi
raccontando la sua storia a una serie di personaggi che si inseriscono nell’inquadratura, con lo sfondo della notte romana. Queste carrellate, lunghe e ininterrotte, creano un effetto di sospensione e di poesia in movimento, dove la realtà si trasfigura in mito. La composizione dell’inquadratura è sempre attenta alla relazione tra personaggi e ambiente: le periferie, i ruderi, i palazzi anonimi, i mercati, le strade sterrate diventano quinte teatrali, specchi che riflettono la condizione esistenziale dei protagonisti. Pasolini ricerca la sacralizzazione delle immagini attraverso un’opposizione dinamica tra spazio bidimensionale e corporeità tridimensionale, tra realtà e simbolo. Il ritmo del film è lento, cadenzato, scandito da dialoghi in romanesco e da panoramiche sulla città. Il montaggio di Nino Baragli privilegia la continuità e la durata, lasciando spazio alla contemplazione e alla riflessione.

© Angelo Novi
La scenografia di “Mamma Roma”, curata da Flavio Mogherini, è uno degli elementi più significativi del film. Pasolini sceglie di ambientare la vicenda nei quartieri popolari e nelle periferie di Roma, luoghi di marginalità e di esclusione, ma anche di dignità e di resistenza. Le riprese si svolgono al “Palazzo dei Ferrovieri” di Casal Bertone, al villaggio INA-Casa del Quadraro, al Parco degli Acquedotti, a Tor Marancia, a Trastevere, a Guidonia e a Frascati. La cupola della basilica di San Giovanni Bosco, emblema di architettura razionale, domina lo skyline della periferia, simbolo di una modernità fredda e impersonale.

La rappresentazione della Roma periferica è realistica e poetica al tempo stesso: i

© Angelo Novi
palazzi anonimi, i mercati, i campetti di calcio sterrati, le baracche, i ruderi dell’acquedotto romano, i prati abbandonati diventano luoghi di vita e di morte, di sogni e di illusioni. La città è protagonista del film, omaggiata fin dal titolo, e la sua geografia racconta più di quanto potrebbero fare i personaggi. La periferia diventa il centro nevralgico della riflessione pasoliniana sulla condizione umana: luogo privo di identità, che vuole imitare il centro urbano ma non può liberarsi di ciò che lo rende tale. La sua struttura diventa lo specchio degli abitanti, e la bellezza e la decadenza della città si riflettono nella dignità universale dei protagonisti.

© Angelo Novi
Il linguaggio cinematografico di Pasolini in “Mamma Roma” è caratterizzato da una commistione di realismo e simbolismo, di denuncia sociale e di poesia visiva. Il montaggio di Nino Baragli privilegia la continuità e la durata, lasciando spazio alla contemplazione e alla riflessione. Le sequenze sono spesso costruite come tableaux vivants, dove la fissità dell’immagine richiama la pittura rinascimentale. Il suono e la colonna sonora svolgono un ruolo fondamentale: Carlo Rustichelli compone una colonna sonora basata sulle musiche sinfoniche di Antonio Vivaldi, che accompagna le sequenze poetiche fotografate in un livido bianco e nero. Il tema di “Violino tzigano” interrompe la musica barocca e porta in primo piano note di musica popolare, diventando leitmotiv del rapporto tra Mamma Roma ed Ettore.

La recitazione è un elemento di contrasto: Pasolini affianca alla Magnani, attrice professionista, attori non professionisti, ragazzi di borgata, per mantenere la spontaneità e la verità dei personaggi. Il risultato è un contrasto stridente e intenso tra il talento dell’attrice e la genuinità dolorosa dei ragazzi di strada, che espande nello spazio del film la presenza della Magnani. Il linguaggio è quello delle periferie, sporco, sgrammaticato, autentico, capace di restituire la realtà senza filtri e senza fronzoli. I dialoghi in romanesco, le battute, le risate, le invettive, le canzoni popolari contribuiscono a creare un’atmosfera di vitalità e di dolore, di lotta e di speranza.

“Mamma Roma” è un film ricco di temi universali, affrontati con profondità e

© Dino Cavicchioli
originalità da Pasolini. Il tema della maternità è centrale: Mamma Roma incarna la madre combattiva, viscerale, disposta a tutto per il figlio, ma anche cieca e ossessiva, capace di trasformarsi in vittima e carnefice. La sua maternità è un sacrificio continuo, che però non basta a proteggere Ettore dalla brutalità del mondo.

La redenzione è il sogno infranto della protagonista: Mamma Roma cerca di cambiare vita, di ottenere il riscatto sociale, di garantire al figlio una vita dignitosa, ma il passato riaffiora con forza e la realtà crudele e ineluttabile si impone. Il desiderio di cambiamento è costantemente ostacolato da un sistema che non offre alcuna vera occasione di riscatto.

L’emarginazione è vissuta dai personaggi come una prigione dell’anima, dalla quale non si può fuggire. La condizione di sottoproletariato, la vita nelle borgate, la solitudine, la disperazione, la violenza, la mancanza di prospettive sono temi che attraversano tutto il film.

© Angelo Novi
La religione e la dimensione sacrale sono presenti in modo forte e ambiguo: la figura di Ettore contiene svariati riferimenti alla religione, sia nel suo modo di fare, sia nella sua sofferenza, sia nella sua morte, che richiama l’iconografia della crocifissione e della deposizione di Cristo. Pasolini attribuisce una valenza tragica e universale alla sofferenza dei suoi personaggi, trasformando la storia di Mamma Roma in un moderno calvario, una passione laica priva di redenzione.

Il potere è rappresentato dal sistema sociale, dal protettore Carmine, dalla Chiesa, dallo Stato, dalla città stessa, che imprigionano i protagonisti e impediscono ogni reale possibilità di rinascita. La responsabilità, che in “Accattone” era individuale, in “Mamma Roma” diventa collettiva, di una città intera.

Il simbolismo e i riferimenti artistici sono una costante nel cinema di Pasolini, e in

© Angelo Novi
“Mamma Roma” assumono un ruolo centrale. Il film è dedicato a Roberto Longhi, maestro di storia dell’arte, e la composizione delle immagini richiama la pittura rinascimentale e barocca. La scena iniziale del pranzo di nozze è una citazione dell’Ultima Cena di Leonardo da Vinci, trasposta in chiave popolare e grottesca: il banchetto con papponi, prostitute, parenti burini e maiali che scorrazzano liberi nella sala diventa metafora della condizione umana e della società italiana. La morte di Ettore, legato al letto di contenzione, è una chiara trasposizione cinematografica della deposizione di Cristo morto, che nella luce e nei contrasti cromatici tra il bianco e il nero, ricorda le opere di "Masaccio e Caravaggio” (anche se in molti, sostengono la tesi della trasposizione cinematografica del Cristo del Mantegna, smentita dallo stesso Pasolini). Il chiaroscuro, la plasticità dell’immagine, la sacralizzazione della sofferenza sono elementi che rimandano alla grande pittura italiana. La dimensione religiosa e sacrale attraversa tutto il film: la figura di Ettore diventa piccolo crocifisso, giovane Cristo di borgata, la sua agonia richiama la flagellazione e la deposizione, la madre diventa Mater dolorosa, Madonna straziata per la morte del figlio. La citazione di Dante, con il canto dell’Inferno recitato in carcere, aggiunge una valenza letteraria e simbolica alla discesa agli inferi del protagonista. La città stessa, con i suoi ruderi, le chiese, le pale d’altare, le borgate, diventa spazio mitico e simbolico, luogo di storia e di mito, di bellezza e di decadenza.

© Dino Cavicchioli
La ricezione critica di “Mamma Roma” alla sua uscita nel 1962 è segnata da entusiasmo, polemiche e controversie censorie. Il film viene presentato alla XXIII Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, ottenendo un grande successo di pubblico e di critica, ma anche una denuncia per oscenità poi archiviata. Le prime recensioni sono divise: alcuni critici, come Alberto Moravia, vedono nella performance della Magnani un elemento estraneo rispetto al popolo sottoproletario e alla spontaneità degli attori non professionisti scelti da Pasolini. Altri, come Antonello Trombadori, riconoscono nel personaggio di Mamma Roma una novità assoluta, più costruita e più ricca rispetto a “Accattone”. Il film suscita polemiche per la rappresentazione della prostituzione, della marginalità, della morte in carcere, e per i riferimenti religiosi e sacrali. La denuncia per oscenità viene archiviata, ma alla prima romana, il 22 settembre 1962, Pasolini viene aggredito da un gruppo di neofascisti, episodio che testimonia il clima di tensione politica e culturale dell’epoca. Le ostilità di stampo neofascista, le polemiche sulla censura, le difficoltà produttive e finanziarie affrontate da Alfredo Bini contribuiscono a rendere “Mamma Roma” un film controverso e coraggioso, capace di segnare una svolta nel cinema italiano.

Oggi “Mamma Roma” è considerato uno dei capolavori del cinema italiano del

© Angelo Novi
dopoguerra, una pietra miliare della cinematografia pasoliniana e un manifesto della sua poetica. La critica contemporanea riconosce al film una straordinaria intensità, una capacità di fondere linguaggio cinematografico, analisi sociale e visione poetica. Studi recenti, come quelli curati da Franco Zabagli per la Cineteca di Bologna, approfondiscono la complessità dell’opera, la polifonia delle voci dell’autore, della protagonista, dei collaboratori, dei primi spettatori d’eccezione. Le interviste, i diari di lavorazione, le fotografie di scena, gli storyboard, le carte inedite conservate negli archivi contribuiscono a restituire la ricchezza e la profondità del film. La critica sottolinea la modernità e l’attualità di “Mamma Roma”: la riflessione sulla condizione umana, sul conflitto tra speranza e destino, sulla volontà di riscatto e l’opprimente forza delle strutture sociali rimane valida e necessaria anche oggi. Il film è oggetto di studi comparativi con altre opere di Pasolini, come “Accattone” e “La ricotta”, e con il cinema italiano dell’epoca, in particolare il neorealismo e le opere di Fellini, Visconti, Antonioni.

© Dino Cavicchioli
“Mamma Roma” si inserisce in una trilogia non dichiarata sulla città di Roma, insieme ad “Accattone” (1961) e “La ricotta” (1963). Questi film raccontano la città attraverso le vicende di personaggi marginali, tracciando un quadro decentrato e complesso della società italiana. Rispetto ad “Accattone”, “Mamma Roma” segna un passaggio dalla responsabilità individuale a quella collettiva: la protagonista cerca di cambiare non solo la propria vita, ma quella del figlio, e il destino si impone come forza ineluttabile. La differenza tra i due film è anche stilistica: se “Accattone” è più influenzato dalla letteratura e dalla scrittura, “Mamma Roma” è più costruito, più ricco, più attento alla composizione figurativa e alla dimensione pittorica. Il confronto con il neorealismo è inevitabile: Pasolini eredita l’estetica del realismo, l’uso di attori non professionisti, le ambientazioni autentiche, ma supera la poetica neorealista attraverso una commistione di naturalismo e di sublime, di denuncia sociale e di visione allegorica. La presenza di Anna Magnani, icona del neorealismo, e di Lamberto Maggiorani, protagonista di “Ladri di biciclette”, rafforza il legame con la tradizione, ma Pasolini attua un capovolgimento, sfruttando la combinazione tra autenticità e performance. Il cinema italiano degli anni ’60 è attraversato da una crisi di identità e da una ricerca di nuovi linguaggi: Fellini costruisce la dimensione onirica e personale della città, Antonioni esplora la solitudine e l’alienazione, Visconti racconta la decadenza e la perdita di valori. Pasolini, con “Mamma Roma”, realizza un’opera di straordinaria intensità, capace di fondere il linguaggio cinematografico con una profonda analisi sociale e umana.

L’iconografia visiva di “Mamma Roma” è ricca di immagini chiave e di scene

© Angelo Novi
emblematiche, che hanno segnato la memoria collettiva e la storia del cinema italiano. La scena iniziale del pranzo di nozze, con Mamma Roma che entra con i maiali e intona stornelli contro il suo ex protettore, è una citazione dell’Ultima Cena di Leonardo, trasposta in chiave popolare e grottesca. Le passeggiate notturne della protagonista, riprese in lunghe carrellate, creano un effetto di sospensione e di poesia in movimento, dove la realtà si trasfigura in mito. La danza di “Violino tzigano” tra Mamma Roma ed Ettore stabilisce un legame intenso, che si rompe nel momento in cui il figlio vende il disco per comprare una medaglietta a Bruna, sancendo la propria condanna. La morte di Ettore, legato al letto di contenzione, è una delle scene più celebri e analizzate: l’inquadratura dai piedi del letto, la posizione del corpo, la luce, il bianco e nero, per molti, "erroneamente", richiamano il Cristo morto di Mantegna ( è lo Pasolini, a smentire questa teoria ). La sofferenza del ragazzo, il suo lamento, la sua agonia diventano metafora della condanna dell’emarginazione e della mancanza di redenzione. La disperazione finale di Mamma Roma, che si getta sul letto del figlio, abbraccia i suoi vestiti e si avvicina alla finestra per suicidarsi, ma viene trattenuta dalle persone che l’hanno seguita, è un’immagine di straordinaria intensità, dove il volto della Magnani diventa icona della Mater dolorosa, Madonna straziata per la morte del figlio.

© Angelo Novi
La produzione di “Mamma Roma” è affidata ad Alfredo Bini, figura chiave del cinema d’autore italiano, già produttore di “Accattone” e sostenitore delle scelte radicali di Pasolini. Bini affronta con coraggio le difficoltà finanziarie, le polemiche censorie, le ostilità di stampo neofascista, gestendo il rapporto con Anna Magnani e con la troupe. Gli aspetti produttivi sono documentati dai diari di lavorazione di Carlo Di Carlo, che raccontano le tensioni e le difficoltà del set: le discussioni tra Pasolini e Magnani, l’arresto di Franco Citti, le riprese nei quartieri popolari e nelle periferie, la scelta delle location e la cura maniacale per la composizione delle inquadrature. Bini sostiene le scelte artistiche di Pasolini, difende il film dalle polemiche censorie e dalle denunce per oscenità, e gestisce la distribuzione e la promozione dell’opera. Il suo ruolo è fondamentale per la realizzazione di un film coraggioso e innovativo, capace di segnare una svolta nel cinema italiano.

I materiali d’archivio relativi a “Mamma Roma” sono numerosi e preziosi per la

© Dino Cavicchioli
comprensione della genesi e della realizzazione del film. Le interviste a Pasolini, alla Magnani, ai collaboratori, agli attori non professionisti, ai tecnici, ai produttori, offrono una testimonianza viva delle scelte artistiche, delle difficoltà produttive, delle tensioni e delle emozioni del set. I diari di lavorazione di Carlo Di Carlo documentano giorno per giorno le riprese, le discussioni tra regista e attrice, le scelte di location, le prove di costume, le visite di Moravia e Levi, le scene emblematiche, le difficoltà tecniche, le polemiche censorie, l’arresto di Franco Citti, la composizione delle inquadrature, l’uso del dolly, la fotografia di Tonino Delli Colli, la colonna sonora di Carlo Rustichelli. Gli storyboard disegnati da Pasolini, le carte inedite conservate negli archivi, le fotografie di scena, le vignette, le pagine di riviste dell’epoca, le immagini di repertorio rappresentano un valido versante visivo, spesso agganciandosi in modo esplicito alle porzioni verbali e offrendo una incisiva visualizzazione delle scelte figurative e simboliche del regista.

© Angelo Novi
“Mamma Roma” di Pier Paolo Pasolini è un’opera di straordinaria intensità, capace di fondere il linguaggio cinematografico con una profonda analisi sociale e umana. Il film racconta la tragedia di una madre che sogna il riscatto per sé e per il figlio, ma si scontra con una realtà crudele e ineluttabile, dove la marginalità è vissuta come prigione dell’anima e la redenzione rimane irraggiungibile.
La forza del film risiede nella capacità di Pasolini di unire realismo e poesia, denuncia sociale e visione figurativa, autenticità e performance, simbolismo e riferimenti artistici, dimensione religiosa e laica. La regia, la scenografia, la fotografia, la colonna sonora, la recitazione, il linguaggio, la composizione delle immagini contribuiscono a creare un’opera complessa e ricca di significati, dove ogni dettaglio è pensato e costruito con rigore e passione.
La ricezione critica, all’epoca e oggi, riconosce a “Mamma Roma” il merito di aver raccontato la condizione degli ultimi, di aver dato voce alle borgate, di aver rappresentato la maternità come sacrificio e dolore, di aver denunciato le ingiustizie sociali e la mancanza di prospettive. Il film rimane attuale e necessario, capace di parlare non solo delle ingiustizie sociali, ma anche del profondo impatto psicologico che queste esercitano sull’identità e sulle possibilità di cambiamento degli individui.
“Mamma Roma” è un manifesto della poetica pasoliniana, un pastiche visivo di arte, letteratura, musica, cinema, una tragedia popolare che attraversa la storia e la memoria del paese, lasciando un segno indelebile nell’immaginario collettivo e nella storia del cinema italiano.

Bruno Esposito

Curatore, Bruno Esposito

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