"Le pagine corsare "
dedicate a Pier Paolo Pasolini
Eretico e Corsaro
Incontro con lo scrittore Pasolini, divenuto regista
"Nella periferia romana nasce il film Accattone"
“l’Unità”
7 aprile 1961
pag. 6
( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )
Al Pigneto c'è un'animazione insolita: da pochi giorni una piccola troupe cinematografica si è accampata nei pressi di via Fanfulla da Lodi a Roma, e richiama su di se l'attenzione dei passanti. Si gira Accattone, il film che rappresenta per lo scrittore Pier Paolo Pasolini l'esordio nella regia. La macchina da presa, una semplice Harriflex, di quelle che usano gli operatori per filmare le cine-attualità, e montata su un cavalletto, in un angolo di una caratteristica osteria periferica. Sergio Citti (qui credo sia un errore del giornalista - suppongo sia Franco Citti -, ma per fedeltà di trascrizione, riporto "Sergio"), un ragazzo che non ha mai recitato in vita sua, esegue una scena di particolare intensità drammatica. Il suo volto, duro ed espressivo, è percorso dalle lacrime: vi si legge uno sforzo di concentrazione emotiva che colpisce a prima vista: forse ci troviamo di fronte a uno di quegli attori istintivi che, se fossero coltivati, potrebbero rinsanguare le magre riserve della nostra cinematografia. Attorno al campo risivo non ci sono grossi riflettori, né grovigli di cavi elettrici: da qualche praticabile pendono solamente grappoli di lampade da studio fotografico. Un solo gruppo elettrogeno ronza poco distante, mentre, a pochi metri dalla camera, sul nastro di un magnetofono portatile viene incisa la colonna sonora del film. Non occorre dire che Accattone nasce all'insegna di una formula produttiva non dispendiosa.
Sul luogo dell'azione si attarda un pubblico inconsueto: gli interpreti seguono, in un clima di collaborazione attiva e vivace, il progressivo snodarsi della vicenda. Questa volta c'è anche uno spettatore famoso: Alberto Moravia. in quale, di tanto in tanto, si sofferma a parlare con Pasolini e a dargli qualche suggerimento. L'autore della Noia ha forse improvvisamente riscoperto quella passione per il cinema, che anni or sono lo indusse a girare una breve nocella per un'interessante iniziativa cinematografica, purtroppo destinata all'insuccesso?
L'interrogativo rimane in sospeso: i rapporti fra i letterati e la settima arte non sono mai cosi evidenti da impegnare un giudizio tempestivo, Da Malaparte a Soldati, da Malraux a Zavattini, da Cocteau a Prévert, da Pratolini allo stesso Moravia, nella storia del cinema ricorrono generosi incontri, i quali però sono spesso complicati da ragioni contraddittorie.
Ci avviciniamo, durante una pausa della lavorazione, a Pier Paolo Pasolini, e gli chiediamo perché si è deciso a trasformarsi da sceneggiatore in regista. Insoddisfazione per i film realizzati sulla scorta dei suoi testi? Desiderio di coerenza nella rappresentazione di un mondo che gli è caro?
Pasolini ci risponde con una battuta abbastanza significativa, nonostante il tono apparentemente scherzoso.
“Rispetto ai film tratti da mie sceneggiature, in questo non ci sarà un solo movimento di “carrello gru’”.
Insistiamo ancora: “Lei, che è uno scrittore, quali problemi ha dovuto affrontare, concependo una storia per immagini cinematografiche?”.
“Molti” replica Pasolini, “ma uno soprattutto: mi sono reso conto che nel cinema la metafora non è possibile”.
Moravia interviene con piglio polemico nella conversazione e, scrollando le spalle, osserva:
“Questa è la riprova che il cinema, almeno nei confronti della letteratura, è un’arte minore”.
Pasolini accenna un gesto di dissenso: si rifiuta di portare alle estreme conseguenze le sue riserve.
“Vede, aggiunge, io posso scrivere in un racconto: ‘quella donna era un topolino’: il regista però è costretto a presentare sullo schermo le cose come sono”.
“I registi del muto”, ricordiamo a Pasolini, “hanno largamente sperimentato l’uso della metafora. Murnau, Pudovkin ed Ejzenštejn hanno ottenuto risultati sorprendenti in tal senso”.
Pasolini non è convinto della nostra obiezione e ci ribatte:
“Ma Ejzenštejn è caduto nel barocchismo e nel simbolismo. Io credo che il compito di un regista, sotto questo profilo, sia abbastanza arduo; bisogna, a mio parere, creare un linguaggio il quale suggerisca mentalmente la metafora allo spettatore”.
Chiudiamo la parentesi e ci informiamo di Accattone. Il film, a suo tempo, fu proposto a Federico Fellini, che da alcuni mesi ha fondato una casa produttrice nell'intento dichiarato di agevolare soprattutto i giovani registi e gli esperimenti più arditi. Fellini, però, ha rifiutato: probabilmente non nutrica molta fiducia nelle capacità registiche di Pasolini.
Più coraggio di lui ha avuto Alfredo Bini. il produttore del Bell'Antonio e della Viaccia, un giovane << indipendente >>, il quale ama i film << difficili >>.
Accattone, da questo punto di vista, non lo ha deluso, il soggetto, ambientato nelle borgate della capitale, non è di quelli che vanno a parare nel pittoresco o in un facile bozzettismo. Vi si raccontano le vicende di un ladrone che si redime, ma non conosce un lieto fine; si tratta di un racconto amaro e doloroso, il quale getta luce drammatica alla maniera dei film neorealisti del dopoguerra e interamente girato da attori presi dalla strada.
“Forse” precisa Pasolini, “non sarà nemmeno un film bello, non lo so; l’ho immaginato come un film angoloso, fuori delle regole, con la macchina da presa costantemente puntata sulle facce dei protagonisti. Sarà comunque un film sincero”.
MINO ARGENTIERI
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La Repubblica ha fatto benissimo a pubblicare Pasolini: regista e scrittore. Tutta la sceneggiatura interessantissima
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