"Le pagine corsare "
dedicate a Pier Paolo Pasolini
Eretico e Corsaro
Esclusiva intervista a Pier Paolo Pasolini:
Una lucida passione
Gaetano Stucchi
"Sette giorni in Italia e nel mondo"
Numero 11
27 Agosto 1967
pag. 31 a pag. 33
( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )
Ce n'è voluto perché ci decidessimo a prenderlo sul serio come cineasta Pasolini sempre agli onori della cronaca, letterato — bersaglio per le destre, regista di sorpresa, apparentemente intento solo a tradurre il suo repertorio verbale — narrativo — ideologico nel potente megafono del cinema. Invece, eccolo qui, applicato e diligente come un universitario dall'entusiasmo facile, eccolo che sta lavorando e sgobbando (a realizzare « Edipo ») con vero fanatismo professionale sotto il cielo di piombo incolore di Sant'Angelo Lodigiano, nell'attivissima Lombardia, così risentita un tempo "nei suoi confronti, cosi pronta a rimbeccargli le parolacce, il vernacolo, le superfici veriste della sua narrativa, offesa nel suo moralismo ( il più solido e refrattario di tutta la borghesia italiana). Va bene, è un lavoratore. Addirittura troppo impegnato. Chi vorrebbe salutarlo innocuo drammaturgo popolare dell'Italia '60 si scontra con l'ideologia, la lucida volontà dei suoi film, da « Accattone » ad « Edipo ».- e... in "Uccellacci e uccellini" 1'ideologia è il tema e il contenuto del film, quindi è esplicita; mentre in "Accattone' era implicita, e talmente implicita da essere sprofondata nello stile o nella storia, da non essere riconoscibile. Ma anche "Accattone" era profondamente ideologico, anzi era più disperatamente ideologico, in fondo, di "Uccellacci e uccellini",
«quando io racconto una storia del sottoproletariato rimanendo immerso nel sottoproletariato, escludendone la borghesia, e quindi le sue problematiche, compio un atto estremamente ideologico. Una scelta tale che non può che essere ideologica: facendo "Accattone" ho dichiarato il mio odio verso la borghesia tale da non potermi nemmeno mettere dal suo punto di vista e accettarne i problemi; tale da riconoscere il mondo in una piccola sezione del mondo, a Roma, un mondo che però è enorme nel globo terrestre, cioè il Terzo Mondo, sottoproletariati, urbani o agricoli, ecc... sì, forse anche in "Edipo" l'ideologia fa parte del contenuto esplicito del film, cioè quello che si vede realmente passare sullo schermo, più che in "Accattone", ma in modo diverso sia da "Accattone" che da "Uccellacci e uccellini"».
Attenzione però che per Pasolini l'ideologia non è programma di azione, né scheletro precostituito del discorso. E' lucidità e coerenza della passione creativa espressiva, - di opera in opera. Dal pretesto del sentimento, alla verità del sentimento.-
«In questo momento non le saprei dire qual è la vera ideologia in "Edipo". Ho sempre saputo dire qual è la vera ideologia dei miei film soltanto dopo molto tempo che li ho fatti. Mentre li lancio, naturalmente, ho vari pretesti, di fronte a me e di fronte agli altri, di cui alcuni sinceri e altri insinceri, alcuni disperatamente pretestuosi e altri, invece, forse autentici. Anche per "Edipo, il figlio della fortuna" ce ne sono tanti insieme. Adesso me ne viene in mente uno, non so se sia quello giusto, è il primo che mi viene in mente. "Edipo" potrebbe essere un'autobiografia: però, l'autobiografia di uno che è morto da 200 anni e che quindi non è più interessato alla propria vita. Cioè ho raccontato delle vicende mie, generalizzandole, però, ed estendendole un po' a tutti, e in questo senso il film ha un'ideologia freudiana»
Quest'opera sembra, già nelle parole, sintomo, documento esemplare delle sue tensioni. Tornano a galla improvvisi certi materiali di biografia privata:
«Ho parlato molto di me e me ne pento»
« Ho parlato molto di me e della mia infanzia; soprattutto della mia infanzia ho parlato quando ero giovane: adesso è tanto che non ne parlo più, perché l'ho quasi dimenticata. Ho parlato molto di me, e me ne pento, nei libri di poesia, anche abbastanza recenti; ma adesso non scrivo più poesie, e quindi non parlo più di me. Però in "Edipo", sì: nella prima parte, in fondo, c'era una rievocazione della mia infanzia, e molto chiara anche ».
Ma si confermano anche i bisogni del distacco e dell'ideologia:
« sono molto distaccato dalle vicende edipiche, e quindi il film ha una forte colorazione di estetismo come nessun altro dei miei. Cioè, mi sono concesso molti estetismi, segno di distacco dalla materia: e mi sono concesso anche una forte vena umoristica, che avevo già cercato di far esplodere in "Uccel-lacci e uccellini", però a stento, perché l'ideologia di "Uccellacci e uccellini" era estremamente grave e quindi, in fondo, contraria all'umorismo. I problemi di "Uccellacci e uccellini" erano problemi ancora cocenti, scottanti per me, mentre quelli dell' "Edipo", come le ripeto, no. In "Uccellacci e uccellini" questa vena umoristica era soltanto, in qualche modo, esterna; invece l'umorismo che scorre dentro "Edipo" è vero, è reale, ed è un altro segno di distacco dalla materia ».
Malgrado questo « morire dentro l'opera » che Pasolini fino ad oggi (« non sono in grado di garantire per il futuro», mi risponde con marcata ironia) ha predicato e che puntualmente si auto-prescrive, i dilemmi umani e poetici continuano proprio dall'opera nell'uomo. Ha trepida speranza di un incontro col pubblico
«Mentre faccio un film, in termini assolutamente ingenui, spero molto che la gente si diverta, si appassioni »;
ma vi si aggiunge il mito tardo-romantico dell'« artista » che non accetta classificazione, che rifiuta l'opera popolare, la misura dell'ascolto pubblico: la valutazione spettatoriale, nel nostro caso.
« ... la parola "film popolare" mi fa venire la pelle d'oca, la trovo puramente pretestuale... Che cosa vuole, purtroppo ormai la parola "popolo" non ha quasi più senso in questi anni, perché il "popolo" dopo la televisione, è tutto piccoloborghese, di fronte ai mass-media; ormai, se per popolo intendiamo la classe operaia e lavoratrice, contadini e operai, questo "popolo" non ha più una sua opinione. C'è una certa corrente d'opinione, dovuta al Partito Comunista, che però è sempre anche questa pretestuale, artificiale, ufficiale,— e quindi non conta. Tutto il resto di quello che si dice "popolo", sono i piccolo-borghesi; e allora come si può parlare di film popolare? Parlare di film popolare significa parlare di un film che piace a masse piccolo-borghesi. La parola "popolare" prende da parte mia immediatamente un significato orribilmente negativo, in quanto che questo popolo sarebbero delle masse piccolo-borghesi educate dalla televisione ».
La gioia dell'immagine
Dunque Pasolini detesta il film popolare, non ama il cinema americano
« Sono molto freddo davanti a Hitchcock, mi diverto normalmente, come uno spettatore medio; non amo molto Ford; non ho il mito di Hawks che hanno ai "Cahiers du cinema"; direi che non ho alcuna mitologia cinematografica U.S.A.»,
né ama le metafisiche travestite di evasione
« Ho visto pochi film avventurosi, pochi western; mi basta per farmi un giudizio: sono film di pura evasione »:
riconosce solo amori eccezionali
« Il cinema americano che io amo si riduce a Charlot — e non so se possa essere considerato cinema americano — che, naturalmente io adoro; e a Buster Keaton, che adoro ancora di più e che senz'altro è più americano di Charlot: ho amato la prima avanguardia americana, per esempio Shadows", l'ho amato notevolmente; mentre il New American Cinema mi lascia piuttosto ostile ».
E viene a galla quel cinema parco di gioie visive, teso dentro una sua severa, precisa retorica, la stessa che presiede al comportamento dell'uomo nella sua vita. Dice Pasolini:
« il cinema è la lingua scritta dell'azione ».
E lo spettacolo, l'immagine sensoriale, la festa del vedere?
« lo penso che il cinema, come arte, non dico come linguaggio e come lingua, richiede da parte dell'autore una capacità visuale assolutamente notevole: cioè, se non si riempie lo schermo, se lo schermo non è sempre pieno, pregnante, intenso d'immagini, allora il regista è fallito. Non credo però che la gioia dell'immagine sia una gioia nel senso comune della parola; la gioia dell'immagine può essere, è, vitalità. Mi riferisco a una frase di Berenson, che dice più o meno: "quando uno vede un'opera d'arte, legge una poesia o vede un quadro, se la sua vitalità subito aumenta significa che davvero si trova di fronte ad un fatto d'arte. Sennò, no". .E allora evidentemente anche le immagini del cinema, la gioia delle immagini del cinema, consiste in un aumento di vitalità. Quando io vedo un film americano, di quelli di consumo, esco dal cinema assolutamente privo di vitalità. Cioè, magari l'immagine è stata gioiosa, ho visto della gente, gioiosa, con un bello spettacolo, con dei bei colori, eccetera eccetera: come esco dal cinema la mia vitalità è quasi zero. Parlo dei film medi, naturalmente. Quindi io vorrei che la mia immagine fosse gioiosa, ma non gioiosa nel senso esteriore della parola: nel senso che aumenti e dia vitalità ».
Il ricorso a Berenson, la citazione un tantino démodée, non è defaillance del conversatore lucido e geniale: maschera soltanto un'ansia di tragedia, di verità, un concetto di spettacolo come ricerca dell'emozione o, secondo Pasolini stesso, come sforzo di conoscenza religiosa.
«In effetti io vedo tutta la realtà in modo tragico: non ci sona, momenti privilegiati della realtà, e momenti no. Però forse tragico non è la parola adatta,..., io direi... quando parlo di queste cose qui a livello giornalistico, in un'intervista (cosa che non so fare, benché sia un genere letterario meraviglioso) io dico sempre che si tratta di, una tensione religiosa, più che tragica. Cioè in ogni oggetto vedo una specie di carica, d'intensità che m'incanta e mi prende ogni volta ».
Mi dice ancora dello « sguardo »,ansioso di respiro ideologico, del suo cinema:
«Quasi sempre la molla prima, iniziale del film è uno choc visivo. Quasi sempre. Questo però trascina dietro il pensiero che ho contemporaneamente. Nel momento dello choc visivo, praticamente scarico in questa immagine, in questo ambiente, in questo personaggio, in questo viso, in questi occhi quello che in quel momento sto pensando, è chiaro ».
«Perché ho lasciato la letteratura»
Origini visive, importanza delle cose, dei luoghi vissuti o solo intravisti: però Sant'Angelo è una contingenza utilitaria
«La cosa ha una origine pratica: alla fine dell'"Edipo" ci sono tre brevi episodi. Uno si svolge a Bologna, che rappresenta, strano a dirsi data la Giunta Comunale, una città borghese, ricca, comunale insomma. Poi una zona industriale, che ho cercato a Milano. E alla fine Edipo vuol tornare nel paese della sua infanzia, che era un paese del Friuli, Snelle. Per ragioni pratiche non potevo andare a Bologna, a Milano e a Salice. Ho dovuto cercare Salice tra Bologna e Milano: ho cercato e ho visto qui una zona che mi... Ho sempre amato infinitamente la Bassa lombarda, proprio visivamente; e quindi sono stato contento di questa congiuntura pratica. E qui a Sant'Angelo ho trovato quelle tre, quattro cose essenziali che mi andavano bene: una cascina, la campagna, un fiume, il Lambro, una casa... ».
E' la storia di un amore profonda anche se breve, per il cinema e le sue forme: la storia di un letterato che non scrive più. Riascoltiamone i motivi:
« Ho fatto varie volte gli elenchi, le ragioni per cui ho lasciato la letteratura per il cinema, l'abiura della nazionalità italiana e il cinema linguaggio transnazionale; sul piano filosofico, il cinema è un mezzo espressivo che esprime la realtà con la realtà stessa, e questo sollecita continuamente il mio 'amore per la realtà,. che poi è di tipo religioso e irrazionalistico, tutto sommato. Queste tutte le ragioni che ho detto. Non so se queste ragioni costituiscono una parentesi nella mia attività, oppure siano una scelta definitiva, questo ancora non glielo so dire: certo è chiaro che se ho lasciato la letteratura, vuol dire... vuol dire che c'erano delle ragioni, delle buone ragioni per lasciarla. Ed effettivamente l'ho lasciata, la letteratura; infatti non ho più scritto poesie, non ho scritto più romanzi... Credevo che avrei continuato a scrivere poesie: invece niente, non ho più scritto un verso. In compenso però ho scritto, non so se sia letteratura, ma ho scritto delle tragedie in versi: devo ancora finirle.. non so ancora, devo ancora capire bene cosa questo significhi ».
Religiosità, irrazionalismo, vitalità, passione, indeterminatezza e rifiuto di un futuro programmatico, anche solo auto-determinato: sembra un'epopea del sentimento, che Pasolini dalla penombra della poltrona in cui si è rifugiato, insorge subito a smentire. Eppure la questione mi sembra vecchia, dura dai dilemmi di « Passione e ideologia »,dai primi saggi del volume, dura dal tempo dei romanzi e delle poesie, persino tornava esplicita nella prefazione al mai distribuito « La rabbia », film-dibattito, diviso con Guareschi; dove, nel « prossimamente »proiettato ai pubblici d'Italia, la voce di Pasolini apertamente rivendicava per il suo discorso la « ragione del cuore », pronosticando a favore di Guareschi quella «della mente ». Ci siamo abituati, forse con un po' di semplicismo e faciloneria, ci siamo fissati a riconoscere in lui questa distinzione, se non opposizione, tra sentimento e ragione (ed era il tratto più populista, vedi annessioni social-umanitarie; più demagogico, vedi annessioni cristiano-borghesi, dell'intellettuale Pasolini).
«Questa distinzione tra sentimento e ragione non la faccio mai. Tanto è vero che le due o tre persone che hanno letto la mia mano, sono rimaste immediatamente colpite dal fatto che la linea del cuore e la linea della ragione sono una sola linea. E questo credo sia vero. Eccola qui... cerco piuttosto di individuare la ragione, ma in funzione sempre polemica. Cioè, c'è stato un periodo della mia vita che io rivendicavo la forza della ragione rispetto all'irrazionalismo; che però non coincide sempre con i sentimenti. Ho pensato questo per un certo periodo, che l'irrazionalismo fosse la caratteristica principale della poesia e della letteratura del '900, italiano ed europeo, della grande letteratura europea e della provinciale letteratura italiana. Individuato l'irrazionalismo come caratteristica del '900, per un certo periodo al momento della scoperta del marxismo, eccetera eccetera, ho rivendicato la ragione come antitesi a questo irrazionalismo, e ho pensato di fare un'arte razionale, per contrappormi alla poesia ermetica, alla poesia crepuscolare, alla poesia sperimentale, eccetera eccetera, degli anni '50. A questo punto però ho, rovesciato le posizioni, cioè mi sono accorto che ha ragione "Goldmann: non 'è affatto vero che l'irrazionalismo sia la caratteristica della società borghese capitalistica. Ha ragione Goldmann: è la ragione! Allora, questa scoperta ha fatto sì che... ».
Sentimento e ragione
Ha. rivendicato le ragioni del sen-timento?
«Ecco, si, allora,... però non ho mai contrapposto sentimento e ragione, perché questo mi è impossibile. Ho sempre contrapposto in maniera dubitativa, interrogativa, come problema, razionalismo e ragione. Quindi, in questo momento, scoperto con Goldmann questo punto essenziale, e dato che tutto ciò che è borghese io lo odio con tutta la mia anima, sono in un momento di odio verso la ragione. Tanto è vero che una di quelle tragedie in versi, che le dicevo, che si chiama "Pilade" e che sto finendo in questo periodo, termina proprio con una specie di urlo del protagonista, Pilade appunto, contro la ragione, in tutte le sue forme. Non è, con questo, che rivendichi un tipo d'irrazionalismo estetizzante, com'è stato quello ermetico; semmai un tipo d'irrazionalismo com'è stato quello del surrealismo. Perché il surrealismo, secondo me, dei movimenti della cultura europea del'900 è il più pieno di cose, quello più pieno di futuro, è la matrice... il movimento che amo di più. Insieme, del resto, con Céline, che amo quasi come Gadda ».
Si chiacchiera del cinema italiano: è d'obbligo con lui, che senz'altro, bene o male, è stato uno dei protagonisti della cultura nel dopoguerra. Dopo l'inizio difficile - sembrava un Mastronardi rifinito ed era un Gadda adolescente - i gruppi d'opinione più forti hanno tentato a turno di assorbirlo: ciascuno ha avuto le sue «chances», da «Accattone », al « Vangelo ». Ora, dopo «Uccellarci, uccellini», la dichiarata voglia di anticonformismo e disponibilità si è trasformata in permanente immunizzazione dall'ideologia come virus disciplinante, come vincolo del comportamento, della ricerca, della passione. La crisi dell'ideologia. Mentre laborioso come un'ape, con eclettismo in buona fede, rigoroso a suo modo, Pasolini continua infaticato a suggere da ogni fioritura, da ogni coppa religiosa, filosofica, politica, culturale i suoi nutrimenti preferiti.
«Potrei dire che nel cinema italiano, in genere, intendiamoci, vi sono due difetti che per me sono orrendi. Cioè, da una parte un eccesso di naturalismo, che poi è di origine crepuscolare e provinciale; e dall'altra la paura del naturalismo, che ha tutto il cinema d'avanguardia, come l'ha la letteratura d'avanguardia. Ora, quando il naturalismo diventa un'ideologia di per sé, allora, come ripeto, diventa crepuscolare, provinciale, noioso e trito, eccetera eccetera: non-ideologico e irrazionalistico con una parvenza...,in cui la ragione viene sostituita dal buon senso, cioè la cosa peggiore del mondo, la cosa più orrenda del .mondo. Quando invece si ha paura del naturalismo, spesse volte la paura del naturalismo mascherala paura della realtà. E' altrettanto orrendo. Ora il cinema italiano, così, come fenomeno culturale, è caratterizzato da questi due poli opposti, che io detesto; però, dentro questi due poli opposti ci sono dei film molto belli, che io amo. Ecco, per esempio, io amo Fellini. Amo il cinema di Fellini che è pieno di tutti i pericoli che le ho detto, cioè è pieno del pericolo di un certo naturalismo, che lui corregge con l'estetismo, eccetera eccetera,... però lo amo, perché è estremamente vitale, come le dicevo prima ».
Non ha difficoltà a fare nomi, anche per gli estremi esecrabili.
«Da una parte tutto il neo-realismo minore, compreso anche la parte minore di De Sica; dall'altra tutti gli ultimi tentativi di avanguardia. Non tutti: qualcuno ha una certa vitalità: per esempio il film di Scavolini, benché non eccezionale, però ha una certa vitalità vera. Mentre direi il contrario del film "Amore amore" di Leonardi: lì la paura del naturalismo è un fatto patologico, una fuga, una fuga dalla realtà ».
A veder girare Pasolini, con calma e pignoleria persino eccessive, ovviamente fuori dal clichè del regista nervoso ed urlante; anzi, così anticonformista da toccare lo scrupolo tecnico-espressivo nell'inquadratura e la gentilezza manierata nei rapporti con i collaboratori: a vederlo li, si direbbe un artigiano, uno del mestiere, che ha conservato, però, l'entusiasmo del neofita, e che ogni tanto si abbandona, si rilassa con dolce familiarità. Uno scherzo con Ninetto, una battuta sui mostri di recitazione che sono Citti e la Mangano (riservatissima), una civettuola ignoranza tecnica. L'onestà e il battibecco pronto e gentile cui non si sottrae mai: il personaggio è davvero simpatico e autenticamente innocente anche quando spiega il suo recupero, la rimonta coraggiosa e tenace, del pregiudizio culturale e moralistico, inflittogli dall'intelligentzia protezionistica degli anni '50in Italia.
« Vado avanti a lavorare a una strana cosa, che ho cominciato 4 o 5 anni fa, che si chiama "Bestemmia": una sceneggiatura che ho scritto in versi e che ho portato dietro di me, trasformandola man mano che cambiavo le mie idee sul cinema o su... A quella continuo a lavorare. Delle tragedie che le dicevo prima, ne ho cominciate 4 o 5: due sono quasi terminate; una, il "Pilade", è finita, praticamente. Poi penso ad un altro film, che si chiama "Teorema", e vorrei girarlo molto presto; questo ottobre, insomma, in autunno. E dopo "Teorema", ho almeno una decina di progetti; in questo momento di questi progetti, due sono quelli che mi attraggono di più: uno è la vita di S. Paolo resa contemporanea, cioè nel mondo contemporaneo, trasponendo, per esempio, Roma a New York, Gerusalemme a Parigi, Atene a Roma, eccetera eccetera; e una è la vita di Trotzky. Poi "Vangelo'70": ma per me si tratterà di un breve lavoro, di uno sketch: farò dei cartoni animati forse ».
Scandalo e verità
Lo vedo come un giovane professore di liceo: sarebbe uno di quei maestri che fanno epoca nella vita, e non solo scolastica, dello studente, nella sua crescita intellettuale, nel suo maturare di persona. Il fascino della lucidità, della coerenza (non il rigido mito laicista, ma il fatto umano della tenacia, della caparbietà). Eppure quell'aggettivo, «romantico », mi torna sul foglio irresistibile: non gli piacerà forse che lo si chiami così, ma non è possibile scordare o sorvolare il lato donchisciottesco del suo carattere. Quando un bersaglio è temuto, eluso, lui parte lancia in resta, frontalmente: se per comodità o viltà si usa tacere, lui ne parla: non è amore dello scandalo, meglio è lo scandalo come esibizione di verità, contrapposto a pseudo valori come il pudore, la modestia, i formalismi. E' la franchezza contro le procedure farisaiche dell'universo cultura' - salottiero - congressuale: ricordo il suo Cristo urlante. Pasolini questo ruolo se l'è voluto, forse ci gode anche un po': certe compiaciute rozzezze del «Vangelo» mi fecero pensare all'estetismo dannunziano e decadente, al primitivismo, al gusto « naif » delle culture stanche, iperconscie. Ma gli si perdona ogni forzatura, di fronte alla genuina, riflessiva genialità di certe imprese, di fronte all'acutezza elaborata, con autentica fatica di pensiero, dei suoi contributi di teorica cinematografica (per me sono tra le cose più importanti del Pasolini di oggi); delle sue relazioni a Pesaro '65-'66-'67 mi dice:
« Io parlo, parlo,... ma non succede niente. Allora è inutile, non vale la pena di continuare. Sono solo stimoli o intuizioni, ma se nessuno li raccoglie... ».
Non si sa bene cosa sottolineare di Pasolini: io sceglierei una certa vitalità e tenerezza di sentimenti, una maniera di vivere e pensare paurosamente giovane.
GAETANO STUCCHI












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