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domenica 9 novembre 2025

“Trasumanar e organizzar”: Pasolini e la materialità del verso - Quando la parola si fa corpo e la poesia si fa gesto politico

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


“Trasumanar e organizzar”
Pasolini e la materialità del verso


Quando la parola si fa corpo e la poesia si fa gesto politico


L’opera "Trasumanar e organizzar", pubblicata nel 1971, rappresenta l’ultima raccolta poetica di Pier Paolo Pasolini, una voce irrinunciabile e controcorrente della letteratura italiana del Novecento. La raccolta segna il culmine di un percorso poetico, ideologico e linguistico iniziato nei versi dialettali friulani e passato per la grandiosa stagione della poesia civile di "Le ceneri di Gramsci", fino ai toni spiazzanti e autocritici di quest’ultimo libro. Con "Trasumanar e organizzar", Pasolini si pone come testimone scettico e dolente dell’Italia post-1968, dialogando con la tradizione e spezzandola, affrontando lo scontro tra ascesa spirituale e realtà organizzativa e ponendo la questione della libertà in modo radicale. L’operazione poetica diventa così resoconto di una crisi e occasione di riflessione sulla società, sulla funzione della poesia e sul destino dell’uomo moderno. La natura di "Trasumanar e organizzar" è profondamente segnata dal contesto storico torrido in cui viene concepita, al punto che la raccolta sembra farsi diario, pamphlet, confessione e documento delle tensioni politiche e culturali dell’Italia a cavallo tra anni Sessanta e Settanta. Numerosi sono i riferimenti ad eventi e figure iconiche del tempo, e centrale risulta la dialettica tra impulso utopico (trasumanar) e necessità pragmatica (organizzar), in una tensione che attraversa ogni pagina del libro e ne determina i toni, i temi e la sperimentazione formale. Con questa raccolta Pasolini chiude la sua parabola poetica consacrandosi definitivamente come poeta civile, eretico rispetto alle mode e alle ideologie dominanti, capace di unire intellettualismo e emozione, critica sociale e dialogo con la tradizione.

La pubblicazione di "Trasumanar e organizzar" avviene in uno dei periodi più convulsi e drammatici della storia della Repubblica italiana: il biennio ’68–’70, segnato da conflitti generazionali, lotte operaie, proteste studentesche e una rapida trasformazione delle strutture sociali, morali e culturali del paese. Il cosiddetto “Sessantotto” non è soltanto un anno, ma una stagione di contestazione e ribellione che sconvolge non solo l’Italia, ma l’intero Occidente: università occupate, scontri tra studenti e polizia (emblematico quello di Valle Giulia a Roma nel marzo 1968), “autunno caldo” delle fabbriche, nascita della “Nuova Sinistra”, crisi dei modelli tradizionali di autorità, critica radicale alle ideologie e alle istituzioni. Tutto ciò si intreccia a una fase di boom economico e di transizione verso la società dei consumi, producendo sia forti speranze di cambiamento sia una diffusa sensazione di disillusione e violenza.

Pasolini si pone di fronte al Sessantotto con un atteggiamento ambivalente e provocatorio: simpatizza per i poliziotti nei loro scontri con gli studenti, critica la “borghesia rivoluzionaria” dei contestatori e si scaglia contro l’omologazione culturale portata avanti dalla società dei consumi. Nei suoi interventi pubblici, Pasolini denuncia quello che considera un “genocidio culturale” delle civiltà rurali e sottoproletarie, causato dall’avvento della televisione e del benessere omologante. Anche la dimensione religiosa e spirituale attraversa questa fase storica, con il tramonto delle grandi ideologie (marxismo e cattolicesimo) e la ricerca di nuove forme di trascendenza. A livello letterario, il Sessantotto impone una crisi della “poesia impegnata” e apre la strada a linguaggi più immediati e orali. Ed è esattamente tra questi incroci di crisi e rinnovamento che Pasolini, con "Trasumanar e organizzar", mette in scena l’impossibilità di una “purezza” poetica e la necessità, spesso contraddittoria, di “organizzare” – cioè di fare i conti con la realtà, con la storia, con una lingua ormai lacerata, e con il bisogno, mai domo, di trascendere se stessi.

"Trasumanar e organizzar" raccoglie testi composti da Pasolini tra il 1965 e il 1970, anni cruciali sia per la storia italiana sia per l’evoluzione del poeta. L’opera esce per Garzanti nel 1971, preceduta solo da una pubblicazione parziale sulla rivista "Nuovi Argomenti". È una raccolta fortemente eterogenea, che affianca poesie d’occasione, riflessioni private, invettive politiche, “documenti”, diari e confessioni. Pasolini stesso, nel risvolto di copertina e successivamente nell’"Autorecensione", dichiara il suo intento di scrivere una poesia “inutile”, lontana dalle tentazioni dell’engagement e della letteratura di intervento. Eppure la raccolta è satura di attualità: compaiono figure come Alexander Dubček, Rudi Dutschke, Panagulis, personaggi simbolo della contestazione e della lotta politica internazionale, accanto a riflessioni sulla modernizzazione, la restaurazione della sinistra italiana, la religione e il mito.

La struttura è articolata in due grandi sezioni ("Il libro primo" e "Il libro secondo"), ciascuna delle quali suddivisa in ferree sottosezioni, di cui le più significative sono:

• "Due documenti"

• "Poesie su commissione"

• "La nascita di un nuovo tipo di buffone"

• "Trasumanar e organizzar" (sezione eponima)

• "Charta (sporca)"

• "Poemi zoppicanti"

• "La restaurazione di sinistra"

• "Manifestar"

• "Sineciosi della diaspora"

Questa suddivisione rimanda a un tentativo di incasellamento formale che però esplode costantemente, lasciando spazio a una varietà di toni, registri e “generi interni” (Pamphlet, diario, prosa poetica, lirica, poesia civile, poesia epistolare). Di fatto, "Trasumanar e organizzar" è una sorta di resoconto “orale”, oscillante tra confessione privata e atto pubblico di denuncia, sintesi e riflessione di una crisi personale, generazionale e storica.

Il titolo, tanto enigmatico quanto programmatico, racchiude la tensione dialettica attorno a cui ruota l’intera opera di Pasolini. “Trasumanar” è un neologismo dantesco, tratto dal canto I del Paradiso, che indica il superamento della dimensione umana per ascendere al divino, ovvero l’esperienza dell’ineffabile, della trasformazione spirituale: “Trasumanar significar per verba / non si poria…”. Dante inventa questo termine per descrivere l’esperienza mistica della salita al Paradiso, oltre il limite delle capacità umane di espressione. Pasolini riattualizza e polemizza su questa dimensione "trasumanante", riconoscendo tuttavia che ogni ascesi, ogni “superamento” individuale, ha come controfaccia, come limite e come destino, la necessità di "organizzar" – verbo secco, pragmatico, terrestre, che rimanda alla prassi, alla burocrazia, alla politica, alla dimensione materiale e collettiva dell’esistenza. In una famosa intervista a Jean Duflot (1969), Pasolini spiega:

“Con questa espressione voglio dire che l’altra faccia della ‘trasumanizzazione’ (la parola è di Dante, in questa forma apocopata), ossia dell’ascesa spirituale, è proprio l’organizzazione. Nel caso di san Paolo, l’altra faccia della santità, del rapimento al ‘terzo cielo’, è l’organizzazione della Chiesa”.

Il titolo, quindi, diventa un ossimoro strutturale, che esprime la frattura tra tensione metafisica e esigenza storica, tra impulso all’infinito e costrizione nella storia e nella società. Trasumanare senza organizzare rischia di essere fuga dalla realtà; organizzare senza trasumanare conduce alla sterilità del potere e della burocrazia. Pasolini fa di questa dualità il fulcro della sua critica ad ogni utopismo, ma anche ad ogni cinismo organizzativo, restando fedele al bisogno di una sintesi impossibile.

Uno dei nuclei centrali dell’opera, esplicitato nella celebre poesia “Manifestar (appunti)”, è il tema della libertà e della sua “intollerabilità” in seno all’uomo. Pasolini denuncia come la libertà sia per definizione un valore intollerabile e distruttivo per la maggior parte degli individui, che preferiscono rifugiarsi nell’obbedienza e nei doveri collettivi piuttosto che affrontare la vertigine della responsabilità. Scrive Pasolini:

“Poiché la libertà è incompatibile con l’uomo

e l’uomo in realtà non la vuole,

intuendo che non è per lui”

Secondo Pasolini, solo i vecchi, ormai disillusi e avvezzi alle costrizioni della società, possono provare davvero la libertà; ma la libertà vera, vissuta, è destinata a restare marginale, incomunicabile, intollerabile anche a chi la desidera. In questa tensione, la figura del giovane (icona del Sessantotto) si delinea come rappresentante di una innocenza ancora ignara della propria impossibilità di essere veramente libero:

“Semplicità e gioventù, forme della natura,

è in voi che la libertà è rinnegata attraverso una serie infinita di doveri,

puliti, innocenti doveri,

a cui, manifestando, si grida con aria minacciosa obbedienza,

ché i semplici e i giovani son forti

e non sanno ancora di non poter tollerare la libertà.”

Pasolini attacca la falsa retorica della liberazione e della rivoluzione, riconoscendo nell’obbligo, nell’“organizzar”, una necessità quasi naturale dell’uomo, sempre pronto a sostituire un obbligo con un altro pur di sottrarsi alla solitudine della libertà.

L’intera raccolta vive della critica alla politica istituzionalizzata - nel PCI, nella sinistra italiana, nella contestazione generazionale - e alla società dei consumi. In molte poesie (ad es. "La restaurazione di sinistra", "Versi del testamento") emerge il disincanto rispetto alle ideologie e ai linguaggi della politica, accusati di essere formule svuotate, riciclate, ideologie “di restauro” che organizzano il dissenso e tradiscono l’impulso creativo:

"... povera generazione calvinista come alle origini della borghesia

fanciullescamente pragmatica, puerilmente attiva

tu hai cercato salvezza nell'organizzazione (che non può altro produrre che altra organizzazione)

hai passato i giorni della gioventù parlando il linguaggio della democrazia burocratica..."

Il PCI e la sinistra sono oggetto di un’amara satira: “La restaurazione di sinistra” è tutta dedicata ai problemi interni all’Italia e al PCI dell’epoca, mostrando la crisi di senso che investe la sinistra, incapace di reagire realmente alle trasformazioni sociali e storiche. Il rifiuto di ogni “forma partito” ritorna in Pasolini come rifiuto dell’ideologia, della disciplina cieca, delle parole d’ordine svuotate di contenuto.

La tensione verso la trascendenza rimane un filo rosso della produzione pasoliniana: l’organizzazione sociale, politica e linguistica viene costantemente confrontata con l’impulso a “trasumanare”, cioè ad andare oltre la dimensione immanente. Come emerge nell’intervista a Gardair, Pasolini riconosce la necessità, tipicamente umana, di uno “sdoppiamento” fra impegno terreno e fuga mistica:

"Sono sempre più affascinato dall'unione esemplare compiuta dai maggiori santi, per esempio san Paolo, tra vita attiva e vita contemplativa. Ed è quel doppio volto dell'umano, quella doppia aspirazione dell’immaginario a incarnarsi e riflettersi, che cerco di catturare..."

Ne consegue che l’ascesi dantesca, con la sua tensione mistica, si scontra inevitabilmente con la storia concreta, con la necessità di creare istituzioni, regole, “organizzare” la società e la parola. Questo conflitto, mai risolto, è la tragedia dell’uomo moderno secondo Pasolini: ogni trasumanar produce inevitabilmente il suo organizzare, ma l’organizzazione nega e tradisce sempre l’impulso originario.

Molti testi – come "Versi del testamento", "Un affetto e la vita", "Comunicato all’ANSA (Un cane)" – virano verso un tono intimo, diaristico, in cui si palesa una solitudine radicale e una pietà non conciliata. Qui la poesia trova la sua funzione di diario “inutilmente utile”, testimone dell’incapacità della società di accogliere l’individuo:

“Bisogna essere molto forti per amare la solitudine; bisogna avere buone gambe e una resistenza fuori dal comune... Non c’è proprio nessun conforto, su ciò non c’è dubbio, oltre a quello di avere davanti tutto un giorno e una notte senza doveri o limiti di qualsiasi genere…”

“Ahi, cane, fermo sul ciglio della via Prenestina
che si guarda di qua e di là prima di attraversare la strada.
non ha nulla da ridire: accetta tutto
Non ha dignità da difendere, a causa della sua bontà.
Ecco quindi la mia conclusione:
la rassegnazione non ha niente da invidiare all’eroismo.”

Questi versi esprimono la commozione pasoliniana davanti all’irrilevanza del singolo nella società moderna, un’empatia verso le periferie, i “fratelli dei cani”, i dimenticati. La poesia si fa cronaca di una sconfitta ma anche di una irriducibile resistenza alla scomparsa del senso.

Sul piano formale, "Trasumanar e organizzar" rompe programmaticamente con i modelli metrici consolidati. Nella raccolta si passa da una residuale classicità a una scrittura quasi prosastica, segmentata, volontariamente “sporca” e antipoetica, priva di una metrica regolare, talora senza punteggiatura, come atto di rinuncia alla musicalità poetica tradizionale. Il verso, nello “spirito di Pasolini”, si fa discorso, diario, quasi atto performativo; la raccolta è un susseguirsi di “poesie-documento”, “poesie-su-commissione”, in cui la forma si piega alla necessità di dire, di entrare nel reale, contaminandosi con la cronaca, la prosa, il pamphlet. Ciò produce una poesia “democratica”, inclusiva ma spiazzante, che lascia il lettore senza un appiglio di bellezza formale, ma lo costringe a confrontarsi con l’urgenza del senso e dei contenuti.

"Trasumanar e organizzar" fu accolto inizialmente con una certa indifferenza dalla critica e dal pubblico, oscurato anche dalla coincidente pubblicazione di "Satura" di Montale. Persino amici e studiosi faticarono a orientarsi dentro un testo così ‘anomalo’ e innovativo. Tuttavia, il libro venne presto riconosciuto come un punto di svolta, non solo nell’opera di Pasolini, ma nella poesia italiana contemporanea. La critica più recente ha rivalutato la raccolta come una delle svolte principali verso la poesia civile “antipoetica”, “documentaria”, che anticiperà i toni degli "Scritti corsari" e delle "Lettere luterane". La poesia pasoliniana dopo "Trasumanar e organizzar" appare liberata da ogni impianto lirico, diventando “azione critica”, “poesia della crisi”, dialogando con la tradizione solo per poterne sabotare i meccanismi e denunciarne le contraddizioni. Sul piano politico e culturale, la raccolta si è imposta come testo di riferimento per la riflessione sulle contraddizioni della contestazione e sulla crisi della sinistra. Temi come la libertà, la disillusione, la fine delle utopie rivoluzionarie sono diventati patrimonio comune della poesia e della saggistica degli ultimi decenni. Non meno importante è la lezione sulla lingua: la poesia di Pasolini invita alla contaminazione, all’abbattimento delle barriere tra poesia e prosa, tra pubblico e privato, tra alto e basso, tra linguaggio della strada e lirica.

La presenza dantesca in "Trasumanar e organizzar" non si esaurisce nel titolo. Pasolini rilegge e riformula il modello della Divina Commedia: da un lato riprende l’idea dell’ascesa (“trasumanar”), dall’altro ne rovescia la struttura, facendone un viaggio frammentario all’inferno del presente storico. Resta il bisogno della parola come comunicazione civile, ma la poesia non riesce più a “organizzarsi” in una trama, in una marcia trionfale verso la Grazia: ciò che si compie è lo smarrimento, la crisi. Le citazioni dantesche (ad esempio: “Trasumanar significar per verba / non si poria; però l’essemplo basti / a cui esperïenza grazia serba.”) servono a legittimare una tensione radicale tra ineffabilità e storicità. L’ineffabile non è più il fine supremo, ma piuttosto la testimonianza della crisi del linguaggio e dell’impossibilità di dire/organizzare il senso. Pasolini fa dunque della retorica dantesca uno spazio di negazione, di dialogo con un passato che non può più essere “imitato”, ma solo riscritto, contaminato, interrogato. Persino la scelta, in alcuni punti, della prosa e della non-compattezza metrica si può leggere come parodia della terzina dantesca, mentre la presenza di un “io” errante, solitario, ricorda la figura del pellegrino, ma senza accompagnamento, senza Beatrice, senza visione di salvezza.

"Trasumanar e organizzar" è l’opera che più di ogni altra testimonia la crisi, la lucidità e l’intransigenza del pensiero di Pier Paolo Pasolini. In essa convergono la disillusione politica, la tensione spirituale, il disincanto sulla società dei consumi, l’amarezza per la sconfitta delle ideologie, ma anche un’inesausta pietà per l’umano, per la marginalità, per le vite perdute. La forza della raccolta sta proprio nell’accettazione della crisi come condizione irredimibile. Non c’è nessuna soluzione, nessun “trasumanar” perfetto, nessuna organizzazione capace di contenere l’urgenza del senso. Ma la poesia, anche nella sua presunta inutilità, testimonia la possibilità di una resistenza, di una voce che si fa carico delle contraddizioni, delle sconfitte, della memoria stessa della lingua dei perdenti.

Bruno Esposito


Curatore, Bruno Esposito

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1 commento:

  1. Quello che era perduto era celeste e l'anima malata santa......

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