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lunedì 24 novembre 2025

Pasolini aveva un incredibile amore per Maria Callas - tratto da Vita di un ragazzo di Vita di Franco Citti e Claudio Valentini.

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Pasolini aveva un incredibile amore per Maria Callas


tratto da "Vita di un ragazzo di Vita"
di Franco Citti e Claudio Valentini.

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )

Un incredibile amore per Maria Callas. Paolo ci aveva girato Medea e lei, la grande inaccostabile, irascile cantante, gli era rimasta nel cuore. Non ne parlò con gli amici. Ma si vedeva benissimo che quando c'era lei avveniva la trasformazione. La idolatrava. Ne studiava i gesti, i movimenti degli occhi, delle labbra. Poteva essere storto e intrattabile, nero e ingrugnato, Maria era la sola in grado di compiere il miracolo. Un rispetto e un amore così, noi che lo conoscevamo bene, possiamo dire che lo aveva manifestato solo per sua madre. Nessuno capì bene quale fosse il filo che li aveva legati. Ma così era. Forse un immenso amore «di testa» perché Paolo era tutto «di testa». Ma non si poteva far altro che stare a guardarli.

Anche lei era diversa. Diversa da come tutti ne avevano sentito parlare. Diversa dalla donna dei mille capricci e delle nevrosi, a cui ci avevano abituato le notizie soprattutto dei settimanali.

Anch'io, che sono stato sempre musone e difficile alle amicizie, ne rimasi affascinato. Era una donna stupenda, una donna-donna, piena di curiosità e di gioia di vivere. Non mi sembrava per niente la cantante lirica famosa, piena di atteggiamenti e di storture. Mi sembrava anzi una persona allegra, pronta e disposta anche allo scherzo.

Venne a trovare Pier Paolo a Napoli durante le riprese del Decamerone e passò la giornata sul set. Lui era felice come un ragazzino che vuole far vedere quant'è bravo alla sua amichetta. La sera, mentre eravamo a cena, in un ristorante dove si aggiravano i soliti chitarristi, con le solite canzoni strappacore, Ninetto Davoli le disse: 

«A sôra Mari, ma questi mica v'hanno riconosciuto! Cantateje 'na canzone, cantateje... fateje sentì che vor dì, cantà pe' davero...».

Lei era molto divertita. La gente che l'aveva riconosciuta, nel ristorante rumoreggiava, parlottava. Uno dei musicanti si avvicinò al nostro tavolo e chiese: «Ma chi è questa?». Ninetto gli disse che era Maria Callas e quello rispose: «... e chi la conosce!». Poi capì e cominciò ad urlare: 

«Signurì, ma voi non vi eravate spiegato: voi dovevate dire che questa signora era "a Callàss", non vi eravate mica spiegato, non ci eravamo capiti». 

E poi si mise a correre per il locale a dire a tutti che a quel tavolo c'era seduta la più grande cantante del mondo. Lei in tutto questo si divertiva come una matta e Pier Paolo pure.

Quando venne a Roma, Ninetto rifece un'altra volta il suo «numero».

Le chiese se voleva vedere le borgate, se voleva vedere la Roma descritta da Pasolini nei suoi film. Lei disse di sì e allora lui la portò al Prenestino, alla borgata Alessandrina. Le fece vedere le vecchie case, le ultime baracche. Pareva che portasse in giro un trofeo. La faceva entrare nelle case e nei bar e la presentava agli amici. Ma l'ignoranza lì era completa e non c'era proprio nessuno che sapesse chi era. Più Ninetto s'incazzava perché diceva, che figura mi fate fare, e più lei, vedendo facce stupite, meravigliate, vergognose, continuava a divertirsi. Davanti a un jukebox, uno disse: 

«Qui 'a Càllase, nun c'è... c'è la Caselli...».

Credo che fosse questo lo spirito che la legava a Pier Paolo. Quando la vedevo così serafica, così alla mano, pronta a stare al gioco e a divertirsi con niente, mi veniva in mente Pier Paolo di fronte agli imprevisti, che accettava quello che veniva senza dargli troppo peso.

Nel Vangelo secondo Matteo ad esempio - lui usava sempre molta pellicola, ma non gli piacevano proprio i rifacimenti - capitò che in una certa scena, dove si muovevano mucchi di comparse, passasse all'improvviso sullo sfondo un pullman carico di turisti. Be', lui la scena ce la lasciò: «Non fa niente»,  disse, 

«penseranno che l'ho fatto apposta e ci troveranno pure un significato particolare». 

Una cosa simile successe anni dopo nei Racconti di Canterbury in cui io facevo il Diavolo. Nel mezzo di un'inquadratura, non ti sbucò un aereo? Anche quello ce lo lasciò. Per lui importanti erano le storie che voleva raccontare e non i contorni. Non gli piaceva proprio fare tanti «ciak» e ripetere, anche perché era convinto che molti registi sbagliano nel rifare le scene, perché poi, quando vai a vedere, scopri sempre che era buona la prima.

Franco Citti


Curatore, Bruno Esposito

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