"Le pagine corsare "
dedicate a Pier Paolo Pasolini
Eretico e Corsaro
Il sogno di una cosa
Pasolini tra sperimentazione linguistica
memoria e disillusione politica
Il sogno infranto di una generazione:
amore, lavoro e rivoluzione
Il romanzo Il sogno di una cosa, concepito da Pier Paolo Pasolini tra il 1948 e il 1949 ma pubblicato solo nel 1962, si colloca in uno dei momenti più drammatici della storia italiana del Novecento. La narrazione si svolge negli anni immediatamente successivi alla fine della Seconda guerra mondiale, una fase storica segnata da profonde ferite fisiche, sociali e morali per il paese. L’Italia del dopoguerra affrontava la ricostruzione materiale delle città devastate, la perdita delle colonie e di alcuni territori orientali (la cosiddetta questione delle terre giuliane e del confine orientale è centrale per la regione del Friuli). Lo scenario nazionale era caratterizzato da una profonda incertezza politica, da un’acuta povertà diffusa soprattutto nelle campagne e da enormi movimenti migratori interni e transfrontalieri.
Il contesto friulano acquisiva in quegli anni una specificità ulteriore. Situato nella zona di frontiera tra l’Ovest capitalistico e l’Est socialista, il Friuli era segnato sia dalla memoria del conflitto sia dalle tensioni della guerra fredda che vedevano la nascita dell’Italia repubblicana nel 1946 e la polarizzazione politica tra il blocco occidentale, a guida statunitense, e quello dell’Est sotto l’influenza sovietica. Nel Friuli del 1948-49 convivevano la “ferita” dell’esodo giuliano-dalmata, la minaccia di infiltrazioni jugoslave e la tensione tra i gruppi partigiani cattolici della ‘Osoppo’ e quelli comunisti delle ‘Brigate Garibaldi’. Tali tensioni esplosero anche nella memoria del tragico eccidio di Porzûs (7-18 febbraio 1945), in cui furono uccisi 17 partigiani osovani da gappisti comunisti filo-jugoslavi, evento di cui Pasolini, seppur indirettamente, risente nell’immaginario dell’epoca.
La vita economica era minata dalla crisi agricola e dalla esasperata povertà contadina: la miseria spingeva i giovani, e non solo, a migrare verso l’estero (Francia, Belgio, Svizzera, Argentina) o a tentare l’avventura nell’apparente paradiso socialista della Jugoslavia titoista – un’utopia tragica che Pasolini mette al centro della prima parte del suo romanzo. In quel periodo, inoltre, si affermavano consistenti lotte sociali nel mondo rurale. Il cosiddetto “Lodo De Gasperi” (1949), strumento legislativo per la redistribuzione delle terre incolte, si trasformò rapidamente da opportunità a frustrante illusione per i braccianti, diventando tema perfetto per la critica delle false promesse della politica centrale. Nello stesso tempo, la società friulana rimaneva fortemente radicata a valori tradizionali, religiosi e comunitari, con una struttura sociale gerarchica, lacerata tra le richieste di modernizzazione e le resistenze degli apparati ecclesiastici e delle classi proprietarie. Così, la presenza della chiesa si sentiva capillare nelle parrocchie, nelle sagre, nelle scuole; la morale cattolica e il folklore rurale s’intrecciavano con le istanze di emancipazione socialista, generando una tensione che Pasolini restituisce nell’intreccio tra scena privata (amori, morte, festa) e rappresentazione collettiva (lotte, sogni, fallimenti politici). In sintesi, il romanzo fotografa il passaggio cruciale di una generazione e di un intero territorio attraverso le macerie materiali e morali del dopoguerra, mentre l’Italia si avvia verso il miracolo economico, portando con sé le ombre della povertà, gli ideali sconfitti e la nostalgia di paradigmi comunitari destinati a dissolversi.
L’ambito culturale in cui Pasolini scrisse Il sogno di una cosa era fortemente segnato dal neorealismo, sia nella letteratura che nel cinema. Il neorealismo, come corrente letteraria e cinematografica, nacque nel solco delle rovine della guerra, come reazione all’idealizzazione e alle menzogne della propaganda fascista e come desiderio di una rappresentazione autentica della realtà sociale italiana. L’idea di una letteratura “impegnata”, dell’engagement, nata sia dallo choc della guerra che dall’influsso di autori come Sartre, spinse molti scrittori, tra cui Pavese, Vittorini, Moravia, Pratolini, Fenoglio, De Roberto, e più tardi Pasolini, a farsi portavoce degli “ultimi”, delle classi popolari, del sottoproletariato e dei contadini emarginati. Una caratteristica fondamentale del neorealismo fu il rifiuto di una rappresentazione borghese della realtà: la scrittura divenne strumento di denuncia politica e sociale, la narrazione corale e impersonale, spesso con protagonisti e ambientazioni periferiche, con un’attenzione particolare all’uso dei dialetti e dei gerghi locali, come segni della riscoperta delle “diverse Italie”, rimaste fino ad allora invisibili alla tradizione letteraria nazionale.
Il neorealismo fu inoltre il terreno su cui maturarono nuove pratiche di lingua: molti autori, come lo stesso Pasolini, rifiutarono la tradizione letteraria nazionale in favore del recupero delle “lingue locali” come il friulano, colte come strumenti di resistenza all’omologazione culturale e di rivendicazione politica. L’esperienza poetica di Pasolini, maturata con la raccolta Poesie a Casarsa (1942), segnò una svolta in tal senso: costruire una lingua poetica nuova, aspra e aurorale, in cui il dialetto rappresentasse sia la memoria di un passato arcaico sia il segno della modernità. Il neorealismo si tradusse anche in una peculiarità del tono narrativo: la malinconia e la nostalgia si unirono alla crudezza della cronaca quotidiana, e non mancarono i tentativi di elevare la realtà povera e dolorosa dei protagonisti a dignità epica. In questo clima si parlarono di “resistenza” non solo come esperienza politica armata, ma anche come volontà di dare voce e dignità storica a chi era stato escluso dalla narrazione nazionale. Nel caso di Pasolini – e de Il sogno di una cosa in particolare – la componente neorealista si fonde con il lirismo elegiaco e con l’afflato utopico, presentando una realtà popolare “dal basso”, priva di illusioni, ma non spogliata di sogni. Come dice Italo Calvino, in quegli anni il neorealismo non fu una scuola, ma un insieme di voci periferiche, una “scoperta delle diverse Italie” e delle loro lingue, paesaggi, drammi che la cultura ufficiale aveva a lungo ignorato.
Il sogno di una cosa trova la propria radice ideologica nella lotta di classe, tema dominante del romanzo e del romanzo di formazione di Pasolini stesso. La citazione di Marx in esergo al libro («Il nostro motto dev'essere: riforma della coscienza non per mezzo di dogmi») indica la volontà di superare la miseria e l’ingiustizia non attraverso l’ideologia astratta, ma tramite l’analisi reale, quotidiana, vissuta, delle condizioni di vita dei sottoproletari e dei contadini. Pasolini mette al centro della narrazione l’anelito alla giustizia e alla solidarietà, senza tuttavia cedere alle seduzioni retoriche del dogmatismo comunista. I protagonisti, attratti dall’utopia socialista, tentano la fuga verso la Jugoslavia, ma scoprono lì, come in una parabola disillusa, che la nuova società comunista non porta alcuna redenzione concreta ai poveri. È la scoperta tragica dell’“uguale miseria” oltre la frontiera: la fede in un ideale si infrange suo malgrado contro la realtà dei regimi e della burocrazia socialista, producendo solo spaesamento, fame e disincanto. La parabola comunista non si consuma nella fuga verso Est, ma ritorna in Italia nella lotta per il rispetto del Lodo De Gasperi e nell’occupazione delle ville dei proprietari terrieri: la battaglia politica si presenta dunque come un'azione collettiva imperniata più sull’istinto di ribellione contro l’ingiustizia che sulla coscienza politica matura. C’è, nelle vicende dei protagonisti, un “comunismo istintivo”, prodotto di una coscienza di classe che nasce dall’esperienza della miseria, più che da una teoria assimilata. La tensione tra tensione rivoluzionaria e rassegnazione emerge con forza: i giovani sognano una rivoluzione che, nello spazio quotidiano della festa, della musica, della sensualità, si carica di carnalità, desiderio di vita e, insieme, di nostalgia per una redenzione dalla propria condizione.
L’altro grande tema pasoliniano è la povertà del mondo rurale. Il Friuli messo in scena nel romanzo è un microcosmo di arretratezza e miseria, dove il lavoro contadino è faticoso, spesso privo di prospettiva, e la fame – intesa letteralmente e spiritualmente – rappresenta la condizione universale. Lo sguardo sui contadini e sui braccianti è partecipe: Pasolini dà voce a una “meglio gioventù della riva destra” che tenta l’esodo o si affida alla lotta ma si ritrova, nella maggior parte dei casi, respinta, frustrata, destinata o alla sconfitta o alla resa. L’esperienza dell’emigrazione è narrata sia come obbligo doloroso e come tentativo di palingenesi: la partenza dei giovani per la Svizzera o per la Jugoslavia fa parte di un destino di mobilità forzata che pone il Friuli in relazione con la vasta diaspora dei poveri italiani del secondo dopoguerra. La nostalgia della terra d’origine, unita all’opprimente difficoltà di adattamento nella nuova realtà, connota la narrazione di tensioni continue. Su tutto, però, permane la solidarietà tra gli ultimi: l’amicizia maschile, la comunità, il senso della condivisione sono antidoti all’alienazione dell’esilio e della miseria. L’incapacità di cambiare realmente la propria condizione sociale (la falsa promessa delle terre, l’ineffettiva “ascesa” agli alleati slavi o ai capitalisti elvetici) determina alla fine una resa, ma non senza aver vissuto il sogno di liberazione.
Un tema ricorrente in Pasolini è il rapporto tra religione e tradizione. Nel romanzo la religione vive sia come veicolo di consolazione e speranza, sia come elemento di controllo e repressione delle masse. La Chiesa appare spesso legata alle gerarchie e agli interessi dei notabili, parte di un “sistema” che corrobora le iniquità. Tuttavia, la presenza della religiosità popolare, fatta di tradizioni, proverbi, messe, canti, lavora sotterraneamente come forma di resistenza e di opposizione all’alienazione moderna. Il mondo del sacro si manifesta non solo nei riti ufficiali, ma anche nella struttura stessa delle feste e nella spiritualità “laica” della solidarietà umana. Questa dialettica tra religione vissuta (intesa come sentimento del sacro e anelito di giustizia) e religione istituzionale (come strumento di potere e narcotico per i poveri) non è mai risolta. Nella visione pasoliniana, la dimensione religiosa s’accompagna, nella scrittura, a una sorta di “nostalgia dell’origine”: il recupero della vita arcaica, delle lingue locali, della memoria contadina, è anche ricerca di un senso dell’esistenza che la modernità ha disperso.
L’appartenenza di Il sogno di una cosa al neorealismo è dirompente, ma atipica. Pasolini condivide con autori come Pratolini, Fenoglio e Pavese l’uso della lingua semplice, dell’ambientazione popolare, della struttura narrativa corale, ma se ne distacca per la sottile tensione lirica e visionaria che trasfigura la crudezza dei fatti in una sorta di epica della marginalità. Pasolini stesso afferma che l’oggettività non significa essere ottocenteschi: la sua scrittura mira a una rappresentazione fisica, concreta, tangibile, della realtà (“corpo”, nel senso di materia e carne dei personaggi e degli ambienti). I dialoghi, vivacissimi, restituiscono la fratellanza, l’ignoranza e la vitalità dei personaggi, senza mai cadere nello stereotipo o nella caricatura. Il romanzo, pur avendo una struttura narrativa lineare, non possiede un vero protagonista individuale; la storia si sviluppa su tante traiettorie che convergono verso un destino collettivo. I personaggi si muovono in un ambiente descritto con precisione sensoriale: la pianura friulana, i paesi, le bettole, le fabbriche, la natura, sono evocati con un realismo che spesso sconfina nel lirico.
Un tratto peculiare di Pasolini, evidente anche nel romanzo, è l’uso di un linguaggio che fonde la tradizione letteraria nazionale con l’energia del dialetto. Se nei suoi primi versi (Poesie a Casarsa) la lingua friulana era strumento di recupero della purezza originaria del mondo rurale, nei romanzi in prosa il dialetto viene contaminato con l’italiano semplice, in funzione non folklorica, ma profondamente modernizzante. Accanto all’uso del dialetto e del registro basso, Pasolini impiega un ventaglio di immagini provenienti dalla tradizione simbolista e decadente (Pascoli, Rimbaud ecc.), contaminando la struttura narrativa “povera” con una ricchezza di risonanze liriche inusuale per il filone neorealista.
Sul piano sintattico, la scrittura di Pasolini è caratterizzata da paratassi (frasi brevi, coordinate) e da un ritmo che si avvale spesso di ripetizioni, di anafore, di enjambement, anche nella prosa. La musicalità nasce dall’alternanza di scene dialogiche “basse” con pagine di rara intensità e solennità poetica. Nelle descrizioni del Friuli la prosa si avvicina alla poesia, giocando con i toni, i suoni, le assonanze, le allitterazioni. Come osservato da Gianfranco Contini, la lingua di Pasolini è “vergine” e “aurorale”, una lingua privata che si fa modalità di conoscenza e di espressione di una coscienza storica e politica. Il neorealismo di Pasolini, quindi, non è mai puro documentarismo: alla componente di denuncia e di cronaca sociale si accompagna una continua trasfigurazione lirica, una volontà di toccare l’assoluto nella povertà dell’esistenza, di elevare il ‘né carne né pesce’ degli umili a dignità epica. La realtà friulana, anche nella sua crudezza, assume tratti mitici, e la scrittura si fa sempre veicolo di memoria, nostalgia, ricerca di senso.
La coralità e la funzione dei personaggi nel romanzo sono espressione della particolare concezione storica di Pasolini: non ci sono eroi solitari, ma esistenze che si sviluppano nel gruppo, nella comunità, nell’insieme delle relazioni di paese.
Nini è forse il personaggio più emblematico del romanzo: rappresenta la tipicità del giovane friulano povero, animato da una sensualità intensa e da un candore quasi infantile, ma capace di brevi, struggenti passioni. Nini è, allo stesso tempo, semplice e complesso: la sua vitalità lo porta verso i piaceri immediati (l’amore, il vino, la musica, il ballo), ma dietro la spensieratezza si nasconde una profonda capacità di sofferenza, un’irresolutività che è cifra della generazione narrata. Il suo arco narrativo si sviluppa tra il tentativo di fuga verso la Jugoslavia (insieme ad Eligio) e il ritorno alla realtà, passando per la passione negata o irrealizzata, la delusione e infine una rassegnazione non priva di dignità. La sua amicizia con Milio ed Eligio è elemento centrale, così come il suo rapporto ambiguo con la religione, la politica e la sensualità.
Milio è colui che incarna maggiormente il tema della migrazione e della nostalgia. Decide di partire per la Svizzera, dove, seppur in un ambiente più prospero, sperimenta la difficoltà dell’integrazione, la rigidità sociale, il pregiudizio verso gli italiani e la solitudine dell’emigrante. Nonostante il grado di integrazione che riesce a ottenere, Milio non sopporta la distanza dalla dimensione comunitaria italiana: il ritorno in patria è segnato dalla lucidità disillusa di chi comprende le illusioni e i fallimenti, e dalla consapevolezza della mancanza di alternative. Milio rappresenta il passaggio dalla speranza all’ambiguità, e il suo percorso è quello di una formazione dolorosa: da spirito entusiasta in cerca di cambiamento a uomo segnato dalla coscienza dei limiti storici e personali.
Eligio, infine, è il personaggio della morte e del sacrificio. Insieme a Nini si avventura nella Jugoslavia titoista, scoprendo solo la brutalità del regime e l’atmosfera cupa e desolata della sconfitta storica. È il personaggio che vive maggiormente la parabola tragica: dopo la fallita fuga, subisce le delusioni della lotta sociale e sperimenta il duro lavoro fino alla malattia terminale che lo condurrà alla morte. La morte di Eligio, narrata con dolorosa accuratezza, è il sigillo che chiude la parabola della “meglio gioventù della riva destra”. La sua figura assume, nella scrittura pasoliniana, una funzione esemplare: il giovane schiantato dalla storia, dalla miseria, dalla colpa originaria di essere povero in un mondo indifferente. La fine di Eligio non è solo una sconfitta individuale ma diventa simbolica della morte di un’intera illusione generazionale.
Quando finalmente pubblicato da Garzanti nel 1962, Il sogno di una cosa viene interpretato dalla critica come il naturale punto d’inizio della narrativa di Pasolini, e insieme come la conclusione di una stagione del neorealismo, ormai sorpassata dall’avvento del boom economico e dal rapido mutamento sociale dell’Italia. Il romanzo si segnala come una narrazione civile potente, che inaugura la riflessione politico-esistenziale di Pasolini. È accolto con interesse proprio per la sua capacità di restituire la realtà dei “poveri”, degli “ultimi”, con uno stile insieme documentario e lirico, e per la radicalità del suo sguardo sulle illusioni della storia. L’opera, col tempo, viene riconsiderata come “cartone preparatorio” dei grandi romanzi pasoliniani successivi, distinguendosi per il suo carattere di ponte tra poesia e prosa, tra vocazione memoriale e tensione epica.
Negli ultimi decenni, la fortuna critica de Il sogno di una cosa è cresciuta grazie alla riscoperta del Pasolini “della terra e delle origini”, rappresentante di una letteratura di resistenza alle tendenze omologanti del consumismo e della società di massa. Il romanzo ha ispirato negli anni numerose riscritture teatrali e adattamenti, come la recente produzione di Elio Germano e Teho Teardo che reinterpreta il testo in chiave contemporanea, sottolineando l’attualità delle tematiche della migrazione, dei sogni infranti, della marginalità sociale.
Il valore de Il sogno di una cosa va compreso pienamente solo se posto in relazione con la produzione successiva (e parallela) di Pasolini:
La raccolta Poesie a Casarsa (1942) segna la genesi del rapporto tra Pasolini e il Friuli: il dialetto, la natura, la nostalgia bambina e la comunità contadina sono già lì presenti, in una lingua che diventa il luogo privilegiato di una identità altra. Nelle poesie friulane si trova la pre-figurazione dei temi di Il sogno di una cosa: la fame, il silenzio, i piccoli mondi, la morte come epifania dell’origine.
Dopo il trasferimento a Roma e l’accusa di omosessualità che lo costrinse a lasciare Casarsa, Pasolini si immerge nel mondo del sottoproletariato urbano. Ragazzi di vita (1955) e Una vita violenta (1959) sono evoluzioni, per contenuti e stile, della matrice neorealista e memoriale di Il sogno di una cosa. Mentre nel romanzo friulano il dramma è ancora corale e ancorato al villaggio, nelle pagine romane la solitudine e la violenza diventano il baricentro: la borgata è l’ultima frontiera dove il sogno di redenzione si consuma nella marginalità e nella morte. Il tema della coscienza di classe si impenna qui grazie all’incontro/scontro tra la povertà religiosa-arcaica della campagna e quella moderna, disperata e senza reti della città.
Nel poemetto Le ceneri di Gramsci (1957), Pasolini elabora il lutto per la sconfitta del mondo popolare e rurale, e il disincanto della modernità. Il rapporto tra mito contadino e impegno civile, tra nostalgia e rivoluzione, s’innesta direttamente nel discorso del sogno e della disfatta esistenziale che attraversa già Il sogno di una cosa.
La tensione al sacro e la ricerca di una cristianità altra, popolare e non dogmatica, che nell’opera friulana si nasconde dietro i riti e le liturgie contadine, verranno portate al centro della poetica pasoliniana con il film Il Vangelo secondo Matteo (1964): qui, Gesù appare tra i poveri del Sud, tra figure magre, scavate dalla fatica, in una riscrittura del sacro che dialoga con la pietà e l’umiltà delle origini contadine. Molti studiosi leggono Il sogno di una cosa come un “pre-Vangelo laico” che prepara il senso di un’umanità in attesa di riscatto.
L’esordio cinematografico di Pasolini, Accattone (1961), è il naturale sviluppo della parabola narrativa del mondo degli “ultimi”. Nel film, la religiosità pagana e la disperazione del sottoproletariato urbano si fondono in una narrazione tragica e sacra, con personaggi non professionisti, dialoghi in dialetto e una regia che volutamente disarticola il racconto borghese, per restituire vitalità, tragedia e redenzione nella marginalità.
Il sogno di una cosa rimane oggi uno dei documenti più limpidi e struggenti del passaggio dell’Italia dal mondo della miseria e della solidarietà rurale al disincanto della modernizzazione rapida e della scomparsa delle identità popolari. La forza del romanzo è nella sua capacità di porsi come ponte tra l’“antico” e il “moderno”, tra una civiltà della comunanza e una società di massa dominata dal consumo, dall’alienazione e dalla solitudine. L’opera non offre soluzioni, non prescrive dogmi: racconta il tragico destino di una generazione che ha “il sogno di una cosa” (giustizia, comunione, riscatto), ma che nel passaggio storico si trova a dover accettare che la storia reale è fatta di sconfitte, compromessi, delusioni. Nelle ultime pagine del romanzo, il sogno cede il passo alla coscienza della sconfitta, eppure, come in tutta l’opera di Pasolini, resta il valore umano dei tentativi – pur falliti – di “essere diversi”, di voler cambiare, di coltivare una fede in una redenzione collettiva che si disintegra davanti alla storia, ma permane come orizzonte etico e poetico. L’eredità di Il sogno di una cosa — e di tutta la produzione pasoliniana — è insostituibile per la cultura italiana: essa offre uno specchio sincero e poetico della povertà, della lotta, della resistenza, delle illusioni e dei fallimenti del Novecento. Allo stesso tempo, fornisce strumenti preziosi per interrogare il presente e la modernità: il rapporto tra individuo e comunità, tra ideologia e realtà sociale, tra senso del sacro e secolarizzazione, tra sogno e storia, restano interrogativi vivi e politici.
Bruno Esposito

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